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giovedì 12 settembre 2013

Settantesimo anniversario dell'armistizio. Seconda parte

Seconda parte. L’eredità dell’8 settembre: la divisione permanente
 
Corriere della sera del 9 settembre 1943

Dopo l’8 settembre, l’Italia si trovò così ad essere governata da due Stati: uno al Nord, guidato ancora da Mussolini ma sotto la protezione dei nazisti; uno al Sud guidato ancora da Badoglio ma sotto la protezione degli Alleati. L’Italia aveva perso l’unità e l’indipendenza in un sol colpo; per quanto possa apparire indigesta e antiquata, la parola patria va usata in questo contesto: ebbene, la patria era perduta o, come ha messo in luce Galli della Loggia nel suo saggio,  era morta, defunta.

L'Italia divisa tra 1943 e 1945



Mussolini passa in rassegna
reparti della RSI

Non soltanto era andata perduta l’unità politico-territoriale, ma le antitesi nella società italiana divennero allora radicali, permeate di odio, affidate alla violenza e all’uso delle armi. Furono soprattutto i giovani a trovarsi di fronte a scelte tragiche.
I giovani neofascisti si sentirono traditi dal re, da Badoglio, dai vecchi gerarchi fascisti che accusarono di debolezza. Condivisero perciò l’ansia di riscossa del fascismo, ora repubblicano e rimasto fedele all’alleato nazista. Oggi appare ovvia la contraddizione di questo comportamento: i giovani “repubblichini” volevano la rinascita la nazione, ma perseguivano questo scopo usando un mezzo, il protettorato germanico, che negava all’Italia la possibilità di esistere come nazione. Ma allora, nella cornice di odio e di vendetta che caratterizzò quella svolta storica, era forse meno ovvio comprendere il significato di quelle scelte.

Una formazione partigiana

I giovani che si diedero alla Resistenza furono animati dalla stessa sindrome del tradimento. Si sentivano traditi da coloro che aveva condotto il paese alla rovina: il re, le gerarchie militari, la borghesia e, naturalmente, il fascismo che aveva svenduto il paese ai tedeschi. Questo spiega come mai nella Resistenza furono decisamente maggioritarie le correnti antimonarchiche, anticonservatrici e antiborghesi, minoritarie quelle monarchico-militari e moderate, a differenza di altre resistenze europee, ad esempio quella francese. Questo spiega la forza dei nuclei comunisti e azionisti che sul tema della rinascita dell’Italia sulla base di una rivoluzione antiborghese e anticonservatrice trovarono una decisa convergenza (Resistenza come rivoluzione).

Palmiro Togliatti all'epoca del suo
rientro in Italia (1944)
Ma all’interno del fronte della Resistenza le fratture c’erano, nonostante la convergenza di cui si è appena detto. I comunisti, che si avvertivano come un’articolazione del fronte internazionale guidato da Stalin, concepivano la Resistenza come una rivoluzione collettivistico-statalistica, secondo l’esempio sovietico. Perciò per loro la vicenda nazionale non era altro che un capitolo interno agli interessi prioritari dell’Urss e doveva adattarsi anche alle scelte tattiche di quest’ultima. Come fu, ad esempio, l’arrivo di Togliatti a Salerno e la svolta da lui compiuta (marzo 1944) entro il Pci e il CLN: l’accantonamento della pregiudiziale istituzionale e la costituzione di un nuovo governo Badoglio con la partecipazione dei partiti antifascisti (aprile 1944: primo governo di unità nazionale).

Tessera del Partito d'Azione (1946)

Il Partito d’Azione, sorto nel 1942 dalle Brigate partigiane di Giustizia e Libertà, aveva perseguito lo scopo di abbattere il fascismo e di restituire la libertà all’Italia, costruendo quella repubblica che non era mai sorta (donde il nome del Partito che si richiamava a quello di Mazzini). La sua parola d’ordine era “rivoluzione democratica”, tuttavia in esso convivevano almeno due anime: una radicale di orientamento socialista, l’altra moderata di orientamento liberale. Sicché al crollo elettorale del 1946 seguì la diaspora: una parte degli “azionisti” confluì negli schieramenti socialisti e comunisti, un’altra finì in quelli del riformismo laico.

Oltre alle correnti comunista e azionista, sicuramente maggioritarie tra gli antifascisti, nella Resistenza vi erano altre due anime: una moderata (cattolica) e una conservatrice (liberale e militar-monarchica), entrambe minoritarie.
Sotto la proclamata unità delle forze antifasciste, si agitava perciò una pluralità di organizzazioni dai contenuti ideologici e politici assai diversi, sebbene la direzione unitaria fosse assicurata dai Comitati di liberazione nazionali, espressioni locali dei partiti, e dal Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia, organo superiore collegato al governo del Sud.

La bandiera del CLN

Significativa è poi un’altra frammentazione, anch’essa destinata a durare dopo la Liberazione: quella dei riferimenti internazionali delle forze operanti nella Resistenza. Tutte parlavano di Stato nazionale e della necessità di ripristinarne la sovranità e l’unità, ma ognuno intendeva queste cose come lo sbocco di un diverso percorso. I comunisti ritenevano fondamentale, per la libertà e la sovranità nazionale, la vittoria dell’Urss; i monarchici guardavano alla Gran Bretagna come baluardo per la nostra indipendenza; i cattolici alla Chiesa, sebbene i repubblicani cattolici puntassero di più sull’aiuto degli Usa per contenere le sinistre filosovietiche. Senza riferimenti espliciti il P.d’A., che anche perciò fu più debole rispetto agli altri partiti, vaso di coccio tra vasi di ferro. Sicché l’unità della lotta al nazifascismo era solo apparente, poiché si stava già preparando il terreno per la prossima dissoluzione della coesione: dopo un biennio di residuale permanenza dell’unità, essa cedette nel biennio 1947-’48 ad una nuova contrapposizione frontale.
La Resistenza appare perciò segnata da due caratteri strettamente legati che condizioneranno la storia della nascente repubblica: da un lato la partitizzazione e dall’altro la doppia lealtà, quella dichiarata e ufficiale (allo Stato nazionale); quella reale (ad un potere sovrannazionale o straniero).

28 aprile 1945: sfilata di partigiani (al centro, in borghese,
si riconosce Pietro Secchia)
Ma la più significativa divisione ereditata dalla crisi della nazione avvenuta l’8 settembre è la nascita e la diffusione dell’ideologia dell’antifascismo. Proprio le diverse appartenenze internazionali nel dopoguerra produssero, sul tema dell’antifascismo, una spaccatura insanabile all’interno del fronte che aveva combattuto nella Resistenza.

