mercoledì 26 settembre 2012

Ideologia del terrore e islamismo politico: terza parte. Qutb e la "terribile schizofrenia"


3a parte: Il pensiero di Sayyid Qutb: la “terribile schizofrenia” del mondo occidentale

Purtroppo anche il cristianesimo, secondo Sayyid Qutb, subì un’involuzione: il suo messaggio non fu accettato dagli Ebrei, Gesù e i suoi seguaci vennero perseguitati, sicché la nuova rivelazione trovò difficoltà ad essere applicata; inoltre dopo la morte di Gesù il messaggio fu male interpretato e frainteso dai seguaci che subentrarono ai primi apostoli.
Antica icona raffigurante San Paolo
Secondo Qutb il primo responsabile di questo fraintendimento del messaggio cristiano fu Paolo di Tarso: egli annacquò la dottrina di Gesù fondendola con elementi della filosofia greca e della mitologia greco-romana; in tal modo il cristianesimo divenne una religione essenzialmente spirituale, distaccata definitivamente dall'insegnamento ebraico che intendeva la religione non solo come spiritualità ma come legge operante tra gli uomini. Insomma, è con Paolo che il cristianesimo cominciò, secondo Qutb, il suo perverso cammino di confinamento nell'intimo della coscienza, perdendo la sua funzione di legge per la comunità degli uomini.

La famosa testa di Costantino conservata
a Roma, Musei capitolini
Non riuscì a far cambiare rotta al cristianesimo neppure la decisione di Costantino di convertire l'impero romano al cristianesimo. Anzi le cose peggiorarono, perché la corruzione e la depravazione in cui l'imperatore viveva provocarono una reazione ascetica nei cristiani più convinti che si rinchiusero nei monasteri, imponendosi una condotta religiosa che, secondo Qutb, è contro la natura umana. Insomma, con questa involuzione il cristianesimo avviò una schizofrenia che caratterizzò in seguito tutta la società umana occidentale: la scissione tra spirito e corpo, tra interiorità ed esteriorità, tra religione e legge civile.

L'arrivo della religione musulmana nel settimo secolo avrebbe potuto ricostruire il corretto rapporto tra uomo e natura, tra spirito e corpo, e diffonderlo presso tutta l’umanità. In quest’opera di persuasione morale, la religione di Maometto sarebbe stata sostenuta dal prestigio raggiunto in campo culturale, dal momento che, dice Qutb, l'Islam aveva scoperto il metodo scientifico molto prima dell’Occidente, grazie agli studiosi musulmani che operavano nelle università d'Oriente e dell'Andalusia. Nell’Islam, secondo lo scrittore, la scienza non era in conflitto con Dio, la religione non era in contrasto con la razionalità scientifica: spirito e corpo erano di nuovo uniti. Ma raggiunta la preminenza nell'umanità anche il mondo islamico si è allontanato dai corretti principi, già a partire dal terzo califfato (intorno alla metà del VII secolo d.C.) e poi, più decisamente, durante la dinastia Omayyade (dalla fine VII secolo al 750 d.C.). Il declino morale del mondo islamico fu accelerato dagli attacchi dei Mongoli, delle Crociate condotte dai cristiani, e infine dei sionisti. La brillante scoperta del metodo scientifico fu esportata in occidente nel XVI secolo e generò fecondi risultati, ma in Europa entrò in urto con il cristianesimo, cosicché si generò una nuova scissione: da un lato la scienza e il suo metodo, dall’altro Dio e la religione, due ambiti in conflitto aperto.

Questa divisione si diffuse talmente in profondità in Occidente da produrre nel corso dell'età contemporanea la “terribile schizofrenia della vita moderna”: ciò che secondo Qutb è “uno” (il naturale desiderio di conoscere il mondo fisico e la naturale aspirazione a vivere nell'ordine divino), nel mondo occidentale divenne “due”: Dio da una parte, la scienza dall'altra. Inevitabile che in tal modo anche la mente degli occidentali e la loro vita si sia divisa, sia diventata doppia e malata, e questa malattia l’Occidente ha esportato anche nel mondo musulmano, attraverso il colonialismo.
Secondo Qutb, questa “terribile schizofrenia” trovava nelle società liberali la sua massima espressione. Le società liberali collocano la dimensione religiosa dentro le chiese e nell'intimo della coscienza, non nella vita pratica di tutti i giorni. Nelle società liberali le chiese sono libere di dare le benedizioni o le maledizioni ma non possono metterle in pratica, perché in esse il potere di chiamare la polizia spetta allo Stato. Attenzione: Qutb non dice che le società liberali tolgono libertà all'esercizio dei culti religiosi, al contrario esse danno libertà a tutti i culti, poiché alla gente è permesso di andare nelle moschee, nelle chiese, nelle sinagoghe, semmai è nei paesi comunisti che questo è impedito. Nelle società liberali “l'esistenza di Dio non viene negata, ma il suo dominio è limitato ai cieli, e la Sua autorità sulla Terra è sospesa”; in tal modo la società liberale “nega o sospende la sovranità di Dio sulla Terra”.


Per Qutb, quindi, la libertà delle società liberali è la massima esemplificazione della schizofrenia moderna e occidentale che pone il mondo materiale di qua e Dio di là, facendo diventare la religione una questione di moralità privata, una serie di vuoti rituali che non hanno alcun effetto nella vita civile, come se il cuore degli uomini fosse l'arbitro supremo del comportamento morale, mentre l'arbitro supremo, scrive Qutb, è solo Dio. La società liberale moderna è jahili, ovvero ignorante come i pagani, e ciò si vede bene, secondo Qutb, nel modo di vivere le relazioni sessuali: la libertà sessuale conduce gli uomini ad avere rapporti sessuali senza amore, basati solo sulla lussuria, e le donne a preferire di essere sexy e frivole anziché responsabili della procreazione della vita; conduce ad avere relazioni senza alcun impegno e porta le donne a dedicarsi alla produzione materiale (cioè a lavorare) anziché dedicarsi ad allevare esseri umani. Tutto ciò è un regresso verso società primitive, è un allontanamento da Dio, dall'ordine naturale che Dio ha dato al mondo, un ordine in cui le famiglie si formano per procreare e educare i figli, non per realizzare i desideri dei genitori, le responsabilità sono armoniosamente divise tra uomini e donne, ogni persona ha una missione da compiere affidatale da Dio. Permissivismo, libertà di coscienza, separazione tra religione e legge civile: la società liberale è pericolosa perché perpetua la “terribile schizofrenia” dell'uomo moderno.
Un islamista radicale manifesta contro la libertà
Massimo esempio di queste perversioni è rappresentato dagli Stati Uniti d'America che Qutb critica non perché vi sarebbero contraddizioni rispetto ai principi cui essi si richiamano, ma appunto perché coerenti tra i principi liberali dichiarati e la loro concreta realizzazione nella società. Qutb non critica gli Stati Uniti perché non riescono ad essere liberali pur professandosi tali (critica che in genere viene mossa contro l’America da intellettuali e politici di sinistra); li critica proprio perché sono liberali, nei principi cui essi si richiamano e nei comportamenti sociali.

