Segnalo ai miei lettori l'articolo scritto per Fanpage: Il calcio in Italia è "il momento dell'odio". L'articolo ha preso spunto dalla vicenda della partita Salernitana-Nocerina (vedi foto), per trarre alcune considerazioni generali sullo sport più amato dagli italiani. Buona lettura!
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venerdì 15 novembre 2013
martedì 22 ottobre 2013
Arroganze: Barilla contro i gay; i gay contro Barilla
Il “pensiero unico”
gay e il rischio di un nuovo conformismo
L’episodio è noto: il 26
settembre scorso Guido Barilla, Presidente dell’omonimo gruppo industriale,
durante un’intervista rilasciata ai conduttori della trasmissione La zanzara di Radio 24, ha affermato che
non farà “mai uno spot con una famiglia omosessuale”. “Per noi – ha proseguito
– il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell’azienda”;
“la nostra è una famiglia classica dove la donna ha un ruolo fondamentale”. E
ha concluso: “Se ai gay piace la nostra pasta e
la comunicazione che facciamo mangeranno la nostra pasta, se non piace faranno
a meno di mangiarla e ne mangeranno un'altra”
(si veda qui).
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| Guido Barilla |
Non mi impegnerò in una
dotta e noiosa confutazione del pensiero di Barilla, operazione già compiuta da
altri. Mi limiterò solo ad un paio di osservazioni: innanzitutto il concetto di
“famiglia sacrale”, che forse non è mai esistita, è contestabile; inoltre, la
seconda parte dell’intervista, dove Barilla afferma che i gay possono fare quel che vogliono “senza disturbare gli altri”, è non solo priva di misura e di
educazione, ma soprattutto arrogante per il fastidio nei confronti degli omosessuali
che traspare dalle parole. Barilla ha compiuto un autogol dal punto di vista
comunicativo, e uno scivolone dal punto di vista dello stile e delle buone
maniere. Di più non mi sembra proprio il caso di aggiungere.
Sia ben chiaro: ho sempre
sostenuto in modo convinto il diritto degli omosessuali a vivere come
preferiscono e ad avere gli stessi diritti degli eterosessuali. Pur ritenendo
discutibile la richiesta del movimento gay di poter avere figli (adottandoli o
ricorrendo all’ “utero in affitto”), tuttavia non ho motivi solidi da
contrapporre e mi rendo conto che se si parifica l’unione omosessuale a quella
etero, riconoscendole diritti civili e sostegni socio-economici come se si
trattasse di una “famiglia tradizionale”, prima o poi sarà inevitabile
consentire ai gay di diventare genitori. Detto questo, ciò che proprio non ho
digerito della vicenda Barilla è la reazione conformista che essa ha suscitato
in tutto il mondo occidentale.
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| Uno screenshot Twitter del boicottaggio contro Barilla |
Anche in questo caso
l’episodio è noto: il mondo gay è insorto gridando all’omofobia; sui social
network è stata subito condivisa l’iniziativa avviata in Twitter con l’hashtag
#boicottabarilla; Nichi Vendola ha affermato: “il battutismo come quello di
Barilla credo strizzi l’occhio ai peggiori stereotipi e pregiudizi che
appartengono alla peggiore ‘Italietta’”; Flavio Romani, Presidente di Arcigay,
ha rincarato la dose dichiarando che “se per il
signor Barilla le famiglie formate da gay e lesbiche non fanno parte della sua
tavola, siamo noi a voltargli le spalle e a scegliere altri prodotti,
culturalmente più sani e sicuramente più degni di stare sulle tavole degli
italiani”; infine Alessandro Zan, deputato di Sel ed esponente del movimento
gay, ha sparato il colpo di grazia: “Ecco un altro esempio di omofobia
all'italiana. Aderisco al boicottaggio della Barilla e invito gli altri
parlamentari […] a fare altrettanto. Io comunque avevo già cambiato marca. La
pasta Barilla è di pessima qualità” (per queste dichiarazioni si veda qui).
