mercoledì 6 febbraio 2013

Le leggi basilari della stupidità



Sprovveduti, Intelligenti, Banditi e Stupidi. E in Italia?


Carlo M. Cipolla

‎Carlo M. Cipolla (1922-2000) è stato uno dei più grandi storici italiani dell’economia. Studioso di fama mondiale, ha insegnato in Italia (nelle Università di Catania, Venezia, Pavia, Torino, Pisa) e negli Stati Uniti (a Berkeley, in California). Ha introdotto in Italia la storiografia francese della rivista Les Annales, rivolgendo la sua attenzione alla micro-storia combinata con i grandi fenomeni delle vicende umane, come gli aveva insegnato Fernand Braudel, suo professore alla Sorbona di Parigi. Seppe unire all’attenzione per le fonti, alla meticolosa ricostruzione degli eventi più minuti, una scrittura fresca e scorrevole, nutrita di umorismo e sottile ironia. Si è occupato soprattutto della storia economica dell’Europa pre-industriale, soffermandosi su questioni come le epidemie, la politica sanitaria degli Stati, la storia della medicina e l’impatto di tali aspetti sull’economia e sulla demografia. Pubblicati talvolta con titoli ad effetto (come I pidocchi e il Granduca, del 1979, Miasmi ed umori, del 1989, Chi ruppe i rastrelli a Monte Lupo?, del 2004), i suoi libri hanno riscosso un successo internazionale e talvolta hanno raggiunto anche il pubblico dei non addetti ai lavori: fatto davvero notevole per uno storico italiano, poiché in Italia, di solito, gli storici di professione sono letti solo… da altri storici. Chi studia storia ha letto sicuramente le sue opere maggiori: la ormai classica Storia economica dell’Europa pre-industriale (Il Mulino, 1974), ma anche Le avventure della lira (Il Mulino, 1975), Le macchine del tempo. L’orologio e la società (Il Mulino, 2003), Istruzione e sviluppo. Il declino dell’analfabetismo nel mondo occidentale (Il Mulino, 2002).

Nel 1976 Cipolla stampò in inglese un libello, fuori commercio, intitolato The Basic Laws of Human Stupidity, un divertente trattatello di poche decine di pagine che ebbe una circolazione limitata tra amici e conoscenti (chi vuole può trovarlo qui, in English, of course). La casa editrice Il Mulino di Bologna (con la quale Cipolla ha pubblicato le sue opere) lo convinse nel 1988 a pubblicare una versione del libriccino all’interno di un volumetto intitolato Allegro ma non troppo (contenente un altro ironico saggio intitolato Il ruolo delle spezie nello sviluppo economico del Medioevo). Il volumetto ha avuto un successo strepitoso, è stato ristampato più volte e tradotto in molto lingue. Ma solo nel 2011 la stessa casa editrice ha pubblicato in lingua originale l’opera del 1976 che ha subito venduto molte copie: l’inglese di Cipolla è fluido e scorrevole come il suo italiano.


Divertente, ironico (ma anche allarmante), The Basic Laws of Human Stupidity afferma e spiega le cinque leggi fondamentali della stupidità. Eccole: 1) Tutti, sempre ed inevitabilmente, sottovalutano il numero degli stupidi in circolazione; 2) La probabilità che una persona sia stupida è indipendente da ogni altra sua caratteristica (cultura, estrazione sociale, caratteri somatici, tratti genetici); 3) Stupido è colui che provoca perdite e danni ad un’altra persona o ad un gruppo di persone, senza produrre per se stesso alcun vantaggio, o addirittura subendo un danno (questa legge è definita da Cipolla “aurea”); 4) Le persone non-stupide sottovalutano sempre il potenziale dannoso degli stupidi. In particolare i non-stupidi dimenticano costantemente che in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni circostanza trattare e/o associarsi con persone stupide costituisce infallibilmente un costoso errore; 5) Uno stupido è il tipo di persona più pericoloso che esista; legge da cui deriva il corollario: uno stupido è più pericoloso di un bandito.


Helpless (H),  Intelligent (I), Bandit (B),
Stupid (S) people
Quest’ultima legge ci obbliga a chiarire meglio il pensiero dell’autore. Cosa intende Cipolla con il termine “bandito”? E cosa con “stupido”? Alle domande ha in parte risposto la terza legge (quella aurea). Se infatti si dividono le persone in base ai danni o ai vantaggi che procurano a se stesse e alle altre, secondo Cipolla possiamo individuare quattro categorie di individui: gli sprovveduti (che con le loro azioni procurano vantaggi agli altri danneggiando se stessi); gli intelligenti (che procurano vantaggi a tutti, se stessi compresi); i banditi (che procurano vantaggi a se stessi danneggiando gli altri); e appunto gli stupidi: questi con le loro azioni danneggiano tutti, gli altri e se stessi. I danni e i vantaggi si misurano in termini di perdita o di guadagno di tempo e di risorse.


Nell’insieme degli sprovveduti e in quello dei banditi esistono anche sottocategorie. Un bandito che ruba 100 euro ad un individuo senza procurargli un danno ulteriore è un “bandito perfetto”: 100 euro ha guadagnato lui, 100 li ha persi la sua vittima. Se un bandito procura a se stesso un vantaggio maggiore della perdita subita dalla sua vittima, avremo un bandito tendenzialmente intelligente. Se invece per rubare 100 euro uccide la propria vittima, egli ha procurato un danno eccessivo senza determinare per se stesso un vantaggio aggiuntivo: questo bandito si avvicina inesorabilmente all’area della stupidità. Allo stesso modo, uno “sprovveduto perfetto” compie azioni che avvantaggiano gli altri di una quantità corrispondente esattamente al danno da lui subito: ad esempio, se perde 100 euro al gioco del lotto, regala quella stessa somma alle casse dello Stato. Lo sprovveduto che, oltre a perdere quella cifra al gioco, senza procurarsi altri danni, salvasse un altro giocatore perdente dal suicidio, avrebbe riscattato la propria debolezza con un comportamento tendenzialmente intelligente. Ma lo sprovveduto che, oltre a perdere 100 euro, si suicidasse per questo motivo, senza aver avvantaggiato alcuno con tale gesto e, anzi, provocando a se stesso il massimo dei danni, si avvicinerebbe, ancora una volta in modo inesorabile, all’area della stupidità.




