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domenica 25 agosto 2013

Social media e leadership politica

Si può governare con Twitter?




Nel precedente post mi chiedevo se è possibile governare il mondo con Twitter. Oggi proverò a dare una prima risposta, ma la questione meriterà in futuro altri interventi e nuove riflessioni. Del resto, chi mi segue sa che al rapporto tra media, politica e cultura ho già dedicato ampio spazio in passato.


Circa un anno fa, il columnist del New York Times Thomas Friedman scrisse un editoriale molto illuminante per la comprensione del rapporto tra social network e politica: The Rise of Popularism (New York Times, 23 giugno 2012). Eppure l’articolo non ha goduto di grande attenzione in Europa, o perlomeno non ne ha goduto in Italia: che sappia io, nel nostro Paese è stato ricordato di recente solo da Federico Mello sull’Huffingtonpost (F. Mello, Con Twitter non si governa un Paese, Huffingtonpost, 25 luglio 2013), grazie al quale sono venuto a conoscenza dell’editoriale in questione.
 
Thomas Friedman
Friedman si chiede come mai in Europa (ma anche negli Usa) non ci sia una leadership politica capace di ispirare e preparare le popolazioni alle sfide che le attendono. Egli individua due ragioni: una tecnologica e una generazionale. Riguardo a quest’ultima l’osservazione dell’autore è perentoria ma realistica: siamo passati da una generazione che credeva nel futuro e che, quindi, ha risparmiato per poter investire (è la generazione di chi è vissuto durante la guerra), ad una generazione (quella del baby boom) che ha preferito prendere i soldi in prestito per spenderli subito, poiché, evidentemente, non aveva fiducia nel futuro. Friedman porta l’esempio del confronto tra George Bush padre e George Bush figlio: il primo si è temprato nel corso della seconda guerra mondiale per la quale partì volontario subito dopo Pearl Harbour, e completò la sua formazione di leader durante la guerra fredda, quando occorrevano determinazione e fermezza, quando non si potevano prendere decisioni ascoltando i sondaggi. Bush senior, ad esempio, come Presidente alzò le tasse, malgrado l’opposizione del ceto medio, perché gli Stati Uniti avevano una guerra da affrontare (quella del Golfo) e la prudenza, non i sondaggi d’opinione, richiedevano quella scelta. Bush figlio, nato e vissuto nell’epoca della pace e del benessere, non ebbe lo stesso tirocinio paterno ed era più incline ad ascoltare la voce dei sondaggi. Sicché tagliò le tasse nel bel mezzo non di una, ma di due guerre: quella in Afghanistan e quella in Iraq.



Collegata a quella generazionale, come vedremo, è la spiegazione tecnologica fornita da Friedman. Il columnist si chiede, sulla scia della legge di Gordon Moore (cofondatore di Intel il quale, nel 1965, affermò che la potenza di elaborazione di un singolo microchip sarebbe raddoppiata ogni 18-24 mesi), se le capacità di guida politica delle leadership non si riducano ogni 100 milioni di nuovi utenti che si iscrivono a Facebook e Twitter. Indubbiamente la diffusione dei social media ha molti aspetti positivi: più innovazione, più trasparenza, più partecipazione. Ma, si chiede ancora Friedman, è possibile che si sia prodotta troppa partecipazione? È possibile che i leader politici, a forza di stare sempre in ascolto delle voci e delle tendenze che si sviluppano in Rete ogni istante, rimangano prigionieri di esse e perdano la capacità di dirigere, di suscitare, e soprattutto di decidere?
 
Paparazzi...
In effetti, scrive Friedman, in Occidente, specie in Europa, sembra essersi sviluppata una über-ideologia denominata “popolarismo”. Essa consiste in primo luogo nel mostrarsi aggiornati sulle tendenze, sui sondaggi, sulle mode della Rete, e in secondo luogo nel cercare di assecondarle e di seguirle. Anche Mitt Romney e Barak Obama, durante la campagna elettorale del 2012, persero molto tempo a “mitragliarsi a vicenda” di tweet, cercando di apparire più informati dell’avversario su ciò che si diceva in Rete, senza proporre una nuova idea per affrontare i seri problemi del momento. Non solo. Visto che grazie agli smart phone ogni oscuro individuo del pianeta può improvvisarsi paparazzo, reporter, opinion maker, tutti i personaggi pubblici sono fortemente esposti al rischio di venir colti in fallo per un nonnulla e di essere ridicolizzati in Rete. Alexander Downer, ex primo ministro australiano, confidò a Friedman che è proprio questo che “sta rendendo sempre più difficile” per i dirigenti “prendere decisioni sensate e coraggiose”. La vita pubblica, per molti potenziali leader, è diventata qualcosa da fuggire a tutti i costi: come accadde nel III secolo d. C. nella società romana, quando il patriziato preferì fuggire dalle città, diventate difficili da governare, in preda a plebi volubili e a clientes costosi. Cominciò così la decadenza dell’Impero.

