sabato 23 febbraio 2013

La rinuncia del Papa


La Chiesa e l’accettazione della fallibilità

Papa Ponziano
Clemente I


Papa Silverio
Le dimissioni del Papa non sono una novità assoluta. Ma in passato esse sono state dovute a circostanze eccezionali. Alle origini della storia della Chiesa, quando il potere del clero non incuteva timore a nessuno, Clemente I (92-97) e Ponziano (230-235) furono costretti a dimettersi perché arrestati o esiliati dall’autorità imperiale (Traiano nel primo caso, Massimino il Trace nel secondo). Silverio (536-537) fu vittima di un complotto ordito dall’imperatrice Teodora e da Antonina, la moglie di Belisario, che lo costrinsero alle dimissioni e favorirono l’elezione di Papa Vigilio. Benedetto IX divenne Papa nel 1032, a soli 21 anni (secondo alcune fonti addirittura a 11), fu dissoluto e corrotto, perciò venne cacciato da Roma nel 1044, perdendo il pontificato. Ritornò l’anno successivo e si riprese il soglio pontificio, per venderlo, sempre nel 1045, a Giovanni de’ Graziani che divenne Papa con il nome di Gregorio VI.

Benedetto IX
Celestino V

Celestino V (Pietro del Morrone, 1215-1296), il cui nome è stato ricordato spesso in questi giorni, fu Papa per soli 5 mesi (dal luglio al dicembre 1294), in un’epoca in cui il potere della Chiesa sembrava senza rivali. Nei decenni precedenti i Pontefici avevano sostenuto lo scontro con gli Svevi, sacro romano imperatori, e ne erano usciti vittoriosi. Avevano imposto un nuovo monarca nel Regno di Sicilia, Carlo d’Angiò, e avevano manovrato per imporre un debole Rodolfo d’Asburgo sul trono imperiale. Il partito ghibellino era stato sconfitto in tutte le città d’Italia, i suoi sostenitori erano esuli o morti; ovunque i governi comunali erano nelle mani dei guelfi, alleati della Chiesa. Fu forse questo enorme potere a spaventare il pio Pietro del Morrone che, un po’ per disgusto, un po’ per inettitudine politica, si mostrò impotente di fronte all’arroganza della nascente monarchia francese. Decise allora di ritirarsi, compiendo “per viltade il gran rifiuto” e meritandosi il biasimo dantesco (Inferno, c. III, v. 60).


Gregorio XII
Per quanto riguarda Gregorio XII (1406-1415), ultimo Papa dimissionario prima di quello attuale, la sua vicenda fu piuttosto complicata. Egli visse in un periodo terribile per la Chiesa, quello dello scisma d’Occidente (1378-1417) che fu originato da ragioni politiche, ovvero dal conflitto tra il clero romano e quello francese (o “avignonese”). Nel 1378 i due cleri avevano eletto ciascuno un proprio Papa: Urbano VI (1378-1389), scelto dal conclave romano, Clemente VII (1378-1394) voluto dai francesi durante il sinodo di Fondi. A Urbano succedettero poi Bonifacio IX (1389-1404), Innocenzo VII (1404-1406) e, appunto, Gregorio XII. Ad Avignone, intanto, a Clemente era succeduto Benedetto XIII (1394-1417). Nel 1409, quindi, i due Papi, Benedetto e Gregorio, cercarono una conciliazione per riunificare la Chiesa, ma peggiorarono le cose: i loro cardinali convocarono un concilio a Pisa per risolvere la controversia, ma il risultato fu che dall’incontro uscì un terzo Papa, Alessandro V. Quest’ultimo morì nel 1410 e venne sostituito da Giovanni XXIII (1410-1415). Fino al 1415, quindi, la Chiesa cattolica ebbe tre Papi: la storia canonica ritiene legittimo solo Gregorio XII, mentre considera “antipapi” Benedetto XIII, Alessandro V e Giovanni XXIII. Lo scisma ebbe termine con la convocazione del concilio di Costanza (1414-1417), dove Benedetto XIII e Giovanni XXIII furono deposti, mentre Gregorio XII si dimise per il bene della Chiesa, lasciando che il concilio eleggesse il pontefice della riunificazione: Martino V (1417-1431).

Martino V
Gregorio XII, insomma, è il Papa che si può accostare di più a Benedetto XVI, poiché si dimise spontaneamente, come il Papa attuale. Tuttavia è evidente a tutti che le circostanze che portarono alla rinuncia di Gregorio furono davvero eccezionali: tre Papi, uno scisma in corso, lo scontro politico tra cleri nazionali, la pressione della monarchia francese e dell’imperatore; sullo sfondo di queste torbide vicende, non si dimentichi, si stavano diffondendo eresie combattute dalla Chiesa (sia dai Papi che dagli Antipapi), ma che avrebbero di lì a qualche decennio spezzato di nuovo in due la cristianità, e questa volta in modo assai più profondo e motivato.

