venerdì 30 novembre 2012

Le ultime novità: seconda parte. L'occupazione delle scuole


Le novità di questi giorni: seconda parte.
Le proteste studentesche



2. Le proteste studentesche. Iniziate qualche settimana fa, anche quest’anno sono arrivate le solite autunnali proteste studentesche. Non mi soffermerò sul “vuoto conformismo” che spesso queste stereotipate manifestazioni rappresentano: aspetto sul quale Giovanni Belardelli ha scritto di recente un articolo, pubblicato dal Corriere della sera, che condivido del tutto (G. Belardelli, Il rito conformista delle occupazioni, Corriere della sera, 19 novembre 2012, p. 28).

Voglio soffermarmi, invece, sul merito di queste proteste: la protesta nei confronti della legge di stabilità, e la dura opposizione nei confronti del disegno di legge 953, noto come “ex-Aprea”. Si tratta di due questioni differenti e, secondo me, senza alcuna relazione tra loro. L’opposizione nei confronti della legge di stabilità riguarda i sacrifici che il governo intende imporre alla scuola: tagli e risparmi per circa 180 milioni di euro. Il fermento tra gli insegnanti era iniziato proprio per questo, perché, come si ricorderà, nella sua prima stesura la legge di stabilità prevedeva l’aumento di ben 6 ore settimanali di lavoro per tutti i docenti delle scuole medie e delle superiori, portando così l’orario settimanale di lezione da 18 ore a 24. Aumento d’orario di ben un terzo senza aumento di stipendio: naturale che la protesta si sia diffusa in un lampo e abbia prodotto una serie di petizioni on line giunte sul tavolo del Ministro Profumo. Il seguito della vicenda lo conoscete tutti: scosso dalla protesta, il governo ha fatto marcia indietro, stralciando dal progetto l’aumento delle ore di lavoro.


Sono rimasti, però, i tagli. Da dove prendere i 180 milioni? Molto probabilmente la decurtazione colpirà il Fondo dell’istituzione scolastica, ovvero quei trasferimenti con i quali il Ministero finanzia le cosiddette “attività aggiuntive”. Subito è scattata un’altra forma di protesta: la sospensione delle attività pomeridiane, come sportelli e corsi di recupero, progetti, certificazioni ecc. È stata giusta e ben orientata questa mobilitazione? Risponderò in poche parole. Giusta la mobilitazione contro l’aumento dell’orario, perché si tratta di materia contrattuale e perché il lavoro dell’insegnante non si esaurisce nelle 18 ore di lezione in classe, ma arriva vicino alle 40 settimanali. Opinabile la protesta contro i risparmi: non perché siano da approvare le decurtazioni delle risorse a disposizione della scuola, ma perché temo che, se vogliamo il pareggio di bilancio anche per il 2013, non siano attualmente disponibili altre soluzioni. Certo, è bene far sentire la protesta della scuola al governo, perché capisca che il mondo dell’istruzione sta soffrendo da molti anni per la penuria di risorse; inoltre è necessario ricordare continuamente alle autorità che la riduzione dei costi della politica è da preferire ai tagli alla spesa pubblica. Ma l’urgenza dell’adeguamento dei conti al fiscal compact europeo del marzo scorso sembra imporci ulteriori sacrifici, poiché i rischi per la nostra nazione permangono e appaiano ancora molto gravi. Che fare, allora? Continuare a scioperare finché tutti non saremo precipitati nel default? O stringere ancora una volta la cintura?  Inseguire un obiettivo ideale, giusto, ma di difficile realizzazione in tempi brevi, oppure affrontare subito l’emergenza con provvedimenti ingiusti ma necessari? Credo che, purtroppo, non ci siano alternative al sacrificio, almeno non in tempi brevi.


Completamente diverso è il discorso relativo alla protesta contro il ddl ex Aprea. Innanzitutto, quando è cominciata la mobilitazione degli insegnanti per le ragioni di cui sopra, l’obiettivo della contestazione del disegno di legge non era stato ancora messo ben a fuoco: ne sapevano poco gli insegnanti, non ne sapevano nulla gli studenti. È evidente che qualche ben informata fonte di mobilitazione politica ha saputo sfruttare ad arte la situazione di scontento per infilare tra gli obiettivi della protesta l’opposizione al ddl. La metodologia è la stessa di sempre: urlare con supponenza slogan brutali e ideologici, gridare che la scuola pubblica è sotto attacco e, con essa, la democrazia e la libertà; attendere che le urla facciano effetto e cavalcare poi la mobilitazione ponendosi alla testa  di manifestazioni, assemblee, occupazioni. Sicché è accaduto che una protesta nata per sacrosanti motivi sindacali abbia assunto, nel volgere di poche settimane, l’aspetto di una crociata a  difesa della scuola statale, contro l’attacco dei capitalisti pescecane che stanno per azzannarla.
Naturalmente in una situazione di agitazione tutto serve a chi vuole seminare rabbia e confusione: non ultima la disinformazione, come ha fatto il sito di notizie scolastiche orizzontescuola.it  che continua, tuttora (vedi: http://www.orizzontescuola.it/node/22958), a pubblicare la vecchia versione del ddl, quella precedente alle modificazioni imposte dal passaggio alla Camera dei Deputati il 10 ottobre scorso, traendo in inganno studenti, insegnanti e genitori.
Valentina Aprea

Ma cosa dice il ddl ex Aprea? Elaborato tempo fa da Valentina Aprea, già sottosegretario all’Istruzione nei governi Berlusconi, è stato modificato profondamente dalla Commissione cultura della Camera, prima di arrivare al voto del 10 ottobre. Su di esso si è registrata un’ampia convergenza, poiché Pd  e PdL hanno votato a favore. Il ddl così varato intendeva realizzare quell’autonomia scolastica prevista dalla legge n. 59 del 1997 (nota come legge Bassanini), dal DPR 275 del 1999 e dalla riforma del titolo V della Costituzione (art. 117). Queste norme avevano già previsto esplicitamente che obiettivo dell’autonomia sarebbe stata la “diversificazione” del servizio scolastico e il “coordinamento con il contesto territoriale” (art. 21, comma 8 della legge Bassanini; art. 1 comma 2 del DPR 275/99). In particolare il DPR del ’99 affermava che la formazione deve essere “adeguata ai diversi contesti” (quindi differenziata) e alla “domanda della famiglia” (la quale, quindi, deve essere in qualche modo coinvolta nell’elaborazione del Piano dell’Offerta Formativa predisposto dalla scuola). Anzi, l’art. 3, comma 3 del DPR afferma esplicitamente che “Il Piano dell'offerta formativa è elaborato dal collegio dei docenti […] tenuto conto delle proposte e dei pareri formulati dagli organismi e dalle associazioni anche di fatto dei genitori e, per le scuole secondarie superiori, degli studenti.” L’articolo 8 è anche più esplicito, poiché indica la possibilità di definire il curricolo in modo “flessibile”, integrando la quota “nazionale” con quella “riservata” alle singole scuole (comma 2), offrendo “agli studenti e alle famiglie […] possibilità di opzione” (comma 4). Diversificazione, ruolo delle famiglie, collegamento organico con il contesto territoriale socio-economico-culturale erano insomma già stabiliti dalle leggi degli ultimi 15 anni. La riforma del Titolo V della Costituzione, nell’articolo 117, ha aggiunto il principio di sussidiarietà nei fondamenti giuridici della Repubblica, affermando la “potestà legislativa” degli Enti autonomi.

Il ddl Aprea ha aggiunto poco di più a questo corpus di norme: ha affermato che ogni scuola, essendo autonoma, deve avere un proprio Statuto (come accade per ogni Ente autonomo: i Comuni hanno uno Statuto, le Regioni hanno uno statuto, le Province hanno uno statuto, le Poste hanno uno statuto…); che le famiglie hanno libertà di scelta riguardo all’istruzione e formazione dei loro figli (ma è davvero una novità? Lo dicevano già a chiare lettere le leggi precedenti); che gli organi collegiali devono essere in grado di recepire i cambiamenti introdotti dall’autonomia, aggiungendo al consiglio dell’autonomia (che dovrebbe sostituire il consiglio d’istituto) “ulteriori membri esterni” in numero non superiore a due, senza diritto di voto (art. 4, comma 1, punto e). Questi membri possono far parte del consiglio solo se vi è il parere favorevole “di almeno 2/3 dei componenti del consiglio stesso”, e possono essere scelti tra i soggetti indicati dall’art. 1 comma 2: rappresentanti dello Stato, delle Regioni, delle autonomie locali, delle realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi. È così scandaloso tutto ciò?