Il grafico di Cipolla con le sottocategorie
Attraverso un sistema di assi cartesiani, Cipolla dimostra che tutti gli individui che si collocano tra la sottocategoria dello “sprovveduto-intelligente”, la categoria degli “intelligenti”, e la sottocategoria dei “banditi-intelligenti” (in sostanza a destra della linea POM del grafico) contribuiscono a generare, sebbene in gradi diversi, il benessere della società. Tutti coloro che si collocano nella sottocategoria degli “sprovveduti-stupidi” e in quella dei “banditi-stupidi” (a sinistra di POM) operano per aggiungere danni a quelli provocati dagli “stupidi”, amplificando in questo modo il già nefasto potenziale distruttivo di costoro.

Attenzione alla seconda legge della stupidità: da essa deriva la constatazione che in ogni gruppo umano vi è una quota di stupidi costante (che Cipolla indica con “σ”), indipendentemente dalle variabili dovute al tempo, allo spazio, alla razza, alla classe e alla ricchezza o povertà di quel gruppo. Sarebbe un grave errore presumere che in una società in corso di sviluppo o già sviluppata il numero degli stupidi sia inferiore o in calo rispetto ad una società in declino o sottosviluppata: ogni società è funestata dalla medesima percentuale σ di stupidi. Semmai in una società povera e meno evoluta è bassa la percentuale degli individui intelligenti, e di quelli tendenzialmente intelligenti, fatto che rischia di enfatizzare i danni prodotti dagli stupidi e dai tendenzialmente stupidi. In una società in crescita, invece, gli individui tendenzialmente intelligenti e quelli intelligenti compiono più azioni vantaggiose che, in qualche modo, riescono a tenere a bada le azioni dannose causate dalla frazione σ della popolazione.


I problemi più gravi si presentano, secondo Cipolla, nelle società in declino: è in queste che, pur essendovi sempre la stessa frazione σ di stupidi, cresce spaventosamente il numero di coloro che tendono verso la stupidità, banditi e sprovveduti che siano: è proprio questo che rafforza il potere distruttivo degli stupidi veri e propri e, conclude Cipolla, “the country goes to Hell”. Possibile che stesse pensando all’Italia?

Il 24 febbraio gli italiani andranno a votare. Il nostro è un paese in declino. La nostra percentuale “sigma” di stupidi non ce la può togliere nessuno. Quanti danni produrranno costoro nel segreto dell’urna? Nessuno può dirlo né prevederlo: come spiega Cipolla, il comportamento degli stupidi è erratico e imprevedibile, irrazionale per definizione. Semmai è sugli “sprovveduti tendenzialmente stupidi” e sui “banditi tendenzialmente stupidi” che occorrerebbe intervenire per cercare di persuaderli a non commettere errori e a non enfatizzare, con il loro voto, il danno che inevitabilmente gli stupidi procureranno all’intera comunità nazionale.

Solo costoro possiamo tentare di convincere a non credere alle chimere, a non farsi abbindolare dalle roboanti promesse di coloro che, dopo aver rovinato il paese comportandosi da “banditi”, stanno cercando di recuperare il consenso perduto, illudendoci di voler fare ora quel che non hanno voluto fare prima, quando la forza politica che possedevano e le condizioni economiche del paese glielo avrebbero consentito.

Se, malgrado i segnali di allarme che alcuni si forzano di inviare, alla fine il paese risulterà ingovernabile, dovremo concludere che l’Italia, la nostra povera Italia, se la sarà voluta: se gli ingannatori riescono a raggiungere le loro mete “banditesche” è perché c’è stato qualcuno che si è lasciato ingannare (questo già lo insegnava Machiavelli cinque secoli fa). La responsabilità dei danni che subiremo sarà, ancora una volta, degli stupidi. E il nostro paese andrà all’Inferno.

martedì 29 gennaio 2013

Berlusconi, le sue battute e Mussolini


Le spensierate affermazioni del Cavaliere sul fascismo


Le battute, si sa, fanno ridere, o dovrebbero far ridere. L’ex Presidente del Consiglio Berlusconi ci ha abituato al “battutismo” politico. Ci ricordiamo tutti di quando disse di Rosy Bindi “è più bella che intelligente”, o di quando disse di Obama, da poco eletto alla sua prima Presidenza degli Usa, che era “abbronzato”. Gli inizi della “discesa” in campo del Cavaliere furono forse i più produttivi e “creativi”: di sé disse di essere “l’unto del signore”, il “presidente operaio”, “il miglior capo o presidente d’Europa”, “il miglior Presidente del Consiglio che l’Italia abbia avuto in 150 anni di storia”. Due anni fa, in piena crisi economica, ebbe il coraggio di negarne l’esistenza, sostenendo che la prova era offerta dai “ristoranti pieni”. Più o meno quasi contemporaneamente affermò anche che “i poveri sono persone diseducate al benessere”. Una vera delizia queste parole, soprattutto per chi si arrabatta tutti i giorni per sbarcare il lunario, oppure per trovare un lavoro dopo aver perduto la precedente occupazione.