Tra i liberaldemocratici, ed anche in parte tra i socialdemocratici, il fascismo venne letto come fenomeno storico circoscritto ad una determinata epoca, cosicché anche l’antifascismo venne interpretato come esperienza circoscritta e delimitata: sconfitto il fascismo, l’opposizione ad esso divenne per i liberaldemocratici parte di un più generale antitotalitarismo che ora aveva come nemico il comunismo. In ambito comunista, invece, l’antifascismo assunse un significato metastorico: un’ideologia che da un lato sosteneva essere il fascismo non ancora sconfitto, bensì sempre in agguato e risorgente, dal momento che esso era ritenuto tutt’uno con il capitalismo (che non era affatto venuto meno); dall’altro lato questa ideologia divenne per la cultura comunista sinonimo di democrazia: se si è antifascisti si è anche democratici; perciò chi si professa comunista, in quanto antifascista è anche ascritto di diritto all’ambito della democrazia; chi si professa anticomunista è antidemocratico e oggettivamente fa il gioco del fascismo.
 
Manifestazione antifascista negli anni Sessanta

La logica conseguenza di questa equazione fu la condanna, da parte della cultura comunista, di ogni posizione politica e intellettuale che non fosse orientata verso l’ideologia antifascista intesa nel senso sopra detto. In tal modo l’antifascismo costituì nel dopoguerra italiano l’elemento politico-ideologico che produsse più divisione e più discordia. Esso si sostituì al concetto di nazione e diventò il valore dominante della politica italiana per decenni. Le parole “patria” e “nazione”, bandite dal linguaggio pubblico e sostituite dall’anodino termine “paese”, furono considerate sintomi del permanere di sentimenti fascisti.

La disgregazione dell’Italia avvenuta l’8 settembre aveva così sepolto i pochi valori di coesione nazionale costruiti dal Risorgimento, mentre le nuove forze politiche uscite dalla Resistenza, Pci e Dc, insensibili o poco interessate a quei valori (non dimentichiamo che cattolicesimo e marxismo sono culture con vocazione ecumenica, sovrannazionale), cercarono di sostituire ad essi, quali elementi di coesione nazionale, l’appartenenza al partito e la fedeltà alla sua ideologia: anziché l’adesione alla nazione, all’italiano del dopoguerra venne proposta l’iscrizione al partito.

Campagna elettorale della DC per
le elezioni del 18 aprile 1948
L’identità partitica di per sé è “divisiva”, conflittuale, non inclusiva. Perciò la politica italiana, avendo smarrito il riferimento comune ai valori e agli interessi nazionali, divenne litigiosa, faziosa, ideologica. Se l’Italia in un simile contesto di alta conflittualità politico-partitica riuscì a sopravvivere, ciò fu dovuto a due fattori concomitanti: il sostegno nordamericano (con la conseguente “sovranità limitata”); la minaccia del comunismo (che donò alla Dc quasi 50 anni di egemonia). Venuti meno questi fattori e dissoltasi la classe politica repubblicana che aveva governato grazie ad essi, dagli anni Novanta in poi sono riemerse le vecchie insufficienze e le divisioni tipiche di una fragile identità nazionale. Le nuove classi dirigenti (quelle della cosiddetta Seconda repubblica) incapaci di ricostruire l’appartenenza alla nazione, si sono dedicate con rapacità al perseguimento del lucro: hanno così esaltato quel carattere “divisivo” che la catastrofe dell’8 settembre 1943 ha lasciato in eredità ai nostri tempi.
 
Campagna elettorale del Fronte Democratico Popolare
per le elezioni del 18 aprile 1948
Il superamento di questo carattere dovrebbe passare attraverso una rivalutazione del legame nazionale tra i cittadini della Repubblica. Ma ogni tentativo rischia di apparire demodé: l’epoca attuale indica come orizzonte della futura cittadinanza la dimensione del continente, o quella del globo. Così, proiettati in una prospettiva mondiale senza essere mai stati parte di un contesto condiviso di valori nazionali, gli italiani (se ha ancora un senso usare questo termine) si apprestano a recitare il ruolo degli individui eterodiretti per eccellenza: senza valori laici nei quali credere, deraciné privi di anima, sorretti solo dal proprio amaro cinismo. (2-fine)


Alberto Sordi, nei panni di Nando Mericoni, nella celebre scena degli spaghetti in
Un americano a Roma (regia di Steno, 1954)




sabato 7 settembre 2013

Settantesimo anniversario dell'Armistizio: 8 settembre 1943

Prima parte: La catastrofe dell’8 settembre. Gli eventi

I generali Giuseppe Castellano (in borghese) e Dwight Eisenhower
si stringono la mano dopo la firma dell'armistizio

L’8 settembre 1943 venne annunciato l’armistizio firmato dall’Italia con gli Alleati. Come vedremo, la data merita un posto importante nella storia italiana, se non altro perché dagli eventi drammatici che allora si verificarono spira tuttora un’aria mefitica, che avvelena la nazione. Nei post dedicati al 25 luglio (qui e qui), ho raccontato la vicenda che condusse, dopo lo sbarco angloamericano in Sicilia, alla deposizione di Mussolini e alla sua sostituzione con il Maresciallo Pietro Badoglio. Da quel punto riprendiamo la nostra narrazione.

Assunto il ruolo di capo del governo in quel frangente drammatico, Badoglio si trovò di fronte a tre possibilità. 1) Il mantenimento effettivo dell’alleanza con i tedeschi, possibilità che si presentava come irrealizzabile, soprattutto per la generale impopolarità che aveva la prosecuzione della guerra. 2) L’uscita dal conflitto, la denuncia dell’alleanza con la Germania, la mobilitazione delle energie antifasciste, l’impiego dell’esercito per soffocare la resistenza fascista e per la difesa alpina dalla Germania, in attesa dell’arrivo in forze degli aiuti alleati: in sostanza il piano ipotizzato da Dino Grandi. Si trattava di una scelta molto rischiosa, perciò fu scartata o forse neppure considerata: la sua realizzazione avrebbe richiesto l’appoggio delle masse e di tutte le forze politiche al governo e non; occorreva contare, insomma, su energie, coraggio e mezzi che forse l’Italia non aveva. Di certo l’opzione non rientrava tra quelle suggerite a Badoglio dalla sua indole prudente. 3) Infine, vi era la possibilità di condurre il doppio gioco tra alleati e tedeschi, di rinunciare a raccogliere le restanti risorse militari e di porre la difesa degli interessi monarchici al di sopra di tutto: fu questa la strada seguita.

Nel far decidere in tal senso ebbe un ruolo anche la paura: gli uomini al governo temevano le reazioni dei tedeschi, ma non si fidavano del tutto neppure degli alleati; inoltre erano preoccupati per il comportamento delle masse e per quello delle forze antifasciste. Perciò la frase “la guerra continua”, inserita nel testo del comunicato al Paese del 26 luglio, sembra un espediente per guadagnare tempo, nella speranza che qualche evento favorevole dissipasse almeno uno di questi timori. Purtroppo il doppio gioco gettò il paese nella catastrofe dell’8 settembre e nella ferocia della guerra civile, provocando per due anni la divisione territoriale della nazione.
 
