martedì 2 ottobre 2012

Ideologia del terrore e islamismo politico: quarta parte. Il baathismo.


4a parte: Michel Aflaq e il “baathismo”

Michel Aflaq (1910-1989)
Se il pensiero di Qutb può sembrare inaccettabile per un occidentale cresciuto nel rispetto del principio illuminista e liberale della tolleranza, che dire allora del pensiero di Michel Aflaq (1910-1989), altro importante ideologo dell’islamismo contemporaneo? Aflaq è un personaggio che ci lascia davvero sbalorditi perché, come ha scritto Paul Berman, è uno dei peggiori prodotti della Sorbona di Parigi, che pure è un cenacolo di cultura occidentale (cfr. Paul Berman, Addio Ba’ath, in il Sole24ore.com, 22.8.2012).

Aflaq verso la fine degli anni Trenta
Nato a Damasco da una famiglia cristiano-ortodossa, Aflaq fu un brillante studente dell’ateneo parigino tra le due guerre mondiali. La Siria dopo la prima guerra mondiale era un mandato francese e ciò aveva permesso ad Aflaq di frequentare scuole occidentali e di laurearsi appunto a Parigi. Fu qui che aderì al nazionalismo arabo e al socialismo, diventando fautore della ribellione contro il colonialismo europeo e sostenitore della formazione della grande nazione araba. Rientrato in patria, aderì al nazismo, sostenne nel 1940 l’invasione tedesca della Francia e nel 1943, insieme ad alcuni seguaci, fondò a Damasco il partito Baath. Letteralmente questa parola vuol dire “resurrezione” o “rinascita”; ma il nome completo dell’organizzazione è Partito Arabo Socialista della Resurrezione.

Proprio a causa della presenza della parola “socialista”, e anche per le frequenti citazioni di Marx da parte di Aflaq, il Baath in Occidente è stato sempre considerato un partito laico e di sinistra. Ma si è sempre trattato di un enorme fraintendimento: il “baathismo”, come ha spiegato Berman, è un impasto ideologico che mescola socialismo, marxismo e nazismo adattando queste ideologie al mondo arabo. Del socialismo e del comunismo ha preso l’idea della statalizzazione dell’economia e le modalità di costruzione di un regime basato sul partito unico e sul controllo integrale della società (Saddam Hussein, leader del Baath iracheno, era ammiratore di Stalin); del nazismo ha preso l’utopia razzista: solo un paese di puri di sangue può vivere nella giustizia, dopo aver eliminato i virus dell’infezione e della dissoluzione (cfr. P. Berman, Terrore e liberalismo. Perché la guerra al fondamentalismo è una guerra antifascista, tr. it. Torino, Einaudi, 2004, pp. 66-67).

L’adattamento originale alla situazione araba è nel mito politico fondamentale seguito dal Baath. Secondo questo mito, spiegato da Aflaq in On the way of Resurrection, un tempo il popolo eletto di Dio era la nazione araba. Questo popolo nel corso della storia era stato inquinato da forze interne ed esterne; ora gli arabi dovevano tornare alla propria origine, alla loro purezza originaria. I corruttori erano gli ebrei, i massoni, infine gli alleati occidentali degli ebrei. Come tornare allo spirito originario? Venerando il Capo rivoluzionario che incarnava “lo spirito arabo”. Ovvero dando obbedienza incondizionata al capo che avrebbe guidato il popolo arabo alla vittoria. Come si vede le analogie con il Fuhrerprinzip hitleriano sono impressionanti, sebbene il sottofondo dell’ideologia di Aflaq sia pur sempre mistico: la rivoluzione araba contro l’Occidente deve essere innanzitutto una rivoluzione psicologica, una rivolta spirituale contro il materialismo occidentale, ribellione che avrebbe fatto risorgere le energie dell’epoca del Profeta. L’epoca in cui Maometto risiedeva a Medina è considerata dal baathismo come una sorta di età dell’oro, un’epoca di purezza cui deve attingere il mondo arabo se vuole risorgere. Il riferimento a Maometto non deve trarci in inganno: Aflaq non si convertì all’Islam (se lo fece, forse avvenne in punto di morte); rimase sempre cristiano, eppure così devoto alla causa araba che nella sua ideologia, come si diceva, ha molto spazio il tema razzista della purezza e della superiorità etnica degli arabi. Non solo: secondo Aflaq la purezza delle origini deve essere coniugata con la modernità, perciò non sempre egli sostenne l’applicazione della shari’a nei paesi musulmani, poiché una volta ricostituita la forza e la purezza delle origini non ci sarebbe stato bisogno di utilizzare la severità del codice coranico, anzi la libertà di parola e di espressione si sarebbero coniugate spontaneamente con l’ordine e con la spiritualità.
Rashid Ali al-Kaylani

Cosa hanno realizzato Aflaq e il partito Baath? Aflaq ebbe la prima occasione per realizzare le sue convinzioni nel 1941, quando ancora la struttura organizzativa del partito neppure esisteva. In quell’anno Aflaq aiutò Rashid Ali al-Kaylani (1892-1965), avvocato e politico nazionalista iracheno, violentemente anti inglese, ad attuare un colpo di Stato in Iraq. Rashid Ali negli anni Trenta era stato molto influenzato dal Gran Muftì di Gerusalemme Muhammad Amin al-Husseini (1895-1974) che da tempo stava conducendo una feroce campagna antisemita contro le immigrazioni ebraiche in Palestina, regione che allora era sotto mandato britannico. È necessario spendere due parole su al-Husseini per comprendere la profondità dei collegamenti tra i vari movimenti islamisti.
Il Gran Muftì di Gerusalemme al-Husseini

Il Muftì è un esperto di diritto islamico; il Gran Muftì di Gerusalemme negli anni Venti e Trenta aveva un grande prestigio tra gli arabi di Palestina, perché considerato guida non solo spirituale ma anche politica: al-Husseini si era pronunciato contro il colonialismo europeo, contro la presenza britannica in Palestina e soprattutto contro l’afflusso di ebrei autorizzato dall’Inghilterra a partire dalla Dichiarazione Balfour (1917), afflusso che era aumentato da quando erano iniziate le persecuzioni ebraiche in Germania. Per queste ragioni aveva aderito al movimento dei Fratelli musulmani ed era stato ispiratore e leader della grande rivolta araba contro l’Inghilterra avvenuta tra 1936 e 1939, durante la quale egli si mostrò spietato contro ogni avversario: non solo aveva fatto massacrare intere famiglie di ebrei, non solo aveva organizzato attentati contro gli inglesi, ma i suoi uomini avevano trucidato i capi delle comunità musulmane che si erano opposti alla sua volontà e al progetto di costruzione del grande stato arabo. Ricercato dal governo britannico per questi omicidi, il Gran Muftì era fuggito dapprima in Libano e poi in Iraq.