L'annuncio del Papa durante il concistoro dell'11 febbraio

Niente di tutto questo abbiamo oggi. Benedetto XVI, a quanto si sa, ha deciso di porre fine al suo ministero per ragioni personali: ragioni ponderate, legittime, comprensibili, ma personali. Non ha subito pressioni paragonabili a quelle del XV secolo, non vi sono antipapi sostenuti o avversati da potenti sovrani, né eresie che si profilano all’orizzonte. La decisione è stata presa serenamente e lucidamente, come il Pontefice ha dichiarato nell’annuncio, ormai storico, dell’11 febbraio scorso. “Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino” (cfr. Corriere della sera online del 13 febbraio). Queste le parole pronunciate in latino da Benedetto XVI davanti al concistoro.

Se davvero non vi sono altre circostanze particolari, se nessuna pressione ha subito il Papa, allora siamo di fronte ad una decisione storica, di grande rilievo e, forse, di grandissima portata. Come ha spiegato lucidamente Galli della Loggia (Il seme fertile della rinuncia, in Corriere della sera, 13 febbraio 2013, p. 1) “le dimissioni papali vogliono dire con la forza delle cose un’oggettiva desacralizzazione della sua carica”. In altre parole, la rinuncia vuol dire che il Papa è fallibile, che età, logoramento delle forze fisiche ed esaurimento delle energie psicologiche hanno su quella funzione le stesse conseguenze che avrebbero su qualsiasi altra attività, o impiego, o incarico di responsabilità: anche il Papa è soggetto, come qualsiasi altro essere umano, alle leggi inesorabili del tempo e della carne, al deterioramento delle capacità che la fatica della vita impone ad ogni individuo. Se questo è vero, vuol dire che l’infallibilità della cattedra di Pietro non esiste più e che l’assolutezza del suo potere spirituale è finita per sempre. Le dimissioni di Bendetto XVI annunciano con coraggio al mondo che l’ultima monarchia assoluta della Terra è giunta al termine.


Se questo produrrà cambiamenti nel corpo e nella dottrina della Chiesa è presto per dirlo. Forse il gesto di Ratzinger susciterà reazioni altrettanto forti che si opporranno alla desacralizzazione della funzione pontificia. Forse le novità non sgorgheranno improvvise da questo gesto. Tuttavia, come spiegato dall’editoriale del Corriere che ho citato sopra, il segnale è inequivocabile: Benedetto XVI, con la sua rinuncia, ha lanciato una sfida alla Chiesa, chiedendo a tutti i suoi membri di cominciare a riflettere sul loro ruolo nel mondo contemporaneo, sull’insegnamento e sull’esempio che la Chiesa sta dando a questo mondo e su come possano entrambi essere emendati da errori, immoralità e anacronismi. Il momento che stiamo vivendo è difficile per tutti, non solo qui in Italia. La stessa Chiesa sta attraversando un delicato passaggio, erosa al suo interno da scandali, minacciata all’esterno da un’incontrollabile, pervasiva secolarizzazione dei valori. Il Pontefice sembra voler avvertire la Chiesa che, se vuole che il cattolicesimo continui ad avere influenza sulla coscienza degli uomini, deve accettare alcune riforme radicali, sia nella sua organizzazione interna, sia nella sua dottrina.

Pulizia profonda e vasta del comportamento del clero; lotta senza quartiere all’intreccio tra politica, alta finanza, Vaticano; riforma di alcune strutture interne alla Chiesa (a cominciare dal conclave); discussione aperta ai laici sulle questioni della vita e della bioetica; modifica o abolizione del celibato; revisione del secolare ostracismo al sacerdozio femminile; capacità di educare il credente a preferire l’etica della convinzione, piuttosto che la pura adesione esteriore. Queste sono solo alcune delle sfide che attendono la Chiesa nel prossimo futuro. Su esse si agitano le forze che spingono verso la secolarizzazione e la riduzione dei valori etici a pura scelta di comodo, forze che orientano le moltitudini verso comportamenti sempre più ostili alla Chiesa, sempre più lontani dalla religione, non solo da quella cattolica, percepita ormai da molti come un fardello inutile, come un’anacronistica e bizzarra moda del passato. Se non vorrà diventare irrilevante e priva di quella capacità di orientamento che per secoli ha avuto, la Chiesa dovrà affrontare prima o poi tali questioni. Quando lo farà, dovrà avere il coraggio di ammettere la propria fallibilità, come il gesto di Papa Ratzinger sembra volerle indicare.