Un momento dell'intervista di Berlusconi
il 27 gennaio scorso
Su Mussolini non è la prima volta che si esprime. Ha spesso lodato il ventennio come epoca di sviluppo economico e di efficienza produttiva, di correttezza e onestà dei funzionari, di prestigio internazionale e di gloria per l’Italia. Messo alle strette dai giornalisti, un giorno affermò addirittura che “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, al massimo mandava qualcuno a trascorrere un periodo di vacanza al confino”. Non mi stupisco, perciò, di quanto ha affermato il 27 gennaio, in piena celebrazione della “Giornata della memoria”: “il fatto delle leggi razziali”, ha detto all’intervistatore, “è stata la peggior colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene” (vedere il servizio sulla frase di Berlusconi ad esempio su repubblica.it).

Propaganda antisemita del fascismo
Per valutare questa battuta, dai più giudicata infelice, separerei due aspetti: il giudizio storico in essa contenuto; il suo valore politico. Dal punto di vista storico, l’affermazione di Berlusconi contiene una mezza verità, un errore e un’ovvietà. La mezza verità consiste nell’aver imputato all’alleanza con la Germania nazista l’obbrobrio delle leggi razziali del 1938: in effetti è verosimile pensare che se Mussolini non avesse sottoscritto l’Asse del 1936, difficilmente il fascismo italiano si sarebbe fatto trascinare nella guerra e nella crociata antisemita. Tuttavia, la decisione di emanare le leggi razziali fu presa da Mussolini in perfetta autonomia, senza alcuna pressione da parte di Hitler, senza alcuna richiesta da parte della popolazione italiana che, anzi, non comprese e in massima parte si oppose alla politica antisemita.

L'applicazione delle leggi razziali a Roma, nel 1938
L’errore contenuto dall’affermazione di Berlusconi sta nell’attribuire a Mussolini tanti buoni risultati politici: oggi sappiamo che anche nelle imprese più lodate del fascismo, come “quota 90”, come la “battaglia del grano”, come la bonifica integrale, vi sono aspetti positivi e aspetti molto negativi, risultati solo parzialmente conseguiti a fronte di grandi sacrifici e di gravi compromessi che il Duce dovette imporre e accettare per rincorrere gli obiettivi di prestigio che aveva deliberato.

L’ovvietà è un corollario di quanto appena detto: difficilmente nella storia degli Stati e nell’azione dei leader si troveranno soltanto errori e risultati negativi; anche il più tirannico e odiato dei capi di governo, se ha comandato a lungo come Mussolini, ha fatto sicuramente qualcosa di buono. Berlusconi, che spesso si atteggia ad alfiere dell’anticomunismo, dovrebbe riconoscere come valida questa ovvietà anche per Stalin, e, ci sia consentito dirlo, persino per Hitler. Tutti i governi della storia mondiale, insomma, al netto degli errori conclamati ed evidenti, “per tanti altri versi hanno fatto bene”. Anche i governi della Repubblica italiana.

Hitler e Mussolini
Riguardo al giudizio politico, la questione è invece molto più semplice: Berlusconi ha detto una cosa politicamente errata e pericolosa. Chi ama la libertà e la democrazia deve riconoscere che quel che conta, nella valutazione dell’opera di un leader, non è solo la grandezza dei risultati ottenuti (molto discutibile nel caso di Mussolini) ma il prezzo che si è pagato per raggiungerli. Il fascismo potrà anche essere arrivato a mete impensabili per i governi liberali (i quali, però, avevano unificato l’Italia: Mussolini, entrando in guerra, l’ha spezzata in due), ma lo ha fatto negando la libertà di espressione, di associazione e di voto. Potrà aver reso l’Italia autosufficiente dal punto di vista cerealicolo (impoverendo per altro i rimanenti settori dell’agricoltura), ma lo ha fatto zittendo con la violenza ogni opposizione. Potrà aver fondato le città nuove, come Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia (sbagliando completamente le previsioni circa il loro sviluppo e la loro vocazione produttiva), ma lo ha fatto imponendo la dittatura.
Lo storico Giovanni Sabbatucci

Lo ha detto in una bella intervista (vedere qui) lo storico Giovanni Sabbatucci, rispondendo per le rime a Berlusconi: “va riconosciuto a Mussolini il fatto che la sua dittatura fu meno sanguinaria rispetto a quella dei suoi coevi. Detto questo, Mussolini fu fin dall’inizio un dittatore […]. Tanto basta per condannarlo anche se avesse fatto bene tutto il resto. Questo è il punto”. Parole che dovremmo mandare a memoria una volta per tutte. L’affermazione di Berlusconi è stata politicamente errata, ma si nutre di una valutazione storica altrettanta sbagliata del fenomeno fascista: il fascismo non fu un governo liberale, non lasciò vivere le istituzioni che dovrebbero essere difese da chi, come Berlusconi, si professa amante della libertà. Il fascismo uccise la libertà di stampa, sciolse i partiti e i sindacati non fascisti, soffocò il diritto di espressione, ridusse il Parlamento ad una succursale del Partito fascista, impose la violenza laddove non arrivò con i decreti e con i Prefetti. E infine, dovrebbero dirlo a Berlusconi che dice di essere liberista, statalizzò gran parte dell’economia nazionale.

Dicevo all’inizio che le battute fanno ridere. Naturalmente l’affermazione sul fascismo dell’ex premier non era una battuta, ma l’esposizione di un pensiero, sebbene fatta con la solita leggerezza con cui Berlusconi pronuncia le sue battute. Questa volta, però, non solo non ha divertito (ma chi mai ha riso di tutte le altre sue battute?), ma ha rivelato la profonda ignoranza storica e politica (oltreché l’insensibilità: non si dimentichi che il 27 gennaio era la Giornata della memoria) di un leader che si appresta a ripresentarsi alle elezioni politiche. Ne trarranno le giuste conseguenze gli italiani che andranno a votare?

martedì 22 gennaio 2013

Il discorso inaugurale di Obama.