Ora, questa schizofrenia, secondo Qutb, stava corrompendo anche l'Islam, perché il potere dell’Occidente, nemico dell'Islam, è effettivamente enorme tanto da inquinare i cuori dei musulmani. Questa corruzione è iniziata da quando Ataturk, abolendo il califfato, aveva portato la schizofrenia dell’Occidente nel mondo islamico: egli, infatti, fondando la Repubblica turca sul modello degli Stati nazionali europei, laici e moderni, aveva separato la religione dalla legge civile, il Corano dai codici. Il timore di Qutb era appunto questo: che l’esempio di Ataturk si diffondesse, che le idee liberali e la loro schizofrenia attecchissero presso il mondo musulmano, confinando l'Islam “nei circoli emotivi e rituali”, impedendogli di “partecipare all'attività della vita”, fermandone il dominio su ogni attività secolare, separando la religione dallo Stato. Questo era appunto quello che era successo in Turchia, quando Mustafà Kemal, il 3 marzo 1924, aveva posto fine al califfato (il califfo, da non confondere con il sultano, era il capo religioso e politico della Umma, di tutti i fedeli dell’Islam). L'attacco di Ataturk era terribile perché nato dentro l'Islam stesso, perciò più subdolo e imprevedibile degli attacchi proveniente dall’esterno; se imitato anche in altre nazioni musulmane avrebbe ridotto l'Islam a una religione da scegliere nell'intimo della coscienza, ad un Islam parziale, e un Islam parziale, secondo Qutb, non è Islam. Se la scelta di Ataturk fosse stata seguita da altri, avrebbe portato allo “sterminio” dell’Islam: sì, Qutb usò proprio questa parola, “sterminio”. “È un tentativo – scrive Qutb – di sterminare questa religione addirittura come credo di base e di sostituirla con concezioni secolari che hanno le loro implicazioni, valori, istituzioni e organizzazioni”. “Sterminare”, scrive Qutb: lo sterminio dell'Islam come religione sarebbe cominciato con la Turchia di Ataturk nel 1924.

Manifestazioni islamiste antioccidentali
Ma la forza dei nemici dell'Islam, secondo Qutb, è solo apparente, poiché la religione musulmana è così autentica e radicata nell'animo umano che saprà resistere e diventare la religione dell'umanità intera. Quel che serve all'Islam per vincere, scrive Qutb, è che i più puri di questa religione si riuniscano in un'avanguardia che si separi dai costumi occidentali e conduca in prima persona una vita integralmente islamica, in modo da costituire una minisocietà di puri entro una società di impuri e di pagani. Il compito successivo di questa comunità è combattere innanzitutto i musulmani non puri, quelli che intendono tenere separata la religione dal resto della vita, come se si potesse essere musulmani una volta alla settimana e poi per il resto relegare la religione nella vita privata. L'obiettivo di questa lotta (jihad, scrive Qutb) è fondare uno Stato, prendendo un intero paese da qualche parte nel mondo islamico e instaurandovi i precetti dell'Islam in forma autentica. Così si sarebbe potuto rifondare lo stato islamico originario, quello del settimo secolo. Poi si dovrebbe portare l'Islam nel mondo, come aveva fatto Maometto. Ripristinare lo stato islamico significa restaurare la shari'a, il codice musulmano, come legge dello stato: la legge coranica deve tornare a dettare norme per la vita civile e politica. Fare questo significa rendere l’umanità veramente libera, liberare veramente l’uomo dalla schiavitù, diffondere solidarietà tra gli individui, dare il giusto aiuto ai bisognosi, donare alle donne il vero rispetto. Chi non vuole seguire la religione dell'Islam è libero di farlo, ma non deve minacciare di rovesciarlo, altrimenti sarà punito; chi commette un crimine contro l’Islam, dice Qutb, lo commette contro la comunità intera, quindi deve subire l'identica ingiustizia che ha inflitto alla comunità: “anima per anima, occhio per occhio, naso per naso, orecchio per orecchio, dente per dente, e per le ferite la legge del taglione”, questo, secondo Qutb, è il codice della shari'a.

Paesi che adottano, a vari livelli, la shari'a

L'applicazione integrale della shari'a è naturalmente un progetto da realizzare nel futuro; nel frattempo l'Islam deve proteggersi dai nemici con il jihad, con una guerra difensiva. Una volta conquistato uno Stato, la lotta contro miscredenti e infedeli dovrà essere durissima, attraverso l'uso della polizia al servizio della religione. In questa lotta sarà inevitabile che alcuni musulmani giusti e puri muoiano, ma questa non sarà vera morte, perché l’esempio del martire produrrà altra vita, cioè il successo dell'Islam. Per la realizzazione di questa utopia è quindi giusto che si diffonda la vocazione al martirio, nel senso etimologico del termine: il martire (shahid, in arabo) è un testimone della verità e quindi capace di produrre vita con il proprio sangue versato. Chi muore nella lotta per l'affermazione della verità dell'Islam resta in vita, è una forza attiva che serve alla crescita e alla diffusione della comunità: “nella loro morte non c'è – scrive Qutb – un vero senso di perdita, perché continuano a vivere”. (3 - continua)
Manifestazioni contro l'Occidente: il manifesto di sinistra
dice: "Macellare chi deride l'Islam"; al centro: "Decapitare
chi insulta l'Islam"; dietro questo: "Liberalismo all'inferno".