L'incontro tra Hitler e il Gran Muftì, nel 1941
Ma non rimase solo in questo esilio: era sostenuto ormai da qualche anno da Mussolini e soprattutto da Hitler, quest’ultimo contattato da al-Husseini già dal 1933 per ottenerne l’aiuto nel progetto di eliminazione degli ebrei dalla Palestina. Il Muftì ricevette aiuti finanziari e consiglieri politici sia da Mussolini sia da Hitler; si incontrò con il Duce nell’ottobre del 1941 a Bari e con il Fuhrer nel novembre dello stesso anno a Berlino. Hitler si impegnò con il Muftì a scacciare gli inglesi dai territori arabi e ad “eliminare l’elemento ebreo” da queste terre per restituirle libere ai musulmani. Il Muftì, da parte sua, ripagò l’impegno di Hitler facendo propaganda radiofonica filonazista presso le folle musulmane, compiendo attività di spionaggio a favore della Germania e dell’Italia, e soprattutto costituendo unità di SS reclutate tra i giovani musulmani sia in Medio Oriente che in Bosnia. Ebbene, tornando all’Iraq, fu qui che il Muftì tentò la “grande impresa” aiutando Rashid Ali ad effettuare il colpo di Stato che nell’aprile del 1941 scacciò da Baghdad il governo filo-inglese. In quell’occasione Aflaq sostenne Rashid Ali e il Gran Muftì ad intraprendere in Iraq una politica filo tedesca, promettendo alla Germania l’uso delle risorse petrolifere irachene per sostenerla nella guerra contro la Gran Bretagna.
Il Gran Muftì passa in rassegna le SS islamiche in Bosnia








L’esperimento baathista di Baghdad durò pochissimo. Già al termine del maggio 1941 l’esercito britannico era rientrato in possesso dell’Iraq e aveva scacciato il governo di Rashid Ali (che riparò in Germania, sotto la protezione di Hitler), il Gran Muftì al-Husseini (che si rifugiò dapprima in Svizzera, poi, dopo la guerra, in Egitto e in Libano dove proseguì la campagna di odio antisemita), e lo stesso Aflaq che si sistemò in Siria dove rimase per molti anni anche dopo la guerra. Qui nel 1943, come ho già ricordato, fondò il partito Baath che vent’anni più tardi sarebbe andato al potere con un colpo di Stato: potere che tuttora è nelle mani dell’ultimo baathista siriano, cioè Bashar al-Asad, il despota che in questi ultimi mesi ha massacrato i suoi connazionali che manifestavano contro il governo.

Saddam Hussein e Ahmad Hasan al-Bakr
Negli anni in cui il Baath andava al potere in Siria, Aflaq si era trasferito in Iraq, forse per qualche contrasto scaturito tra lui e la leadership baathista siriana. In Iraq, ancora una volta, le ideologie violentemente nazionaliste di Aflaq lasciarono di nuovo il segno: qui, infatti, dopo la seconda guerra mondiale si era formato un altro partito Baath, intenzionato a portare a compimento quel progetto di realizzazione della grande nazione araba fallito all’inizio degli anni Quaranta da Rashid Ali. In Iraq Aflaq divenne il capo del partito e sostenne Ahmad Hasan al-Bakr ad effettuare il colpo di Stato che nel 1968 portò al potere il Baath a Baghdad, questa volta per rimanervi a lungo. Il pupillo di Aflaq divenne presto un giovane dalla vita rocambolesca: Saddam Hussein, il quale prima del colpo di Stato del 1968 era stato in esilio, poi era tornato ma era stato arrestato e infine era evaso e aveva partecipato alla rivoluzione baathista. Grazie all’appoggio di Aflaq, venerato in Iraq come guida spirituale e politica, Saddam prese la laura in giurisprudenza, divenne vice Presidente del Consiglio dei ministri, poi Generale dell’esercito iracheno e infine, quando nel 1979 al-Bakr si ritirò dalla politica, divenne Presidente dell’Iraq, carica che tenne fino alla guerra del 2003.
Saddam Hussein e Michel Aflaq
Saddam Hussein quando era
Presidente dell'Iraq
Saddam Hussein si vantò spesso della presenza di Aflaq vicino a lui, sostenendo che fosse l’Iraq e non la Siria il luogo dove le idee dello scrittore avrebbero trovato piena realizzazione. In effetti Saddam impose sì una spietata dittatura, eliminando gli elementi considerati impuri (ad esempio i curdi, ma anche i musulmani sciiti), ma cercò anche di modernizzare il paese come il suo mentore consigliava: perciò separò i codici civile e penale dalla shari’a, abolì le corti islamiche sostituendole con tribunali simili a quelli occidentali, parificò donne e uomini di fronte ad alcuni aspetti della legge. Quest’opera di secolarizzazione impressionò a tal punto l’occidente che, com’è noto, gli Stati Uniti videro in lui un potenziale alleato contro il fondamentalismo islamico che, nel 1979, sembrava essere rappresentato dalla rivoluzione khomeinista avvenuta in Iran. Fu un abbaglio, come ho già detto (cfr. post del 13 settembre 2012), errore che sarebbe stato evidente anche allora se si fosse valutato con maggior attenzione il peso che aveva avuto nella politica di Saddam Hussein il pensiero di Aflaq.