Castellano mentre firma. Alle sue spalle
il gen. Bedell-Smith

Il Feldmaresciallo
Albert Kesselring (1885-1960)
Le vicende legate all’armistizio sono complesse. Tra agosto e settembre 1943 Badoglio chiese agli Alleati, i quali respinsero la richiesta, di effettuare uno sbarco nei pressi di Roma per tutelare la capitale da eventuali rappresaglie tedesche (le forze di Kesselring erano massicciamente presenti intorno a Roma). Gli Alleati promisero soltanto un lancio di parà sulla città. Intanto, in previsione dell’armistizio, lo Stato Maggiore diramò istruzioni su come comportarsi in caso di attacco tedesco. Ma, come vedremo, la genericità delle disposizioni e l’inammissibile ritardo con cui venne diramato l’ordine di metterle in esecuzione provocarono, dopo l’annuncio dell’armistizio, lo sbandamento dell’esercito. La firma dell’armistizio avvenne il 3 settembre presso Siracusa, a Cassìbile, tra il generale Castellano e il generale Bedell Smith. Fu denominato “armistizio corto” (per distinguerlo da quello lungo stipulato il 29 settembre a Malta) perché i 12 punti in cui era articolato contenevano solo le clausole militari: l’Italia si impegnava a deporre le armi e a cessare la collaborazione con la Germania, nonché a mettere il territorio italiano liberato sotto amministrazione militare alleata e a consegnare flotta e aerei. Infine vi si prevedeva che l’annuncio dell’armistizio da parte alleata sarebbe stato dato sei ore prima di un’operazione anfibia da effettuarsi a sud di Roma (sarebbe avvenuta a Salerno il 9 settembre); subito dopo l’Italia avrebbe dovuto annunciare l’armistizio. Ma l’8 settembre Badoglio informò Eisenhower che la presenza dei tedeschi attorno Roma impediva l’effettuazione di quest’ultima clausola. Il generale americano rispose con durezza: comunicò unilateralmente il messaggio alle 16.30 tramite Radio New York e annullò il promesso lancio di paracadutisti sulla capitale. Sicché Badoglio fu costretto a dare il proprio annuncio verso le 19.45, con toni ambigui (si affermava che, nonostante l’armistizio con gli anglo americani, “le forze italiane di ogni luogo [hanno l’ordine di reagire] a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”), senza precisare cosa avrebbe dovuto fare l’esercito nei confronti delle truppe tedesche, e senza diramare ordini tempestivi ai comandi militari.
 
Il Messaggero del 9 settembre 1943
Nella notte la famiglia reale e il governo si trasferirono a Pescara e da lì a Brindisi che era già in mano alleata. Roma cadde in mano tedesca il 9 settembre, dopo un breve urto con la divisone Ariete comandata da Raffaele Cadorna. Contemporaneamente scattò il piano tedesco per l’occupazione del nord Italia. Lo stesso giorno vide la nascita a Roma dei Comitati nazionali di Liberazione che lanciarono l’appello per la lotta armata, sicché da questa data si è soliti far cominciare la Resistenza. Tra i primi episodi da ricordare vi furono i combattimenti di Porta San Paolo nella capitale: alla mancata difesa di Roma, si contrappose l’eroica resistenza di civili e soldati sbandati, che cercarono di opporsi all’entrata in città delle divisioni corrazzate tedesche.
 
Combattimenti di Porta San Paolo, 9-10 settembre 1943

Soldati italiani catturati dai tedeschi
dopo l'armistizio

L’evento più importante dopo l’armistizio fu comunque lo sbandamento dell’esercito che, privo di disposizioni, si liquefece come neve al sole: almeno 500.000 soldati furono fatti prigionieri dai tedeschi; oltre 150.000 accettarono di combattere per loro; alcuni si aggregarono in unità partigiane; altri nell’esercito del Corpo italiano di liberazione che, dopo il 13 novembre, quando il governo Badoglio si decise a dichiarare guerra alla Germania, combatté come “cobelligerante” a fianco degli Alleati (combatté fra l’altro a Mignano di Montelungo, in uno dei settori più difficili della linea Gustav, quello di Cassino, che sarà sfondato solo nel giugno del 1944); altri, infine, disertarono semplicemente. Il disfacimento dell’esercito italiano si accompagna a quello delle strutture statali. Il governo di Badoglio, in base all’armistizio di Malta, amministrò, sotto la vigilanza della Commissione Alleata di Controllo, solo la Puglia, mentre il resto del sud liberato fu retto dal Governo Militare Alleato fino allo sbarco di Anzio (22 gennaio 1944). Quest’ultimo evento, oltre alla liberazione di Napoli (1° ottobre 1943), consentì al governo e al re di trasferirsi a Salerno e di ampliare la propria giurisdizione, seppure sotto il controllo della ACC. Il disfacimento dell’esercito consentì ai tedeschi di agire liberamente nel nord Italia: qui essi, dopo aver liberato Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso (12 settembre 1943), faranno risorgere lo stato fascista, denominato Repubblica Sociale Italiana, con capitale Salò. Con l’occupazione tedesca iniziarono le durissime rappresaglie contro la popolazione per scardinare la Resistenza partigiana che stava sorgendo nelle regioni settentrionali (tra gli eventi più cruenti ricorderò quello di Sant’Anna di Stazzema, in Versilia, dell’agosto ’44, quello delle Fosse Ardeatine del marzo ’44, quello di Marzabotto, sull’Appennino bolognese, del settembre dello stesso anno). Un’altra nota conseguenza dell’8 settembre fu la disperata resistenza da parte di quelle truppe italiane che non vollero cedere le armi, i reparti più combattivi, quelli che si trovavano ancora fuori dai confini nazionali. Mi limito a menzionare quello dell’isola di Cefalonia del 22 settembre 1943, di cui tanto si è parlato negli anni della Presidenza Ciampi che ha avuto il merito di rivalutare l’evento come il primo episodio della Resistenza italiana: a Cefalonia vennero massacrati quasi 8000 uomini della divisone Acqui che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi.
 