Recenti manifestazioni anticristiane




























Utilizzate le seguenti opere:

Paul Berman, Terrore e liberalismo. Perché la guerra al fondamentalismo è una guerra antifascista, (2003), tr. it. Torino, Einaudi, 2004

Enzo Pace, Renzo Guolo, I fondamentalismi, Roma-Bari, Laterza, 2003

Heinz Halm, L’Islam, (2000), tr. it. Roma-Bari, Laterza, 2003

sabato 22 settembre 2012

Terrore e islamismo, 2a parte: i Fratelli musulmani


IDEOLOGIA DEL TERRORE E ISLAMISMO POLITICO: seconda parte


2a parte: L’ideologia dei Fratelli musulmani e il pensiero di Sayyid Qutb

Le tappe della formazione dell'Impero ottomano

Ataturk (1881-1938)
Sono state le due guerre mondiali a generare nel mondo arabo enorme delusione e frustrazione per non essere riusciti a formare il grande Stato arabo. Infatti, il plurisecolare Impero ottomano, sorto nel XIV secolo, si era dissolto dopo la Grande guerra; le trasformazioni politiche conseguenti il conflitto avevano portato alla nascita della Turchia moderna, grazie alla rivoluzione di Mustafà Kemal “Ataturk”, ma avevano lasciato una parte del mondo islamico sotto il controllo più o meno diretto dell’Europa. Dopo la seconda guerra mondiale il colonialismo venne definitivamente meno e nacquero stati arabi indipendenti, ma i nostalgici dell’Impero non furono ugualmente soddisfatti: l’importazione del modello dello Stato nazionale nel mondo islamico fu vissuto da costoro come una deviazione, un tradimento della tradizione islamica che ha sempre visto tutti i musulmani raccolti in un’unica grande casa, la Umma o “comunità dei fedeli”.

Mustafà Kemal (Ataturk), al centro della foto, nel 1923, quando depose
il sultano,  proclamò la fine del califfato e fondò la Repubblica turca

Il Medio Oriente dopo la seconda guerra mondiale

Hasan al-Banna
Fu quindi nei due contesti postbellici che si rafforzarono le tendenze alla riunificazione politica del mondo islamico. Ad esempio, fin dal 1924 la dinastia saudita in Arabia si fece portabandiera del movimento integralista wahhabita, movimento rigorista musulmano-sunnita fondato in Arabia da Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1791), caratterizzato da estremo conservatorismo religioso e sociale che proponeva come modello i “pii antenati” (da cui l’espressione “salafiyya” – che vuol dire appunto “i pii antenati” - e il connesso atteggiamento politico, il salafismo). Sorsero inoltre associazioni islamiche legate agli ulema, o mullah, i “dotti” del Corano, con progetti politici di islamizzazione totale della società depurata dalle corruzioni del mondo occidentale, tutte più o meno ispirate al wahhabitismo e al salafismo. Tra queste ebbe particolare influenza appunto quella dei Fratelli musulmani, fondata nel 1928 in Egitto, a Ismailia, da Hasan al-Banna (1906-1949). Nata come associazione di assistenza scolastica e sanitaria, si è presto diffusa in molti paesi arabi, attirando giovani, intellettuali, religiosi e politici. Il suo motto era: “Allah è il nostro obiettivo. Il profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza”.
L'emblema dei Fratelli musulmani
Il progetto dei Fratelli musulmani, infatti, prevedeva fin dall’inizio la riforma della società attraverso una capillare opera educativa e formativa, opera che doveva essere ancorata ai più rigorosi precetti islamici. Finché tale opera è rimasta sul terreno dell’istruzione, essa ha avuto influenza soprattutto nel campo religioso e rituale, sebbene sia stata sempre molto capillare e pervasiva. Ma tra gli affiliati cominciò presto ad emergere una corrente più radicale e più impaziente che intendeva tradurre in concrete azioni politiche quel progetto: così la Fratellanza si è trasformata nel tempo in un movimento che da un lato ha perseguito la piena islamizzazione della società rifiutando ogni influenza occidentale, dall’altro, operando nella clandestinità, ha alimentato una rete paramilitare e terroristica che ha messo a segno molti attentati (ad es. contro Sadat nel 1981; inoltre lo stesso Bin Laden si era formato all’interno della Fratellanza). In tal modo questa organizzazione contribuì alla nascita del cosiddetto ”islamismo”, ovvero dell’ideologia politica che consiste nel dichiarare guerra all’Occidente e nel combatterlo con tutte le armi. L’islamismo non va confuso con l’Islam: quest’ultimo è una religione, mentre l’altro è, ripeto, un’ideologia politica. Nel mondo islamico non tutti i musulmani hanno accettato questa deviazione politica del messaggio religioso; tuttavia l’islamismo riuscì ad attirare a sé molti giovani in cerca di riscatto rispetto al mondo occidentale: il suo successo, soprattutto nel secondo dopoguerra, è stato enorme sia tra i musulmani sunniti che tra quelli sciiti.

Torniamo ai Fratelli musulmani. Subito dopo la fondazione tra gli affiliati si diffusero idee di destra, soprattutto simpatie per il nazismo. Hasan al-Banna, il fondatore, aveva una forte ammirazione per le camicie brune naziste (le SA); ad imitazione di queste, le unità organizzative dei Fratelli musulmani indossarono camicie di uno stesso colore, il verde, e vennero chiamate kataib, cioè falangi, termine ricorrente nelle formazioni paramilitari fasciste che negli anni  Trenta si stavano diffondendo in Europa. L’opera di propaganda dei Fratelli fu inizialmente contro la Turchia di Ataturk che aveva spazzato via il califfato, mentre la Fratellanza avrebbe voluto restaurarlo perché lo riteneva il mondo islamico più puro: in questo modo la religione si mescolava con la politica.