Per queste ragioni, conclude Friedman, anziché dire la verità sulla realtà che stiamo vivendo, i leader di oggi preferiscono soddisfare le aspettative attuali del pubblico: quest’ultimo vorrebbe lavorare e pagare di meno, ma consumare e spassarsela di più; la realtà, invece, richiederebbe investimenti sul futuro che comportano più fatica, più studio, più ingegno e meno narcisismo, se si vuole tenere il passo dei tempi. I leader dovrebbero dire la verità su questo, ma ciò richiederebbe straordinaria capacità di comando e anche disponibilità ad assumere decisioni impopolari.

Veniamo qui al punto da cui sono partito: si può governare il mondo con Twitter? La mia risposta è perlomeno problematica: sì, se i leader fossero capaci, dopo essere stati informati (anche) dalla Rete riguardo al volere popolare, di prendere decisioni autonome ed anche dolorose per risolvere i problemi; no, se essi scambiamo quella volontà per le soluzioni dei problemi. Anzi, in questo secondo caso Twitter (come ogni altro strumento di Internet) rischia di essere controproducente: il mondo, specie quello occidentale, ha bisogno di decisioni affinché nel futuro i nostri figli possano vivere bene, almeno come noi abbiamo vissuto; non ha bisogno, invece, di inseguire le fluttuazioni inconcludenti e narcisistiche del “popolarismo”. Chi sceglie di fare il leader deve saper guidare e saper decidere. Non cercare di essere popolare.
 
Evidenziato in blu il periodo del baby boom negli Usa


La questione generazionale e quella tecnologica mi sembrano collegate. I baby boomers, nati tra il 1945 e l’inizio degli anni Sessanta, hanno occupato e tuttora occupano ruoli di responsabilità, nonché posti di lavoro tutelati e spesso ben remunerati, grazie ai quali hanno potuto condurre un’esistenza sufficientemente sicura nella stragrande maggioranza dei casi, benestante o ricca in altri. In genere si tratta di posizioni conquistate con duro studio e lavoro, non dimentichiamo che chi ha oggi tra i 50 e i 70 anni costituisce nel mondo occidentale la prima generazione del secondo dopoguerra interamente (o quasi) scolarizzata. La formazione scolastica fu caotica, ma dura e ancora severa in molti casi. Lo stesso lavoro è stato ottenuto attraverso percorsi selettivi talvolta faticosi e persino costosi: permanenze fuori casa per anni, a proprie spese, pendolarismo, mancanza o insufficienza di servizi pubblici. Alla fine, però, studio e lavoro, affrontati con la fiducia in un futuro migliore, hanno prodotto risultati soddisfacenti. Perché i baby boomers dovrebbero abbandonare questi traguardi? Perciò chi governa, spesso appartenente alla medesima generazione, preferisce blandire costoro, piuttosto che chiedergli sacrifici per i loro figli. Dovrebbero essere i leader, invece, a far capire che i giovani di oggi rischiano domani di non avere lo stesso tenore di vita dei padri, poiché le risorse dell’Occidente si stanno riducendo a vantaggio di altre regioni del mondo. Così, narcisismo, debolezza e tecnologia si sono alleati per produrre l’irresponsabilità delle leadership politiche.
 
Riccardo Puglisi

Probabilmente la recente proposta avanzata, proprio su Twitter, dal giovane economista Riccardo Puglisi, ha un valore puramente provocatorio. Egli sostiene che in Italia occorra “rottamare” la generazione dei “sessantottini”, grosso modo coincidente con i nostri baby boomers. Io stesso, sebbene nato al limite di quell’epoca e sebbene fossi ancora fanciullo durante la contestazione giovanile, non ho accolto di buon grado la provocazione, figuriamoci chi ha qualche più di me. Eppure, devo riconoscere qualche ragione a Puglisi: forse quella della rottamazione è un’immagine troppo forte, ma è pur vero che se vogliamo continuare a sperare nel futuro dobbiamo lasciare un po’ di spazio alle idee dei giovani. Purché non abbiamo appreso dai loro padri ad inseguire le Trending Topic mondiali: se vogliono davvero governare devono imparare a farlo con coraggio, non tallonando l’omologazione. Perché, come ha scritto Friedman nell’articolo di cui ho riferito, se tutti stanno seguendo, se ognuno è follower di qualcun altro, chi si sobbarca l’onere di condurre?