L'attuale Presidente siriano, il
baathista Bashar al-Asad
Di recente Paul Berman, commentando quanto sta accadendo in Siria, dove la spietata dittatura di Bashar Assad miete vittime a migliaia, ha scritto a proposito di Aflaq e dell’esperienza del Baath: “Quali risultati pratici, utili o eccezionali, possono essere attribuiti al Ba'ath? Non è nemmeno riuscito a far arrivare i treni in orario. In Iraq e in Siria ha massacrato più arabi e musulmani di qualsiasi altra organizzazione nella storia del popolo arabo. Oggi il movimento che cominciò sostenendo un golpe filonazista a Baghdad, nel 1941, sta concludendo la sua parabola commettendo altri massacri ancora per le strade di Homs, Damasco e Aleppo. Una storia enorme. Una storia tragica. Una storia delle follie intellettuali dell'era moderna e delle loro funeste conseguenze” (P. Berman, Addio Baath, cit.).

Un’opinione che condivido, come molte altre espresse dal grande giornalista americano. Tuttavia questa volta non sono del tutto d’accordo con il suo ottimismo. È davvero finito il Baath? Come il pensiero di Qutb, anche quello di Aflaq continua ad avere molti sostenitori sparsi tra gli islamisti più radicali. Certi pensieri terribili, certe follie intellettuali, come sono state il nazismo, il fascismo e il comunismo, sono come fiumi carsici: una volta sconfitti sembrano scomparire sottoterra, inghiottiti dalle crepe della storia; ma quando le relazioni tra gli uomini e tra i paesi tornano a farsi tese e crude ecco che riaffiorano, proponendo soluzioni facili a problemi difficili, semplificazioni drastiche a questioni complesse. E di solito trovano consenso e si diffondono rapidamente proprio per la semplicità delle loro risposte: l’individuazione di un capro espiatorio su cui scaricare le colpe delle sofferenze presenti, il miraggio di un’epoca di integrità e di felicità da creare attraverso una guerra purificatoria. La possibilità che certi mostri ideologici risorgano è sempre aperta. (4 - continua)
Il funerale di Aflaq, in Iraq

Per le fonti consultate vedi il post del 26 settembre 2012. Per questo post ho utilizzato anche l’articolo di Berman citato nel testo, nonché l’articolo di Alberto Rosselli, Adolf Hitler e il Muftì di Gerusalemme, in Nuovo Caffè Letterario, settembre 2002.

mercoledì 26 settembre 2012

Ideologia del terrore e islamismo politico: terza parte. Qutb e la "terribile schizofrenia"


3a parte: Il pensiero di Sayyid Qutb: la “terribile schizofrenia” del mondo occidentale

Purtroppo anche il cristianesimo, secondo Sayyid Qutb, subì un’involuzione: il suo messaggio non fu accettato dagli Ebrei, Gesù e i suoi seguaci vennero perseguitati, sicché la nuova rivelazione trovò difficoltà ad essere applicata; inoltre dopo la morte di Gesù il messaggio fu male interpretato e frainteso dai seguaci che subentrarono ai primi apostoli.
Antica icona raffigurante San Paolo
Secondo Qutb il primo responsabile di questo fraintendimento del messaggio cristiano fu Paolo di Tarso: egli annacquò la dottrina di Gesù fondendola con elementi della filosofia greca e della mitologia greco-romana; in tal modo il cristianesimo divenne una religione essenzialmente spirituale, distaccata definitivamente dall'insegnamento ebraico che intendeva la religione non solo come spiritualità ma come legge operante tra gli uomini. Insomma, è con Paolo che il cristianesimo cominciò, secondo Qutb, il suo perverso cammino di confinamento nell'intimo della coscienza, perdendo la sua funzione di legge per la comunità degli uomini.

La famosa testa di Costantino conservata
a Roma, Musei capitolini
Non riuscì a far cambiare rotta al cristianesimo neppure la decisione di Costantino di convertire l'impero romano al cristianesimo. Anzi le cose peggiorarono, perché la corruzione e la depravazione in cui l'imperatore viveva provocarono una reazione ascetica nei cristiani più convinti che si rinchiusero nei monasteri, imponendosi una condotta religiosa che, secondo Qutb, è contro la natura umana. Insomma, con questa involuzione il cristianesimo avviò una schizofrenia che caratterizzò in seguito tutta la società umana occidentale: la scissione tra spirito e corpo, tra interiorità ed esteriorità, tra religione e legge civile.

L'arrivo della religione musulmana nel settimo secolo avrebbe potuto ricostruire il corretto rapporto tra uomo e natura, tra spirito e corpo, e diffonderlo presso tutta l’umanità. In quest’opera di persuasione morale, la religione di Maometto sarebbe stata sostenuta dal prestigio raggiunto in campo culturale, dal momento che, dice Qutb, l'Islam aveva scoperto il metodo scientifico molto prima dell’Occidente, grazie agli studiosi musulmani che operavano nelle università d'Oriente e dell'Andalusia. Nell’Islam, secondo lo scrittore, la scienza non era in conflitto con Dio, la religione non era in contrasto con la razionalità scientifica: spirito e corpo erano di nuovo uniti. Ma raggiunta la preminenza nell'umanità anche il mondo islamico si è allontanato dai corretti principi, già a partire dal terzo califfato (intorno alla metà del VII secolo d.C.) e poi, più decisamente, durante la dinastia Omayyade (dalla fine VII secolo al 750 d.C.). Il declino morale del mondo islamico fu accelerato dagli attacchi dei Mongoli, delle Crociate condotte dai cristiani, e infine dei sionisti. La brillante scoperta del metodo scientifico fu esportata in occidente nel XVI secolo e generò fecondi risultati, ma in Europa entrò in urto con il cristianesimo, cosicché si generò una nuova scissione: da un lato la scienza e il suo metodo, dall’altro Dio e la religione, due ambiti in conflitto aperto.