Ma l’intellettuale che ebbe più influenza nel movimento fu senza dubbio lo scrittore egiziano Sayyid Qutb (o Said Qotb) (1906-1966), il cui pensiero merita di essere conosciuto se vogliamo afferrare appieno il retroterra culturale di questa organizzazione tuttora molto forte e molto ascoltata nel mondo arabo.

Gamal Abd el-Nasser (1918-1970), Presidente
dell'Egitto dal 1954
Qutb ricevette una rigorosa educazione religiosa, studiò poi negli Stati Uniti dove si laureò in Pedagogia ma odiò gli Usa per il materialismo, i vizi, i passatempi e la libertà sessuale del suo popolo, oltreché per la sua politica estera. Nel 1951 tornò in Egitto ed entrò nei Fratelli Musulmani diventandone il principale ideologo. Nel 1952 Nasser, da poco andato al potere in Egitto, si recò da Qutb per ottenerne l'appoggio; ma l'estremismo dei Fratelli procurò all’Egitto molti problemi sul piano internazionale, inoltre l’organizzazione si opponeva alla modernizzazione del paese perseguita dal Presidente egiziano. Sicché, dopo un’iniziale collaborazione, Nasser e i Fratelli Musulmani entrarono in collisione e il dittatore fu costretto a mettere al bando l'organizzazione nel 1954. Qutb fu imprigionato e trascorse in galera quasi tutto il resto della vita, finita nel 1966 quando venne impiccato. In carcere scrisse in abbondanza, ma i suoi libri più famosi e influenti presso i fondamentalisti musulmani furono All'ombra del Corano, monumentale opera di esegesi e commento del Corano, e Pietre miliari: in entrambi vi è l’esposizione del pensiero di Qutb.
Qutb durante la prigionia
L'edizione in lingua inglese
di All'ombra del Corano
Mescolando varie idee occidentali, tra cui la filosofia della prassi di Marx, Qutb afferma che la verità non è possibile apprenderla nei libri né attraverso le scienze sperimentali; essa emerge da un lato attraverso la dedizione assoluta alla fede, come chiede l'Islam, dall'altro attraverso l'impegno e la lotta. Fede assoluta e azione sono quindi i due mezzi attraverso cui la verità si afferma; la parola di Allah e il martirio in suo nome sono le uniche strade per arrivare alla verità.



Secondo Qutb la società occidentale era giunta ad una crisi irreversibile: il mondo moderno si stava degradando, la sua intelligenza e moralità stavano scivolando verso il basso; libertà, scetticismo e materialismo lo stavano facendo avvizzire, moltiplicando malattie nervose, violenza, perversioni, manie criminali, ansia e sofferenza. Prosperità economica e conoscenze scientifiche non bastavano, secondo Qutb, laddove Dio era stato abbandonato e sostituito dal benessere materiale: tanto più che anche questo era provvisorio e minacciato dall'assenza di una egualitaria distribuzione delle ricchezze. In fin dei conti Qutb indicava mali che anche molti intellettuali dell'Occidente avevano individuato da decenni. Ma qual era la causa di tanta miseria e di tanta alienazione secondo lo scrittore egiziano? 
Qutb nel corso del processo
che lo condannerà a morte (1966)
Egli sosteneva che per capirlo occorreva osservare cos'era accaduto dall'affermazione della religione ebraica in poi. L'ebraismo aveva insegnato ad adorare un solo Dio e a rinnegare gli altri. Come ogni musulmano, anche Qutb riconosceva nell'ebraismo una religione originale, perché oggetto di rivelazione divina e rigorosamente monoteista; ma oltre a questi meriti, secondo Qutb l’ebraismo era stato anche un codice di comportamento che dettava l'attività giusta in ogni campo della vita. La legge mosaica si rifiutava di tracciare un solco tra sacro e secolare perché, e qui sta per il nostro autore la grandezza dell'ebraismo, venerando un solo Dio non poteva tollerare che vi fossero ambiti della vita soggetti all'autorità di altre divinità. Il suo rigoroso monoteismo esigeva che ogni attività umana fosse soggetta alla sola autorità divina. Ma, secondo Qutb, l'ebraismo ad un certo punto avvizzì e restò un sistema di rigidi e vuoti riti esteriori. Fu allora che arrivò Gesù che, con ulteriori rivelazioni divine, ridiede alla religione di Abramo e Mosè nuovo slancio e nuova forza. Riuscì il cristianesimo a mantenere viva la convinzione, presente nella legge mosaica, che vita della spirito e vita civile devono seguire uno stesso Dio e quindi uno stesso codice? (2 – continua)

La Torah, o "Legge", testo sacro dell'ebraismo

giovedì 13 settembre 2012

Ideologia del terrore e islamismo politico: prima parte


1a parte: LA “PRIMAVERA ARABA”, L’ATTENTATO DI BENGASI E LE ILLUSIONI DELL’OCCIDENTE


L'ambasciatore statunitense Chris Stevens, ucciso
nell'attentato di Bengasi il 12 settembre

Stevens morente mentre alcuni funzionari
cercano di salvarlo

L’attentato terroristico di Bengasi del 12 settembre, in cui hanno perso la vita l’ambasciatore statunitense Chris Stevens e altri tre funzionari dell’ambasciata, è stato un brusco risveglio per l’Occidente. In Europa e a Washington ci si era illusi che le elezioni libiche di luglio, in cui hanno vinto i moderati mentre gli islamisti radicali sono stati sconfitti, avrebbero portato pace e democrazia in un paese sconvolto da mesi di guerra civile. Ma oggi, dopo l’attentato, appare più chiaro quanto molti osservatori andavano ripetendo da tempo: il governo di coalizione libico, guidato dal filoccidentale Mahmud Jibril, controlla a mala pena Tripoli, mentre il resto del territorio è nelle mani di bande più o meno politicizzate, più o meno legate alle fazioni estremiste dell’islamismo fondamentalista. Quanto accaduto in Libia, unito alle conseguenti manifestazioni de Il Cairo, sembra dirci che la “primavera araba”, espressione inventata dai mass media occidentali, è un mito che ha poco a che vedere con la realtà che si sta profilando nei paesi musulmani attraversati dalle proteste del 2010-2011.