La divisione della nazione: la "linea Gustav"


«L’elemento storico decisivo dell’8 settembre – ha scritto Galli della Loggia – [...] non sta nel fatto, ma nel come» (Ernesto Galli della Loggia, La morte della Patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1996, p. 18). È il come ad essere memorabile. Se infatti si escludono casi eccezionali, la cui eccezionalità conferma appunto che la regola fu un’altra, il dileguarsi di tutto e di tutti nel frangente dell’8 settembre testimonia «di un che di aleatorio, [...] di occasionale che starebbe alle fondamenta dell’edificio statale italiano» (Ivi, p. 15). La stessa cosa non è successa negli altri paesi che hanno subito sconfitte. Non è successa in Germania, ad esempio, la cui sconfitta è stata senz’altro più netta e più dolorosa di quella italiana, senza attenuanti e senza vie di mezzo, come quella del rango, già di per sé umiliante, di “cobelligeranti” cui ci relegarono gli anglo-americani dopo l’8 settembre. In Germania, nel momento del crollo militare, esercito e amministrazione mostrarono una grande capacità di padroneggiare gli eventi, di evitare che la sconfitta si trasformasse in un dileguarsi generale: e di ciò non si può dare merito al solo nazismo, ma soprattutto alla tenuta della compagine nazionale. Al contrario, in Italia ciò che accadde dopo quella fatidica data mostra «la crisi della nazione, la sua inettitudine a reggere le prove, la gracilità insospettata del vincolo di appartenenza comunitario, la forza irreprimibile [che hanno invece] gli egoismi e le viltà individuali» (Ivi, p. 12). Per questo secondo alcuni storici (Renzo De Felice, soprattutto, ma dopo di lui altri come Galli della Loggia ed Elena Aga-Rossi), con l’8 settembre, o meglio con tutti gli eventi del 1943, sarebbe venuto meno qualcosa di più del regime fascista: si sarebbe persa, con il crollo dell’unità del paese e della compagine statale, la fragile identità nazionale. (1 – continua)

sabato 27 luglio 2013

Settantesimo anniversario del 25 luglio 1943: seconda parte

Fine di una dittatura.
Dino Grandi e la seduta del Gran Consiglio del fascismo
(seconda e ultima parte)

Dino Grandi (primo a sx) ambasciatore a Londra

Ecco il piano di Grandi, che egli stesso giudicò “temerario”. Primo: convincere il re a deporre Mussolini, a nominare un primo ministro e un governo del tutto nuovi. Grandi pensava al Maresciallo Caviglia, perché non compromesso con il regime: “Caviglia, – scrisse Grandi nella già citata lunga annotazione di diario che verrà pubblicata nelle sue memorie – nemico personale di Badoglio, è il solo fra i grandi capi militari della prima guerra mondiale che non abbia fornicato col fascismo e dimostrato servilità al Duce”. Secondo: con il nuovo governo gli italiani, raccolti attorno al re, avrebbero dovuto rivolgere le armi contro la Germania: “Se vogliamo riacquistare le nostre libertà – prosegue Grandi - dobbiamo dimostrare agli anglo-americani che siamo pronti a pagare il prezzo, senza attendere che la libertà ci venga regalata dalla sconfitta. Sarebbe questa una libertà pagata a un duro prezzo. E allora? Allora è necessario, è indispensabile, è inevitabile che siamo noi a prendere l’iniziativa di guerra contro la Germania nazista, contro il nostro potente e prepotente alleato. […] Agli anglo-americani non dobbiamo domandare nulla, ma soltanto farli trovare improvvisamente di fronte allo spettacolo di una Italia che si difende colle armi in pugno contro quella che sarà l’inevitabile vendetta della Germania nazista. Come potranno gli Alleati continuare a combattere contro una Nazione che già per conto proprio ha preso a combattere contro il nemico comune, con in testa il suo Re attorno al quale si stringeranno tutti gli Italiani? Non vedo altra via di scampo, se non questa. L’Italia dovrà attraversare un nuovo e forse più doloroso Calvario. Questo sarà il prezzo del suo riscatto. […] questo piano – concludeva G. - è condizionato […] da tre presupposti: il coraggio della Monarchia; l’intelligenza degli Alleati; il patriottismo degli antifascisti. Si verificheranno questi presupposti e queste condizioni? Non lo so. Ma lo spero” (cit. in De Felice, op. cit., p. 1203: per il titolo dell’opera vedere il precedente post).
Mentre Grandi dimostrava con questi propositi di avere grande lucidità, Mussolini sembrava impotente; il re intrappolato nell’indecisione dagli scrupoli giuridici (era preoccupato di muoversi rispettando lo Statuto), dal timore di suscitare reazioni vendicative da parte della Germania, dal suo scetticismo che lo conduceva ad essere malfidato nei confronti di tutti, a non nutrire speranze per alcuna soluzione.
 
Maria Josè di Savoia (1906-2001)
Dopo i tracolli militari dell’Asse in Africa e in Russia, cominciò un vorticoso giro di rapporti tra Ciano, Bottai, Grandi e gli angloamericani, grazie alla mediazione di monsignor Montini e di Maria Josè, la consorte del principe ereditario Umberto. Tra gennaio e luglio 1943, in questi ambienti si sondarono diverse strade per far uscire l’Italia dalla guerra; Mussolini invece puntava sulla chiusura del fronte russo, al fine di potersi concentrare sul Mediterraneo. Solo dalla primavera del 1943 cominciò a prendere in considerazione l’uscita dell’Italia dal conflitto, ma, stando a quel che riferirono le persone a lui più vicine, confessò che gli sarebbe servito tempo per convincerne Hitler. I documenti riservati degli Affari Esteri, analizzati da De Felice, mostrano in effetti un Mussolini preoccupato, ma incapace di decidersi in un senso piuttosto che in un altro, assalito da continui e improvvisi cambiamenti di umore. Di fronte a questa situazione, che sembrava di ora in ora sempre più senza via di uscita, si fece strada l’idea che la soluzione fosse nell’esautorare il duce. Però tutti i personaggi del fascismo coinvolti nel percorso che portò alla seduta del Gran Consiglio del 25 luglio erano sfiduciati sulla possibilità di ottenere questo risultato; inoltre nessuno, eccetto Grandi, aveva chiarezza di idee su cosa occorresse fare poi. Se la seduta del Gran Consiglio ebbe l’esito che ebbe il merito fu di Grandi, “di un uomo cioè – ha scritto De Felice – del quale tutto si può dire salvo che mancasse di idee chiare e di decisione e di quel tanto di spregiudicatezza necessaria a mettere d’accordo e a far procedere insieme una serie di personaggi in gran parte sfiduciati” (R. De Felice, op. cit., p. 1227).
 