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| Nichi Vendola |
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| Neelie Kroes |
Tutto o
quasi tutto il mondo della politica, della cultura, dello spettacolo,
dell’associazionismo si è scagliato contro Barilla. Rare le eccezioni (e per lo
più provenienti da gruppi e partiti di centro-destra o di destra estrema: vedi
ancora qui). Su Twitter, nei due giorni successivi all’intervista, si è
letteralmente scatenato un linciaggio contro Barilla (vedi ad esempio qui), non
solo in Italia, ma anche nel resto d’Europa e oltre Oceano. Neelie Kroes,
Vicepresidente della Commissione europea, ha scritto un altezzoso tweet:
“signor Barilla, molti dei miei migliori amici compravano la sua pasta”. I
giornali inglesi, francesi e tedeschi hanno dato grande rilievo al caso,
mostrando i limiti e l’anacronismo della cultura della classe dirigente
italiana e approfittandone per assestare una sonora legnata ad uno dei
principali esportatori di merci nei loro paesi.
Il massacro
è stato così ben congegnato che già il 27 mattina Barilla ha dovuto effettuare
una rettifica parziale, con questa dichiarazione (vedere ancora qui): “Mi scuso se le mie parole
hanno generato fraintendimenti o polemiche, o se hanno urtato la sensibilità di
alcune persone. Nell'intervista volevo semplicemente sottolineare la centralità
del ruolo della donna all'interno della famiglia […]il massimo rispetto per
qualunque persona, senza distinzione alcuna […] il massimo rispetto per i gay e
per la libertà di espressione di
chiunque”. Ha poi concluso con una frase che suona come una vera e propria
marcia indietro, sicuramente imposta da ragioni economiche più che etiche o
culturali: “Barilla nelle sue pubblicità rappresenta la famiglia perché questa
accoglie chiunque, e da sempre si identifica con la nostra marca”. Accoglie
chiunque, anche i gay, quindi.
Il
linciaggio globale mi è sembrato un vero e proprio esempio di tirannia della
maggioranza che diventa virale grazie al conformismo di Twitter e di Facebook:
i social network, anche in questo caso, hanno mostrato il loro lato peggiore,
ovvero la capacità di esaltare la naturale tendenza degli uomini ad adeguarsi alle
opinioni più diffuse. In altre parole, hanno dimostrato ancora una volta di
essere strumenti e veicoli di conformismo di massa, se utilizzati senza
intelligenza. Alla base del linciaggio contro Barilla, infatti, c’è un’opinione
comune globale che sta diventando “pensiero unico”.
Se intorno
alla metà del secolo XX l’omosessualità era considerata una perversione morale,
oppure una malattia mentale, dalla maggioranza della popolazione occidentale,
oggi la retorica pubblica ha imposto uno stereotipo del tutto opposto. Essere
gay, per l’opinione pubblica, è considerato oggi una scelta, un’opzione
esistenziale che si esercita in assoluta libertà e con piena consapevolezza. La
scelta omosex rientrerebbe, quindi, all’interno di quelle decisioni etiche
relative alla vita (come il divorzio, l’aborto, l’inseminazione artificiale, l’eutanasia;
ma anche le scelte politiche e religiose) che competono alla coscienza
individuale, non all’autorità (del potere, della Chiesa, della tradizione). La
coscienza del singolo uomo ha, secondo questo punto di vista, piena
disponibilità della vita, del corpo e della mente (in una parola dell’essere)
dell’individuo a cui appartiene; nessuno ha il potere di interferire con la
coscienza per spingerla a comportarsi in modo contrario alle sue deliberazioni.
Secondo alcuni esponenti del movimento LGBT (Lesbo, Gay, Bisex, Transex) anche
le scelte bi- e transex (o, meglio, transgender)
rientrerebbero in questa disponibilità assoluta dell’essere attribuita alla
coscienza individuale.