Può darsi che lo sia. Tutto quel che hanno affermato in questi ultimi 15 anni le leggi che ho citato è materia opinabile (fermo restando, però, che la Costituzione ha introdotto la sussidiarietà: non si può invocare la Costituzione solo quando fa comodo!). Tutto è opinabile in fatto di organizzazione scolastica. Ma se si contesta il ddl ex Aprea occorre rigettare tutte le norme istitutive dell’autonomia: come realizzare il coinvolgimento dei soggetti sociali, politici, culturali ed economici del territorio previsto da quelle norme se non dando ad essi un minimo di spazio nelle istituzioni scolastiche? E come dare voce alle esigenze formative delle famiglie se non facendole partecipare all’elaborazione del POF? Come, infine, attribuire “potestà legislativa” ad una scuola autonoma senza dargli il potere statutario di decidere come organizzare la propria esistenza, dall’attività curricolare a quella “progettuale”, dalle assemblee studentesche alle visite d’istruzione? Anche se si volesse rigettare del tutto il ddl in questione, resterebbe comunque da risolvere il problema di come dare realizzazione alle norme del ’97 e del ’99 che hanno istituito l’autonomia scolastica.  
La sen. Mariangela Bastico

Ho l’impressione che in Italia le informazioni sulle leggi non vengano divulgate nello stesso modo: nessuno si scandalizza delle norme sull’autonomia; grande crociata, invece, sulle scandalose norme del ddl ex Aprea. Perché? Una risposta possibile la trovo nelle parole della senatrice del Pd Mariangela Bastico, ex vice ministro dell’Istruzione nel secondo governo Prodi. Nel suo sito afferma: “Dai numerosi incontri che abbiamo fatto come parlamentari e componenti del Pd, dalle audizioni avviate al Senato e soprattutto dalle grandi manifestazioni degli studenti e degli insegnanti abbiamo ben compreso l’altissima contrarietà e l’allarme nei confronti di un testo, che, pur profondamente cambiato, viene percepito come “legge-Aprea” e comunque tale da determinare per le scuole rischi di frammentazione, arbitrio, marginalizzazione” (“DDLsulla governance delle scuole: il Pd non intende procedere nell’iter al Senato”). Quindi la crociata non c’entra nulla con il merito della legge, bensì con il nome che porta? La legge sarebbe quindi, a causa del suo nome, un simbolo per ricordare a tutti che la sinistra è pur sempre una forza che “si oppone”, anche se in questo momento non può farlo perché deve appoggiare Monti? Opporsi ad un disegno di legge che è nato nell’epoca dell’odiato Berlusconi equivarrebbe a  “dire qualcosa di sinistra”? L’opposizione al ddl Aprea servirebbe insomma per motivi di cassa elettoralistici? 

 

Da ingenuo quale sono continuo a sperare di no, continuo a sperare che questa non sia la risposta giusta alla domanda che ho posto. Perché allora opporsi al ddl Aprea ma non all’autonomia scolastica? C’è un’altra risposta? Forse ce ne sarebbe un’altra: l’autonomia scolastica in Italia tutti la invocano, ma nessuno la vuole veramente. Affermata con parole inequivocabili nelle leggi degli anni Novanta, è stata affossata per via “amministrativa”, riducendola a ben poca cosa. Cosa è rimasto, infatti, del “coordinamento con il contesto territoriale”, del “curricolo flessibile”, dell’ascolto delle domande formative delle famiglie e, soprattutto, della “diversificazione delle scuole”? È rimasto il peggio: il coordinamento con il territorio e la  flessibilità del curricolo sono stati declinati nel senso di offrire agli studenti occasioni di svago, percorsi formativi “alla moda”, settimane bianche, assemblee con “laboratori ludici”; la diversificazione non è stata ricercata nella qualità dello studio (dove sarebbe invece auspicabile che venisse messa in luce) bensì nella quantità delle “offerte” suddette rivolte agli studenti: ad esempio, siccome tutte o quasi tutte le scuole fanno la settimana bianca, è più gettonata la scuola che riesce ad organizzarla nel luogo più “cool”, al prezzo più competitivo, per più studenti possibili, per un maggior numero di giorni; siccome tutte le scuole organizzano il viaggio di istruzione di fine ciclo (che gli studenti chiamano, meno ipocritamente, “gita delle quinte”), conquista più fama quella scuola che riesce ad organizzarla nel luogo più esotico, al prezzo più competitivo: perché non fare una crociera? Perché non un safari in Kenia? Perché non un tour nei resort della Thailandia? Questa è l’autonomia scolastica in Italia, contro la quale non ho mai visto alcuna mobilitazione studentesca, né di insegnanti, né tanto meno di sindacati della scuola.


 

Due sono secondo me i mali attuali della scuola italiana: lo strapotere dei Dirigenti scolastici (figura creata dalla legge Bassanini, non dal ddl ex Aprea); la strisciante affermazione della cultura consumistica o, come scrisse tempo fa Paolo Mazzocchini, la cultura del “customer satisfaction” (= soddisfazione del cliente). Anche questa creata dalle leggi sull’autonomia, non dal ddl ex Aprea. Nessuno si è accorto che le due questioni sono strettamente connesse: i Dirigenti scolastici spingono (e quasi sempre ottengono) perché si adottino scelte didattiche gradite e piacevoli per gli studenti; la pubblicizzazione di queste scelte porta più iscritti alla scuola; il Dirigente guadagna di più e ottiene ancora più potere. A rimetterci è la cultura tradizionale che nessuno ama più: non l’amano i Dirigenti, perché temono che possa allontanare iscritti potenziali; non l’amano le famiglie che vorrebbero una scuola baby sitter, non una scuola che faccia sudare sui libri; non l’amano gli studenti che avvertono istintivamente quanto essa sia faticosa rispetto alle più accattivanti mode tecnologiche che il mondo propone loro. Uno degli “esecrabili scandali” del ddl ex Aprea è l’ingresso (possibile) di due soggetti privati, provenienti dal territorio, che potrebbero sedere nel consiglio dell’autonomia senza diritto di voto, come dicevo prima. Anche per questa proposta gli studenti sono scesi in piazza e hanno occupato le scuole. Nessuno, proprio nessuno, invece, in questi 15 anni di autonomia scolastica, ha mai protestato, manifestato, occupato scuole perché si avessero più ore a disposizione per studiare storia o matematica, e meno conferenze, meno cineforum, meno “gite” in orario scolastico. L’autonomia piace agli studenti se porta al disimpegno e piace ai Dirigenti se porta nuove iscrizioni. Non piace se si pretende di realizzarla fino in fondo, coinvolgendo nella formazione dei giovani territorio e famiglie. Forse è arrivato davvero il momento di mettere in discussione l’autonomia scolastica (sulla quale tornerò ancora).


 

Nel frattempo prendo nota del fatto che la piazza ha forse avuto successo: il Pd, come scrive la sen. Bastico, ha tolto l’appoggio al ddl ex Aprea; il Ministro Profumo ha affermato, nella lettera del 22 novembre  diffusa in tutte le scuole, che riguardo al ddl Aprea “non c’è alcuna responsabilità del Governo, né mia personale” e, aggiunge, “in alcun modo ho partecipato alla stesura del testo o ne ho mai condiviso l’impianto” (vedi qui la lettera completa): insomma, ha preso le distanze dal ddl, abbandonandolo a se stesso.  Perciò, è molto probabile che il ddl non approdi al Senato, cosicché gli studenti potranno cantare vittoria. Se poi si continueranno ad organizzare “assemblee ludiche” e a studiare poco, questo non importerà a nessuno. 




lunedì 26 novembre 2012

Primarie del centro-sinistra e proteste studentesche.