Vittorio Emanuele III (1869-1947)

Stando al Diario di Grandi, fu questi a proporre il piano al re in un’udienza riservata avuta con il sovrano il 4 giugno; il re approvò, ma pretese che vi fosse il parere favorevole di un organo costituzionale, come il Parlamento o al più il Gran Consiglio del fascismo: “io sono un re costituzionale […] deve essere il parlamento ad indicarmi la strada”, disse a Grandi nel colloquio. Più scettico invece si mostrò sulla possibilità di rivolgere le armi contro la Germania: egli voleva esautorare Mussolini e poi sottoscrivere una pace separata con gli anglo-americani. Di fronte alle perplessità di Grandi che contestava sia la pretesa di far decidere ad un organo costituzionale, sia la pace che avrebbe suscitato comunque la reazione vendicativa della Germania, il re rispose: “Ella si fidi del suo re e lavori a facilitarmi il compito mobilitando l’Assemblea legislativa e magari il Gran Consiglio come surrogato del Parlamento. […] Si fidi del suo re” (cit. in R. De Felice, op. cit., p. 1237). E chiese a Grandi di mantenere il più assoluto segreto su questo incontro. Grandi nel Diario annota che dopo il colloquio con il re uscì dal Quirinale parzialmente rinfrancato; ma allo stesso tempo preoccupato che il re potesse approfittare di quel silenzio che gli aveva chiesto per tergiversare, per non decidere o per mutare ancora idea (cfr. ibidem nota 1). Comunque tenne per sé il segreto del colloquio e partì per Bologna, dove attese l’evolversi degli eventi.
 
L'incontro di Mussolini e Hitler
nel luglio 1943
Ovviamente la situazione precipitò subito dopo lo sbarco in Sicilia degli anglo-americani: il 18 luglio, infatti, Grandi venne informato che alcuni gerarchi del fascismo avevano chiesto un’urgente convocazione del Gran Consiglio, perciò tornò a Roma. Mussolini il 19 ebbe un incontro inconcludente con Hitler a Feltre: vi era andato per ottenere lo sganciamento dell’Italia dalla Germania, così almeno raccontò il generale Ambrosio presente al meeting, ma Mussolini non riuscì neppure a prospettare la cosa a Hitler. I partecipanti raccontano di un Mussolini ammutolito dall’apprendere che proprio in quel giorno Roma veniva pesantemente bombardata dagli Alleati. Fatto sta che perse un’occasione storica per porre fine alle sofferenze dell’Italia. Poi il 22 accettò di convocare il Gran Consiglio per il 24 luglio alle ore 17. Si è molto discusso in sede storiografica sul perché Mussolini abbia accettato di firmare la convocazione, se fosse o meno consapevole dei rischi che stavano correndo lui e il fascismo. Tanto più che alcune fonti fanno pensare che conoscesse il contenuto dell’odg che Grandi avrebbe presentato (lo dice, ad esempio, Grandi stesso nel suo Diario). Perché allora convocarlo? Perché non dare ascolto a chi lo metteva in guardia e cercava di dissuaderlo dall’accettare l’incontro (cercarono di fargli cambiare idea Suardo, presidente del Senato, Farinacci, Cianetti, la stessa moglie Rachele)?
Il pesante bombardamento del quartiere San Lorenzo di Roma, il 19 luglio 1943
La risposta sta forse nel fatto che M. non attribuiva grande importanza al Consiglio (che aveva anche un profilo istituzionale molto impreciso, organo più consultivo che deliberativo), e che anzi la riunione per lui sarebbe servita per dare soddisfazione ai richiedenti e tacitare i più irrequieti, per “guardarli negli occhi e metterli in riga”, come disse alla moglie. E a Suardo, che poco prima della seduta cercò di metterlo in guardia, disse: “voi siete catastrofico, Suardo, sarà una riunione informativa” (cit. in R. De Felice, op. cit., pp. 1347-1348). Che non prevedesse una seduta lunga e accalorata lo dimostra il fatto che alla sua segreteria particolare lasciò l’ordine di mettere in calendario, per la serata, la solita udienza con Ambrosio (Capo di Stato Maggiore Generale) per fare il punto sulla situazione militare. Del resto nei giorni tra il 19 e il 25 il re non aveva preso decisioni significative: il 22 Vittorio Emanuele III aveva avuto un incontro con Mussolini, ma non gli aveva comunicato nulla di significativo. Piuttosto fu il duce a chiedere al sovrano due mesi di tempo prima di prendere decisioni radicali (di cosa parlava? Di una pace separata? Di uno sganciamento dalla Germania?) e il re glieli concesse: cosa che spiega come mai Mussolini si fidasse del sovrano e non temesse le deliberazioni del Gran Consiglio; cosa che spiega anche come mai si sarebbe di nuovo recato tranquillamente da Vittorio Emanuele dopo la seduta del Gran Consiglio.
 
Pagina del verbale della seduta del GC del fascismo
con l'odg Grandi (ringrazio per le immagini
dei documenti il sito instoria.it)
La riunione fu convocata ufficialmente per discutere la gravissima situazione militare. Essa cominciò, alle 17 del 24 luglio 1943 (la ricostruzione dei complessi retroscena che portarono al 25 luglio è in R. De Felice, op. cit., pp. 1246-1362; la narrazione della seduta è alle pp. 1362-1383), con la relazione introduttiva di Mussolini che affermò la necessità di rispettare il patto con la Germania; seguì la presentazione delle mozioni. Quella di Grandi chiedeva il ripristino delle funzioni statali e del normale ordine costituzionale, con la consegna al re del comando delle Forze Armate, come stabiliva l’art. 5 dello Statuto che assegnava al sovrano questo potere. Farinacci presentò una mozione che egli descrisse come alternativa a quella di Grandi, ma che nella sostanza diceva le stesse cose: ripristino dei poteri del re. Infine Carlo Scorza presentò un odg di sostegno a Mussolini.

Le firme dei membri del GC in calce al verbale
La discussione che seguì fu surreale: Mussolini si difese, anche con forza, senza rinunciare alla sua abilità dialettica (disse ad un certo punto, quasi a voler rivolgere un ricatto ai gerarchi: “Signori, attenzione! L’odg Grandi può porre in gioco l’esistenza del regime. Signori, vi siete prospettata questa ipotesi?”), ma nel complesso lasciò che gli umori dei gerarchi si sfogassero, sicuro di avere dalla sua parte re ed esercito. La maggioranza dei membri parlò a favore dell’odg Grandi, giustificando la scelta come un favore verso Mussolini, poiché così lo si sarebbe sgravato delle difficili decisioni che si sarebbero dovute assumere e si metteva la patata bollente nelle mani della monarchia. Grandi stesso presentò la propria iniziativa come un modo per tirar fuori il duce dai pasticci, anzi lo elogiò per tutto quel che aveva fatto fino a quel momento. Nessuno, a parte Grandi, sembrava rendersi conto di quanto gravi sarebbero state le conseguenze di quell’odg. Fu Mussolini stesso a volere che si votasse per primo l’odg di Grandi: erano ormai le due e mezzo della notte. La votazione diede 19 voti favorevoli (tra i quali, oltre a Grandi, i più noti furono Giuseppe Bottai, Cesare Maria De Vecchi, Galeazzo Ciano, Luigi Federzoni, Giacomo Acerbo, Dino Alfieri, Emilio De Bono, Edmondo Rossoni), 8 contrari (tra cui Carlo Scorza, Farinacci, Buffarini-Guidi), 1 astenuto (Giacomo Suardo). A quel punto Mussolini ritenne che fosse superfluo votare gli altri due odg, sicché, alle 2.40 del 25 luglio, dichiarò conclusa la seduta.