Questa divisione si diffuse talmente in profondità in Occidente da produrre nel corso dell'età contemporanea la “terribile schizofrenia della vita moderna”: ciò che secondo Qutb è “uno” (il naturale desiderio di conoscere il mondo fisico e la naturale aspirazione a vivere nell'ordine divino), nel mondo occidentale divenne “due”: Dio da una parte, la scienza dall'altra. Inevitabile che in tal modo anche la mente degli occidentali e la loro vita si sia divisa, sia diventata doppia e malata, e questa malattia l’Occidente ha esportato anche nel mondo musulmano, attraverso il colonialismo.
Secondo Qutb, questa “terribile schizofrenia” trovava nelle società liberali la sua massima espressione. Le società liberali collocano la dimensione religiosa dentro le chiese e nell'intimo della coscienza, non nella vita pratica di tutti i giorni. Nelle società liberali le chiese sono libere di dare le benedizioni o le maledizioni ma non possono metterle in pratica, perché in esse il potere di chiamare la polizia spetta allo Stato. Attenzione: Qutb non dice che le società liberali tolgono libertà all'esercizio dei culti religiosi, al contrario esse danno libertà a tutti i culti, poiché alla gente è permesso di andare nelle moschee, nelle chiese, nelle sinagoghe, semmai è nei paesi comunisti che questo è impedito. Nelle società liberali “l'esistenza di Dio non viene negata, ma il suo dominio è limitato ai cieli, e la Sua autorità sulla Terra è sospesa”; in tal modo la società liberale “nega o sospende la sovranità di Dio sulla Terra”.


Per Qutb, quindi, la libertà delle società liberali è la massima esemplificazione della schizofrenia moderna e occidentale che pone il mondo materiale di qua e Dio di là, facendo diventare la religione una questione di moralità privata, una serie di vuoti rituali che non hanno alcun effetto nella vita civile, come se il cuore degli uomini fosse l'arbitro supremo del comportamento morale, mentre l'arbitro supremo, scrive Qutb, è solo Dio. La società liberale moderna è jahili, ovvero ignorante come i pagani, e ciò si vede bene, secondo Qutb, nel modo di vivere le relazioni sessuali: la libertà sessuale conduce gli uomini ad avere rapporti sessuali senza amore, basati solo sulla lussuria, e le donne a preferire di essere sexy e frivole anziché responsabili della procreazione della vita; conduce ad avere relazioni senza alcun impegno e porta le donne a dedicarsi alla produzione materiale (cioè a lavorare) anziché dedicarsi ad allevare esseri umani. Tutto ciò è un regresso verso società primitive, è un allontanamento da Dio, dall'ordine naturale che Dio ha dato al mondo, un ordine in cui le famiglie si formano per procreare e educare i figli, non per realizzare i desideri dei genitori, le responsabilità sono armoniosamente divise tra uomini e donne, ogni persona ha una missione da compiere affidatale da Dio. Permissivismo, libertà di coscienza, separazione tra religione e legge civile: la società liberale è pericolosa perché perpetua la “terribile schizofrenia” dell'uomo moderno.
Un islamista radicale manifesta contro la libertà
Massimo esempio di queste perversioni è rappresentato dagli Stati Uniti d'America che Qutb critica non perché vi sarebbero contraddizioni rispetto ai principi cui essi si richiamano, ma appunto perché coerenti tra i principi liberali dichiarati e la loro concreta realizzazione nella società. Qutb non critica gli Stati Uniti perché non riescono ad essere liberali pur professandosi tali (critica che in genere viene mossa contro l’America da intellettuali e politici di sinistra); li critica proprio perché sono liberali, nei principi cui essi si richiamano e nei comportamenti sociali.

Ora, questa schizofrenia, secondo Qutb, stava corrompendo anche l'Islam, perché il potere dell’Occidente, nemico dell'Islam, è effettivamente enorme tanto da inquinare i cuori dei musulmani. Questa corruzione è iniziata da quando Ataturk, abolendo il califfato, aveva portato la schizofrenia dell’Occidente nel mondo islamico: egli, infatti, fondando la Repubblica turca sul modello degli Stati nazionali europei, laici e moderni, aveva separato la religione dalla legge civile, il Corano dai codici. Il timore di Qutb era appunto questo: che l’esempio di Ataturk si diffondesse, che le idee liberali e la loro schizofrenia attecchissero presso il mondo musulmano, confinando l'Islam “nei circoli emotivi e rituali”, impedendogli di “partecipare all'attività della vita”, fermandone il dominio su ogni attività secolare, separando la religione dallo Stato. Questo era appunto quello che era successo in Turchia, quando Mustafà Kemal, il 3 marzo 1924, aveva posto fine al califfato (il califfo, da non confondere con il sultano, era il capo religioso e politico della Umma, di tutti i fedeli dell’Islam). L'attacco di Ataturk era terribile perché nato dentro l'Islam stesso, perciò più subdolo e imprevedibile degli attacchi proveniente dall’esterno; se imitato anche in altre nazioni musulmane avrebbe ridotto l'Islam a una religione da scegliere nell'intimo della coscienza, ad un Islam parziale, e un Islam parziale, secondo Qutb, non è Islam. Se la scelta di Ataturk fosse stata seguita da altri, avrebbe portato allo “sterminio” dell’Islam: sì, Qutb usò proprio questa parola, “sterminio”. “È un tentativo – scrive Qutb – di sterminare questa religione addirittura come credo di base e di sostituirla con concezioni secolari che hanno le loro implicazioni, valori, istituzioni e organizzazioni”. “Sterminare”, scrive Qutb: lo sterminio dell'Islam come religione sarebbe cominciato con la Turchia di Ataturk nel 1924.

Manifestazioni islamiste antioccidentali
Ma la forza dei nemici dell'Islam, secondo Qutb, è solo apparente, poiché la religione musulmana è così autentica e radicata nell'animo umano che saprà resistere e diventare la religione dell'umanità intera. Quel che serve all'Islam per vincere, scrive Qutb, è che i più puri di questa religione si riuniscano in un'avanguardia che si separi dai costumi occidentali e conduca in prima persona una vita integralmente islamica, in modo da costituire una minisocietà di puri entro una società di impuri e di pagani. Il compito successivo di questa comunità è combattere innanzitutto i musulmani non puri, quelli che intendono tenere separata la religione dal resto della vita, come se si potesse essere musulmani una volta alla settimana e poi per il resto relegare la religione nella vita privata. L'obiettivo di questa lotta (jihad, scrive Qutb) è fondare uno Stato, prendendo un intero paese da qualche parte nel mondo islamico e instaurandovi i precetti dell'Islam in forma autentica. Così si sarebbe potuto rifondare lo stato islamico originario, quello del settimo secolo. Poi si dovrebbe portare l'Islam nel mondo, come aveva fatto Maometto. Ripristinare lo stato islamico significa restaurare la shari'a, il codice musulmano, come legge dello stato: la legge coranica deve tornare a dettare norme per la vita civile e politica. Fare questo significa rendere l’umanità veramente libera, liberare veramente l’uomo dalla schiavitù, diffondere solidarietà tra gli individui, dare il giusto aiuto ai bisognosi, donare alle donne il vero rispetto. Chi non vuole seguire la religione dell'Islam è libero di farlo, ma non deve minacciare di rovesciarlo, altrimenti sarà punito; chi commette un crimine contro l’Islam, dice Qutb, lo commette contro la comunità intera, quindi deve subire l'identica ingiustizia che ha inflitto alla comunità: “anima per anima, occhio per occhio, naso per naso, orecchio per orecchio, dente per dente, e per le ferite la legge del taglione”, questo, secondo Qutb, è il codice della shari'a.