Le novità di questi giorni: le primarie del centro-sinistra.
Le proteste studentesche


Mentre il lavoro mi teneva inchiodato alla scrivania e lontano dal mio blog per diversi giorni, sono accadute in Italia due cose meritevoli di attenzione: le primarie del centro-sinistra; le manifestazioni studentesche (e in genere della scuola) contro la legge di stabilità e, soprattutto, contro il ddl 953, meglio noto come “ex-Aprea”. Alle due questioni dedicherò questo post e, tra qualche giorno, il prossimo.


1. Le primarie del centro-sinistra. L’esperienza delle primarie “all’americana” si sta radicando nel nostro paese, e questo è un bene. La selezione dei candidati (alla carica di Primo ministro o a quella di sindaco di una città) all’interno di uno schieramento politico giova alla chiarezza ed evita il frazionamento eccessivo delle forze in competizione. Ma queste primarie hanno rivelato qualcosa di più. Hanno rivelato una profonda differenza tra il centro-sinistra e il centro-destra. Il PD e in genere il centro-sinistra, dall’Idv a Sel, hanno saputo creare nel tempo una classe dirigente, una leadership attorno alla quale si coagulano interessi, posizioni politiche, scelte ideali. Dopo la fine della Prima Repubblica e la crisi del sistema dei partiti che l’ha accompagnata, questa è la notizia più positiva: c’è una classe politica che sta risorgendo attorno alla leadership del centro-sinistra, un ceto politico, in parte nuovo in parte meno, che sta ricostruendo la propria credibilità, passo dopo passo.

Il centro-destra, invece, versa in una crisi di leadership, come dimostrano gli eventi di questi ultimi giorni: le polemiche interne sull’opportunità di effettuare le primarie (Alfano le vuole, Berlusconi ha più volte opposto il veto), l’eccessivo numero di candidature (se non sbaglio lunedì scorso si era giunti a undici candidati: vedi sky.it), le accuse reciproche tra i candidati di essere più o meno fedeli al capo, di essere più o meno presentabili… Il centro-destra in quasi 20 anni di vita non ha saputo creare una classe dirigente capace di continuare l’attività politica dopo il ritiro o la delegittimazione del suo fondatore, Silvio Berlusconi. L’unica classe politica con un certo seguito e una certa autonomia dal Cavaliere è quella che proviene da An che, infatti, sta cercando in questi giorni di prendere in mano la guida del Popolo delle libertà. Per il resto attorno a Berlusconi c’è solo il deserto: non un solo uomo o una sola donna del PdL hanno forza a sufficienza per affermarsi nel partito, poiché tutti sono stati più o meno imposti dal Capo, nessuno può vantare una propria autonoma legittimazione politica. La vicenda delle primarie del PdL sta rivelando a tutti gli italiani ciò che molti sapevano già da tempo: che il partito di Berlusconi è un “partito di plastica”, un partito finto, in toto dipendente da un solo uomo, senza una vera base e, quindi, senza una vera classe dirigente interna.

Anche alla luce di ciò, è tanto più encomiabile ciò che il PD è riuscito a fare: il processo di selezione del candidato attraverso le primarie che il partito ha avviato dimostra non solo, come dicevo, che esso è dotato di una ceto dirigente, ma anche che sa mettere in moto i meccanismi per il rinnovamento dei vertici. Tuttavia, secondo il sottoscritto, solo Matteo Renzi rappresenta appieno questo rinnovamento: Renzi è giovane, meno connotato ideologicamente rispetto a Bersani e a Vendola, pronto a ragionare sui problemi attuali senza preclusioni ideologiche e, soprattutto, non cerca nelle ideologie del passato la propria legittimazione politica. In questo senso un confronto tra il programma di Renzi e quello di Vendola dovrebbe chiarire le idee anche al più scettico.

Detto questo, mentre esprimo il mio favore nei confronti del sindaco di Firenze, devo manifestare subito un timore: se Renzi non vincerà il ballottaggio del prossimo 2 dicembre (e ciò è probabile, dati i risultati che in queste ore vengono resi noti), che ne sarà del suo pur coraggioso tentativo di rinnovare il centro-sinistra e la politica italiana? Se Renzi sarà sconfitto gli resteranno solo due possibilità: o rimanere nel partito piegando la testa, o uscire dal partito fondando l’ennesimo “cespuglio sotto la Quercia” per occupare un piccolo spazio nell’affollato centro-sinistra nazionale. Francamente non saprei quale delle due scelte consigliargli, ma certo è che il suo tentativo di rinnovamento rischia di naufragare in entrambi i casi.

Se invece dovesse  vincere, esito poco probabile ma non impossibile, credo che non sia così difficile prefigurare la vittoria del centro-sinistra alle elezioni politiche della prossima primavera: Renzi sarebbe la persona giusta per rassicurare il ceto medio e i delusi del centro-destra, ma allo stesso tempo garantirebbe l’impegno per una seria politica riformista. Inoltre potrebbe convincere anche coloro che a tutt’oggi hanno creduto e stanno ascoltando la sirena populista di Grillo, poiché Renzi appare fuori dai giochi della casta, insomma potrebbe venir percepito come un politico pulito e per bene anche da quanti vorrebbero distruggere ogni ceto politico. Per il centro-destra Renzi  sarebbe un avversario temibilissimo. Di questo si è accorto lo stesso Berlusconi che, proprio oggi, ha affermato: “con Renzi potrebbe nascere la forza socialdemocratica” (vedi notizia di qualche ora fa sul portale ADNKronos). 

Un complimento? Sì, certo, se ad esprimersi così fosse stato un altro personaggio della nostra politica (che so, Di Pietro o Casini), non se queste parole provengono dall’uomo più odiato dal “popolo di sinistra”. Cosa penseranno gli elettori di Vendola e della Puppato sentendo che Berlusconi tifa Renzi? Penseranno che al ballottaggio è meglio votare per Bersani. Credo che questo ragionamento l’abbia fatto anche il Cavaliere il quale, sapendo quale pericoloso avversario sarebbe Renzi alle elezioni politiche, con la sua uscita odierna ha praticamente consegnato a Bersani la leadership del centro-sinistra. In queste ore persino i vendoliani si staranno complimentando con Berlusconi. (1-continua)

domenica 18 novembre 2012

Corruzione politica e corruzione civile.


I cittadini italiani sono migliori dei politici corrotti?

Francesco Belsito
Franco Fiorito ("Er Batman")




Vincenzo Maruccio
Luigi Lusi

Francesco Belsito, Luigi Lusi, Franco Fiorito: il primo tesoriere della Lega nord, il secondo della Margherita, il terzo del Pdl. Dovremmo aggiungere a questa lista anche i nomi di Filippo Penati, ex Presidente di centro-sinistra della Provincia di Milano, e, da qualche giorno, quello di Vincenzo Maruccio, ex capogruppo dell’Idv alla regione Lazio, nonché anche lui tesoriere del suo partito. Molti altri, purtroppo, dovremmo aggiungerne, ma restiamo su questi esempi. Se si escludono Lusi e Penati, un po’ più anziani degli altri che ho nominato, si tratta di politici giovani, appartenenti a partiti sorti dopo gli anni ’90, provenienti da brevi esperienze politiche e in qualche caso da attività professionali. Hanno inoltre un’altra caratteristica in comune: sono stati democraticamente eletti dal popolo. Fiorito, nelle elezioni amministrative del 2010, è risultato addirittura il consigliere regionale più votato nel Lazio. Tutti, com’è noto, sono indagati per appropriazione indebita di denaro pubblico che avrebbero utilizzato per scopi personali: automobili, ville, feste, viaggi costosi, abiti firmati, pranzi e cene in ristoranti rinomati, oggetti di lusso e persino gioco d’azzardo e donnine allegre.