martedì 13 agosto 2013

Social network tra insulti e minacce

La convivenza civile ai tempi di Twitter

Sono rimasto lontano da Tersite per molto tempo. Impegni personali, qualche giorno di vacanza “totale” e un po’ di stanchezza ne sono state le cause. Ma ora sono tornato, pronto a raccontare e a spiegare ciò che vedo, nel modo in cui lo vedo. Sempre dalla periferia del mondo.



Dalla periferia del mondo, racconto un’altra storia vera, accadutami qualche giorno fa, alla fine del mese scorso. Da un po’ di tempo, simpatizzanti e militanti del M5S twittavano messaggi minacciosi: con l’hastag “lautunnoèvicino”, sostenevano che “è arrivato il momento di preparare gli elmetti”; “ne resterà soltanto uno dopo che avremo fatto piazza pulita”; “il M5S sbarcherà in Tv interrompendo la disinformazione ai più”; “lotta dura senza paura”; “li vedremo proprio bruciare”; “se la stanno proprio cercando”; “martiri cercasi per fomentare sommossa popolare”; “sarà un piacere andare a Roma quando Grillo chiamerà”. Il tutto spesso condito da parolacce e insulti verso questo o quel politico (vedere gli screenshot qui sotto).



























Quanto sto dicendo è facilmente verificabile da chiunque: basta entrare in Twitter, cercare l’hastag #lautunnoèvicino e godersi la lettura. Come è già accaduto per altri episodi, la Rete si è mobilitata in questo modo a seguito della provocazione di Grillo che il 27 luglio scorso ha messo on line su Youtube un audio messaggio intitolato Grillo, la fine del Parlamento e della Costituzione. In esso, il pacato comico-politico critica il “decreto del fare”, critica la volontà della maggioranza di modificare l’art. 138 della Costituzione e termina dicendo, con crescendo di voce: “l’autunno è vicino, è molto vicino”.
 
Il messaggio audio di Grillo postato su Youtube
A scanso di equivoci, dico subito che tutto è criticabile in politica: il decreto del fare non convince del tutto neppure me; così come non mi va bene che si voglia cambiare la Costituzione proprio ora, con questo Parlamento privo di equilibrio, oltre tutto emerso da una competizione elettorale poco rappresentativa (svolta con il “Porcellum” e con l’astensionismo più elevato della storia repubblicana); che infine questo esecutivo e questo Parlamento abbiano fin qui fatto pochissimo lo vedo anch’io. Aggiungo a queste critiche una considerazione che Grillo non poteva fare il 27 luglio, perché la vicenda si è conclusa qualche giorno più tardi: Berlusconi, ora che è stato condannato in via definitiva, dovrebbe dimettersi; mi auguro che il Presidente Napolitano non faccia nulla per salvarlo; mi aspetto, quando la Commissione del Senato avrà deciso, di vederlo decadere dal suo seggio e uscire finalmente dalla politica italiana.
 
Immagine della rivolta in Egitto
Allo stesso tempo, però, non auspico né il fallimento di questo governo, né tanto meno la guerra civile. So che questa maggioranza non può che essere transitoria (ci mancherebbe!), ma spero che le poche misure deliberate siano efficaci, che vengano rapidamente ratificate e applicate, che riescano almeno a far ripartire qualche investimento. Poi, dopo aver varato una nuova legge elettorale (che spero sia maggioritaria a doppio turno), si dovrebbe tornare al voto. Questo è ciò che auspico. Perché dovrei pensarla diversamente? Amo questo paese e vorrei vederlo in sesto, non vederlo bruciare tra le fiamme di una guerra civile. Dalle guerre civili raramente emergono istituzioni libere, più spesso vanno al potere uomini e movimenti politici arroganti che si affrettano a regolare i loro conti usando la violenza e il terrore. E in Italia, nel momento presente, di uomini politici inclini a questi comportamenti e indulgenti nei confronti della prepotenza ce ne sono troppi. Basterebbe osservare quanto sta accadendo sulla sponda opposta del Mediterraneo per capire a cosa può portare una guerra civile: in Egitto è in corso da due anni una rivolta che non solo ha prodotto finora due governi liberticidi, ma potrebbe trasformarsi da un momento all’altro in un bagno di sangue (in queste ore, mentre sto scrivendo, tale esito sembra ancora non del tutto scongiurato). E in Siria? Qui la guerra civile ha raggiunto addirittura apici di orrore e raccapriccio da far cambiare idea anche al più sconsiderato celebratore nostrano dei tumulti. Purtroppo a noi italiani non piace fare tesoro delle esperienze altrui, pensiamo di essere migliori e di aver scoperto la “via nuova” in ogni percorso già battuto e abbandonato da altri.
 