L’emozione dei valori



Emozionante. Il discorso pronunciato il 21 gennaio da Barack Obama per la cerimonia del giuramento è stato emozionante. Chi volesse risentirlo può trovarlo nel sito del Washington Post, con video e testo scorrevole (ringrazio mia figlia Ilaria per avermi segnalato il link). Quanti politici nostrani sarebbero capaci di toccare così profondamente l’animo degli ascoltatori come ha fatto Obama? Quanti sarebbero capaci di evocare i valori di “padri fondatori” vissuti oltre 200 anni fa, senza cadere nel ridicolo? Quanti politici, qui in Italia, sarebbero capaci di evocare Dio come creatore dell’uguaglianza e della libertà degli uomini, senza essere accusati di essere dei clericali reazionari? Quanti, infine, sarebbero capaci di affermare che la forza impiegata in molti scacchieri del mondo è servita per ricondurre in quei luoghi il governo della legge e del diritto, senza sentirsi accusare di essere degli ipocriti guerrafondai al servizio delle multinazionali? Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha, ancora una volta, dimostrato di essere l’unico leader occidentale in grado di affermare, con voce alta e forte, il ruolo delle idee e dei valori in politica, senza temere critiche, senza temere conflitti.


Tra le tante questioni affrontate nel suo discorso (dalla riforma della Sanità alle sfide che attendono gli Americani nei prossimi anni; dal riscaldamento globale alle sofferenze inflitte al suo popolo dalla crisi; dalle responsabilità che si devono sostenere per garantire un futuro migliore ai figli, alla necessità di rafforzare la ricerca e la formazione), vorrei soffermarmi solo sulle due che mi hanno colpito ed emozionato di più.

In un passo del discorso, insistendo sulla necessità di restare uniti per affrontare i problemi del prossimo futuro, Obama ha detto che in passato gli Americani hanno deciso insieme “che una moderna economia richiede ferrovie ed autostrade per commerciare e viaggiare velocemente, scuole ed università per preparare i lavoratori”; insieme gli Americani “hanno compreso che il libero mercato può prosperare solo quando ci sono regole e garanzie di leale e corretta competizione”; insieme gli Americani “hanno deciso che una grande nazione deve tutelare i deboli e proteggere la popolazione dai peggiori pericoli e dalle peggiori calamità della vita”. Ma, ha proseguito Obama, allo stesso tempo gli Americani insieme, tutti quanti, non hanno mai abbandonato lo scetticismo nei confronti dell’autorità centrale (“we have never relinquished our skepticism of central authority”), e non hanno mai ceduto all’illusione che i mali delle società possano essere curati solo dall’intervento dello Stato e del governo (“nor have we succumbed to the fiction that all societies ills can be cured through government alone”): lo spirito di iniziativa e di impresa, l’insistenza sul duro lavoro e sulla responsabilità personale sono i tratti distintivi del carattere degli Americani (“Our celebration of initiative and enterprise, our insistence on hard work and personal responsibility, these are constants in our character”). Sono valori condivisi da tutti gli Americani. Chi, in Italia, avrebbe potuto dire altrettanto senza essere accusato di essere una “mosca cocchiera del capitalismo”?


Secondo passaggio. “Noi – ha affermato Obama – sappiamo di essere fedeli alle nostre convinzioni quando una bambina nata nella più nera povertà sa di avere la stessa possibilità di successo di tutti gli altri perché è un’americana, è libera, è uguale non solo davanti agli occhi di Dio, ma anche dei nostri”. Chi, in Italia, avrebbe potuto dire altrettanto senza cadere nel ridicolo? Non solo perché da noi queste parole sarebbero cinicamente accolte come enfatiche e sentimentali, ma soprattutto perché in Italia una bambina nata nella più nera povertà sa di non avere le stesse possibilità degli altri italiani, non le stesse di quegli italiani che possono vantare appoggi e conoscenze nel mondo degli affari e della politica.

La differenza tra noi e gli Americani è tutta in questi due passaggi del discorso presidenziale. Gli Stati Uniti sono una nazione orgogliosa dei propri valori, tradizionali e moderni insieme, pronta a gridarli con voce alta, pronta a difenderli con forza e spirito di sacrificio; l’Italia (e forse gran parte dell’Europa) non crede più nei valori della modernità, li contesta e li sabota, non intende né affermarli né difenderli, piuttosto si schiera a difesa di chi li minaccia. Gli Stati Uniti sono una nazione orgogliosa delle possibilità di uguaglianza che le garanzie di libertà possono consentire a chiunque; l’Italia (e forse parte dell’Europa) ha timore della libertà, non crede in essa e finisce così per rendere difficile, se non impossibile, anche il perseguimento dell’uguaglianza.

Al vertice di queste differenze vi sono le diversità della politica. Là, oltre Oceano, vi è un leader carismatico capace di muovere gli animi e di spingerli a credere e ad agire in nome di valori onesti, misurati ma forti; qui, da questa parte del vasto mare, vi è una classe politica antiquata e incapace di proporre con entusiasmo la fiducia in valori tradizionali, ma ancora potentemente moderni, come la libertà e la possibilità dell’uguaglianza.


sabato 12 gennaio 2013

10.000 grazie per 10.000 visualizzazioni!

10.000 visualizzazioni! GRAZIE A TUTTI!!


Ieri, 11 gennaio 2013, questo blog ha superato la soglia delle 10.000 visualizzazioni da quando è nato, il 4 giugno scorso.

Diecimila è un grande numero per un piccolo contenitore come questo. Questa cifra indica che il blog è visitato in media da 45 persone al giorno, circa 1300-1400 al mese. In alcune giornate è stato visualizzato anche 120-130 volte. E' molto di più di quanto mi aspettavo all'inizio dell'impresa. Un blog che si occupa di attualità politica, di storia, di filosofia, di cultura, per definizione è destinato ad una piccola pattuglia di lettori, un cenacolo di poche decine di persone. Se poi è redatto da un "carneade" come il sottoscritto, la pattuglia rischia di assottigliarsi a poche unità. Perciò ho spesso ripetuto, citando il grande don Lisander, che i miei lettori sarebbero 25. Pochissimi. 