Filippo Penati
Il pool di Mani pulite
La vecchia classe dirigente italiana, quella della Prima Repubblica, è stata spazzata via quasi per intero dal ciclone di Tangentopoli del 1992. Quella tempesta ha decretato la fine della Dc, del Psi, del Psdi, del Pri; mentre il Pci, per altre ragioni, era già stato sepolto dalle macerie del Muro di Berlino. I vecchi nomi della politica italiana, presenti sulla scena pubblica da oltre 30 anni, alcuni anche di più, scomparvero, inghiottiti dai processi di “Mani pulite”, dalla corruzione, dagli scandali. Da quel terremoto è emerso il nuovo sistema politico italiano, ovvero una nuova classe politica, nuovi partiti, nuovi volti spesso più giovani. Certo, qualche “dinosauro” della vecchia stagione è sopravvissuto al ciclone, ma per lo più il panorama si è modificato profondamente, tanto da indurre stampa e televisione a parlare di Seconda Repubblica. L’espressione non è mai stata del tutto appropriata poiché, come si sa, la nostra Carta costituzionale è rimasta pressoché la stessa, salvo alcune parziali modificazioni. Ma quel che è accaduto dopo il 1992 è stato ugualmente sufficiente per giustificare la definizione: i vecchi politici non c’erano più, i meccanismi di selezione del personale politico erano cambiati, le norme elettorali modificate dalla legge Mattarella del 1993 (il cosiddetto “Mattarellum”, come lo chiamò Giovanni Sartori).
Berlusconi nel 1994, anno della "discesa in campo"
con la fondazione di Forza Italia

Ma soprattutto era cambiata una cosa. I nuovi partiti e i nuovi leader si presentarono come rappresentanti della società civile, non della casta dei politici. Dicevano di essere i testimonial di coloro che lavorano e producono, dell’Italia sana, quella che si arrabatta ogni giorno con il lavoro, con l’esiguità del denaro, con le tasse. La politica della Seconda Repubblica si mostrava insomma come più vicina alla gente comune, ai cittadini medi, al popolo. Simboli di questa novità furono soprattutto Forza Italia e la Lega nord, ma anche i movimenti e le formazioni politiche sorte in seguito, dall’Idv al Movimento 5 stelle. Berlusconi, soprattutto, si presentò come “uno di noi”, un uomo della società civile, non del Palazzo, uno che si era costruito da solo, che aveva lavorato faticosamente per accumulare la propria fortuna e per arrivare al successo: un “presidente operaio”, come diceva uno degli slogan della Casa delle libertà nelle elezioni del 2001.
Manifesto elettorale del 2001
Così, dalla metà degli anni Novanta in poi la politica italiana è stata caratterizzata da un nuovo spirito pubblico che ne ha legittimato i leader: improvvisamente non è più contato, per ottenere consenso, aver frequentato le scuole di partito o le associazioni ecclesiastiche; non ha avuto più importanza l’esibizione di un pedigree antifascista; non è servito aver seguito il cursus honorum attraverso i vari livelli della politica, dall’amministrazione comunale a quella regionale. Da quel momento in poi ha avuto importanza poter vantare successi di altro tipo, poter esibire altri generi di patenti: provenire dalle libere professioni e dal “popolo delle partite Iva”, avere svolto lavori comuni, sia pure ben remunerati (il medico, il notaio, il dentista, l’ingegnere, l’avvocato, il magistrato, il giornalista, il dirigente d’azienda), oppure avere esperienza di comunicazione e magari avere avuto successo attraverso la televisione. Non a caso sono entrati massicciamente in politica addetti alle pubbliche relazioni e pubblicitari, ma anche attori, cantanti, comici, disc jockey e animatori di villaggi turistici. La società civile, appunto, sembrava volersi prendere la sua rivincita nei confronti di quella politica paludata, di quei professionisti del maneggio elettorale che occupavano la scena pubblica almeno dagli anni Sessanta e Settanta. Una nuova retorica e una nuova mitologia si impose nel discorso politico: “essere un uomo di successo”, saper comunicare, avere un’ attività, contare qualcosa nel mondo della produzione, o della finanza, o del giornalismo, o della pubblicità, o delle professioni. Queste le nuove credenziali che venivano richieste ai nuovi politici.

Ebbene, a distanza di venti anni possiamo cominciare a tirare le somme di questa trasformazione. Cosa ha prodotto? Ha migliorato la politica italiana o no? L’ingresso della società civile negli austeri palazzi della politica ha saputo innovare e rendere più libera, più democratica la politica? E soprattutto: l’ha resa più pulita? Gli eventi accaduti di recente devono farci rispondere “no” a tutte queste domande. La politica è più inaccessibile di ieri, la casta dei politici ancor più privilegiata di ieri, la corruzione ancor più diffusa e radicata di ieri. Ma c’è un’aggravante rispetto a ieri: nella Seconda Repubblica i politici assomigliano di più agli italiani che li hanno eletti, sono parte di quella società civile che li ha delegati a governare, provengono da ambienti molto vicini a quelli frequentati dagli elettori. Dall’azienda di famiglia alla libera professione, dallo stadio alla discoteca, dai concorsi di bellezza alle tv locali, dal quartiere di periferia a quello dello shopping di lusso: questi gli ambienti da cui proviene la nuova classe politica della Seconda Repubblica; provenienza che ne fa un distillato, un campione rappresentativo delle trasformazioni avvenute nella società italiana dagli anni Novanta in poi.
Joseph De Maistre (1753-1821)

“Ogni nazione ha il governo che si merita”, scrisse con saggia amarezza il filosofo conservatore Joseph De Maistre all’inizio del XIX secolo. Questa affermazione è tanto più vera in un sistema democratico, dove il cittadino può scegliere i partiti e gli uomini che lo governeranno. Si dirà che in Italia il voto di preferenza è stato sottratto agli italiani dalla legge Calderoli del 2005 (il noto “Porcellum” che sostituì il “Mattarellum”): forse questo è vero per Lusi e, in parte, per Belsito; ma che dire di Fiorito che nel 2001 è stato eletto direttamente dalla popolazione come sindaco di Anagni? Che dire del fatto che, malgrado la condanna del 2005 da parte della Corte dei Conti, per avere usato soldi pubblici in attività auto promozionale, sia stato eletto consigliere regionale del Lazio nel 2005 e poi rieletto nel 2010, quest’ultima volta addirittura con grande successo di voti, come dicevo all’inizio? E infine: che dire di quei consigli regionali, come quello del Lazio disciolto di recente, in cui i rimborsi spese elargiti ai partiti di ogni colore superano di gran lunga le spese del Parlamento e del Quirinale? I consiglieri regionali non sono imposti dalle liste bloccate dei partiti, ma vengono eletti dai cittadini con voto di preferenza.

La casta è corrotta, almeno in buona parte. Non fornisce buoni esempi, è vero. Ma dalla società civile italiana arrivano forse lezioni di etica pubblica? Sarebbe da illusi sostenerlo: la società civile italiana è troppo di frequente al di sotto della sufficienza in fatto di moralità civile. Come si spiegherebbe, diversamente, la fabbrica dei falsi invalidi che pesa sui conti pubblici, secondo l’Inps, per circa 1,5 miliardi di euro l’anno (si veda ad esempio Repubblica, 1 febbraio 2012)? E come potremmo spiegare altrimenti la diffusione capillare dell’evasione fiscale che rappresenta ormai il 18% del Pil (si veda ad esempio Il Sole24ore, 15 giugno 2012)? Come spiegare l’illegalità diffusa che, come ho scritto nel post del 29 giugno scorso, si apprende già sui banchi di scuola, laddove vi sia indulgenza nei confronti dello studente che copia? Come spiegare, insomma, l’irritazione che spesso gli italiani mostrano nei confronti di tutto ciò che è regola, controllo e sanzione?
Evasione fiscale e sommerso in Italia (dal Corriere della sera)
Le recenti vicende di corruzione dicono molto della realtà politica nostrana. Ma purtroppo dicono molto anche dello stato in cui versa la moralità pubblica degli italiani. Forse ha ragione chi dice che occorre ricostruire tutto in Italia. Solo che la ricostruzione dovrebbe partire dal basso, dai cittadini che la popolano. Una valutazione, questa, che non troverà facilmente accoglienza presso i politici e il pubblico italiani, perché poco indulgente e priva di intenti populisti; in breve è una valutazione troppo realista. E il realismo politico, in Italia, non ha mai avuto grande fortuna.

mercoledì 14 novembre 2012

La legge truffa del 1953. E oggi?


Riforma elettorale: una nuova “legge truffa”?