Il punto importante per
capire la vicenda Barilla è proprio qui, nell’affermazione del diritto assoluto
a scegliere, nella convinzione che in questioni di sesso ci si debba comportare
come nelle questioni di religione, ovvero: chi abbia ragione non si sa, ma
ognuno è libero di scegliere come la propria coscienza gli dice, senza
condizionamenti di alcun tipo. Bene, se le cose stanno così, essere etero o gay
non è necessità di natura né obbligo sociale, ma, appunto, opzione; opzione
anche condividere le scelte di chi diventa gay, fermo restando che occorre
rispettarle anche se le si avversa. Rientra nella piena disponibilità della
coscienza, quindi, decidere se opporsi sia privatamente che pubblicamente ad
una scelta che non si condivide, con l’unico limite di non impedire agli altri
di scegliere a loro volta ciò che vogliono.
Per queste ragioni, dedotte
dagli stessi assiomi condivisi dal movimento gay, Barilla ha piena libertà di
scegliere se pubblicizzare una famiglia omosessuale o una tradizionale: la sua
scelta è libera, come quella di chi la pensa in modo opposto a lui. Non
dovrebbe usare un linguaggio sprezzante e arrogante contro i gay, ma la sua
libertà di opzione deve restare sacrosanta per chiunque creda davvero nella
libertà di opinione. Liberi di non frequentare casa sua (e di non mangiare la
sua pasta), i gay e i sostenitori del movimento LGBT.
Invitare il mondo intero a
boicottare i prodotti della sua industria è invece un atto di intimidazione, un
ricatto che, con la pressione di milioni di clienti, intende imporre
all’incauto Presidente un’opinione che egli non condivide: minacciando di
arrecargli un danno economico, i boicottatori hanno intimato a Barilla di
ritrattare. Franco Grillini, Presidente di Gaynet Italia, lo ha detto
esplicitamente: “in molti paesi come gli Usa le
campagne per il 'boicot' hanno avuto un enorme successo […] consiglieremmo al
signor Guido una rapida marcia indietro se non vuole guai seri all'estero. In
ogni caso facciamo appello agli altri produttori di pasta a prendere le
distanze dalle infelici dichiarazioni del signor Barilla” (vedi qui). Invito
colto al volo dai concorrenti rivali, come ad esempio Buitoni.
Desta
impressione la capacità di mobilitazione planetaria del movimento gay. La
vicenda ha rivelato che ormai esiste un pensiero unico sull’omosessualità che
va via via imponendosi con la forza di una lobby organizzata. Non solo: esso
impone ciò che si deve dire e pensare circa le scelte sessuali, sia dei gay sia
degli etero. Il monopolio delle valutazioni su questo ambito è completamente
nelle mani di tale lobby. Finché il movimento gay si è battuto per affermare la
propria facoltà di scelta contro il volere della maggioranza, la sua forza ha avuto
il compito di difendere la libertà delle minoranze; ma nel momento in cui riesce
a zittire, con l’intimidazione, chi non la pensa come i suoi sostenitori, è
esso stesso a minacciare la libertà di espressione. Ieri erano i Barilla a
formare la maggioranza dispotica, mentre i gay erano la minoranza oppressa;
oggi è l’opposto: oggi non si può più contestare il movimento LGBT, neppure in
sede di discussione filosofica, perché si rischia l’accusa di omofobia. Non
solo: non è neppure possibile, per un personaggio pubblico, esprimere la
propria preferenza eterosessuale, perché, come minimo, gli viene riservato un
linciaggio mediatico. Sarebbe questo l'esito della libertà di espressione conquistata dai gay?
martedì 13 agosto 2013
Social network tra insulti e minacce
La convivenza
civile ai tempi di Twitter
Sono rimasto lontano da Tersite
per molto tempo. Impegni personali, qualche giorno di vacanza “totale” e un po’
di stanchezza ne sono state le cause. Ma ora sono tornato, pronto a raccontare
e a spiegare ciò che vedo, nel modo in cui lo vedo. Sempre dalla periferia del
mondo.
Dalla periferia del mondo, racconto un’altra
storia vera, accadutami qualche giorno fa, alla fine del mese scorso. Da un po’
di tempo, simpatizzanti e militanti del M5S twittavano messaggi minacciosi: con
l’hastag “lautunnoèvicino”, sostenevano che “è arrivato il momento di preparare
gli elmetti”; “ne resterà soltanto uno dopo che avremo fatto piazza pulita”;
“il M5S sbarcherà in Tv interrompendo la disinformazione ai più”; “lotta dura
senza paura”; “li vedremo proprio bruciare”; “se la stanno proprio cercando”; “martiri
cercasi per fomentare sommossa popolare”; “sarà un piacere andare a Roma quando
Grillo chiamerà”. Il tutto spesso condito da parolacce e insulti verso questo o
quel politico (vedere gli screenshot qui sotto).