Muhammar Gheddafi, il leader libico catturato e ucciso
dai ribelli nell'ottobre del 2011
Tali proteste erano iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia e si erano poi diffuse, nel corso del 2011, in Egitto, Libia, Yemen (paesi nei quali i ribelli sono riusciti a deporre i capi di governo: rispettivamente Ben Alì, Mubarak, Gheddafi e Abdullah Saleh). Poi l’onda della protesta ha lambito la Giordania (dove la monarchia si è salvata, ma è stata costretta a promettere un piano di riforme) e l’Arabia Saudita (dove il re Abd Allah, per rimanere al suo posto, ha represso le manifestazioni e ha promesso qualche riforma); è giunta con forza in Bahrain e Gibuti, dove vi sono stati durissimi scontri tra forze dell’ordine e manifestanti; si è abbattuta con violenza in Algeria, dove i conflitti sono stati anche più sanguinosi; infine, più di recente, ha colpito la Siria, dove lo scontro tra ribelli e governo ha mietuto già migliaia di vittime e ogni giorno si fa più cruento. Nel frattempo anche Iraq, Kuwait, Libano, Marocco, Mauritania, Oman e Sudan sono stati scossi dalla rivolta. Sono ancora vive nella nostra memoria le scioccanti immagini della cattura e dell’uccisione del leader libico Gheddafi da parte dei ribelli; tuttora sono in corso scontri in molti dei paesi che ho nominato e in altri si stanno aprendo fronti di conflitto armato; dalla Siria, infine, giungono tutti i giorni terrificanti bollettini di guerra.
Sirte, 20 ottobre 2011: il corpo straziato di Gheddafi
Se questa è la situazione, perché l’espressione “primavera araba” sarebbe un mito, come prima l’ho definita? Perché questa espressione riflette più le speranze e le aspettative di noi occidentali che le reali richieste dei ribelli, e tanto meno riflette la direzione che gli eventi stanno prendendo nei maggiori paesi attraversati dalla protesta. In occidente, specie in Europa, si è voluto vedere in questa ribellione il segno dei tempi: i popoli arabi – questa è la lettura che hanno dato i mass media occidentali (soprattutto siti e blog di Internet) – vogliono la libertà, vogliono il diritto di voto, vogliono il diritto al lavoro, odiano le dittature dei leader al governo, corrotti e incapaci, vogliono, in una parola, la modernità. Prova principale dell’esistenza di queste aspettative, prova esibita spesso dai giornali e dalle televisioni, sarebbe il fatto che i ribelli hanno usato i social network per mobilitarsi, per organizzarsi, per tenere desta la fiamma della rivolta. Attraverso la Rete essi avrebbero appreso la modernità e ora, con coraggio, chiederebbero alle loro istituzioni cambiamenti radicali, e sarebbero pronti a voltare pagina se le riforme non arrivassero. Insomma, i popoli arabi sarebbero più coraggiosi dei popoli europei che continuano a sopportare governi corrotti e liberticidi che impongono loro tasse, tasse e ancora tasse…

È vero che tra le cause delle rivolte ci sono state la corruzione e il dispotismo dei governi contestati o rovesciati; è vero che i social network hanno giocato un ruolo importante nel comunicare e diffondere le parole d’ordine della ribellione; è vero infine che anche la disperazione deve essere annoverata tra le cause, soprattutto l’incremento del costo del grano che ha letteralmente affamato buona parte delle popolazioni magrebine e mediorientali. Ma riguardo agli esiti della “primavera araba” le conclusioni dei mass media occidentali sono state eccessivamente ottimiste.

Il neoeletto Presidente egiziano
Mohamed Morsi
Le cose, infatti, sono assai diverse dalle previsioni delle opinioni pubbliche europea e nordamericana. In nessuno dei governi nuovi che i ribelli hanno portato al potere vi è tuttora traccia di una svolta “moderna” in senso occidentale (ad esempio democrazia liberale, libero mercato, welfare, libertà d’opinione e di culto, pari diritti tra uomo e donna, libertà d’insegnamento); in alcuni, anzi, si sono manifestati segnali opposti, o perlomeno contrastanti con la modernità, poiché le forze che li sostengono sono pericolosamente vicine al fondamentalismo islamico. Nel più popoloso e influente paese attraversato dalle rivolte, l’Egitto, si sono tenute elezioni politiche (in un clima tutt’altro che liberale) che nel giugno di quest’anno hanno portato al potere Mohamed Morsi, leader dell’ala politica del più importante movimento islamista egiziano, i Fratelli musulmani. Ebbene a tutt’oggi, malgrado alcuni segnali di conciliazione, non si sa se Morsi abbia reali poteri o se sia nelle mani delle fazioni più estremiste del movimento, o di quelle dei generali della precedente giunta militare che governò provvisoriamente l’Egitto dopo la deposizione di Mubarak. Ma soprattutto non si sa quale politica questo governo voglia avviare, se di modernizzazione o di ritorno ad un intransigente tradizionalismo: paradossalmente, l’esercito e le tendenze dittatoriali dei suoi generali sembrano costituire un argine contro l’islamismo fondamentalista; i Fratelli musulmani, invece, contrari alla dittatura militare, sono più vicini al fondamentalismo (cfrAlessandro Accorsi, I Fratelli musulmani alla prova del governo, in Limes online, 6/7/2012).