lunedì 18 febbraio 2013

Il rifiuto di Grillo a farsi intervistare


La democrazia unidirezionale di Grillo


Il tweet con cui Grillo ha annunciato che l'intervista
non ci sarebbe più stata.
Grillo ha annullato la sua intervista a Sky Tg24 che, circa un paio di settimane fa, si era impegnato a fare. Due sono le considerazioni che deduco da questa decisione. La prima: un impegno preso davanti a tutti va mantenuto. Non è proprio questa mancanza di coerenza rispetto alle promesse fatte che viene imputata alla “casta” della vecchia politica? Comincia male l’avventura politica di un leader che rifiuta di farsi intervistare dopo aver dichiarato che l’avrebbe accettato. La seconda: Grillo non vuole sostenere confronti. Nonostante il gran parlare di diversità del suo movimento rispetto agli altri partiti, in realtà Grillo utilizza la vecchia arma impiegata dai partiti di massa fin da quando sono nati: la comunicazione unidirezionale.

Osserviamo gli strumenti attraverso i quali si è fatto conoscere e con i quali sta facendo propaganda: internet e le piazze. Sul suo blog non c’è dibattito, ma domina inarrestabile solo la sua voce; non vi sono garanzie di alcun tipo circa la veridicità dei commenti che vi arrivano; non si sa se essi siano filtrati o meno; non vi sono mai risposte dirette al profluvio di commenti che inonda quotidianamente il blog; le risposte sono sempre generali e generiche, mai pertinenti ad una singola richiesta. Nelle piazze questa unidirezionalità è addirittura più marcata: Grillo vi svolge il ruolo di “one man show”, non solo senza contraddittorio (come avviene in tutti i comizi), non solo sostenuto ed esaltato dalla folla in tripudio (come sempre accade durante i discorsi di leader di fronte a folle plaudenti), ma rafforzato da violente azioni di censura, come quella accaduta qualche giorno fa, quando il leader del M5S ha letteralmente cacciato dalla piazza dello “Tsunami tour” il cameraman di Rai 3 (vedere qui).


Sul suo blog la spiegazione del rifiuto di recarsi in televisione è affidata ad un video (vedilo qui) di poco più di un minuto, in cui scorrono immagini di politici intervistati, mentre in sovraimpressione compare un breve testo che dice perentorio: “Ci sono due modi per fare campagna elettorale. Il primo serviti e riveriti nei salotti tv, magari con trasmissioni ‘cucite addosso’. Noi preferiamo il secondo: nelle piazze, tra la gente. Perché la politica è delle persone. Per questo il 24 e 25 febbraio votate per Voi MoVimento 5 stelle”. Il testo termina minaccioso così: “Ci vediamo in Parlamento, sarà un piacere”. Sul blog di Grillo il video è stato commentato, a tutt’oggi, da oltre 500 persone e ha ricevuto quasi 8 mila “mi piace”. I commenti (vedere qui) sono in massima parte di sostegno e condivisione della scelta di Grillo di non farsi intervistare; molti, pur dicendosi delusi e pur chiedendo spiegazioni al leader per questa decisione, dichiarano che comunque non gli toglieranno il voto; una ristretta minoranza protesta e annuncia di togliere il proprio sostegno. Ma a nessuno dei commentatori Grillo o Casaleggio si degnano di rispondere. I commentatori si accapigliano tra di loro, si offendono vicendevolmente, ma nessuno di loro ha ricevuto una risposta. Che democrazia sarebbe questa? Lasciare che il pubblico si scanni dietro ogni affermazione del leader, come se fosse un oracolo i cui vaticini vanno accettati così come sono, in modo da diffondere l’illusione di una partecipazione attiva? La democrazia “grillesca” ricorda le maggioranze “bulgare” dei regimi dell’Europa orientale, quando le più efferate decisioni dei dittatori che imperavano colà erano presentate come “la volontà delle masse”.