E invece scopro che sono di più, probabilmente qualche decina, se non qualche centinaia. Certo, tra le 10.000 e passa visualizzazioni ci sono molti contatti veloci e sfuggenti: navigatori che arrivano, guardano appena e poi tolgono il disturbo senza mai più ritornare. Questo è internet, del resto: il grande illusionista che titilla la nostra curiosità e che per questo ci rende sempre più schiavi della superficialità. Eppure sono convinto (e i miei contatti personali, quelli veri e reali, confermano questa convinzione) che qualche decina di quei navigatori si soffermino un po' di più, abbastanza da leggere e da capire quel che scrivo. E penso che alcuni possano abitare molto lontano dalla periferia in cui vivo io, che siano sparsi ai quattro angoli della Terra: ho lettori (o per lo meno "visualizzatori") degli Stati Uniti, della Germania, della Francia, della Spagna, del Cile, dello Yemen, di Israele, del Giappone... Molti di costoro, sono sicuro, incappano per caso nel blog e poi se ne  vanno; ma mi piace l'idea che a qualcuno possa venire in mente di fermarsi qualche istante per tentare di leggere qualche riga di un blog scritto in una lingua ormai provinciale, l'italiano, difficilissima ma bellissima. 

Non mi illudo, invece, di veder crescere i numeri del blog fino alle cifre stratosferiche di quello di Beppe Grillo; non inseguo quella meta. Fin dall'inizio sapevo che mi sarei dovuto accontentare di una nicchia ritagliata nello spazio virtuale di internet. Ma sapere che insieme a me ci sono altri 40-50 individui che condividono  la mia stessa passione per certi argomenti e per certe questioni, mi fa sentire meno solo e più fiducioso: finché ci sarà qualcuno disposto a durare la fatica di leggere e di pensare, l'umanità non sarà del tutto persa. Finché ci saranno coraggiosi disposti a sottrarre tempo all'effimero per concentrarsi e per capire (un problema politico, una questione storiografica, una querelle scientifica, una disputa filosofica o artistica) ci sarà ancora la speranza di salvare l'Occidente dal suo tramonto.

E che i miei lettori siano coraggiosi non c'è alcun dubbio, perché sono pronti a leggersi le mie "lenzuolate" di oltre diecimila caratteri, magari a puntate... Gente tosta, davvero eroica. Perciò, la mia gratitudine va a costoro, a questi oscuri, eroici lettori che ancora credono nella ragione. Grazie a voi, posso continuare a impegnarmi per dare la vita a questo blog e magari sperare di far crescere la "creatura", di farla diventare più grande e più importante di quanto non sia ora. Chissà... Intanto, grazie a tutti i lettori!

domenica 6 gennaio 2013

Le domande del Corriere della sera ai politici


Dodici domande rivolte ai politici da 
Ernesto Galli della Loggia. Più una.
Ernesto Galli della Loggia

Sul Corriere della sera di oggi, uno dei suoi più noti editorialisti, Ernesto Galli della Loggia, rivolge 12 domande ai politici in lizza alle prossime elezioni (vedere E. Galli della Loggia, Problemi concreti, domande scomode, Corriere della sera online, 6/1/2013). Sono anche più di dodici, a ben guardare, perché alcune di esse sono articolate in più quesiti. L'autore sostiene, secondo me molto giustamente, che in Italia, durante le campagne elettorali, i mezzi di informazione sono soliti rivolgere ai politici domande lontane dai problemi dei cittadini comuni, ma piuttosto domande che hanno a che vedere, per usare l'espressione utilizzata da Galli della Loggia, con gli "arabeschi geometrico-politici" degli schieramenti italiani. Si preferisce chiedere ai candidati con chi stringeranno alleanza, o contro chi, ma raramente si chiede loro di esprimersi su questioni come le tasse, il lavoro,  il sovraffollamento delle carceri, il destino dei termovalorizzatori o che posizione assumere nei confronti dei matrimoni tra omosessuali. Così, l'elettore italiano viene informato (male) solo su questioni relative all'appartenenza e all'ideologia del politico, ma pochissimo (o per niente) riguardo a cosa farà, una volta eletto, per cercare di risolvere problemi concreti.
Condivido in pieno le domande proposte dall'autore dell'editoriale e le giro (vedere qui sotto) ai frequentatori del blog perché le leggano, se non l'hanno già fatto, e le usino per valutare le opinione dei politici che intendono votare. E' ora che in Italia impariamo ad esprimere il nostro voto non sulla base di ideologie e simboli (o perlomeno non solo in base a queste cose), ma soprattutto in base alla concretezza e alla praticabilità delle proposte avanzate dai candidati. Le domande di Galli della Loggia possono aiutare a scegliere. Agli argomenti proposti dall'editorialista ne aggiungerei solo un altro: l'istruzione. E formulerei la domanda in questo modo: "cosa intende fare per non peggiorare l'istruzione pubblica? In altre parole: ritiene che ci sia qualcosa da rivedere nell'attuale assetto della scuola italiana? Che cosa in particolare?"
Ecco le domande proposte da Galli della Loggia. Qui a fianco inserisco un sondaggio (partecipate!) per capire se le condividete o meno. Buona lettura!