Il proclama di Badoglio
Il Corriere della sera del 26 luglio 1943
La giornata del 25 luglio passò senza che trapelasse alcuna notizia. Alle 16 Mussolini, come ho già detto, si recò dal re con in mano l’esito della votazione e la legge istitutiva del Gran Consiglio, la quale stabiliva che tale organo era solo consultivo. Ma il re stavolta fu risoluto: gli comunicò di averlo sostituito con il maresciallo Pietro Badoglio e subito dopo lo fece arrestare. Solo alle 22.45 fu data la notizia, con comunicato ufficiale, cui seguì il famoso discorso radiofonico di Badoglio, nel quale il maresciallo diceva: “la guerra continua a fianco dell’alleato germanico”. Dopo la costituzione della Rsi, furono condannati a morte tutti i membri del Gran Consiglio che avevano votato l’odg Grandi, tranne Tullio Cianetti che il giorno successivo alla fatale seduta aveva scritto a Mussolini per ritrattare il suo voto (Cianetti fu condannato a 30 anni di reclusione). Ben 13 dei votanti si erano messi in salvo per lo più espatriando, sicché il processo di Verona che comminò le pene (gennaio 1944) emise le sentenze in contumacia. La pena capitale venne eseguita solo per 5 persone: Ciano, De Bono, Giovanni Marinelli, Carluccio Pareschi, Luciano Gottardi. Grandi si era messo in salvo in Spagna già all’inizio di agosto, poi si trasferì in Portogallo dove visse fino al 1948. Tornò in Italia negli anni Sessanta per aprire una fattoria nei pressi di Modena. Morirà a 93 anni, nel 1988.


Lo storico evento del 25 luglio aveva finalmente messo fine al regime fascista, ma non aveva sfilato l’Italia dalla guerra contro gli anglo-americani, come sperato da Grandi. Altre tragedie sarebbero occorse alla nazione fino al termine del conflitto, a cominciare da quell’8 settembre (l’armistizio), di cui, sempre quest’anno, ricorre il settantesimo anniversario. Di quest’altra data, importante e tragica, della storia d’Italia scriverò a suo tempo. Intanto vorrei concludere quanto abbiamo visto in questi due post dedicati al 25 luglio e a Grandi. Il piano architettato da questi era realistico e irrealistico allo stesso tempo, come ha scritto De Felice. Era realistico dal punto di vista politico, poiché l’unico modo per evitare le conseguenze della “resa incondizionata” era quello di capovolgere la situazione, rompendo l’alleanza con la Germania e schierando un’Italia in armi dalla parte degli Alleati. Sono molti i documenti che attestano come vi fosse, sia da parte americana sia da parte inglese, non solo la volontà di applicare all’Italia il principio della resa con “una certa elasticità” (parole di Churchill), qualora il re avesse deciso di schierarsi con l’Alleanza; ma anche una certa aspettativa sul fatto che l’Italia fosse sul punto di compiere questo passo. Era un piano temerario, come riconobbe Churchill nel 1950 (cfr. R. De Felice, op. cit., pp. 1203-1204), ma il solo che “poteva essere tentato”.
Il Processo di Verona. Da sx: De Bono (con le mani sul viso), Pareschi, Ciano, Gottardi, Marinelli, Cianetti


Era irrealistico, invece, sul piano militare: con quali forze concrete operare quel capovolgimento? Era assurdo pensare che l’esercito fosse pronto a compiere questa pericolosa azione, “nello stato d’animo di scoramento e di stanchezza che ormai caratterizzava larga parte della truppa e ancor più degli ufficiali e dopo due anni e più di guerra bene o male combattuta al fianco dei tedeschi” (R. De Felice, op. cit., p. 1203). Che potesse venire dalla società stessa, dai civili una reazione orgogliosa e massiccia era altrettanto impensabile: la popolazione era stremata dalla guerra e soprattutto sbandata, lasciata a se stessa, senza guida politica alcuna. Non c’era un De Gaulle, in Italia, capace di mobilitare l’intera nazione, al di là delle appartenenze ideologiche, contro il fascismo. Di lì a qualche settimana, inoltre, la penisola sarebbe stata spaccata in due dalla doppia occupazione: i tedeschi al centro-nord, fino alla linea Gustav (Termoli-Gaeta); al sud di Cassino gli Alleati, che risalirono l’Italia con lentezza ed estrema fatica. A chi rivolgersi, allora, per realizzare il “piano temerario” anche dal punto di vista militare? Veniamo qui alla “piccola parte di verità” cui accennavo all’inizio del precedente post: la Resistenza. Essa sorse nel nord Italia solo dopo l’armistizio (8 settembre), non prima. Gli uomini che vi presero parte furono degli eroi, ai quali va tributato il massimo onore: essi decisero di immolarsi combattendo per la libertà della patria, sognando un mondo migliore e più giusto. Tuttavia furono pochi. Non un popolo in armi, non una rivoluzione civile capace di coinvolgere le masse, come accadde altrove (in Francia, in Jugoslavia, in Cina). Fu un movimento molto, molto minoritario il cui peso militare non era neppure determinabile nell’estate del 1943. Solo in seguito, verso la fine del 1944, sarebbe stato di un certo rilievo: ma mai in grado, da solo, di scacciare dall’intera penisola gli occupatori nazisti e i loro alleati della Rsi.


Questo è appunto il problematico avvio della nostra storia repubblicana: gli italiani, fino a qualche anno prima soggiogati dalla dittatura o convinti sostenitori di essa, nel turbine degli eventi del 1943 reagirono in massa con timore, rassegnazione, egoismo; molti si limitarono a non fare nulla, restarono alla finestra in attesa degli eventi, cercando di mettersi disperatamente in salvo (il “tutti a casa” di Alberto Sordi, ricordiamo?). Costituirono quella “lunga zona grigia” di cui parla De Felice nell’ultimo volume della sua opera, nonché nel libro intervista Rosso e nero (a cura di Pasquale Chessa, Milano, Baldini&Castoldi, 1995). Solo pochi, pochissimi presero una decisione coraggiosa: da un lato i partigiani (che si schierarono dalla parte giusta), dall’altra i volontari “repubblichini” (che scelsero la causa sbagliata, ma scelsero). Troppo pochi i primi per rendere pienamente realistico il piano di Grandi. Troppi i secondi per evitare la guerra civile: che infatti vi fu.