Alcide De Gasperi (1881-1954)

21 gennaio 1953: la Camera dei Deputati italiana approva la legge n. 148, contenente norme di riforma della legge elettorale proporzionale in senso maggioritario.
2 giugno 1946: referendum istituzionale
ed elezione dell'Assemblea costituente

La legge elettorale della Repubblica italiana risaliva a pochi anni prima, poiché nel marzo 1946, con il Decreto legislativo luogotenenziale n. 74, era entrata in vigore la legge con cui si sarebbero tenute le elezioni del 2 giugno successivo, insieme al referendum istituzionale nel quale gli italiani avrebbero scelto tra repubblica e monarchia. Il sistema elettorale che quel decreto prevedeva era largamente proporzionalista, mentre la legge del 1953 introduceva il criterio maggioritario: il partito (o la coalizione) che avesse ottenuto almeno il 50% più 1 dei voti validi avrebbe avuto il 64,5% dei seggi, ovvero un premio di circa il 14,5%.
Piero Calamandrei (1889-1956)

Come molti ricorderanno, la sinistra si oppose con forza alla legge del 1953, contestando al governo De Gasperi, che l’aveva proposta e sostenuta, non solo il contenuto della norma, ma anche il modo con cui essa era stata deliberata. Alla legge si oppose anche l’estrema destra (il Partito Nazionale Monarchico e il Movimento Sociale Italiano) e furono in forte imbarazzo con i propri partiti anche alcuni esponenti di formazioni moderate che sostenevano la normativa: Piero Calamandrei e Tristano Codignola, ad esempio, si opposero alla legge ed entrarono in conflitto con il Partito Socialista Democratico al quale appartenevano; per la stessa ragione Ferruccio Parri uscì dal Partito Repubblicano e insieme a Calamandrei fondò Unità Popolare, formazione politica che aveva lo scopo di avversare il nuovo sistema maggioritario.

Il simbolo di Unità popolare
In effetti le modalità di approvazione della legge n. 148 furono al limite della correttezza istituzionale, se non proprio della legalità. Infatti, poiché alla Camera si discusse a lungo e si mostrarono in tutta la loro estensione i pareri contrari e i dubbi, al Senato il governo e l’Ufficio di Presidenza fecero in modo di accorciare il dibattito; poi, approfittando della festività della domenica delle Palme, in cui tradizionalmente i lavori venivano sospesi, si passò al voto con l’assenza di molti deputati e senatori, ottenendo così il varo della legge. La DC aveva bisogna che la norma venisse approvata in tempo per le elezioni del giugno seguente e, temendo una perdita di consensi dopo il periodo di governo centrista che durava dal 1948, intendeva presentarsi alle elezioni senza correre il rischio di perdere la guida assoluta dell’esecutivo. Fu Calamandrei, a quanto pare, ad usare per primo l’espressione “legge truffa” per riferirsi alla legge maggioritaria, alludendo con tale espressione al modo con cui era stata approvata, ma soprattutto al contenuto di essa: il principio maggioritario era considerato dall’illustre costituzionalista come un vulnus per la democrazia, un attacco al principio di rappresentanza, una minaccia per la libertà.

Un manifesto del Pci contro la "legge truffa"
Il PCI e il PSI si gettarono a corpo morto nella mobilitazione contro la legge, accusarono De Gasperi di aver attuato un colpo di Stato e di voler instaurare una dittatura ottenendo, attraverso il premio maggioritario, il controllo assoluto del Parlamento. Il rischio di tornare al ventennio fascista, secondo l’opposizione, era reale e imminente, perciò occorreva una fortissima mobilitazione contro il governo e contro la DC. La sinistra evocò lo spettro della legge Acerbo, quella che nelle elezioni del 1924 aveva consentito al Partito Fascista di vincere le elezioni, utilizzando anche la violenza e le intimidazioni in aggiunta al rilevante premio di maggioranza che quella norma consentiva (2/3 dei seggi al partito che raggiungeva il 25% dei suffragi). Così, la campagna elettorale del 1953 fu assai dura e i toni che vi si impiegarono furono da guerra civile: il PCI paventò il rischio della dittatura, la DC quello dell’anarchia. Ma le cose andarono diversamente: alle elezioni del 7-8 giugno la DC, alleata con il PSDI, il PRI, il PLI, il Partito sardo d’Azione e la Sudtiroler Volkspartei ottenne il 49,8% dei voti; la sola DC perse quasi il 9% dei suffragi rispetto al 1948; il PCI e il PSI aumentarono i loro voti portando in Parlamento 35 deputati in più rispetto al 1948; ma aumentarono anche i suffragi delle forze di estrema destra, i monarchici e il MSI. Nel complesso furono le forze moderate di centro e centro-sinistra ad uscire sconfitte; vinsero invece le forze estreme, sia di destra sia di sinistra.
Un momento della campagna elettorale
del 1953 immortalato da una copertina
della Domenica del Corriere

Ovviamente il premio di maggioranza non scattò, seppure solo per pochissimi voti (poco più di 50 mila). La DC, da partito di maggioranza assoluta qual era stato nel 1948, divenne partito di maggioranza relativa: perciò continuò a governare, ma da quel momento non poté più farlo da sola, bensì in coalizioni sempre più vaste e sempre più instabili. La volontà di De Gasperi di evitare, grazie alla legge maggioritaria, l’instabilità degli esecutivi naufragò completamente, obbligando la DC ad aprirsi ad alleanze con la destra monarchica e missina. La legge n. 148 venne poi abrogata nel 1954.
Certo, oggi sappiamo che il fallimento della legge maggioritaria portò, dopo i conflitti generati dall’ingresso nella maggioranza del Msi e dei monarchici (dal 1957 al 1960), verso il centro-sinistra del 1962, quando il PSI entrò nell’esecutivo insieme alla DC. Ma la precarietà dei governi e la difficoltà a trovare compromessi tra i partiti da quel momento divennero la regola della politica nella prima Repubblica.

La vicenda della legge truffa mi è venuta in mente ascoltando il dibattito, tuttora in corso, sulla riforma elettorale. Oggi è il PD di Bersani, erede di quel PCI che nel 1953 si oppose alla legge maggioritaria, a chiedere a gran voce un sistema proporzionale con un forte correttivo in senso maggioritario. Cosa c’entra con la legge del 1953? Bé, valutate voi: allora il premio maggioritario che la legge 148 proponeva era del 14,5% a favore del partito che otteneva il 50% più uno dei voti validi; oggi il PD propone di attribuire la maggioranza assoluta a quel partito (o coalizione) che ottenga circa il 40% dei voti. Non solo: al partito che non dovesse raggiungere quella soglia, il PD propone di assegnare un “premietto” del 10%, sicché, se venisse accettata questa idea, con un terzo dei voti si potrebbe ottenere quasi la metà dei seggi! E pensare che la legge truffa è ancora oggi presentata, nelle opere degli storici di sinistra, come parte di una più vasta strategia della DC di “restringere le libertà civili […], rafforzare la legge e l’ordine, […] limitare i diritti degli estremisti”, strategia di cui “la legge elettorale fu l’elemento più importante”: così scrive Paul Ginsborg, storico di sinistra molto amato dagli intellettuali progressisti che frequentano gli Istituti di storia della Resistenza, nella sua Storia d’Italia 1943-1996. Famiglia, società, Stato (Torino, Einaudi, 1998, p. 168).

Lo storico Paul Ginsborg
Sia ben inteso: non vi è nulla di male nel cambiare opinione, né nell’affermare oggi quel che ieri veniva imputato ad altri come attacco alla democrazia. I tempi cambiano, le necessità della politica mutano con essi. Ma mi piacerebbe sentire qualche intellettuale di sinistra riconoscere che la proposta di De Gasperi non era un colpo di Stato, ma il tentativo, per usare le parole oggi utilizzate da Bersani, di garantire stabilità e “governabilità” ad un paese in preda a conati insurrezionali sia di estrema destra sia di estrema sinistra. Se questo riconoscimento vi fosse, allora potremmo dire che la nostra memoria storica sta cominciando ad essere condivisa e pacificata.

Infine, trovato l’accordo sul nostro passato, occorrerebbe ricordare a quanti stanno discutendo la riforma elettorale che un eventuale premio di maggioranza si può dare solo al partito (o coalizione) che ha ottenuto un vasto consenso, almeno del 45-50%: altrimenti sì, che si potrebbe evocare lo spettro della legge Acerbo! Chi ha un quarto o un terzo dei voti validi non può attribuirsi la maggioranza assoluta dei seggi. Se così dovesse accadere, ricorderemmo la nuova legge elettorale come una rediviva “legge truffa”. Ma lo riconoscerebbero anche gli intellettuali di sinistra? Ne dubito.

martedì 6 novembre 2012

L'Italia tra celebrazioni e fine della nazione.