a) Che cosa non ha funzionato nell’adozione dell’euro? E che cosa dovrà ottenere l’Italia dagli altri partner della moneta unica?
b) La priorità è la crescita. Per aiutare la ripresa economica può indicare una misura a favore delle imprese e una a favore del lavoro?
c) Il welfare in Italia ha bisogno di modifiche: le politiche di austerity e la riforma delle pensioni hanno dato i primi frutti, ma che cosa andrebbe fatto ora per le fasce più deboli? Come intervenire per sostenere l’occupazione dei giovani e delle donne?
d) La pressione fiscale raggiunge ormai il 45%. C’è qualche tassa-imposta che abolirebbe o ridurrebbe? E con quali proventi sostituirebbe il mancato introito? Ritiene possibile la riduzione delle imposte sui redditi da lavoro?
e) Quali misure concrete propone per ridurre la spesa pubblica? Può indicarne almeno una?
f) Dei moltissimi contributi a fondo perduto che lo Stato eroga alle più varie attività produttive pensa che ne andrebbe abolito qualcuno?
g) La semplificazione della macchina burocratica non è andata mai al di là degli annunci. Quale sarà il primo provvedimento in questa direzione?
h) Una delle fragilità del sistema Italia è il calo dei consumi. L’aumento dell’Iva potrà essere cancellato? Come incentivare gli acquisti?
i) Quale riforma per il sistema giudiziario: è favorevole alla separazione delle carriere tra giudice e pm e all’abolizione dell’appello in caso di assoluzione?
l) Che cosa propone per risolvere il problema delle carceri: è favorevole all’amnistia e alle depenalizzazioni o servono nuovi istituti penitenziari?
m) Che cosa pensa: della concessione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori non italiani; di matrimoni e adozioni per le persone omosessuali?
n) Vanno sostenute la diffusione di termovalorizzatori per lo smaltimento dei rifiuti e grandi opere come la Tav? 
Sono troppe domande, forse. Forse sì, diciamo comunque che a un italiano medio basterebbe ascoltare la risposta a solo tre o quattro di esse per farsi un’idea di chi ha davanti. E per scegliere mi pare che basti e avanzi.

giovedì 3 gennaio 2013

Due totalitarismi nelle "terre di sangue"


Terre di sangue. Gli stermini paralleli di Hitler e Stalin

In Europa occidentale di solito si associano l’uccisione di massa e lo sterminio con l’Olocausto. Ma questa immagine, pur corrispondendo con una parte della verità, non è tutta la verità. Ad esempio, tra il 1933 e il 1945, in una vasta regione dell’Europa orientale, compresa all’incirca tra il fiume Oder e la linea che congiunge Leningrado (oggi San Pietroburgo) al Mar d’Azov, passando per Smolensk e Kursk, in questa regione, dicevo, perirono 14 milioni di persone.

In queste terre vi sono la Polonia, l’Ucraina, la Bielorussia, gli Stati baltici e parte della Russia occidentale. Sono le “terre di sangue”, come le ha battezzate Timothy Snyder, lo storico di Yale che ha dedicato alle vicende accadute in questi territori tra il 1933 e il 1945 un ponderoso volume intitolato, appunto, Terre di sangue. L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin, tr. it. Milano, Rizzoli, 2011. Oltre 580 pagine di drammatica e densa narrazione restituiscono al lettore di oggi una vicenda in parte dimenticata, in parte volutamente ignorata: nelle terre di sangue si sommarono e si potenziarono a vicenda le orribili politiche di sterminio di due dittature, quella di Hitler e quella di Stalin, provocando la morte deliberata di 14 milioni di individui, tra civili e prigionieri di guerra, oltre un terzo dei quali costituito da ebrei. Più della metà degli sterminati morì per fame, al secondo posto come modalità di sterminio ci furono le fucilazioni, al terzo l’uso del gas: sia il monossido di carbonio sprigionato dai tubi di scarico di furgoni appositamente usati per dare la morte, sia l’acido cianidrico (il tristemente famoso Zyklon B) impiegato in alcune delle fabbriche della morte naziste (soprattutto Auschwitz e Majdanek).

Tratteggiate: le "terre di sangue"
Da sinistra: Ribbentrop, Stalin, Molotov

In quelle terre si sovrapposero tre occupazioni. La prima fu quella congiunta tedesca e sovietica seguita al “patto di non aggressione” Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939, patto che condusse alla spartizione della Polonia tra Hitler e Stalin, all’occupazione russa dei paesi baltici e della Finlandia e allo scoppio della seconda guerra mondiale. La seconda occupazione fu quella tedesca iniziata nel giugno 1941, quando Hitler decise di tradire l’alleato sovietico e, spingendosi oltre la linea Molotov-Ribbentrop, cominciò l’invasione dell’Urss che interessò, oltre alla Polonia orientale, la Bielorussia, l’Ucraina e la Russia fino alla linea Leningrado-Stalingrado. La terza occupazione, infine, fu quella sovietica seguita al contrattacco dell’Armata rossa dopo la battaglia di Stalingrado (agosto 1942-gennaio 1943), invasione che portò i russi dentro la Germania, oltre Berlino, fino all’Elba. Tre occupazioni con annesse politiche di sterminio. Ma non è tutto, perché alle occupazioni manu militari occorre sommare la precedente politica di collettivizzazione delle campagne e la carestia (indotta e voluta) che colpì soprattutto l’Ucraina in due riprese, tra 1929 e 1933 e tra 1933 e 1936: da sola costò agli ucraini oltre 3 milioni di vittime (secondo altre stime forse il doppio). In Ucraina è stato coniato il termine holodomor per riferirsi a questo crimine: significa “infliggere la morte per mezzo della fame”. Alla carestia indotta seguì poi il Grande Terrore staliniano che, cercando un capro espiatorio per la carestia imposta dall’alto, condusse alla fucilazione di circa 700.000 persone, anch’esse concentrate in massima parte nelle terre di sangue.