L'ayatollah Ruhollah Khomeyni (1902-1989), guida
della rivoluzione iraniana del 1979
Non è la prima volta che nel mondo islamico si presentano simili paradossi: quando nel 1979 in Iran venne deposto il governo, laico ma dispotico e corrotto, dello Scià Reza Pahlavi, e andò al potere la rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeyni, nel mondo occidentale si salutò l’evento come l’inizio di un’era democratica e di rinnovamento. Come è andata a finire lo sappiamo tutti: applicazione della legge coranica, dominio degli imam sulle istituzioni, trionfo del fondamentalismo. Le riforme dello Scià, laiche e moderne, vennero tutte abolite. La rivoluzione islamica iraniana per l’Occidente fu uno shock che, unito all’incremento del prezzo del petrolio, suonò come una tromba di guerra contro le libertà moderne. Altro abbaglio venne dalla politica estera di Saddam Hussein, presidente dell’Iraq a partire sempre dal 1979: questi, laico e di religione islamica sunnita, pronunciò parole di fuoco contro i musulmani sciiti da poco al potere nel vicino Iran, sicché parve un baluardo contro il rischio del dilagare del fondamentalismo. Per questo, fidandosi di lui, Saddam Hussein venne sostenuto e armato dagli Stati Uniti, perché aiutasse l’Occidente ad arginare con le armi la diffusione del fanatismo khomeinista nel Medio Oriente. Come è andata a finire l’abbiamo visto tutti: Saddam si è rivoltato contro quell’Occidente che l’aveva armato durante la lunga guerra contro l’Iran (1979-1988) ed è diventato, lui che era laico, più pericoloso dei fanatici islamisti iraniani.
Saddam Hussein (1937-2006) presidente dell'Iraq
dal 1979 al 2003, quando venne deposto dall'invasione
anglo-americana (Seconda guerra del Golfo)

Allo stesso modo oggi, dopo aver creduto che tra le folle islamiche si sarebbe diffusa la democrazia occidentale per effetto delle loro rivolte, ci risvegliamo dal sonno e ci troviamo davanti alle immagini di piazze libiche ed egiziane (ma anche di altri luoghi, ad esempio nello Yemen, in Afganistan) dove ancora si bruciano le bandiere degli Stati Uniti, dove si urla fanaticamente che occorre punire i blasfemi che hanno osato nominare Maometto, dove si chiede a gran voce la guerra santa contro l’Occidente. Odio, violenza, fanatismo e intolleranza, altro che democrazia dei social network! 

Manifestanti antiamericani a Il Cairo mentre bruciano la bandiera degli Stati Uniti

Il pastore protestante Terry Jones, tra i promotori
del film L'innocenza dei musulmani
Che l’attentato di Bengasi sia stato provocato da una reazione contro il reverendo Terry Jones e contro il film L’innocenza dei musulmani (sul quale si veda Corriere della sera online: “L’innocenza dei musulmani”. Il film che infiamma Egitto e Libia, 12/9/2012), o che esso sia stato già da tempo preparato da Al Qaeda, poco importa: il comportamento delle piazze islamiche, la facilità con cui transitano in esse i messaggi dei fondamentalisti, la capacità di questi messaggi di mobilitarle dimostrano che non bastano le connessioni ad Internet per portare la democrazia dove non c’è mai stata la libertà. Le notizie peggiori, come ricorda Massimo Gaggi sul Corriere della sera di oggi, vengono proprio dall’Egitto, più ancora che da Bengasi: è in Egitto che l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, ha assunto dei rischi enormi abbandonando Mubarak e appoggiando i Fratelli musulmani e Morsi nella speranza che si arrivasse ad un’apertura democratica e moderna. Cosa è accaduto invece? Che Morsi non solo ha chiesto agli Usa di punire gli autori del film accusato di blasfemia, non solo non ha speso grandi parole per condannare l’attentato di Bengasi, ma tutt’oggi continua a parlare dell’11 settembre come di “un’oscura macchinazione” (cfr. Massimo Gaggi, “Li abbiamo liberati, ci hanno traditi”. L’America riflette sui nuovi alleati, in Corriere della sera, 13/9/2012).

Manifestanti antiamericani 
Siamo stati vittime di un altro abbaglio? La “primavera araba” veicolata da Internet ha portato democrazia nei paesi arabi o ha semplicemente rafforzato l’islamismo radicale e violento (come ipotizza Angelo Panebianco: Lo sguardo miope dell’Occidente: il giorno dopo l’11 settembre, in Corriere della sera, 13/9/2012)? E anche se le rivolte avessero prodotto democratizzazione nei paesi arabi, è auspicabile per l’Occidente che in questi paesi vi sia democrazia senza libertà? Non ci accorgiamo che una democratizzazione illiberale può essere peggiore di una dittatura militare (cfr. ibidem)? Diciamolo: noi occidentali capiamo poco del mondo mediorientale, della religione islamica e soprattutto della traduzione politica del messaggio religioso, il cosiddetto “islamismo”. Per evitare di essere preda di miti e di prendere ancora abbagli dovremmo capire bene cosa significano certe parole per gli islamisti radicali: cosa vuol dire per loro “religione”? Cosa vuol dire “politica”? E “Stato”? Esiste qualcosa di simile alla nostra parola “libertà” nelle loro lingue? Dedicherò i prossimi post a questi argomenti, cominciando proprio dai Fratelli musulmani e dalla loro ideologia. (1 – continua)

Il simbolo dei Fratelli musulmani

mercoledì 5 settembre 2012

Balle in Rete: Hollande e i suoi miracoli


Le bufale sui miracoli di Hollande


Sarà arrivata anche a voi l’email che presentava con tono entusiasta l’operato del Presidente francese François Hollande nei primi due mesi di governo. Ha fatto il giro delle caselle di posta elettronica italiane più o meno intorno alla metà di luglio. Forse ha fatto più di un giro: a me, ad esempio, è arrivata ben quattro volte, da quattro diversi mittenti, nell’arco di una settimana. Forse vale la pena riportarne il testo per intero, così come mi è arrivata:


“Ecco cosa ha fatto Hollande (non parole, fatti....) in 56 giorni di governo.