È già iniziata la calata degli Hyksos?

Dino Cofrancesco
Dino Cofrancesco è docente di Filosofia politica all’Università di Genova. Pensatore di cultura liberale, i suoi libri e i suoi articoli sono spesso controcorrente e anticonformisti. Nel numero di luglio-agosto della rivista Nuova storia contemporanea è intervenuto con un graffiante articolo a commentare la conclusione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia (Dino Cofrancesco, Gli Hyksos sono arrivati (ora), in Nuova storia contemporanea, n. 4 luglio-agosto 2012, pp. 97-100). L’articolo è provocatorio già nell’avvio: “Le celebrazioni del 150° anniversario dell’ Unità d’Italia – vi si legge - si sono concluse e, come prevedevano i più pessimisti, il risultato di tanti festeggiamenti, rievocazioni, cerimonie ufficiali è stato il gran cumulo di cenere prodotta dai numerosi fuochi di retorica paglia”.

L’autore può forse sembrare troppo crudele da queste prime battute. In effetti è vero che di retorica ne è stata versata molta durante quelle celebrazioni, tuttavia non solo ciò è inevitabile che accada in occasione di simili ricorrenze, ma è anche vero che, forse, qualcosa più della cenere esse potrebbero aver lasciato: oggi, più di qualche decennio fa, non è più una vergogna sventolare il tricolore; oggi, più degli anni Sessanta e Settanta, i giovani non sembrano tenere in considerazione chi usa ancora l’epiteto “fascista” per coloro che si definiscono patriottici; oggi, più degli anni trascorsi, è ritenuto prioritario da almeno tre quarti della popolazione italiana preservare l’Unità della nazione: ci sono molti sondaggi che lo provano. Se questo cambiamento è avvenuto, ciò si deve anche alle cerimonie e alla retorica che hanno ricondotto nel discorso pubblico la parola nazione, che hanno legittimato di nuovo il suo uso, dopo decenni di demonizzazione e di oblio.
Un momento della Notte Tricolore (17 marzo 2011): l'Altare
della Patria illuminato con i colori della bandiera italiana
Giuseppe Mazzini
Eppure, l’opinione di Cofrancesco è condivisibile, e il suo discorso merita di essere seguito fino in fondo. Innanzitutto, l’autore critica l’uso distorto e unilaterale della memoria risorgimentale: “stando ai discorsi ufficiali, ai convegni, ai cortei dinanzi ai monumenti della patria, l’unità nazionale la dobbiamo, soprattutto, ai due Giuseppe, Mazzini e Garibaldi: sullo sfondo resta ancora il gran conte, Camillo Benso di Cavour, mentre quasi nessuno ha reso gli onori che pur si dovevano al re galantuomo, Vittorio Emanuele II […]”. Ma soprattutto, aggiunge Cofrancesco, restano ancora fuori dai discorsi ufficiali i cattolici moderati (non soltanto i Gioberti, i Rosmini, i Manzoni, i Capponi, i Lambruschini, ma anche i Balbo, i Minghetti, i Ricasoli, i Mamiani), ovvero l’unico ceto colto e illuminato che possedeva l’Italia e che si impegnò per educare gli italiani e per fare dell’Italia una nazione all’altezza dei tempi. Insomma, si sarebbe celebrato del Risorgimento la pars destruens, quella dei rivoluzionari, più che l’impegno di quegli attori che costituirono il reale nerbo della nazione; si è preferito celebrare Mazzini, nonostante le sue fallite rivoluzioni, la sua presunta modernità e il suo presunto europeismo ante litteram, piuttosto che l’iniziativa di quel ceto operoso e concreto che affrontò i reali problemi della nazione. Ciò è accaduto, afferma Cofrancesco, perché abbiamo celebrato i nostri 150 anni senza chiederci “chi siamo stati, chi siamo, chi vogliamo essere”: “ci siamo richiamati ai valori alti e forti della modernità senza chiederci quali valori costituiscono la nostra identità più profonda e quali vogliamo conservare e trasmettere intatti alle nuove generazioni: abbiamo festeggiato la nascita di una creatura di cui ci siamo compiaciuti unicamente per la sua somiglianza (supposta) a tutte le altre nazioni dell’Occidente”.
Promozione dei corsi in lingua inglese alla Sapienza
E qui, secondo il nostro autore, comincerebbero i nostri problemi: una nazione che festeggia la sua nascita, ma disprezza la propria la propria lingua; una nazione che celebra i suoi natali ma evita di parlare di quella parte della propria storia che pure costituisce la sua identità; una nazione che ricorda solo alcuni dei suoi avi, quelli più à la page, amati anche all’estero. Allora non c’è da stupirsi, ricorda Cofrancesco, se alla Sapienza di Roma, che pure è stata in prima linea durante le celebrazioni, le lezioni di molti curricula si tengono in inglese; non c’è da stupirsi se molti degli intellettuali che vi operano rinunciano ad esprimersi nella propria lingua per scrivere saggi solo in inglese; non c’è da stupirsi se tra il finanziamento pubblico di un corso di studi su Dante ed uno sul filosofo statunitense John Rawls (1921-2002), in Italia avrebbe la precedenza quest’ultimo proprio perché “non-italiano”. “Tra l’avventuriero delle lettere che ha imparato bene l’inglese, è riuscito a infilarsi in qualche università americana e può vantare al suo attivo dieci (superficialissime) opere in inglese e un oscuro studioso che pubblica un nuovo Principe, non inferiore a quello di Machiavelli, ma lo pubblica in italiano, in un numero limitato di copie e per un piccolo editore di Casale Monferrato, in base alla filosofia modernista della Pubblica Istruzione, si dovrebbe, senz’altro, anteporre il primo nell’assegnazione di una cattedra universitaria”.
Se le cose stanno così, allora è vero che ciò che si è detto durante le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità è stata solo retorica: se proprio il mondo della cultura, cioè quel mondo che dovrebbe elaborare, riempire di contenuti e consegnare alle nuove generazioni l’immagine della nazione, se proprio questo mondo disprezza la nazione e quasi se ne vergogna, allora vuol dire che non c’è più speranza per la lingua, l’identità, la tradizione, la cultura italiane. Tutto ciò è già sommerso dal diluvio linguistico-culturale anglosassone, trasportato e imposto dall’intrattenimento di massa e dal linguaggio della telematica. L’italiano e l’Italia hanno i giorni contati: l’imperialismo culturale tecnologico-anglosassone ne sta già facendo strame.
English for life o...
Ma c’è un altro aspetto della questione ancor più paradossale. Lascio che sia Cofrancesco a spiegarlo: “i modernizzatori, quelli che sognano asili infantili in cui sarà obbligatorio parlare in inglese, appartengono a una political culture che detesta l’America profonda dei primi film di Clint Eastwood, dei cow boys, dei fondamentalisti religiosi, dei farmer delle Grandi Pianure, e dei movimenti populisti antitasse. L’unica America a essi congeniale è quella wasp (bianca, anglosassone, protestante) ma soltanto quando vota per i democratici o esprime, nei costosissimi college della costa orientale, una classe intellettuale newdealer, keynesiana, liberal. Il grande paese dei texani, dei Reagan, dei Barry Goldwater, per gli anglomani nostrani, è populismo becero, una minaccia per la democrazia e per la civiltà. Se non esprimono dirigenze politiche di sinistra, gli Stati Uniti perdono le loro simpatie, anche se poi esse continuano a intrattenere cordiali rapporti di collaborazione, a tutti i livelli, con la parte sana della Nation”.
Questi modernizzatori, quindi, appartengono ad un’elite democratica e progressista, nemica della cultura di massa, del capitalismo selvaggio e della globalizzazione intesa come dominio delle multinazionali e delle banche. In realtà gli appartenenti a questa nuova classe (che Cofrancesco chiama anche degli “anglo-innovatori”) “hanno interiorizzato proprio la quintessenza del modello sociale da loro più detestato”, poiché per essi è più importante la quantità che la qualità: “allorché dicono che l’aver scritto un saggio in italiano, che non sia stato tradotto in inglese – e che, quindi, non possa venir letto (in teoria) da un grande numero di persone – è come non aver scritto niente, non si rendono conto di porsi nell’ordine di idee del ‘numero è potenza’. Solo che, in questo caso, i ‘numeri’ ce li hanno gli altri e a noi tocca il destino dei sudditi coloniali dei bwana bianchi”. Per questa jet set importante è parlare in inglese e usare il tablet, indipendentemente da ciò che si sa e che si dice; importante è non perdere tempo a leggere i Promessi sposi.
...o Promessi sposi?
Probabilmente tra di voi ci sarà chi giudica queste opinioni di Cofrancesco fuori dalla realtà e un tantino pessimiste. Davvero la nostra storia e la nostra lingua corrono il rischio di essere dimenticate proprio a causa delle politiche di modernizzazione che retoricamente si oppongono all’imperialismo delle multinazionali ma che, concretamente, favoriscono un più subdolo e potente imperialismo culturale? Non so dare una risposta definitiva a queste domande, ma la questione sollevata dall’articolo di Cofrancesco merita molta attenzione e su essa tornerò ancora nei miei post. Intanto concludo con un riferimento alla mia personale esperienza. Nella mia quasi trentennale professione di insegnante ho conosciuto molti Presidi o, come si dovrebbe dire oggi, Dirigenti scolastici. Quasi tutti di vedute democratiche e progressiste. Durante le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia i più innovatori e intraprendenti tra essi si sono attivati per non lasciarsi sfuggire l’occasione di prendere parte alla kermesse: hanno organizzato mostre, laboratori di storia, convegni, progetti su questo o quell’aspetto del Risorgimento, soprattutto declinato in senso localistico. Essere presenti nel corso delle celebrazioni ha significato molto per questi Dirigenti: ha significato far notare la scuola, lasciare un segno, farsi conoscere; ma anche attirare finanziamenti, pubblici e privati, per le suddette attività. C’è qualcosa di male in questa logica? Forse sì, forse no. Ma molti di quelli che conosco, per lo più democratici e progressisti come dicevo, fino a qualche mese prima tormentavano i loro insegnanti di storia ripetendogli il noto refrain: “non perdete tempo con le guerre d’indipendenza, piuttosto spiegate il global warming!”. Terminate le celebrazioni risorgimentali, durante le quali hanno contribuito alla grande ingozzata di “Mazzini e mazziniani nelle Marche” o “Garibaldi e camicie rosse in Abruzzo”, sono tornati alla carica e hanno ripreso a rintronare nelle orecchie dei loro docenti: “non perdete tempo con il Risorgimento, piuttosto spiegate l’attuale crisi economica!”.
Calata degli Hyksos?
Gli “hyksos” dominarono, o forse invasero, l’Egitto tra XVIII e XVI secolo a.C. Il termine si usa, oltre il suo significato originario, per indicare un’improvvisa e inattesa invasione che produce scompiglio, decadenza, barbarie. Benedetto Croce usò l’espressione per definire il fascismo come “malattia morale”: un’improvvisa e inattesa decadenza spirituale che assalì l’Italia e il suo popolo. Gli hyksos di oggi passerebbero attraverso il valico aperto dal progressismo culturale e dalla scuola democratica? Riflettiamoci, prima di trovarci a camminare tra le rovine.