L'holodomor in Ucraina: una giovane vittima della carestia indotta

La sovrapposizione delle tre occupazione non fu solo una giustapposizione cronologica, ma, come scrisse François Furet, fu una “complicità fra belligeranti” (F. Furet, Il passato di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo, tr. it. Milano, Mondadori, 1995, specie le pp. 357-406) che spinse tanto la Germania quanto l’Urss a giovarsi delle politiche di sterminio dell’avversario. Alcuni tra gli innumerevoli esempi ricostruiti da Snyder credo bastino a spiegare in che modo le due dittature si aiutarono nel corso della guerra che, pure, li vide rivali.
Herbert Backe, l'architetto dello
Hungerplan nazista

Primo esempio: l’Hungerplan (letteralmente “piano o programma fame”), previsto dalla Germania per le regioni sovietiche occupate dopo il 1941. Tra il 1941 e il 1942, infatti, Hitler diede ad Herbert Backe, suo Ministro dell’Alimentazione, il compito di avviare questo piano usando le fattorie collettive sovietiche: la loro organizzazione totalitaria consentiva al nazismo di obbligare i contadini ucraini e bielorussi a produrre cibo per i tedeschi. Il piano prevedeva la morte di 30 milioni di individui, ritenuta necessaria dal nazismo per sfamare la Germania. Dopo la battaglia di Stalingrado, però, Hitler dovette rivedere l’applicazione dell’Hungerplan, poiché cominciò la ritirata della Wehrmacht: così le morti furono “solo” un decimo di quelle programmate, ma le fattorie collettive, che già Stalin aveva utilizzato anni prima per affamare milioni di contadini, si rivelarono efficienti strumenti di morte anche in mano al nazismo.

Il monumento di Varsavia che ricorda l'eroica
ribellione polacca del 1944
Secondo esempio: la guerriglia partigiana antinazista in Polonia e in Bielorussia. Stalin, attraverso i suoi emissari, dal 1942 incoraggiò in queste regioni l’attività partigiana contro i tedeschi, pur sapendo che non avrebbe potuto né sostenerla materialmente, né difenderla dalle rappresaglie naziste. Perché, allora, la incoraggiò? Secondo Snyder la risposta più evidente è fornita dalla vicenda di Varsavia: qui, tra il gennaio e l’aprile del 1943, ebrei dell’Armia Krajowa (AK: Esercito Nazionale) e soprattutto della Zydowska Organizacja Bojowa (ZOB: Organizzazione ebraica di combattimento) guidarono la rivolta del ghetto dove i tedeschi avevano concentrato la popolazione ebrea per facilitarne l’eliminazione. I russi, giunti vicino al confine polacco, non si opposero e incoraggiarono la rivolta, ben sapendo che la repressione tedesca sarebbe stata micidiale. Così fu. Sebbene siano stati tenuti in scacco da una tenace resistenza da parte degli ebrei, i tedeschi, comandati da Jürgen Stroop, alla fine riuscirono ad entrare nel ghetto e a raderlo al suolo utilizzando artiglieria, lanciafiamme e gas asfissianti. Tutto venne bruciato, dalle case alle persone; la sinagoga venne fatta saltare in aria. Nell’operazione di repressione morirono oltre 50.000 ebrei, altri 30.000 furono deportati.

L’anno seguente, ad agosto, l’AK organizzò la rivolta dell’intera città contro i tedeschi: se avesse vinto, la Polonia sarebbe stata liberata dai suoi abitanti, anziché dai sovietici. L’Armata rossa era ormai alle porte della città e questa volta sarebbe potuta intervenire per aiutare i partigiani polacchi, o perlomeno far arrivare loro aiuti militari, ma non lo fece: lasciò che i tedeschi trucidassero i ribelli, decapitando l’AK e quanto rimaneva della classe dirigente polacca. Così, nel luglio 1944, Stalin non ebbe rivali quando presentò agli Alleati occidentali il suo governo provvisorio da istallare a Varsavia. Ormai in Polonia l’alternativa al regime sovietico non esisteva più e il governo non comunista, in esilio a Londra, era privo di forza contrattuale: Churchill e Roosevelt dovettero accettare l’imposizione di Stalin. La Polonia sarebbe diventata, dopo la guerra, un eclatante esempio della rigida tutela staliniana sull’Europa dell’est: com’è noto, fino al 1956 nel governo comunista polacco vi sarà addirittura un generale russo come Ministro della difesa, Konstantin Rokossovskij.

A Kaunas, in Lituania, nel giugno 1941 la popolazione civile
aiuta l'Einsatzgruppen "A" a massacrare gli ebrei

Terzo esempio: il sostegno antisemita ricevuto dagli Einsatzgruppen nelle terre sovietiche occupate. Gli Einsatzgruppen, com’è noto, erano le “unità operative”, formate da SS e da Battaglioni di polizia, impiegate dai tedeschi per l’eliminazione fisica degli ebrei nei territori sovietici occupati dal giugno 1941. Ebbene, nei primi territori in cui entrarono (Bielorussia, Ucraina, regioni baltiche), i tedeschi adoperarono il ricordo che la popolazione aveva degli omicidi commessi prima della guerra dalla NKVD (il Commissariato del popolo per gli affari interni, da cui dipendeva la polizia segreta sovietica), durante le grandi purghe staliniane. Orchestrando una capillare propaganda, i nazisti diffusero la menzogna secondo la quale il bolscevismo era parte di un più generale “complotto ebraico”, suscitando il furore delle popolazioni locali che, tormentate dalle dure condizioni che stavano vivendo, aiutarono i nazisti a stanare, fucilare o deportare gli ebrei.
La spartizione tra Germania e Urss decisa dal Patto
Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939