Paesi che adottano, a vari livelli, la shari'a

L'applicazione integrale della shari'a è naturalmente un progetto da realizzare nel futuro; nel frattempo l'Islam deve proteggersi dai nemici con il jihad, con una guerra difensiva. Una volta conquistato uno Stato, la lotta contro miscredenti e infedeli dovrà essere durissima, attraverso l'uso della polizia al servizio della religione. In questa lotta sarà inevitabile che alcuni musulmani giusti e puri muoiano, ma questa non sarà vera morte, perché l’esempio del martire produrrà altra vita, cioè il successo dell'Islam. Per la realizzazione di questa utopia è quindi giusto che si diffonda la vocazione al martirio, nel senso etimologico del termine: il martire (shahid, in arabo) è un testimone della verità e quindi capace di produrre vita con il proprio sangue versato. Chi muore nella lotta per l'affermazione della verità dell'Islam resta in vita, è una forza attiva che serve alla crescita e alla diffusione della comunità: “nella loro morte non c'è – scrive Qutb – un vero senso di perdita, perché continuano a vivere”. (3 - continua)
Manifestazioni contro l'Occidente: il manifesto di sinistra
dice: "Macellare chi deride l'Islam"; al centro: "Decapitare
chi insulta l'Islam"; dietro questo: "Liberalismo all'inferno".

Recenti manifestazioni anticristiane




























Utilizzate le seguenti opere:

Paul Berman, Terrore e liberalismo. Perché la guerra al fondamentalismo è una guerra antifascista, (2003), tr. it. Torino, Einaudi, 2004

Enzo Pace, Renzo Guolo, I fondamentalismi, Roma-Bari, Laterza, 2003

Heinz Halm, L’Islam, (2000), tr. it. Roma-Bari, Laterza, 2003

sabato 22 settembre 2012

Terrore e islamismo, 2a parte: i Fratelli musulmani


IDEOLOGIA DEL TERRORE E ISLAMISMO POLITICO: seconda parte


2a parte: L’ideologia dei Fratelli musulmani e il pensiero di Sayyid Qutb

Le tappe della formazione dell'Impero ottomano

Ataturk (1881-1938)
Sono state le due guerre mondiali a generare nel mondo arabo enorme delusione e frustrazione per non essere riusciti a formare il grande Stato arabo. Infatti, il plurisecolare Impero ottomano, sorto nel XIV secolo, si era dissolto dopo la Grande guerra; le trasformazioni politiche conseguenti il conflitto avevano portato alla nascita della Turchia moderna, grazie alla rivoluzione di Mustafà Kemal “Ataturk”, ma avevano lasciato una parte del mondo islamico sotto il controllo più o meno diretto dell’Europa. Dopo la seconda guerra mondiale il colonialismo venne definitivamente meno e nacquero stati arabi indipendenti, ma i nostalgici dell’Impero non furono ugualmente soddisfatti: l’importazione del modello dello Stato nazionale nel mondo islamico fu vissuto da costoro come una deviazione, un tradimento della tradizione islamica che ha sempre visto tutti i musulmani raccolti in un’unica grande casa, la Umma o “comunità dei fedeli”.

Mustafà Kemal (Ataturk), al centro della foto, nel 1923, quando depose
il sultano,  proclamò la fine del califfato e fondò la Repubblica turca

Il Medio Oriente dopo la seconda guerra mondiale

Hasan al-Banna
Fu quindi nei due contesti postbellici che si rafforzarono le tendenze alla riunificazione politica del mondo islamico. Ad esempio, fin dal 1924 la dinastia saudita in Arabia si fece portabandiera del movimento integralista wahhabita, movimento rigorista musulmano-sunnita fondato in Arabia da Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1791), caratterizzato da estremo conservatorismo religioso e sociale che proponeva come modello i “pii antenati” (da cui l’espressione “salafiyya” – che vuol dire appunto “i pii antenati” - e il connesso atteggiamento politico, il salafismo). Sorsero inoltre associazioni islamiche legate agli ulema, o mullah, i “dotti” del Corano, con progetti politici di islamizzazione totale della società depurata dalle corruzioni del mondo occidentale, tutte più o meno ispirate al wahhabitismo e al salafismo. Tra queste ebbe particolare influenza appunto quella dei Fratelli musulmani, fondata nel 1928 in Egitto, a Ismailia, da Hasan al-Banna (1906-1949). Nata come associazione di assistenza scolastica e sanitaria, si è presto diffusa in molti paesi arabi, attirando giovani, intellettuali, religiosi e politici. Il suo motto era: “Allah è il nostro obiettivo. Il profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza”.
L'emblema dei Fratelli musulmani
Il progetto dei Fratelli musulmani, infatti, prevedeva fin dall’inizio la riforma della società attraverso una capillare opera educativa e formativa, opera che doveva essere ancorata ai più rigorosi precetti islamici. Finché tale opera è rimasta sul terreno dell’istruzione, essa ha avuto influenza soprattutto nel campo religioso e rituale, sebbene sia stata sempre molto capillare e pervasiva. Ma tra gli affiliati cominciò presto ad emergere una corrente più radicale e più impaziente che intendeva tradurre in concrete azioni politiche quel progetto: così la Fratellanza si è trasformata nel tempo in un movimento che da un lato ha perseguito la piena islamizzazione della società rifiutando ogni influenza occidentale, dall’altro, operando nella clandestinità, ha alimentato una rete paramilitare e terroristica che ha messo a segno molti attentati (ad es. contro Sadat nel 1981; inoltre lo stesso Bin Laden si era formato all’interno della Fratellanza). In tal modo questa organizzazione contribuì alla nascita del cosiddetto ”islamismo”, ovvero dell’ideologia politica che consiste nel dichiarare guerra all’Occidente e nel combatterlo con tutte le armi. L’islamismo non va confuso con l’Islam: quest’ultimo è una religione, mentre l’altro è, ripeto, un’ideologia politica. Nel mondo islamico non tutti i musulmani hanno accettato questa deviazione politica del messaggio religioso; tuttavia l’islamismo riuscì ad attirare a sé molti giovani in cerca di riscatto rispetto al mondo occidentale: il suo successo, soprattutto nel secondo dopoguerra, è stato enorme sia tra i musulmani sunniti che tra quelli sciiti.