Quanto sto dicendo è facilmente verificabile
da chiunque: basta entrare in Twitter, cercare l’hastag #lautunnoèvicino e
godersi la lettura. Come è già accaduto per altri episodi, la Rete si è
mobilitata in questo modo a seguito della provocazione di Grillo che il 27
luglio scorso ha messo on line su Youtube un audio messaggio intitolato Grillo, la fine del Parlamento e della Costituzione. In esso, il pacato comico-politico critica il “decreto del
fare”, critica la volontà della maggioranza di modificare l’art. 138 della
Costituzione e termina dicendo, con crescendo di voce: “l’autunno è vicino, è
molto vicino”.
A scanso di equivoci, dico subito che tutto è
criticabile in politica: il decreto del fare non convince del tutto neppure me;
così come non mi va bene che si voglia cambiare la Costituzione proprio ora,
con questo Parlamento privo di equilibrio, oltre tutto emerso da una
competizione elettorale poco rappresentativa (svolta con il “Porcellum” e
con l’astensionismo più elevato della storia repubblicana); che infine questo
esecutivo e questo Parlamento abbiano fin qui fatto pochissimo lo vedo anch’io.
Aggiungo a queste critiche una considerazione che Grillo non poteva fare il 27
luglio, perché la vicenda si è conclusa qualche giorno più tardi: Berlusconi,
ora che è stato condannato in via definitiva, dovrebbe dimettersi; mi auguro
che il Presidente Napolitano non faccia nulla per salvarlo; mi aspetto, quando
la Commissione del Senato avrà deciso, di vederlo decadere dal suo seggio e
uscire finalmente dalla politica italiana.
Allo stesso tempo, però, non auspico né il
fallimento di questo governo, né tanto meno la guerra civile. So che questa
maggioranza non può che essere transitoria (ci mancherebbe!), ma spero che le poche
misure deliberate siano efficaci, che vengano rapidamente ratificate e applicate,
che riescano almeno a far ripartire qualche investimento. Poi, dopo aver varato
una nuova legge elettorale (che spero sia maggioritaria a doppio turno), si
dovrebbe tornare al voto. Questo è ciò che auspico. Perché dovrei pensarla
diversamente? Amo questo paese e vorrei vederlo in sesto, non vederlo bruciare
tra le fiamme di una guerra civile. Dalle guerre civili raramente emergono
istituzioni libere, più spesso vanno al potere uomini e movimenti politici arroganti
che si affrettano a regolare i loro conti usando la violenza e il terrore. E in
Italia, nel momento presente, di uomini politici inclini a questi comportamenti
e indulgenti nei confronti della prepotenza ce ne sono troppi. Basterebbe osservare
quanto sta accadendo sulla sponda opposta del Mediterraneo per capire a cosa
può portare una guerra civile: in Egitto è in corso da due anni una rivolta che
non solo ha prodotto finora due governi liberticidi, ma potrebbe trasformarsi
da un momento all’altro in un bagno di sangue (in queste ore, mentre sto
scrivendo, tale esito sembra ancora non del tutto scongiurato). E in Siria? Qui
la guerra civile ha raggiunto addirittura apici di orrore e raccapriccio da far
cambiare idea anche al più sconsiderato celebratore nostrano dei tumulti.
Purtroppo a noi italiani non piace fare tesoro delle esperienze altrui,
pensiamo di essere migliori e di aver scoperto la “via nuova” in ogni percorso
già battuto e abbandonato da altri.