Ha abolito il 100% delle auto blu e le ha messe all’asta; il ricavato va al fondo welfare da distribuire alle regioni con il più alto numero di centri urbani con periferie dissestate. Ha fatto inviare un documento (dodici righe) a tutti gli enti statali dipendenti dall’amministrazione centrale in cui comunicava l’abolizione delle “vetture aziendali” sfidando e insultando provocatoriamente gli alti funzionari, con frasi del tipo “un dirigente che guadagna 650.000 euro all’anno, se non può permettersi il lusso di acquistare una bella vettura con il proprio guadagno meritato, vuol dire che è troppo avaro, o è stupido, o è disonesto. La nazione non ha bisogno di nessuna di queste tre figure”. Touchè. Via con le Peugeot e le Citroen. 345 milioni di euro risparmiati subito, spostati per creare (apertura il 15 agosto 2012) 175 istituti di ricerca scientifica avanzata ad alta tecnologia assumendo 2.560 giovani scienziati disoccupati “per aumentare la competitività e la produttività della nazione”. Ha abolito il concetto di scudo fiscale (definito “socialmente immorale”) e ha emanato un urgente decreto presidenziale stabilendo un’aliquota del 75% di aumento nella tassazione per tutte le famiglie che, al netto, guadagnano più di 5 milioni di euro all’anno. Con quei soldi (rispettando quindi il fiscal compact) senza intaccare il bilancio di un euro ha assunto 59.870 laureati disoccupati, di cui 6.900 dal 1 luglio del 2012, e poi altri 12.500 dal 1 settembre come insegnanti nella pubblica istruzione. Ha sottratto alla Chiesa sovvenzioni statali per il valore di 2,3 miliardi di euro che finanziavano licei privati esclusivi, e ha varato (con quei soldi) un piano per la costruzione di 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari avviando un piano di rilancio degli investimenti nelle infrastrutture nazionali. Ha istituito il “bonus cultura” presidenziale, un dispositivo che consente di pagare tasse zero a chiunque si costituisca come cooperativa e apra una libreria indipendente assumendo almeno due laureati disoccupati iscritti alla lista dei disoccupati oppure cassintegrati, in modo tale da far risparmiare soldi della spesa pubblica, dare un minimo contributo all’occupazione e rilanciare dei nuovi status sociale. Ha abolito tutti i sussidi governativi a riviste, rivistucole, fondazioni, e case editrici, sostituite da comitati di “imprenditori statali” che finanziano aziende culturali sulla base di presentazione di piani business legati a strategie di mercato avanzate. Ha varato un provvedimento molto complesso nel quale si offre alle banche una scelta (non imposizione): chi offre crediti agevolati ad aziende che producono merci francesi riceve agevolazioni fiscali, chi offre strumenti finanziari paga una tassa supplementare: prendere o lasciare. Ha decurtato del 25% lo stipendio di tutti i funzionari governativi, del 32% di tutti i parlamentari, e del 40% di tutti gli alti dirigenti statali che guadagnano più di 800 mila euro all’anno. Con quella cifra (circa 4 miliardi di euro) ha istituito un fondo garanzia welfare che attribuisce a “donne mamme singole” in condizioni finanziarie disagiate uno stipendio garantito mensile per la durata di cinque anni, finché il bambino non va alle scuole elementari, e per tre anni se il bambino è più grande. Il tutto senza toccare il pareggio di bilancio. Risultato: ma guarda un po’ SURPRISE!! Lo spread con i bund tedeschi è sceso, per magia. E’ arrivato a 101 (da noi viaggia intorno a 470). L’inflazione non è salita. La competitività re la produttività nazionale è aumentata nel mese di giugno per la prima volta da tre anni a questa parte. Hollande è un genio dell’economia?

FATE GIRARE!!!”


Oggi sappiamo che il testo di questa email è nato all’interno di qualche social network e da lì qualcuno l’ha fatto rimbalzare nel resto della Rete. Poi, attraverso i blog, attraverso Facebook e Twitter e grazie alla catena di Sant’Antonio delle email (vecchio sistema che funziona sempre) ha adescato, a quanto pare, centinaia di migliaia di internauti creduloni. Sì, creduloni, perché ciò che sta scritto in quell’email è semplicemente falso. Una delle tante bufale che girano in internet, una balla spaziale che ha fatto cadere in errore persino qualche giornalista esperto (vedi il caso di Leonardo Coen di Repubblica che nel suo blog, in un primo momento, ha dato credito alla notizia, poi, dopo alcune verifiche, si è accorto della falsità delle informazioni e ha fatto precipitosamente marcia indietro: vedi Hollande, la bufala dei tagli e la figuraccia di Repubblica, in Excite, Pazzo Web, 18/7/2012).

Chi ha creduto a questa falsa notizia deve possedere, ovviamente, l’accesso a Internet e collegarsi con una certa frequenza ai social network; ma deve anche possedere qualche nozione di economia e di politica, per capire di cosa si stava parlando nell’email, deve essere abbastanza informato sulle questioni relative al fiscal compact, allo spread e ai costi della politica: insomma, molto probabilmente possiede un grado di istruzione medio-alto. Ad esempio, coloro che hanno inviato a me la lettera sono tutte persone laureate. Un breve sondaggio tra amici e colleghi che hanno ricevuto la stessa mail mi ha confermato l’intuizione: a farla girare non sono individui sprovveduti, ma persone con livello di istruzione medio-superiore o universitario e in genere mostrano una discreta attenzione nei confronti dell’attualità politica.
Paolo Attivissimo, cacciatore di bufale in Rete

Della bufala su Hollande si sono occupati ormai in molti: Gian Antonio Stella su Sette (numero del 30 agosto 2012), il supplemento del Corriere della sera; Beatrice Mautino su Wired.it (vedi ad esempio: Le auto blu di Hollande, come nasce una bufala del genere, in Wired.it del 4 settembre 2012); Giuditta Mosca sul quotidiano Il Sole24ore (vedi I miracoli di Hollande, sul web spopola la bufala su Le President, in Il Sole24ore.it del 18 luglio 2012); e, infine, Paolo Attivissimo (I miracoli d’Hollande, 17 luglio 2012) che, nel suo blog Il Disinformatico, dà la caccia da anni a bufale come questa e smaschera continuamente teorie del complotto campate in aria e inganni circolanti in Rete. Vi rinvio a queste fonti per trovare puntuali demolizioni delle balle raccontate su Hollande. Sulle quali tornerò tra un attimo.