Torniamo ai Fratelli musulmani. Subito dopo la fondazione tra gli affiliati si diffusero idee di destra, soprattutto simpatie per il nazismo. Hasan al-Banna, il fondatore, aveva una forte ammirazione per le camicie brune naziste (le SA); ad imitazione di queste, le unità organizzative dei Fratelli musulmani indossarono camicie di uno stesso colore, il verde, e vennero chiamate kataib, cioè falangi, termine ricorrente nelle formazioni paramilitari fasciste che negli anni  Trenta si stavano diffondendo in Europa. L’opera di propaganda dei Fratelli fu inizialmente contro la Turchia di Ataturk che aveva spazzato via il califfato, mentre la Fratellanza avrebbe voluto restaurarlo perché lo riteneva il mondo islamico più puro: in questo modo la religione si mescolava con la politica.


Ma l’intellettuale che ebbe più influenza nel movimento fu senza dubbio lo scrittore egiziano Sayyid Qutb (o Said Qotb) (1906-1966), il cui pensiero merita di essere conosciuto se vogliamo afferrare appieno il retroterra culturale di questa organizzazione tuttora molto forte e molto ascoltata nel mondo arabo.

Gamal Abd el-Nasser (1918-1970), Presidente
dell'Egitto dal 1954
Qutb ricevette una rigorosa educazione religiosa, studiò poi negli Stati Uniti dove si laureò in Pedagogia ma odiò gli Usa per il materialismo, i vizi, i passatempi e la libertà sessuale del suo popolo, oltreché per la sua politica estera. Nel 1951 tornò in Egitto ed entrò nei Fratelli Musulmani diventandone il principale ideologo. Nel 1952 Nasser, da poco andato al potere in Egitto, si recò da Qutb per ottenerne l'appoggio; ma l'estremismo dei Fratelli procurò all’Egitto molti problemi sul piano internazionale, inoltre l’organizzazione si opponeva alla modernizzazione del paese perseguita dal Presidente egiziano. Sicché, dopo un’iniziale collaborazione, Nasser e i Fratelli Musulmani entrarono in collisione e il dittatore fu costretto a mettere al bando l'organizzazione nel 1954. Qutb fu imprigionato e trascorse in galera quasi tutto il resto della vita, finita nel 1966 quando venne impiccato. In carcere scrisse in abbondanza, ma i suoi libri più famosi e influenti presso i fondamentalisti musulmani furono All'ombra del Corano, monumentale opera di esegesi e commento del Corano, e Pietre miliari: in entrambi vi è l’esposizione del pensiero di Qutb.
Qutb durante la prigionia
L'edizione in lingua inglese
di All'ombra del Corano
Mescolando varie idee occidentali, tra cui la filosofia della prassi di Marx, Qutb afferma che la verità non è possibile apprenderla nei libri né attraverso le scienze sperimentali; essa emerge da un lato attraverso la dedizione assoluta alla fede, come chiede l'Islam, dall'altro attraverso l'impegno e la lotta. Fede assoluta e azione sono quindi i due mezzi attraverso cui la verità si afferma; la parola di Allah e il martirio in suo nome sono le uniche strade per arrivare alla verità.



Secondo Qutb la società occidentale era giunta ad una crisi irreversibile: il mondo moderno si stava degradando, la sua intelligenza e moralità stavano scivolando verso il basso; libertà, scetticismo e materialismo lo stavano facendo avvizzire, moltiplicando malattie nervose, violenza, perversioni, manie criminali, ansia e sofferenza. Prosperità economica e conoscenze scientifiche non bastavano, secondo Qutb, laddove Dio era stato abbandonato e sostituito dal benessere materiale: tanto più che anche questo era provvisorio e minacciato dall'assenza di una egualitaria distribuzione delle ricchezze. In fin dei conti Qutb indicava mali che anche molti intellettuali dell'Occidente avevano individuato da decenni. Ma qual era la causa di tanta miseria e di tanta alienazione secondo lo scrittore egiziano? 
Qutb nel corso del processo
che lo condannerà a morte (1966)
Egli sosteneva che per capirlo occorreva osservare cos'era accaduto dall'affermazione della religione ebraica in poi. L'ebraismo aveva insegnato ad adorare un solo Dio e a rinnegare gli altri. Come ogni musulmano, anche Qutb riconosceva nell'ebraismo una religione originale, perché oggetto di rivelazione divina e rigorosamente monoteista; ma oltre a questi meriti, secondo Qutb l’ebraismo era stato anche un codice di comportamento che dettava l'attività giusta in ogni campo della vita. La legge mosaica si rifiutava di tracciare un solco tra sacro e secolare perché, e qui sta per il nostro autore la grandezza dell'ebraismo, venerando un solo Dio non poteva tollerare che vi fossero ambiti della vita soggetti all'autorità di altre divinità. Il suo rigoroso monoteismo esigeva che ogni attività umana fosse soggetta alla sola autorità divina. Ma, secondo Qutb, l'ebraismo ad un certo punto avvizzì e restò un sistema di rigidi e vuoti riti esteriori. Fu allora che arrivò Gesù che, con ulteriori rivelazioni divine, ridiede alla religione di Abramo e Mosè nuovo slancio e nuova forza. Riuscì il cristianesimo a mantenere viva la convinzione, presente nella legge mosaica, che vita della spirito e vita civile devono seguire uno stesso Dio e quindi uno stesso codice? (2 – continua)