Per tutte queste ragioni, il 28 luglio scorso
mi sono permesso di scrivere un tweet che esprimeva preoccupazione e timore per
le parole incendiarie utilizzate con leggerezza dai grillini: “I tweet del M5S –
ho affermato – fanno paura: parlano di elmetti, armi, minacciano che l’autunno
è vicino, che resteranno solo loro e che faranno piazza pulita”. Ingenuamente,
mi attendevo reazioni anche dure, ma comunque civili: twitter, dal quale solo
da poco tempo mi sono lasciato avvincere, mi è sembrato sempre un social network
più educato e pulito, più serio e impegnato di facebook. Errore! Tutto Internet
si assomiglia. E infatti ecco la risposta che ho ricevuto il giorno successivo da
un account che si nascondeva dietro l’anonimo nickname di “Antigiornale”: “L’autunno
è vicino - mi ha scritto - non è una minaccia da parte nostra, imbecille. Non è
certo grazie a noi se questo paese sta per fare una fine di merda”. All’offesa
ho tentato di opporre una resistenza disarmata: “Chi urla e insulta non ha
argomenti”. L’ulteriore replica del sedicente “Antigiornale” ha aggravato
l’ingiuria: “Non ho urlato ma scritto. Non ho insultato ma descritto”. Ho provato
di nuovo ad oppormi con le buone: “Rileggiti il tweet. Se ti esprimi sempre
così forse non capisci la differenza tra dialogo civile e insulto. Mi dispiace
per te”. Ultimo tweet del maleducato contestatore: “Cos’è, ti scandalizzi per le
parolacce? Benvenuto su internet”.
A questo punto ho provveduto a bloccare
“Antigiornale” (per chi non è pratico di twitter, “bloccare” un utente vuol
dire che tra me e lui non potranno più esserci “interazioni”), e senz’altro
avrei dovuto farlo subito, dopo il primo insulto, come suggeriscono le stesse
regole di impiego del social network. Ma non si può negare che il breve dialogo
di cinguettii sia stato istruttivo. Esso insegna tre cose: che internet è
considerato ancora da molti utenti come una piazza nella quale è lecito
picchiare duro con le parole, insultando e minacciando; che la possibilità
dell’anonimato è un incoraggiamento ad usare il linguaggio in modo offensivo, arrogante,
intimidatorio; che l’inciviltà di questo comportamento si autoassolve, agli
occhi di chi ne fa uso, perché sbandierata come “libertà d’espressione” e come
“antipotere”. “Benvenuto su Internet!”, scrive “Antigiornale”, come se volesse
dire: “In Rete tutto è consentito, non come nel vostro mondo reale dove ci sono
norme così stupide e antiquate che quando uno offende rischia di essere
querelato! Qui, in Internet, siamo più liberi, e soprattutto all’opposizione”.
All’opposizione di cosa? – vi chiederete. Basta leggere il profilo twitter del
mio interlocutore per farsene un’idea: “Il mio sogno è sfatare ogni singola
azione mass-mediatica. Nativo digitale. Scheda a cinque stelle. #Reddito di
cittadinanza”. Più sopra, in bell’evidenza, compare il motto: “IL MEDIUM È IL
MESSAGGIO”.
Se chi ha scritto quei tweet è davvero chi
dice di essere, ci troviamo di fronte ad un ragazzo di 20 anni o giù di lì
(“nativo digitale”, si autodefinisce); grillino; convinto di essere
all’opposizione di un sistema oppressivo e menzognero, quello dei mass-media;
forse inconsapevole del significato del motto che usa, popolare sintesi, spesso
equivocata, del pensiero di Marshall McLuhan (1911-1980). Sarebbe inutile
replicare al nostro “nativo digitale” che noi “anziani navigatori” frequentiamo
Internet da prima che lui nascesse e da molto prima che imparasse a scrivere;
che allora, appunto 20-21 anni fa, nessuno di noi avrebbe previsto a quale
livello di bassezze e di viltà sarebbe arrivata la Rete; che questa, lungi dal
rendere libere le nuove generazioni, ne sta corrompendo la capacità di
discernimento morale, ne sta alterando la percezione del mondo, ne sta deteriorando
il linguaggio e quindi le idee, talvolta trasformate in paranoia, delirio di
onnipotenza, egocentrismo adolescenziale. Sarebbe inutile spiegargli che,
utilizzando la Rete per insultare e minacciare, non solo si imbarbarisce un
mezzo di comunicazione potenzialmente in grado di civilizzare gli individui, ma
soprattutto si finisce per essere omologhi al sistema che si intende
combattere, accettandone gli aspetti più negativi, quali l’insensatezza, l’irresponsabilità,
il narcisismo che sono alla base della civiltà del consumo spensierato.