Prima di tornare alla nostra questione, infatti, vorrei consegnare al Moloch di Internet (nella speranza che gli vadano di traverso) queste considerazioni che sono l’ideale prosecuzione di quanto ho detto nell’ultimo post, quello del 28 agosto (L'inganno corre in Rete). Ciò che gira in Internet, lo ribadisco, spesso non è affidabile. Chi diffonde notizie false spesso non cita alcuna fonte, eppure trova sempre schiere di persone disposte a credergli sulla parola, solo perché il canale che utilizza è Facebook, Twitter o, più semplicemente, la posta elettronica. La credulità non ha età, prescinde dal titolo di studio e persino dalla enormità della balla raccontata. Ad esempio girano in Rete informazioni, spesso diffuse dai blogger, secondo le quali l’Aids non esisterebbe, ma sarebbe un’invenzione delle case farmaceutiche (di recente si è saputo che anche Beppe Grillo ha affermato di credere a questa balla: vedi Pietro Greco, Grillo e la negazione dell’Aids. È l’ora del “populismo sanitario”, L’Unità, 2 settembre 2012; questo articolo, insieme a quello di Beatrice Mautino, Beppe Grillo e il negazionismo, Wired.it, 23 maggio 2012, è un’ottima rassegna delle bufale e delle balle pseudoscientifiche e complottiste messe in circolazione da Grillo attraverso la Rete); che l’11 settembre non si sarebbe verificato (vedere il blog di Paolo Attivissimo per una panoramica completa sulle bufale relative all’attentato alle Torri gemelle del 2001); che quel giorno sulle Twin Towers vi era un ufo (cfr. ibidem); che Leonardo da Vinci era un extraterrestre e che nel famoso Cenacolo si celerebbe il volto di un extraterrestre (vedi, ad esempio, Youtube); che gli antichi Egizi costruirono le piramidi grazie all’aiuto degli alieni (vedi Mondoufo su Leonardo.it), che persino Gesù sarebbe un ufo (vedi, ad esempio, il blog noiegliextraterrestri.blogspot.it).


Naturalmente di creduloni disposti a credere a queste come ad altre balle ve ne sono sempre stati, anche prima di Internet. Il negazionismo, ad esempio, ha riguardato in passato materie come l’Olocausto (anche oggi c’è chi lo nega) o come la missione Apollo 11 e relativo sbarco sulla Luna (rinvio sempre all’aggiornatissimo blog di Paolo Attivissimo e ai libri di Massimo Polidoro, autori che, tra l’altro, collaborano con il CICAP). Analogamente, da secoli circolano teorie complottiste e dietrologie fantasiose per spiegare eventi difficili da capire: nel medioevo si credeva agli untori per spiegare la peste; si vedevano fate e streghe laddove si verificavano fenomeni inspiegabili per la cultura del tempo; si sosteneva che i mari tempestosi fossero abitati da mostri terribili… Dall’età moderna in poi si è diffusa la teoria del “complotto ebraico” contro la civiltà cristiana, complotto a cui sono stati via via addebitati eventi come le pestilenze, le guerre di religione, le crisi economiche (specie quella del 1929), le due guerre mondiali e persino la stessa Shoah. Com’è noto, a queste teorie del complotto si sono ispirati i dittatori del Novecento per attuare e giustificare politiche repressive e di sterminio.


Niente di nuovo sotto il sole, quindi? No, il nuovo c’è, un nuovo che invita ad un’attenzione maggiore rispetto al passato. Il nuovo di oggi è Internet, perché capace di generare un “io collettivo” di straordinaria potenza, di fronte alla quale rischiamo di essere tutti sprovveduti. E, come dicevamo prima, non bastano i titoli di studio a salvarci. Lo aveva già notato Le Bon alla fine dell’Ottocento: quando moltissimi individui sono riuniti in gruppo, non vi è differenza tra una folla di asini e una di accademici di Francia. Internet è il catalizzatore delle folle contemporanee, ciò che gira nel suo enorme ventre può divorare il buon senso e l’intelligenza di chiunque. Quando una notizia è appresa attraverso i suoi canali sembra che vengano meno tutti i principi di cautela che in altre occasioni utilizzeremmo per non essere presi per il naso. Inoltre, più la notizia è stramba, più essa si mostra capace di alludere ad un mistero irrisolto, e più essa dona all’utente che la diffonde il crisma della modernità e della trasgressione: chi la fa circolare cerca il suo momento di celebrità e spera che la rivelazione della verità, che soltanto lui ritiene di conoscere, possa donargli una fama da rock star. Internet è capace di solleticare a tal punto la volubilità e la frustrazione delle folle contemporanee da spingere milioni di individui ad inventare notizie di sana pianta e a spacciarle in Rete come Verbo.

Torniamo ad Hollande. C’era, in questo caso, un principio di cautela che si poteva usare di fronte a quella email? Certo che c’era! Bastava chiedersi come mai, di quegli incredibili trionfi politici del Presidente francese, non un solo giornale d’Oltralpe facesse menzione; nessuno, neppure quelli del Partito socialista, il partito di Hollande, che, pure, avrebbero avuto tutto l’interesse a pubblicizzare le eroiche riforme del suo leader; neppure il sito Internet del governo francese che pubblica le norme emanate dall’esecutivo e, come nel caso dei giornali socialisti, avrebbe avuto tutto l’interesse a divulgare simili informazioni. Beatrice Mautino, la già citata giornalista di Wired.it, ha persino telefonato ai suoi colleghi a Parigi per chiedere loro se sapessero qualcosa di queste riforme, ed essi sono letteralmente caduti dalle nuvole… Insomma, di fronte all’enormità della notizia bastava esercitare un po’ di sano scetticismo prima di abboccare. Ma la tentazione di apparire il Vendicatore dei torti subiti dal popolo è evidentemente troppo forte per certi navigatori di Internet, tanto da fagocitare in un sol boccone il loro buon senso e il loro scetticismo. “Annullamento della personalità cosciente, predominio della personalità inconscia, orientamento determinato dalla suggestione e dal contagio dei sentimenti e delle idee in un unico senso, tendenza a trasformare immediatamente in atti le idee suggerite, tali sono i principali caratteri dell’individuo in una folla. Egli non è più se stesso, ma un automa, incapace di essere guidato dalla propria volontà” (Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, [1895], tr. it. Milano, Mondadori, 1982, p. 39).


Internet può essere pericoloso se lasciamo che il fascino del mezzo annulli la nostra capacità di giudizio. Ma può essere “umanizzato”, a patto di non rinunciare ad usare la ragione e il dubbio metodico cartesiano, almeno quando serve (ma serve spesso). FATE GIRARE!!