Resta da valutare la figura di Grandi. Un uomo dalle mille contraddizioni, non c’è dubbio. Ma ebbe la forza di pensare con la propria testa in un momento tragico per la nazione, un momento in cui quasi tutti gli altri attori importanti persero la testa o non la usarono con lucidità. Mancò a Grandi, semmai, la capacità (e forse anche la volontà) di tradurre il pensiero in azione: si mise in salvo, anche lui, quando avrebbe potuto impugnare le armi. Si comportò, insomma, come la maggioranza degli italiani. Peccato. come Mussolini a Feltre, Grandi mancò l’appuntamento con la svolta storica che, pure, egli stesso aveva contribuito a creare. (2-fine)

giovedì 25 luglio 2013

Settantesimo anniversario del 25 luglio 1943

Fine di una dittatura.
Dino Grandi e la seduta del Gran Consiglio del fascismo
(prima parte)

La seduta del 24-25 luglio 1943 del Gran Consiglio del fascismo

Oggi è il 70° anniversario della seduta del Gran Consiglio del fascismo che depose Mussolini e pose fine alla dittatura. Per questo dedicherò due post ad uno degli avvenimenti più importanti della nostra storia contemporanea. Negli anni Sessanta e Settanta schiere di giovani studenti sono stati indottrinati, insegnando loro che il fascismo è caduto grazie alla lotta del popolo guidata dai partigiani. Una rivoluzione, quindi, avrebbe sconfitto e abbattuto il regime, poiché, come si spiegava allora nei licei, il popolo italiano era del tutto avverso al fascismo, e aveva subito la dittatura per vent’anni senza mai accettarla, piegando la testa per necessità davanti alla spietata violenza del regime.

Lo storico Renzo De Felice (1929-1996)

Era questa la cosiddetta “vulgata dell’antifascismo” che conteneva solo una piccola parte di verità, come vedremo al termine di queste due puntate. Oggi questa “verità convenzionale” è stata messa in discussione e, contro essa, è stata fatta valere la forza inoppugnabile dei fatti. Merito principale di questa operazione (che alcuni hanno voluto chiamare, spregiativamente, “revisionista”) va a Renzo De Felice e alla sua monumentale biografia su Mussolini (vedi nota 1), pubblicata tra gli anni Sessanta (in un’epoca in cui il clima politico gli era fortemente avverso) e i Novanta (quando ormai anche i suoi più irriducibili nemici, come Nicola Tranfaglia, cominciavano ad ammettere la fondatezza degli argomenti di De Felice). Su di essa baserò la narrazione che segue, in specie sul volume IV-1, intitolato Mussolini l’alleato. L’Italia in guerra (1940-1943), e in modo particolare sul secondo tomo di questo, a cui De Felice attribuì il significativo titolo Crisi e agonia del regime (Torino, Einaudi, 1996).



Non mi soffermerò, quindi, sullo sbarco degli Alleati in Sicilia (10 luglio 1943), evento al quale si deve la crisi conclusiva del fascismo: non tanto perché non si tratti di questione importante, poiché lo è, dal momento che da esso arrivò in effetti la fine della dittatura. Non lo tratterò, perché oggi ricordiamo il 25 luglio 1943, quando Mussolini venne deposto, avvenimento che fu senz’altro provocato dallo sbarco alleato, ma che ebbe comunque una sua dinamica autonoma, un suo perché e un suo come. È su questi aspetti che mi soffermerò, a cominciare dall’uomo che tramò contro il duce: Dino Grandi.





Il piano alleato per lo sbarco in Sicilia (operazione Husky)


Com’è noto, infatti, la deposizione del dittatore si dovette alla votazione, da parte della maggioranza dei membri del Gran Consiglio, dell’ordine del giorno Grandi. Perciò il personaggio e le motivazioni che lo spinsero a quel passo costituiscono fonte di interesse per lo storico che voglia capire come si arrivò al voto del fatidico giorno.
La vicenda personale di Dino Grandi (1895-1988) è inoltre utile per comprendere quella peculiarità del fascismo che la Arendt definì “totalitarismo imperfetto”. Uomini come Grandi, infatti, erano ben lontani dall’essere succubi devoti al leader; egli, come altri fascisti del resto, covò contro Mussolini un sordo ma motivato dissenso, il quale era aumentato mano a mano che l’edificio della dittatura era stato portato a termine.





Dino Grandi (1895-1988)

Alla vigilia della prima guerra mondiale, Grandi (avvocato di professione) fu vicino al Psi: così conobbe Mussolini, che era ancora su posizioni socialiste-rivoluzionarie, con cui approfondì l’amicizia negli anni dell’interventismo. Dopo la guerra, a cui partecipò, Grandi aderì al fascismo, anzi fu tra i fondatori dei fasci emiliani tra il 1920 e il 1921, molto vicino alle posizioni dello squadrismo più facinoroso: nel giugno 1921 guidò l’assalto al circolo socialista “Andrea Costa” di Imola; l’anno dopo guidò 2000 camicie nere all’occupazione di Ravenna. Il suo prestigio crebbe così tanto all’interno del movimento fascista che prima del congresso del Pnf del novembre 1921, tenuto a Roma, egli fu il potenziale avversario e sostituto di Mussolini alla guida del partito. Suo punto di forza, in quel momento, era l’avversione al progetto di Mussolini di realizzare un patto di pacificazione e collaborazione con i socialisti. Nel corso del congresso di Roma, Grandi accettò la subordinazione al capo in cambio della cancellazione di questa proposta.


Grandi ambasciatore a Londra: qui
con il segretario di Stato britannico
John Simon