Sarebbe inutile, perciò non ci proverei
neppure. Meglio zittirlo con gli stessi mezzi tecnologici che adopera per
espandersi: bloccando le sue interazioni con me. Ma la vicenda è troppo ghiotta
e carica di significato per essere lasciata correre. La sua impressione su di
me è stata sicuramente enfatizzata dalle notizie che in quegli stessi giorni si
leggevano sui giornali (di carta oppure online, non fa differenza, che lo
sappiano i nativi digitali): le minacce contro la femminista Caroline
Criado-Perez (vedi Corriere on line
del 30 luglio scorso), gli insulti verso le vittime dell’incidente del bus in
Irpinia (vedi Giornalettismo.com del
31 luglio), i ripetuti insulti e le ripetute minacce contro il Ministro Kyenge...
Nel primo caso, l’uso di parole offensive via twitter ha persino innescato una
reazione giudiziaria: la donna insultata ha sporto denuncia, cui è seguito un
arresto. Nell’ultimo caso siamo arrivati, proprio ieri, all’istigazione
all’omicidio (vedi Il Messaggero online
del 12 agosto). Insomma, la questione resta aperta, indipendentemente dalle mie
impressioni: il mondo virtuale di Internet (soprattutto quello dei social
network) è un far west, come questo foriero di aspettative di libertà, ma anche
violento e pericoloso, tanto da sollevare richieste di limitazione e di
censura. Ma chi, come me, ritiene che la libertà non debba essere mai compressa
d’autorità, semmai delimitata e contenuta dal proprio senso morale, non può
accettare la censura, piuttosto dovrebbe desiderare che gli individui diventino
civili attraverso la cultura, il rispetto, il dialogo cortese e argomentato.
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| Il Ministro Cecile Kyenge |
Per questo, dopo l’infausta esperienza con
“Antigiornale”, ho lanciato una piccola campagna di sensibilizzazione su
twitter consistente nell’invito a rispettare poche semplici regole: 1) non
usare mai insulti e minacce nei propri tweet; 2) non nascondersi dietro
pseudonimi, rifiutare l’anonimato; 3) bloccare chi insulta e minaccia al fine
di isolarlo. Una sorta di etica minima delle relazioni virtuali, sulla quale,
però, è necessario impegnarsi con fermezza. Non a caso all’iniziativa ho dato
il nome di #Twittercivile #Impegnamoci. L’obiettivo è produrre una reazione
culturale da parte degli utenti, affinché rifiutino l’imbarbarimento e siano
consapevoli della responsabilità che si assumono quando scrivono un tweet che,
in pochissimo tempo, potrebbe fare il giro del mondo. Ho quindi chiesto di
ritwittare il messaggio, in segno di adesione e per contribuire alla diffusione
dell’idea. Ma a tutt’oggi pochissimi hanno risposto all’appello, risultato che
posso interpretare solo come frutto del disinteresse o, peggio,
dell’indifferenza: in entrambi i casi la reputazione di twitter non ne esce
bene.
Come dicevo, la questione è ancora aperta,
perciò vi tornerò con il prossimo post: apprezzo twitter e sono ancora
ottimista nei confronti della sua evoluzione, ma non posso nascondermi né i
suoi difetti, o meglio i difetti di chi lo usa incivilmente, né i rischi che si
celano in esso. Dal momento che non poche persone, anche in Italia, sostengono
che con twitter (come con facebook, in generale con Internet) sarebbe possibile
governare il mondo, sarà bene riflettere con attenzione su questa ipotesi: è
davvero possibile? E anche se lo fosse, è davvero auspicabile? Intanto, in
attesa del prossimo post, ritwittate #Twittercivile.
P.s.: Ho realizzato un restyling leggerissimo al blog. Potrebbero esserci problemi di visualizzazione delle immagini, nei prossimi giorni provvederò a risolvere i problemi.
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