A destare più impressione, infine, è il linguaggio utilizzato in alcuni di questi commenti dai più infiammati fan di Grillo. Una certa “Agnese” ha postato queste parole, a difesa del rifiuto di Grillo di farsi intervistare: “la rivoluzione ci sarà. Se non il prossimo fine settimana, sarà tra un mese, o tra un anno, ma ci sarà. Come tutte le rivoluzioni si porterà dietro una coda di durezze, ricordiamoci del terrore in Francia, delle guardie della rivoluzione in Iran, delle riprogrammazioni in Cina. Ricordiamoci anche di Komarovsky (Pasternak) che faceva affari con lo zar prima e con i comunisti dopo. In poche parole: i vincitori portano con loro tutte le buone ragioni e sempre cercano vendetta sui vecchi tiranni ed i loro leccapiedi. I furbi galleggiano sempre e gli affari prosperano comunque. I ‘talebani’, in buona fede o no, rischiano sempre l'estremismo e spesso diventano più ingiusti di coloro che hanno spodestato. Dunque, se sarà rivoluzione, che sia pura, non lasciamo spazio ai cretini, ai furbi ed ai travestiti”.
Grillo Danton?...

Un commento davvero lugubre: per questa grillina dopo le elezioni, e dopo il prevedibile successo del M5S, dovrà essere scatenato il Terrore come nella Francia di Robespierre e Danton; gli stadi dovranno essere riempiti di oppositori da trucidare, come accadde in Iran dopo il 1979, o nell’Afghanistan dei talebani; i “leccapiedi” dovranno essere processati per direttissima, senza avere diritto alla difesa; la rivoluzione grillesca sarà crudele, ma ciò, secondo la commentatrice, è accettabile, perché essa porterà Giustizia, sarà levatrice di Verità, farà trionfare il Bene.

...o talebano?
A far da eco a queste parole proprio ieri sera, durante la trasmissione In onda diretta su La7 da Luca Telese e Nicola Porro, ho letto un tweet di un sostenitore di Grillo: la trasmissione era dedicata proprio al rifiuto di Grillo di andare su Sky (titolo: Grillo, ve la do io la tv!); ne discutevano, insieme ai due suddetti giornalisti, Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni, ospiti in studio. In particolare Ferrara si è scagliato contro Grillo, affermando che il leader del M5S non vuole comparire in tv perché sarebbe incapace di rispondere a domande sul suo fumoso e velleitario programma. Ebbene, un ascoltatore, evidentemente fan di Grillo, ha così commentato in uno dei tweet che scorrevano in basso durante la trasmissione: “la nostra presenza in Parlamento sarà una bomba! Che ci frega dei programmi?”.

Dopo le elezioni temo che il Parlamento risulterà frantumato, se non addirittura ingovernabile. Stando alle previsioni, potrebbe risultare diviso tra un 25-28% del centro-destra, un 35-38 % del centro-sinistra e un 15% circa dei “montiani” (vedi ad esempio qui uno degli ultimi sondaggi). In questa situazione, la presenza del MoVimento5Stelle potrebbe essere davvero una bomba politica, perché potrebbe ottenere tra il 15 e il 20% dei suffragi. Teniamo presente che ciascuna coalizione è ulteriormente frantumata al suo interno: ogni schieramento è formato almeno da 2-3 partiti o movimenti, non perfettamente allineati con le dichiarazioni dei leader circa le possibili future alleanze di governo. Come farà Bersani, dato per vincitore, a conciliare Vendola con Monti? E lo stesso Berlusconi, nell’ipotesi (speriamo solo fantasiosa) di una sua vittoria, come terrà insieme l’alleanza con una Lega che si è già pronunciata contro il condono tombale? A chi chiederà l’appoggio per governare?

L’ingovernabilità è insomma un esito possibile. Ma oltre a questo, dobbiamo temere anche la guerra civile? Stando alle sparate dei grillini più facinorosi si direbbe di sì. Certo, si tratta di affermazioni all’italiana, e si sa che gli italiani, quando si mettono in politica, sono spesso dei tromboni. Ma in passato sono stati proprio i tromboni a produrre le più spaventose catastrofi nazionali: tra 1922 e 1943 l’Italia ha avuto uno spaccone al governo, sostenuto, prima ancora che dagli agrari dell’Emilia-Romagna, da teste calde e tromboni come i fan di Grillo che ho citato sopra. Nel momento in cui andremo a votare, tra qualche giorno, sarà bene non sottovalutare il fenomeno del MoVimento5Stelle, e ricordarsi della democrazia unidirezionale di Grillo. Meglio avere oggi un po’ di sano timore per le “trombonate” sparate da certi leader e dai loro sostenitori, che trovarsi domani a pentirsi del proprio voto.



mercoledì 6 febbraio 2013

Le leggi basilari della stupidità



Sprovveduti, Intelligenti, Banditi e Stupidi. E in Italia?