Malgrado l’impetuoso avvio, con il tempo Grandi divenne l’anima moderata del fascismo, insieme a Bottai, Balbo e Federzoni; mentre Starace, Farinacci e De Bono ne rappresentarono l’anima più populista e manesca. E infatti dopo il 1922 Grandi ricoprì incarichi nei quali servivano moderazione, diplomazia, buone maniere: sottosegretario all’interno e agli esteri dal 1924 al 1929, ministro degli esteri dal 1929 al 1932, ambasciatore a Londra dal ’32 al ’39, successivamente ministro della giustizia e infine presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni. La rete consolare da lui creata, capillare ed efficiente, è ancora in parte esistente, inoltre lo spirito con cui svolse l’incarico di ministro degli esteri fu di moderazione e di collaborazione con le altre nazioni. In tal modo contribuì non solo ad accrescere il prestigio internazionale dell’Italia, ma soprattutto a rendere affidabile la politica estera italiana, malgrado i proclami aggressivi del duce. Nelle relazioni con Francia e Inghilterra lasciò persino trapelare che l’Italia sarebbe stata disponibile a discutere del disarmo. Fu questo che obbligò Mussolini a prestare attenzione al comportamento del suo ministro degli esteri, del quale temeva il prestigio, come in passato ne aveva temuto la reputazione all’interno del partito. Sicché lo rimosse dal ministero e lo spedì a Londra: promoveatur ut amoveatur. Qui, come ambasciatore, cercò di convincere la classe dirigente britannica ad avvicinarsi all’Italia e a prendere in considerazione una possibile alleanza. Trovò udienza in Churchill, allora ancora ben disposto verso il fascismo, ma quando Mussolini sottoscrisse l’Asse (1936) la sua iniziativa venne stroncata.
Achille Starace (1889-1945)
Rimase sempre un po’ distaccato e in conflitto con la classe dirigente fascista che egli reputava provinciale, poco raffinata, populista e un po’ ruffiana: egli amava invece l’indipendenza di giudizio e la raffinatezza dei modi, vantava amicizie altolocate all’estero (solo Ciano, divenuto ministro degli esteri nel 1936, poteva vantare uguali relazioni), simpatie all’interno della monarchia (Vittorio Emanuele III lo nominò conte di Mordano e gli conferì anche il Collare dell’Annunziata, con la conseguenza di diventare “cugino del re”). In particolare Grandi detestava personaggi come Achille Starace (nominato segretario del Pnf nel 1931), ideatore delle più goffe campagne propagandistiche del regime (l’italianizzazione dei cognomi, il saluto romano a 170°; il “voi” al posto del “lei”, l’obbligatorietà della divisa il sabato – il sabato fascista, le manifestazioni ginniche con il salto nel cerchio di fuoco, l’uso di espressioni liturgiche come “granitico blocco”, “adunate oceaniche”, le scritte con slogan fascisti sulle facciate delle case, l’uso dell’orbace…). Di Starace, Grandi diceva che era il prototipo dello “stupido in orbace”, in fondo non cattivo, ma un “pover’ uomo”. Rappresentava l’idiota obbediente, devoto al duce fino a diventare ridicolo. Alle perfidie di Grandi, una volta pare che Mussolini abbia risposto: “è vero, Starace è un cretino, ma è obbediente”. Mentre Grandi era spesso insubordinato. In effetti pare avere confidato a Ciano, nel 1942: “Non so come ho fatto a contrabbandarmi per fascista per vent’anni”.
 
Galeazzo Ciano (1903-1944), genero di
Mussolini, più volte ambasciatore
e ministro

Per Grandi fedeltà non era sinonimo di obbedienza: “non ho mai considerato Mussolini – scrisse nelle sue memorie– come un essere cui mi sentivo legato da obblighi di fedeltà personale e cieca […]. Non è stato per me, mai, altro che uno strumento di bene, o di male, per il paese. È al paese, non a lui, cui sentivo il dovere di essere fedele” (D. Grandi, Il mio paese. Ricordi autobiografici, a cura di R. De Felice, Bologna, Il Mulino, 1985, p. 381, cit. in R. De Felice, op. cit., p. 1230). Sicché assunse sempre posizioni decise autonomamente e solo in qualche caso coincidenti con quelle di Mussolini e del fascismo. Dall’epoca del suo impegno come ambasciatore a Londra, cominciò a ritenere il fascismo un fenomeno transitorio, manifestò scarso interesse per le fumisterie ideologiche, a cominciare dal corporativismo, prese ad ammirare l’Inghilterra, cominciò a non scoprirsi troppo, a rimanere appartato il più possibile a non confondersi con gli altri gerarchi: cose che non lo rendevano simpatico. Ciano era invidioso di lui e delle sue entrature internazionali; Bottai gli rimproverava di non sbilanciarsi mai e di essere aristocratico e anglofilo; Farinacci di essere un doppiogiochista; Mussolini di non essere obbediente e di essere poco affidabile come fascista. Con alcuni di costoro, ad esempio Bottai e Ciano, entrò in sintonia dopo lo scoppio della guerra, perché come lui diventarono contrari alla partecipazione italiana al conflitto.
 
Giuseppe Bottai (1895-1959), anche lui
più volte ministro
Tutto ciò è importante per capire il comportamento di Grandi dal 1942 al 1943. Nel ’42, appunto, confidò a Ciano e a Bottai che occorreva scindere il fascismo, ma soprattutto l’Italia, dalla figura del duce e dagli errori del regime. Secondo lui, occorreva riconoscere il fallimento della dittatura, e quindi effettuare un vero e proprio “suicidio” per salvare la nazione. Scrisse nel suo diario un paio di mesi prima del 25 luglio: “Siamo noi che, indipendentemente dal nemico, dobbiamo dimostrarci capaci di riconquistare le nostre perdute libertà. […] Mussolini, la dittatura, il fascismo devono sacrificarsi, cedere il posto ad una nuova classe dirigente. Debbono ‘suicidarsi’ dimostrando con questo sacrificio il loro amore per la Nazione” (cit. in R. De Felice, op. cit., 1201). Grandi sapeva che gli anglo-americani, avendo stabilito a Casablanca, nel gennaio 1943, il principio della “resa incondizionata”, non sarebbero stati clementi con l’Italia, ma nelle loro dichiarazioni ufficiali gli Alleati dicevano di non essere nemici del popolo italiano, bensì solo della dittatura fascista. “Questa, si capisce, è mera propaganda di guerra – annotò alla data del 20 maggio ’43 – […]. Ma noi dobbiamo fare finta di credere ai discorsi di Churchill e di Roosevelt ed operare noi, da soli, come atto di volontà nostra, il chirurgico distacco del regime di dittatura dalla Nazione”. Grandi era consapevole delle difficoltà che un simile progetto avrebbe incontrato, e infatti, proseguendo la sua lunga annotazione, scrisse: “Come può in pratica avvenire tutto ciò? Mussolini non cederà mai il suo posto di comando”. Perciò occorreva un piano, magari temerario ma inevitabile, se si voleva salvare l’Italia. Il piano e la sua realizzazione saranno l’argomento del prossimo post. (1-continua)


1) La biografia di De Felice su Mussolini si compone dei seguenti volumi, tutti editi da Einaudi: vol. I: Mussolini il rivoluzionario (1883-1920); vol. II: Mussolini il Fascista, suddiviso in: vol. II-1: La conquista del potere (1921-1925), vol. II-2: L’organizzazione dello Stato fascista (1925-1929); vol. III: Mussolini il duce, suddiviso in: vol. III-1: Gli anni del consenso 1929-1936, vol. III-2: Lo Stato totalitario 1936-1940; vol. IV: Mussolini l’alleato, suddiviso in: vol. IV-1: L’Italia in guerra 1940-1943 (diviso, a sua volta, in due tomi: Dalla guerra breve alla guerra lunga; Crisi e agonia del regime); vol. IV-2: La guerra civile 1943-1945. Il primo volume fu pubblicato nel 1965, l’ultimo, postumo, nel 1997.


L'ultimo volume della biografia defeliciana
su Mussolini: pubblicato postumo,
si intitola La guerra civile 1943-1945