La Torah, o "Legge", testo sacro dell'ebraismo

giovedì 13 settembre 2012

Ideologia del terrore e islamismo politico: prima parte


1a parte: LA “PRIMAVERA ARABA”, L’ATTENTATO DI BENGASI E LE ILLUSIONI DELL’OCCIDENTE


L'ambasciatore statunitense Chris Stevens, ucciso
nell'attentato di Bengasi il 12 settembre

Stevens morente mentre alcuni funzionari
cercano di salvarlo

L’attentato terroristico di Bengasi del 12 settembre, in cui hanno perso la vita l’ambasciatore statunitense Chris Stevens e altri tre funzionari dell’ambasciata, è stato un brusco risveglio per l’Occidente. In Europa e a Washington ci si era illusi che le elezioni libiche di luglio, in cui hanno vinto i moderati mentre gli islamisti radicali sono stati sconfitti, avrebbero portato pace e democrazia in un paese sconvolto da mesi di guerra civile. Ma oggi, dopo l’attentato, appare più chiaro quanto molti osservatori andavano ripetendo da tempo: il governo di coalizione libico, guidato dal filoccidentale Mahmud Jibril, controlla a mala pena Tripoli, mentre il resto del territorio è nelle mani di bande più o meno politicizzate, più o meno legate alle fazioni estremiste dell’islamismo fondamentalista. Quanto accaduto in Libia, unito alle conseguenti manifestazioni de Il Cairo, sembra dirci che la “primavera araba”, espressione inventata dai mass media occidentali, è un mito che ha poco a che vedere con la realtà che si sta profilando nei paesi musulmani attraversati dalle proteste del 2010-2011.



Muhammar Gheddafi, il leader libico catturato e ucciso
dai ribelli nell'ottobre del 2011
Tali proteste erano iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia e si erano poi diffuse, nel corso del 2011, in Egitto, Libia, Yemen (paesi nei quali i ribelli sono riusciti a deporre i capi di governo: rispettivamente Ben Alì, Mubarak, Gheddafi e Abdullah Saleh). Poi l’onda della protesta ha lambito la Giordania (dove la monarchia si è salvata, ma è stata costretta a promettere un piano di riforme) e l’Arabia Saudita (dove il re Abd Allah, per rimanere al suo posto, ha represso le manifestazioni e ha promesso qualche riforma); è giunta con forza in Bahrain e Gibuti, dove vi sono stati durissimi scontri tra forze dell’ordine e manifestanti; si è abbattuta con violenza in Algeria, dove i conflitti sono stati anche più sanguinosi; infine, più di recente, ha colpito la Siria, dove lo scontro tra ribelli e governo ha mietuto già migliaia di vittime e ogni giorno si fa più cruento. Nel frattempo anche Iraq, Kuwait, Libano, Marocco, Mauritania, Oman e Sudan sono stati scossi dalla rivolta. Sono ancora vive nella nostra memoria le scioccanti immagini della cattura e dell’uccisione del leader libico Gheddafi da parte dei ribelli; tuttora sono in corso scontri in molti dei paesi che ho nominato e in altri si stanno aprendo fronti di conflitto armato; dalla Siria, infine, giungono tutti i giorni terrificanti bollettini di guerra.
Sirte, 20 ottobre 2011: il corpo straziato di Gheddafi
Se questa è la situazione, perché l’espressione “primavera araba” sarebbe un mito, come prima l’ho definita? Perché questa espressione riflette più le speranze e le aspettative di noi occidentali che le reali richieste dei ribelli, e tanto meno riflette la direzione che gli eventi stanno prendendo nei maggiori paesi attraversati dalla protesta. In occidente, specie in Europa, si è voluto vedere in questa ribellione il segno dei tempi: i popoli arabi – questa è la lettura che hanno dato i mass media occidentali (soprattutto siti e blog di Internet) – vogliono la libertà, vogliono il diritto di voto, vogliono il diritto al lavoro, odiano le dittature dei leader al governo, corrotti e incapaci, vogliono, in una parola, la modernità. Prova principale dell’esistenza di queste aspettative, prova esibita spesso dai giornali e dalle televisioni, sarebbe il fatto che i ribelli hanno usato i social network per mobilitarsi, per organizzarsi, per tenere desta la fiamma della rivolta. Attraverso la Rete essi avrebbero appreso la modernità e ora, con coraggio, chiederebbero alle loro istituzioni cambiamenti radicali, e sarebbero pronti a voltare pagina se le riforme non arrivassero. Insomma, i popoli arabi sarebbero più coraggiosi dei popoli europei che continuano a sopportare governi corrotti e liberticidi che impongono loro tasse, tasse e ancora tasse…

È vero che tra le cause delle rivolte ci sono state la corruzione e il dispotismo dei governi contestati o rovesciati; è vero che i social network hanno giocato un ruolo importante nel comunicare e diffondere le parole d’ordine della ribellione; è vero infine che anche la disperazione deve essere annoverata tra le cause, soprattutto l’incremento del costo del grano che ha letteralmente affamato buona parte delle popolazioni magrebine e mediorientali. Ma riguardo agli esiti della “primavera araba” le conclusioni dei mass media occidentali sono state eccessivamente ottimiste.

Il neoeletto Presidente egiziano
Mohamed Morsi
Le cose, infatti, sono assai diverse dalle previsioni delle opinioni pubbliche europea e nordamericana. In nessuno dei governi nuovi che i ribelli hanno portato al potere vi è tuttora traccia di una svolta “moderna” in senso occidentale (ad esempio democrazia liberale, libero mercato, welfare, libertà d’opinione e di culto, pari diritti tra uomo e donna, libertà d’insegnamento); in alcuni, anzi, si sono manifestati segnali opposti, o perlomeno contrastanti con la modernità, poiché le forze che li sostengono sono pericolosamente vicine al fondamentalismo islamico. Nel più popoloso e influente paese attraversato dalle rivolte, l’Egitto, si sono tenute elezioni politiche (in un clima tutt’altro che liberale) che nel giugno di quest’anno hanno portato al potere Mohamed Morsi, leader dell’ala politica del più importante movimento islamista egiziano, i Fratelli musulmani. Ebbene a tutt’oggi, malgrado alcuni segnali di conciliazione, non si sa se Morsi abbia reali poteri o se sia nelle mani delle fazioni più estremiste del movimento, o di quelle dei generali della precedente giunta militare che governò provvisoriamente l’Egitto dopo la deposizione di Mubarak. Ma soprattutto non si sa quale politica questo governo voglia avviare, se di modernizzazione o di ritorno ad un intransigente tradizionalismo: paradossalmente, l’esercito e le tendenze dittatoriali dei suoi generali sembrano costituire un argine contro l’islamismo fondamentalista; i Fratelli musulmani, invece, contrari alla dittatura militare, sono più vicini al fondamentalismo (cfrAlessandro Accorsi, I Fratelli musulmani alla prova del governo, in Limes online, 6/7/2012).