Carlo M. Cipolla

‎Carlo M. Cipolla (1922-2000) è stato uno dei più grandi storici italiani dell’economia. Studioso di fama mondiale, ha insegnato in Italia (nelle Università di Catania, Venezia, Pavia, Torino, Pisa) e negli Stati Uniti (a Berkeley, in California). Ha introdotto in Italia la storiografia francese della rivista Les Annales, rivolgendo la sua attenzione alla micro-storia combinata con i grandi fenomeni delle vicende umane, come gli aveva insegnato Fernand Braudel, suo professore alla Sorbona di Parigi. Seppe unire all’attenzione per le fonti, alla meticolosa ricostruzione degli eventi più minuti, una scrittura fresca e scorrevole, nutrita di umorismo e sottile ironia. Si è occupato soprattutto della storia economica dell’Europa pre-industriale, soffermandosi su questioni come le epidemie, la politica sanitaria degli Stati, la storia della medicina e l’impatto di tali aspetti sull’economia e sulla demografia. Pubblicati talvolta con titoli ad effetto (come I pidocchi e il Granduca, del 1979, Miasmi ed umori, del 1989, Chi ruppe i rastrelli a Monte Lupo?, del 2004), i suoi libri hanno riscosso un successo internazionale e talvolta hanno raggiunto anche il pubblico dei non addetti ai lavori: fatto davvero notevole per uno storico italiano, poiché in Italia, di solito, gli storici di professione sono letti solo… da altri storici. Chi studia storia ha letto sicuramente le sue opere maggiori: la ormai classica Storia economica dell’Europa pre-industriale (Il Mulino, 1974), ma anche Le avventure della lira (Il Mulino, 1975), Le macchine del tempo. L’orologio e la società (Il Mulino, 2003), Istruzione e sviluppo. Il declino dell’analfabetismo nel mondo occidentale (Il Mulino, 2002).

Nel 1976 Cipolla stampò in inglese un libello, fuori commercio, intitolato The Basic Laws of Human Stupidity, un divertente trattatello di poche decine di pagine che ebbe una circolazione limitata tra amici e conoscenti (chi vuole può trovarlo qui, in English, of course). La casa editrice Il Mulino di Bologna (con la quale Cipolla ha pubblicato le sue opere) lo convinse nel 1988 a pubblicare una versione del libriccino all’interno di un volumetto intitolato Allegro ma non troppo (contenente un altro ironico saggio intitolato Il ruolo delle spezie nello sviluppo economico del Medioevo). Il volumetto ha avuto un successo strepitoso, è stato ristampato più volte e tradotto in molto lingue. Ma solo nel 2011 la stessa casa editrice ha pubblicato in lingua originale l’opera del 1976 che ha subito venduto molte copie: l’inglese di Cipolla è fluido e scorrevole come il suo italiano.


Divertente, ironico (ma anche allarmante), The Basic Laws of Human Stupidity afferma e spiega le cinque leggi fondamentali della stupidità. Eccole: 1) Tutti, sempre ed inevitabilmente, sottovalutano il numero degli stupidi in circolazione; 2) La probabilità che una persona sia stupida è indipendente da ogni altra sua caratteristica (cultura, estrazione sociale, caratteri somatici, tratti genetici); 3) Stupido è colui che provoca perdite e danni ad un’altra persona o ad un gruppo di persone, senza produrre per se stesso alcun vantaggio, o addirittura subendo un danno (questa legge è definita da Cipolla “aurea”); 4) Le persone non-stupide sottovalutano sempre il potenziale dannoso degli stupidi. In particolare i non-stupidi dimenticano costantemente che in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni circostanza trattare e/o associarsi con persone stupide costituisce infallibilmente un costoso errore; 5) Uno stupido è il tipo di persona più pericoloso che esista; legge da cui deriva il corollario: uno stupido è più pericoloso di un bandito.


Helpless (H),  Intelligent (I), Bandit (B),
Stupid (S) people
Quest’ultima legge ci obbliga a chiarire meglio il pensiero dell’autore. Cosa intende Cipolla con il termine “bandito”? E cosa con “stupido”? Alle domande ha in parte risposto la terza legge (quella aurea). Se infatti si dividono le persone in base ai danni o ai vantaggi che procurano a se stesse e alle altre, secondo Cipolla possiamo individuare quattro categorie di individui: gli sprovveduti (che con le loro azioni procurano vantaggi agli altri danneggiando se stessi); gli intelligenti (che procurano vantaggi a tutti, se stessi compresi); i banditi (che procurano vantaggi a se stessi danneggiando gli altri); e appunto gli stupidi: questi con le loro azioni danneggiano tutti, gli altri e se stessi. I danni e i vantaggi si misurano in termini di perdita o di guadagno di tempo e di risorse.