Morte e distruzione nella guerra civile in Siria
Per tutte queste ragioni, il 28 luglio scorso mi sono permesso di scrivere un tweet che esprimeva preoccupazione e timore per le parole incendiarie utilizzate con leggerezza dai grillini: “I tweet del M5S – ho affermato – fanno paura: parlano di elmetti, armi, minacciano che l’autunno è vicino, che resteranno solo loro e che faranno piazza pulita”. Ingenuamente, mi attendevo reazioni anche dure, ma comunque civili: twitter, dal quale solo da poco tempo mi sono lasciato avvincere, mi è sembrato sempre un social network più educato e pulito, più serio e impegnato di facebook. Errore! Tutto Internet si assomiglia. E infatti ecco la risposta che ho ricevuto il giorno successivo da un account che si nascondeva dietro l’anonimo nickname di “Antigiornale”: “L’autunno è vicino - mi ha scritto - non è una minaccia da parte nostra, imbecille. Non è certo grazie a noi se questo paese sta per fare una fine di merda”. All’offesa ho tentato di opporre una resistenza disarmata: “Chi urla e insulta non ha argomenti”. L’ulteriore replica del sedicente “Antigiornale” ha aggravato l’ingiuria: “Non ho urlato ma scritto. Non ho insultato ma descritto”. Ho provato di nuovo ad oppormi con le buone: “Rileggiti il tweet. Se ti esprimi sempre così forse non capisci la differenza tra dialogo civile e insulto. Mi dispiace per te”. Ultimo tweet del maleducato contestatore: “Cos’è, ti scandalizzi per le parolacce? Benvenuto su internet”.
 
L'intera conversazione tra me e "Antigiornale"
A questo punto ho provveduto a bloccare “Antigiornale” (per chi non è pratico di twitter, “bloccare” un utente vuol dire che tra me e lui non potranno più esserci “interazioni”), e senz’altro avrei dovuto farlo subito, dopo il primo insulto, come suggeriscono le stesse regole di impiego del social network. Ma non si può negare che il breve dialogo di cinguettii sia stato istruttivo. Esso insegna tre cose: che internet è considerato ancora da molti utenti come una piazza nella quale è lecito picchiare duro con le parole, insultando e minacciando; che la possibilità dell’anonimato è un incoraggiamento ad usare il linguaggio in modo offensivo, arrogante, intimidatorio; che l’inciviltà di questo comportamento si autoassolve, agli occhi di chi ne fa uso, perché sbandierata come “libertà d’espressione” e come “antipotere”. “Benvenuto su Internet!”, scrive “Antigiornale”, come se volesse dire: “In Rete tutto è consentito, non come nel vostro mondo reale dove ci sono norme così stupide e antiquate che quando uno offende rischia di essere querelato! Qui, in Internet, siamo più liberi, e soprattutto all’opposizione”. All’opposizione di cosa? – vi chiederete. Basta leggere il profilo twitter del mio interlocutore per farsene un’idea: “Il mio sogno è sfatare ogni singola azione mass-mediatica. Nativo digitale. Scheda a cinque stelle. #Reddito di cittadinanza”. Più sopra, in bell’evidenza, compare il motto: “IL MEDIUM È IL MESSAGGIO”.
 
Il profilo pubblico su Twitter di "Antigiornale"

Se chi ha scritto quei tweet è davvero chi dice di essere, ci troviamo di fronte ad un ragazzo di 20 anni o giù di lì (“nativo digitale”, si autodefinisce); grillino; convinto di essere all’opposizione di un sistema oppressivo e menzognero, quello dei mass-media; forse inconsapevole del significato del motto che usa, popolare sintesi, spesso equivocata, del pensiero di Marshall McLuhan (1911-1980). Sarebbe inutile replicare al nostro “nativo digitale” che noi “anziani navigatori” frequentiamo Internet da prima che lui nascesse e da molto prima che imparasse a scrivere; che allora, appunto 20-21 anni fa, nessuno di noi avrebbe previsto a quale livello di bassezze e di viltà sarebbe arrivata la Rete; che questa, lungi dal rendere libere le nuove generazioni, ne sta corrompendo la capacità di discernimento morale, ne sta alterando la percezione del mondo, ne sta deteriorando il linguaggio e quindi le idee, talvolta trasformate in paranoia, delirio di onnipotenza, egocentrismo adolescenziale. Sarebbe inutile spiegargli che, utilizzando la Rete per insultare e minacciare, non solo si imbarbarisce un mezzo di comunicazione potenzialmente in grado di civilizzare gli individui, ma soprattutto si finisce per essere omologhi al sistema che si intende combattere, accettandone gli aspetti più negativi, quali l’insensatezza, l’irresponsabilità, il narcisismo che sono alla base della civiltà del consumo spensierato.
 