sabato 3 novembre 2012

Veline. Dal fascismo a Grillo?



La velina del Movimento 5 Stelle



“Veline”, durante il fascismo, erano detti i fogli dattiloscritti su carta velina che il Ministero della cultura popolare (MinCulPop) diramava ai giornali: essi contenevano diposizioni e ordini, impartiti alle direzioni e alle redazioni dei quotidiani, circa le notizie che si dovevano o che non si dovevano pubblicare e sul modo di dare ad esse maggiore o minore enfasi. Con una sola battitura il regime ne preparava molte copie utilizzando appunto più fogli di carta velina, tra i quali veniva frapposta la carta carbone. Una volta scritto l’ordine, esso era consegnato ai giornali che erano tenuti ad osservare scrupolosamente le disposizioni, pena la censura oppure il sequestro del numero in edicola; nei casi estremi si giungeva alla soppressione del giornale. In tal modo il regime, dopo aver chiuso, a partire dalle “leggi fascistissime” del 1925-26, molti quotidiani e molte riviste e aver in tal modo zittito con la forza la voce delle opposizioni, poteva lasciar sopravvivere la stampa “non ostile”, tenendola però al guinzaglio, impartendole ordini, attraverso le veline, su cosa e su come scrivere.
Comunicazione del MinCulPop al Duce (fonte:
Tutto un mondo da rifare, blog di  Simone Starace;
ringrazio l'autore del blog per aver reso
disponibile l'immagine)

Le Veline inventate da Striscia la notizia (o meglio dalla verve immaginifica di Antonio Ricci) non erano altro, in fin dei conti, che divertenti e sexy metafore dei dispacci dell’epoca fascista: come questi ultimi, infatti, le veline del programma televisivo portavano le notizie, consegnandole ai conduttori della trasmissione. Questo accadeva nei primi anni di Striscia la notizia, prima che le Veline si limitassero a sgambettare e a sculettare: attualmente tra coloro che assistono al programma dubito che vi sia qualcuno che sappia o che si ricordi l’originario significato del termine “velina”. Potenza del mezzo televisivo.

Torniamo all’epoca fascista. Dicevo che gli ordini impartiti dalle veline del regime contenevano disposizioni sulle notizie che dovevano essere o non essere pubblicate, ma anche sul linguaggio da usare nella stesura degli articoli. Qualche esempio credo che valga più di ogni descrizione.

“Oggi mattina 31 maggio è stato rinvenuto cadavere bambina (…) con evidenti tracce stupro sgozzamento. (…) Astenersi dare eccessiva pubblicità truce delitto (…)” (velina del 31 maggio 1925).
“Vanno assolutamente eliminati i disegni di figure artificiosamente dimagrite e mascolinizzate, che rappresentano il tipo di donna della decadente società occidentale” (velina del 1931).
“Le fotografie di avvenimenti e panorami italiani devono essere esaminate dal punto di vista del loro effetto politico. Così se si tratta di folle, scartare le fotografie con spazi vuoti; se si tratta di nuove strade, zone monumentali ecc. scartare quelle che non danno buona impressione di ordine, di attività, di traffico ecc.” (velina del 1931).
“Il Corriere della sera e il Mattino hanno pubblicato due disegni riproducenti il Duce: uno è piaciuto, l’altro no. Vale quindi, anche per i disegni, la norma vigente per le fotografie e cioè che debbono essere precedentemente presentate all’Ufficio stampa del Capo del Governo per avere l’autorizzazione alla pubblicazione” (velina del 21 ottobre 1933).
“Il sottosegretario Ciano ha deplorato l’abitudine dei giornali di pubblicare fotografie, corrispondenze e titoli come questi: Freddo intenso a Roma; Napoli sotto la neve; La neve a Palermo. In questo modo si sviano le correnti turistiche del paese” (velina del 29 gennaio 1935).
“Si fa assoluto divieto di pubblicare fotografie di carattere sentimentale e commovente di sodati in partenza, che salutano i loro cari” (velina dell’11 luglio 1935).
“Non pubblicare nelle corrispondenze notizie dei bombardamenti dei nostri aerei nell’Africa Orientale” (velina del 7 dicembre 1935).
“Non interessarsi mai di nessuna cosa che riguardi Einstein” (velina del 26 dicembre 1936).
“Giornalisti e fotografi si astengano dall’avvicinare i Duchi di Windsor” (velina del 18 luglio 1938).
“I giornali eseguano una costante revisione d tutte le fotografie di parate militari, passo romano, presentazione alle armi, sfilate giovanili e premilitari, pubblicando esclusivamente quelle dalle quali risultano allineamenti impeccabili” (velina del 26 agosto 1938).
“Ignorare la Francia. Non scrivere nulla su questo paese. Criticare invece sempre e comunque l’Inghilterra. Non prendere per buono nulla che ci venga da quel paese” (velina del 13 giugno 1939).
“Si rinnova ai giornali il divieto di inserzione di pubblicità ebraica, anche se mortuaria” (velina del 26 maggio 1943).