Nell’insieme degli sprovveduti e in quello dei banditi esistono anche sottocategorie. Un bandito che ruba 100 euro ad un individuo senza procurargli un danno ulteriore è un “bandito perfetto”: 100 euro ha guadagnato lui, 100 li ha persi la sua vittima. Se un bandito procura a se stesso un vantaggio maggiore della perdita subita dalla sua vittima, avremo un bandito tendenzialmente intelligente. Se invece per rubare 100 euro uccide la propria vittima, egli ha procurato un danno eccessivo senza determinare per se stesso un vantaggio aggiuntivo: questo bandito si avvicina inesorabilmente all’area della stupidità. Allo stesso modo, uno “sprovveduto perfetto” compie azioni che avvantaggiano gli altri di una quantità corrispondente esattamente al danno da lui subito: ad esempio, se perde 100 euro al gioco del lotto, regala quella stessa somma alle casse dello Stato. Lo sprovveduto che, oltre a perdere quella cifra al gioco, senza procurarsi altri danni, salvasse un altro giocatore perdente dal suicidio, avrebbe riscattato la propria debolezza con un comportamento tendenzialmente intelligente. Ma lo sprovveduto che, oltre a perdere 100 euro, si suicidasse per questo motivo, senza aver avvantaggiato alcuno con tale gesto e, anzi, provocando a se stesso il massimo dei danni, si avvicinerebbe, ancora una volta in modo inesorabile, all’area della stupidità.




Il grafico di Cipolla con le sottocategorie
Attraverso un sistema di assi cartesiani, Cipolla dimostra che tutti gli individui che si collocano tra la sottocategoria dello “sprovveduto-intelligente”, la categoria degli “intelligenti”, e la sottocategoria dei “banditi-intelligenti” (in sostanza a destra della linea POM del grafico) contribuiscono a generare, sebbene in gradi diversi, il benessere della società. Tutti coloro che si collocano nella sottocategoria degli “sprovveduti-stupidi” e in quella dei “banditi-stupidi” (a sinistra di POM) operano per aggiungere danni a quelli provocati dagli “stupidi”, amplificando in questo modo il già nefasto potenziale distruttivo di costoro.

Attenzione alla seconda legge della stupidità: da essa deriva la constatazione che in ogni gruppo umano vi è una quota di stupidi costante (che Cipolla indica con “σ”), indipendentemente dalle variabili dovute al tempo, allo spazio, alla razza, alla classe e alla ricchezza o povertà di quel gruppo. Sarebbe un grave errore presumere che in una società in corso di sviluppo o già sviluppata il numero degli stupidi sia inferiore o in calo rispetto ad una società in declino o sottosviluppata: ogni società è funestata dalla medesima percentuale σ di stupidi. Semmai in una società povera e meno evoluta è bassa la percentuale degli individui intelligenti, e di quelli tendenzialmente intelligenti, fatto che rischia di enfatizzare i danni prodotti dagli stupidi e dai tendenzialmente stupidi. In una società in crescita, invece, gli individui tendenzialmente intelligenti e quelli intelligenti compiono più azioni vantaggiose che, in qualche modo, riescono a tenere a bada le azioni dannose causate dalla frazione σ della popolazione.


I problemi più gravi si presentano, secondo Cipolla, nelle società in declino: è in queste che, pur essendovi sempre la stessa frazione σ di stupidi, cresce spaventosamente il numero di coloro che tendono verso la stupidità, banditi e sprovveduti che siano: è proprio questo che rafforza il potere distruttivo degli stupidi veri e propri e, conclude Cipolla, “the country goes to Hell”. Possibile che stesse pensando all’Italia?

Il 24 febbraio gli italiani andranno a votare. Il nostro è un paese in declino. La nostra percentuale “sigma” di stupidi non ce la può togliere nessuno. Quanti danni produrranno costoro nel segreto dell’urna? Nessuno può dirlo né prevederlo: come spiega Cipolla, il comportamento degli stupidi è erratico e imprevedibile, irrazionale per definizione. Semmai è sugli “sprovveduti tendenzialmente stupidi” e sui “banditi tendenzialmente stupidi” che occorrerebbe intervenire per cercare di persuaderli a non commettere errori e a non enfatizzare, con il loro voto, il danno che inevitabilmente gli stupidi procureranno all’intera comunità nazionale.

Solo costoro possiamo tentare di convincere a non credere alle chimere, a non farsi abbindolare dalle roboanti promesse di coloro che, dopo aver rovinato il paese comportandosi da “banditi”, stanno cercando di recuperare il consenso perduto, illudendoci di voler fare ora quel che non hanno voluto fare prima, quando la forza politica che possedevano e le condizioni economiche del paese glielo avrebbero consentito.