L’Europa che precipitò nelle seconda guerra mondiale, “l’Europa Molotov-Ribbentrop - conclude Snyder – fu una creazione congiunta di sovietici e nazisti” (T. Snyder, op. cit., p. 443). “Dal punto di vista marxista, – egli aggiunge – nel mondo moderno le società contadine non avevano alcun diritto di esistere. Nella prospettiva nazista, i contadini slavi (ma non quelli tedeschi) erano superflui” (ibidem). Le conseguenze pratiche di queste due utopie furono deliberati stermini, programmati eccidi di massa che colpirono le terre di sangue. La guerra mondiale in queste regioni fu particolarmente barbarica non solo a causa del comportamento della Wehrmacht , come scrisse qualche anno fa in un bel libro Omer Bartov (cfr. O. Bartov, Fronte orientale. Le truppe tedesche e l’imbarbarimento della guerra (1941-1945), tr. it. Bologna, Il Mulino, 2003), non solo per la tenacia delle forze militari coinvolte, ma per la sovrapposizione di due ideologie totalitarie che, per realizzare le proprie supposte verità assolute, progettarono deliberatamente la morte di milioni di individui, teorizzarono la loro liquidazione in nome di un’idea.
Lo storico Timothy Snyder

La giustificazione dello sterminio in nome della realizzazione del socialismo non rende le uccisioni meno orribili di quelle attuate in nome della purezza razziale, o della conquista del Lebensraum. La spietatezza di Stalin non è stata inferiore a quella di Hitler e la vittoria conseguita sulla Wehrmacht non solleva l’Urss dalle sue responsabilità morali nei confronti delle terre di sangue. Hitler e Stalin, di fronte a quei 14 milioni di morti, stanno sulla stesso piano. Timothy Snyder, al termine della sua densa narrazione, ci propone queste domande: “Non si può negare che la morte di massa per fame conduca a un certo tipo di stabilità politica. La domanda deve essere: è questo il genere di pace desiderato e desiderabile? Un eccidio lega gli esecutori a quanti hanno emesso gli ordini. È questo il giusto tipo di fedeltà politica? Il terrore consolida un certo tipo di regime. È questo il tipo di regime auspicabile? L’uccisione di civili rispecchia l’interesse di alcuni leader. L’interrogativo non è se tutto ciò sia storicamente vero, ma se sia desiderabile. Sono questi buoni leader e buoni regimi? Se non è così, la questione diventa come impedire tali politiche” (T. Snyder, op. cit., p. 452).

È tuttora importante accorgersi per tempo quando una politica che disprezza la vita degli esseri umani comincia ad affermarsi. Spesso essa non si presenta dichiarando subito i suoi intenti, proprio come accadde con Hitler e Stalin che non parlarono mai, negli anni della loro ascesa, dei loro intenti criminali. Solo in seguito sarebbe diventato evidente dove conducevano le loro politiche.

Non esiste un particolare test per comprendere in tempo se dietro le utopie vi siano progetti di morte. Ma sappiamo che i fanatici adoratori di utopie politiche per realizzare queste ultime devono spesso ricorrere alla forza. Sappiamo inoltre che il disprezzo per la tolleranza, per il dialogo e per il pluralismo delle idee sfocia sistematicamente nella violenza. Tenere sempre la rotta ferma verso la difesa della libertà è il modo migliore per non trovarsi, a distanza di qualche decennio, a fare di nuovo la conta dei morti.


lunedì 31 dicembre 2012

Auguri!


Un sincero augurio

(a mia figlia, innanzitutto, perché il futuro sia per lei sempre promettente; ai miei eroici lettori, senza i quali questo blog non esisterebbe; ai miei cari e ai miei amici che mi sopportano; a tutti quanti; e, per finire, a me)

Con la mezzanotte mi auguro che vadano in cocci tutti i nostri timori sul futuro prossimo. Mi auguro che chi sta subendo minacce di morte, torture e sopraffazioni, riceva giustizia, veda puniti i suoi persecutori e possa vivere in pace, come vuole. Mi auguro che chi crede in Dio, in qualsiasi Dio, possa continuare a farlo senza il timore di essere arrestato o ucciso per questo; e chi è scettico o chi non crede mi auguro che possa continuare ad esprimere il proprio pensiero senza che i credenti lo censurino o, peggio, lo perseguitino come infedele. Mi auguro che tutti coloro che non hanno mangiato abbastanza, che non hanno avuto da mangiare per i propri figli, che si sono ammalati o che hanno avuto un malato in famiglia non perdano la speranza di vedere risolti i propri problemi. Mi auguro che i violenti paghino per i loro atti, ma anche che chi ha subito una violenza trovi il coraggio di proseguire a vivere e a cercare la propria felicità, ma soprattutto trovi la forza di continuare a credere nella libertà.



Con la mezzanotte mi auguro che vadano in frantumi le profezie di sciagure, di fine del mondo, di sventure. E che tutti coloro che navigano in internet abbiano un po’ più di fiducia nella ragione e nella sensibilità dell’uomo e un po’ meno nella potenza e nell’incanto dei mezzi tecnologici; mi auguro che credano un po’ meno a tutto ciò che viene messo in rete e un po’ più nella ragione critica, nella lettura, nella riflessione, nello studio, nella parola, nell’arte, nella musica, nella natura. Anche solo un po’ di più.

Un po’ di più, appunto. Poiché l’anno appena trascorso è stato molto difficile per tutti, basterebbe davvero poco di più per essere più sorridenti e più felici. Auguro a tutti di trovare quel “poco di più”.

Buon 2013!

“Se distruggiamo ogni piacere nel corso della vita, quale specie di futuro ci prepareremo? Se non si sa godere per il ritorno della primavera, come faremo ad essere felici in un’utopia che ci risparmi il lavoro? In che modo sfrutteremo il tempo libero che le macchine ci largiranno? […] Sostenendo che nulla deve essere ammirato tranne l’acciaio e il cemento armato, si rende più probabile una situazione in cui gli esseri umani non avranno altro sfogo per le loro superflue energie se non l’odio e l’adorazione di un qualche duce” (George Orwell, Elogio del rospo, in G. Orwell, Nel ventre della balena e altri saggi, Milano, RCS, 2010, p. 286).


George Orwell