L'ayatollah Ruhollah Khomeyni (1902-1989), guida
della rivoluzione iraniana del 1979
Non è la prima volta che nel mondo islamico si presentano simili paradossi: quando nel 1979 in Iran venne deposto il governo, laico ma dispotico e corrotto, dello Scià Reza Pahlavi, e andò al potere la rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeyni, nel mondo occidentale si salutò l’evento come l’inizio di un’era democratica e di rinnovamento. Come è andata a finire lo sappiamo tutti: applicazione della legge coranica, dominio degli imam sulle istituzioni, trionfo del fondamentalismo. Le riforme dello Scià, laiche e moderne, vennero tutte abolite. La rivoluzione islamica iraniana per l’Occidente fu uno shock che, unito all’incremento del prezzo del petrolio, suonò come una tromba di guerra contro le libertà moderne. Altro abbaglio venne dalla politica estera di Saddam Hussein, presidente dell’Iraq a partire sempre dal 1979: questi, laico e di religione islamica sunnita, pronunciò parole di fuoco contro i musulmani sciiti da poco al potere nel vicino Iran, sicché parve un baluardo contro il rischio del dilagare del fondamentalismo. Per questo, fidandosi di lui, Saddam Hussein venne sostenuto e armato dagli Stati Uniti, perché aiutasse l’Occidente ad arginare con le armi la diffusione del fanatismo khomeinista nel Medio Oriente. Come è andata a finire l’abbiamo visto tutti: Saddam si è rivoltato contro quell’Occidente che l’aveva armato durante la lunga guerra contro l’Iran (1979-1988) ed è diventato, lui che era laico, più pericoloso dei fanatici islamisti iraniani.
Saddam Hussein (1937-2006) presidente dell'Iraq
dal 1979 al 2003, quando venne deposto dall'invasione
anglo-americana (Seconda guerra del Golfo)

Allo stesso modo oggi, dopo aver creduto che tra le folle islamiche si sarebbe diffusa la democrazia occidentale per effetto delle loro rivolte, ci risvegliamo dal sonno e ci troviamo davanti alle immagini di piazze libiche ed egiziane (ma anche di altri luoghi, ad esempio nello Yemen, in Afganistan) dove ancora si bruciano le bandiere degli Stati Uniti, dove si urla fanaticamente che occorre punire i blasfemi che hanno osato nominare Maometto, dove si chiede a gran voce la guerra santa contro l’Occidente. Odio, violenza, fanatismo e intolleranza, altro che democrazia dei social network! 

Manifestanti antiamericani a Il Cairo mentre bruciano la bandiera degli Stati Uniti

Il pastore protestante Terry Jones, tra i promotori
del film L'innocenza dei musulmani
Che l’attentato di Bengasi sia stato provocato da una reazione contro il reverendo Terry Jones e contro il film L’innocenza dei musulmani (sul quale si veda Corriere della sera online: “L’innocenza dei musulmani”. Il film che infiamma Egitto e Libia, 12/9/2012), o che esso sia stato già da tempo preparato da Al Qaeda, poco importa: il comportamento delle piazze islamiche, la facilità con cui transitano in esse i messaggi dei fondamentalisti, la capacità di questi messaggi di mobilitarle dimostrano che non bastano le connessioni ad Internet per portare la democrazia dove non c’è mai stata la libertà. Le notizie peggiori, come ricorda Massimo Gaggi sul Corriere della sera di oggi, vengono proprio dall’Egitto, più ancora che da Bengasi: è in Egitto che l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, ha assunto dei rischi enormi abbandonando Mubarak e appoggiando i Fratelli musulmani e Morsi nella speranza che si arrivasse ad un’apertura democratica e moderna. Cosa è accaduto invece? Che Morsi non solo ha chiesto agli Usa di punire gli autori del film accusato di blasfemia, non solo non ha speso grandi parole per condannare l’attentato di Bengasi, ma tutt’oggi continua a parlare dell’11 settembre come di “un’oscura macchinazione” (cfr. Massimo Gaggi, “Li abbiamo liberati, ci hanno traditi”. L’America riflette sui nuovi alleati, in Corriere della sera, 13/9/2012).

Manifestanti antiamericani 
Siamo stati vittime di un altro abbaglio? La “primavera araba” veicolata da Internet ha portato democrazia nei paesi arabi o ha semplicemente rafforzato l’islamismo radicale e violento (come ipotizza Angelo Panebianco: Lo sguardo miope dell’Occidente: il giorno dopo l’11 settembre, in Corriere della sera, 13/9/2012)? E anche se le rivolte avessero prodotto democratizzazione nei paesi arabi, è auspicabile per l’Occidente che in questi paesi vi sia democrazia senza libertà? Non ci accorgiamo che una democratizzazione illiberale può essere peggiore di una dittatura militare (cfr. ibidem)? Diciamolo: noi occidentali capiamo poco del mondo mediorientale, della religione islamica e soprattutto della traduzione politica del messaggio religioso, il cosiddetto “islamismo”. Per evitare di essere preda di miti e di prendere ancora abbagli dovremmo capire bene cosa significano certe parole per gli islamisti radicali: cosa vuol dire per loro “religione”? Cosa vuol dire “politica”? E “Stato”? Esiste qualcosa di simile alla nostra parola “libertà” nelle loro lingue? Dedicherò i prossimi post a questi argomenti, cominciando proprio dai Fratelli musulmani e dalla loro ideologia. (1 – continua)

Il simbolo dei Fratelli musulmani