Se, malgrado i segnali di allarme che alcuni si forzano di inviare, alla fine il paese risulterà ingovernabile, dovremo concludere che l’Italia, la nostra povera Italia, se la sarà voluta: se gli ingannatori riescono a raggiungere le loro mete “banditesche” è perché c’è stato qualcuno che si è lasciato ingannare (questo già lo insegnava Machiavelli cinque secoli fa). La responsabilità dei danni che subiremo sarà, ancora una volta, degli stupidi. E il nostro paese andrà all’Inferno.

martedì 29 gennaio 2013

Berlusconi, le sue battute e Mussolini


Le spensierate affermazioni del Cavaliere sul fascismo


Le battute, si sa, fanno ridere, o dovrebbero far ridere. L’ex Presidente del Consiglio Berlusconi ci ha abituato al “battutismo” politico. Ci ricordiamo tutti di quando disse di Rosy Bindi “è più bella che intelligente”, o di quando disse di Obama, da poco eletto alla sua prima Presidenza degli Usa, che era “abbronzato”. Gli inizi della “discesa” in campo del Cavaliere furono forse i più produttivi e “creativi”: di sé disse di essere “l’unto del signore”, il “presidente operaio”, “il miglior capo o presidente d’Europa”, “il miglior Presidente del Consiglio che l’Italia abbia avuto in 150 anni di storia”. Due anni fa, in piena crisi economica, ebbe il coraggio di negarne l’esistenza, sostenendo che la prova era offerta dai “ristoranti pieni”. Più o meno quasi contemporaneamente affermò anche che “i poveri sono persone diseducate al benessere”. Una vera delizia queste parole, soprattutto per chi si arrabatta tutti i giorni per sbarcare il lunario, oppure per trovare un lavoro dopo aver perduto la precedente occupazione.



Un momento dell'intervista di Berlusconi
il 27 gennaio scorso
Su Mussolini non è la prima volta che si esprime. Ha spesso lodato il ventennio come epoca di sviluppo economico e di efficienza produttiva, di correttezza e onestà dei funzionari, di prestigio internazionale e di gloria per l’Italia. Messo alle strette dai giornalisti, un giorno affermò addirittura che “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, al massimo mandava qualcuno a trascorrere un periodo di vacanza al confino”. Non mi stupisco, perciò, di quanto ha affermato il 27 gennaio, in piena celebrazione della “Giornata della memoria”: “il fatto delle leggi razziali”, ha detto all’intervistatore, “è stata la peggior colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene” (vedere il servizio sulla frase di Berlusconi ad esempio su repubblica.it).

Propaganda antisemita del fascismo
Per valutare questa battuta, dai più giudicata infelice, separerei due aspetti: il giudizio storico in essa contenuto; il suo valore politico. Dal punto di vista storico, l’affermazione di Berlusconi contiene una mezza verità, un errore e un’ovvietà. La mezza verità consiste nell’aver imputato all’alleanza con la Germania nazista l’obbrobrio delle leggi razziali del 1938: in effetti è verosimile pensare che se Mussolini non avesse sottoscritto l’Asse del 1936, difficilmente il fascismo italiano si sarebbe fatto trascinare nella guerra e nella crociata antisemita. Tuttavia, la decisione di emanare le leggi razziali fu presa da Mussolini in perfetta autonomia, senza alcuna pressione da parte di Hitler, senza alcuna richiesta da parte della popolazione italiana che, anzi, non comprese e in massima parte si oppose alla politica antisemita.

L'applicazione delle leggi razziali a Roma, nel 1938
L’errore contenuto dall’affermazione di Berlusconi sta nell’attribuire a Mussolini tanti buoni risultati politici: oggi sappiamo che anche nelle imprese più lodate del fascismo, come “quota 90”, come la “battaglia del grano”, come la bonifica integrale, vi sono aspetti positivi e aspetti molto negativi, risultati solo parzialmente conseguiti a fronte di grandi sacrifici e di gravi compromessi che il Duce dovette imporre e accettare per rincorrere gli obiettivi di prestigio che aveva deliberato.

L’ovvietà è un corollario di quanto appena detto: difficilmente nella storia degli Stati e nell’azione dei leader si troveranno soltanto errori e risultati negativi; anche il più tirannico e odiato dei capi di governo, se ha comandato a lungo come Mussolini, ha fatto sicuramente qualcosa di buono. Berlusconi, che spesso si atteggia ad alfiere dell’anticomunismo, dovrebbe riconoscere come valida questa ovvietà anche per Stalin, e, ci sia consentito dirlo, persino per Hitler. Tutti i governi della storia mondiale, insomma, al netto degli errori conclamati ed evidenti, “per tanti altri versi hanno fatto bene”. Anche i governi della Repubblica italiana.