Questi sono soltanto alcuni semplici esempi reperibili anche in rete; altri si possono trovare leggendo la biografia su Mussolini di Renzo De Felice, oppure i seguenti libri: Giancarlo Ottaviani, Le veline del MinCulPop. Aspetti della propaganda fascista, Milano, Todariana Editrice, 1999; Riccardo Cassero, Le veline del Duce. Come il fascismo controllava la stampa, Milano, Sperling & Kupfer, 2004; Nicola Tranfaglia, La stampa del regime. 1932-1943. Le veline del Minculpop per orientare l’informazione, Milano, Bompiani, 2005.

Gli esempi che ho riportato mostrano come il fascismo fosse attento non solo ai contenuti delle notizie, ma anche alla forma e al linguaggio con cui esse erano presentate. Del resto è nota l’attenzione dei totalitarismi alle forme della comunicazione di massa, poiché per essi è importante controllare le modalità di trasmissione delle idee e delle informazioni: il Grande Fratello del romanzo di Orwell ha addirittura inventato la “neolingua” (contro la cosiddetta "archelingua") per uniformare il linguaggio e, attraverso esso, il pensiero degli uomini, in modo da debellare nel profondo nella psiche ogni possibilità di opposizione. Il conformismo del linguaggio nasconde sempre una profonda incapacità di utilizzare liberamente la mente, è indice di assenza di libertà di opinione e di giudizio.

George Orwell (1903-1950), autore di 1984

Per queste ragioni è allarmante la notizia comparsa qualche giorno fa sui giornali italiani (cfr. ad esempio Matteo Cruccu, Il vademecum del perfetto giornalista (secondo il Movimento Cinque Stelle), in Corriere della sera, 29 ottobre 2012) riguardo all’ultima trovata dell’inesauribile Movimento 5 Stelle, ovvero l’allegra (e pericolosa, come vedremo tra un attimo) brigata di Grillo & Company. Di che si tratta? Di questo: l’Ufficio stampa del Movimento 5 Stelle ha inviato alle redazioni dei quotidiani italiani un’email che non sarebbe improprio definire una “velina”. Vale la pena riportarla per intero, con le stesse enfasi (grassetto, colore rosso, maiuscolo) presenti nel testo originale:


“Spettabile redazione,

sempre più spesso da oggi in poi, tratterete argomenti relativi al Movimento 5 Stelle, che si propone come forza DAL BASSO, come movimento di CITTADINI in prestito alla politica PRO TEMPORE, INCENSURATI,, che RIFIUTANO OGNI PRIVILEGIO, che decidono COLLEGIALMENTE e i cui ELETTI  sono solo dei PORTAVOCE  di decisioni di gruppo. Un movimento il cui obiettivo fondamentalmente è fungere da strumenti per la libera partecipazione di tutti i cittadini alla politica. In sintesi cittadini che votano cittadini.

Alla luce dell’enorme cambiamento proposto dal Movimento 5 Stelle è necessario che il VOCABOLARIO di riferimento usato dai media sia coerente e corretto.

Per questa ragione è indispensabile che tutti voi giornalisti, redattori, caporedattori e direttori poniate la massima attenzione ad EVITARE PAROLE CHE NON APPARTENGONO ALLA REALTA’ DEL MOVIMENTO.

Parole come PARTITO e LEADER sono pertinenti alla politica tradizionale, quindi ALTRO da noi. Sono parole incompatibili e fuorvianti rispetto alla nostra realtà di partecipazione e condivisione.

È corretto riferirsi al MoVimento 5 stelle come a una FORZA POLITICA e agli eletti come PORTAVOCE.

Ci rendiamo conto che non sarà facile evitare di cadere nell’abitudine di scrivere “il m5s è il primo PARTITO in Sicilia” come ha fatto oggi il Sole, ma contiamo sulla vostra collaborazione affinché siate voi i primi a proporre il NUOVO GLOSSARIO adatto alla portata del cambiamento che il M5s propone.

Chiudiamo ricordando che la parola GRILLINI è scorretta e anche un po’ offensiva, in quanto riduttiva e verticistica. Grillo è il megafono al nostro servizio e non il nostro leader.
Noi siamo ATTIVISTI, gli attivisti del Movimento 5 stelle o, per brevità, ATTIVISTI 5 STELLE.

(solo per il Sole 24 Ore) Con l’occasione ovviamente vi chiediamo di modificare al più presto il titolo di questo articolo http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-10-28/scarsa-affluenza-elezioni-siciliane-200209.shtml?uuid=Ab8QSkxG&fromSearch

Vi ringraziamo per la vostra attenzione e collaborazione.

Ufficio Stampa Lista CiVica 5 Stelle Milano”

L'email inviata dall'Ufficio stampa del M5S alle redazioni dei quotidiani

Naturalmente (e per fortuna) Il Sole24Ore non solo non ha modificato il titolo dell’articolo giudicato scandaloso dai grillini, ma ha anche risposta con una nota della redazione, affermando che “in Italia, fino a prova contraria, esiste ancora la libertà di stampa, cui la nostra Costituzione dedica l’articolo 21 che sancisce tra le altre cose che ‘la stampa non può essere soggetta ad autorizzazione o censure’. Pertanto – conclude il commento del quotidiano – pubblichiamo con piacere la mail inviata dal Movimento 5 stelle di Milano anche se, francamente, colpiscono i toni vagamente intimidatori della nota” (Le strane lezioni di giornalismo del Movimento 5 stelle, Il Sole24Ore, 29 ottobre 2012).
L'articolo 21 della Costituzione

Nella velina dell’Ufficio stampa del partito di Grillo colpiscono le insistenze sul linguaggio che deve essere, si direbbe, politically correct (cioè conformista); colpisce anche l’arroganza di quel “tratterete” della riga iniziale, un termine davvero prefettizio, usato come se a scriverlo fosse un’autorità indiscutibile che nessuno, tanto meno un quotidiano, può illudersi di contestare o di ostacolare. Colpisce, infine, quel tono fanatico da “rivoluzionari duri e puri” che fa rabbrividire: il Movimento 5 Stelle viene presentato come depositario di una Verità che solo ai suoi “attivisti” sarebbe stata rivelata, e quindi questi hanno il dovere di imporre agli altri, noi comuni uomini meschini che non siamo stati gratificati della rivelazione, quel cambiamento di linguaggio e di pensiero che essi ritengono giusto. Chi non condivide quel linguaggio sarà costretto con la forza ad utilizzarlo? C’è da temerlo, visto il tono minaccioso della missiva, un tono degno di un Saint Just, di un Robespierre, per non scomodare ancora Mussolini, Hitler o Stalin.

Dopo la lettura dell’email mi sono posto queste domande: si tratta di un invito o di un avvertimento? Cosa accadrà alla libertà di stampa in Italia se i “grillini” andranno al potere? Si rendono conto gli italiani della straordinaria somiglianza tra il linguaggio usato nelle veline fasciste e quello utilizzato da questo “glossario cinque stelle”? Dobbiamo attenderci, nel prossimo futuro, che le foto e gli articoli, le notizie e i titoli passino prima per l’Ufficio stampa di Grillo “per avere l’autorizzazione alla pubblicazione”, come diceva la velina ducesca dell’ottobre 1933 che ho riportato sopra? Sono domande legittime (devono riconoscerlo anche quegli anonimi commentatori di questo blog che, ogni volta che mi occupo di Grillo, mi scrivono insulti), poiché il M5S sta ottenendo un successo elettorale dopo l’altro (l’ultimo in Sicilia, qualche giorno fa) e la possibilità di trovarselo al governo l’anno prossimo diventa concreta ogni giorno che passa. Ci ritroveremo con un despota a Palazzo Chigi che, forte del consenso popolare, metterà il bavaglio ad ogni espressione difforme dal “Grillo-pensiero”? Suggerirei agli italiani che nutrono simpatie per questo movimento di studiare la storia prima di recarsi alle urne: anche Mussolini e Hitler andarono al potere per vie legali ed elettorali. Una volta ottenuto un vasto consenso popolare, un potere dispotico non avrebbe più alcun ostacolo per sottomettere al proprio volere il linguaggio e il pensiero delle folle anonime.