Caroline Criado-Perez, vittima di un diluvio
di insulti via twitter: circa 50 all'ora 
Sarebbe inutile, perciò non ci proverei neppure. Meglio zittirlo con gli stessi mezzi tecnologici che adopera per espandersi: bloccando le sue interazioni con me. Ma la vicenda è troppo ghiotta e carica di significato per essere lasciata correre. La sua impressione su di me è stata sicuramente enfatizzata dalle notizie che in quegli stessi giorni si leggevano sui giornali (di carta oppure online, non fa differenza, che lo sappiano i nativi digitali): le minacce contro la femminista Caroline Criado-Perez (vedi Corriere on line del 30 luglio scorso), gli insulti verso le vittime dell’incidente del bus in Irpinia (vedi Giornalettismo.com del 31 luglio), i ripetuti insulti e le ripetute minacce contro il Ministro Kyenge... Nel primo caso, l’uso di parole offensive via twitter ha persino innescato una reazione giudiziaria: la donna insultata ha sporto denuncia, cui è seguito un arresto. Nell’ultimo caso siamo arrivati, proprio ieri, all’istigazione all’omicidio (vedi Il Messaggero online del 12 agosto). Insomma, la questione resta aperta, indipendentemente dalle mie impressioni: il mondo virtuale di Internet (soprattutto quello dei social network) è un far west, come questo foriero di aspettative di libertà, ma anche violento e pericoloso, tanto da sollevare richieste di limitazione e di censura. Ma chi, come me, ritiene che la libertà non debba essere mai compressa d’autorità, semmai delimitata e contenuta dal proprio senso morale, non può accettare la censura, piuttosto dovrebbe desiderare che gli individui diventino civili attraverso la cultura, il rispetto, il dialogo cortese e argomentato.

Il Ministro Cecile Kyenge
Per questo, dopo l’infausta esperienza con “Antigiornale”, ho lanciato una piccola campagna di sensibilizzazione su twitter consistente nell’invito a rispettare poche semplici regole: 1) non usare mai insulti e minacce nei propri tweet; 2) non nascondersi dietro pseudonimi, rifiutare l’anonimato; 3) bloccare chi insulta e minaccia al fine di isolarlo. Una sorta di etica minima delle relazioni virtuali, sulla quale, però, è necessario impegnarsi con fermezza. Non a caso all’iniziativa ho dato il nome di #Twittercivile #Impegnamoci. L’obiettivo è produrre una reazione culturale da parte degli utenti, affinché rifiutino l’imbarbarimento e siano consapevoli della responsabilità che si assumono quando scrivono un tweet che, in pochissimo tempo, potrebbe fare il giro del mondo. Ho quindi chiesto di ritwittare il messaggio, in segno di adesione e per contribuire alla diffusione dell’idea. Ma a tutt’oggi pochissimi hanno risposto all’appello, risultato che posso interpretare solo come frutto del disinteresse o, peggio, dell’indifferenza: in entrambi i casi la reputazione di twitter non ne esce bene.


Come dicevo, la questione è ancora aperta, perciò vi tornerò con il prossimo post: apprezzo twitter e sono ancora ottimista nei confronti della sua evoluzione, ma non posso nascondermi né i suoi difetti, o meglio i difetti di chi lo usa incivilmente, né i rischi che si celano in esso. Dal momento che non poche persone, anche in Italia, sostengono che con twitter (come con facebook, in generale con Internet) sarebbe possibile governare il mondo, sarà bene riflettere con attenzione su questa ipotesi: è davvero possibile? E anche se lo fosse, è davvero auspicabile? Intanto, in attesa del prossimo post, ritwittate #Twittercivile.

P.s.: Ho realizzato un restyling leggerissimo al blog. Potrebbero esserci problemi di visualizzazione delle immagini, nei prossimi giorni provvederò a risolvere i problemi.