Hitler e Mussolini
Riguardo al giudizio politico, la questione è invece molto più semplice: Berlusconi ha detto una cosa politicamente errata e pericolosa. Chi ama la libertà e la democrazia deve riconoscere che quel che conta, nella valutazione dell’opera di un leader, non è solo la grandezza dei risultati ottenuti (molto discutibile nel caso di Mussolini) ma il prezzo che si è pagato per raggiungerli. Il fascismo potrà anche essere arrivato a mete impensabili per i governi liberali (i quali, però, avevano unificato l’Italia: Mussolini, entrando in guerra, l’ha spezzata in due), ma lo ha fatto negando la libertà di espressione, di associazione e di voto. Potrà aver reso l’Italia autosufficiente dal punto di vista cerealicolo (impoverendo per altro i rimanenti settori dell’agricoltura), ma lo ha fatto zittendo con la violenza ogni opposizione. Potrà aver fondato le città nuove, come Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia (sbagliando completamente le previsioni circa il loro sviluppo e la loro vocazione produttiva), ma lo ha fatto imponendo la dittatura.
Lo storico Giovanni Sabbatucci

Lo ha detto in una bella intervista (vedere qui) lo storico Giovanni Sabbatucci, rispondendo per le rime a Berlusconi: “va riconosciuto a Mussolini il fatto che la sua dittatura fu meno sanguinaria rispetto a quella dei suoi coevi. Detto questo, Mussolini fu fin dall’inizio un dittatore […]. Tanto basta per condannarlo anche se avesse fatto bene tutto il resto. Questo è il punto”. Parole che dovremmo mandare a memoria una volta per tutte. L’affermazione di Berlusconi è stata politicamente errata, ma si nutre di una valutazione storica altrettanta sbagliata del fenomeno fascista: il fascismo non fu un governo liberale, non lasciò vivere le istituzioni che dovrebbero essere difese da chi, come Berlusconi, si professa amante della libertà. Il fascismo uccise la libertà di stampa, sciolse i partiti e i sindacati non fascisti, soffocò il diritto di espressione, ridusse il Parlamento ad una succursale del Partito fascista, impose la violenza laddove non arrivò con i decreti e con i Prefetti. E infine, dovrebbero dirlo a Berlusconi che dice di essere liberista, statalizzò gran parte dell’economia nazionale.

Dicevo all’inizio che le battute fanno ridere. Naturalmente l’affermazione sul fascismo dell’ex premier non era una battuta, ma l’esposizione di un pensiero, sebbene fatta con la solita leggerezza con cui Berlusconi pronuncia le sue battute. Questa volta, però, non solo non ha divertito (ma chi mai ha riso di tutte le altre sue battute?), ma ha rivelato la profonda ignoranza storica e politica (oltreché l’insensibilità: non si dimentichi che il 27 gennaio era la Giornata della memoria) di un leader che si appresta a ripresentarsi alle elezioni politiche. Ne trarranno le giuste conseguenze gli italiani che andranno a votare?

martedì 22 gennaio 2013

Il discorso inaugurale di Obama.


L’emozione dei valori



Emozionante. Il discorso pronunciato il 21 gennaio da Barack Obama per la cerimonia del giuramento è stato emozionante. Chi volesse risentirlo può trovarlo nel sito del Washington Post, con video e testo scorrevole (ringrazio mia figlia Ilaria per avermi segnalato il link). Quanti politici nostrani sarebbero capaci di toccare così profondamente l’animo degli ascoltatori come ha fatto Obama? Quanti sarebbero capaci di evocare i valori di “padri fondatori” vissuti oltre 200 anni fa, senza cadere nel ridicolo? Quanti politici, qui in Italia, sarebbero capaci di evocare Dio come creatore dell’uguaglianza e della libertà degli uomini, senza essere accusati di essere dei clericali reazionari? Quanti, infine, sarebbero capaci di affermare che la forza impiegata in molti scacchieri del mondo è servita per ricondurre in quei luoghi il governo della legge e del diritto, senza sentirsi accusare di essere degli ipocriti guerrafondai al servizio delle multinazionali? Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha, ancora una volta, dimostrato di essere l’unico leader occidentale in grado di affermare, con voce alta e forte, il ruolo delle idee e dei valori in politica, senza temere critiche, senza temere conflitti.


Tra le tante questioni affrontate nel suo discorso (dalla riforma della Sanità alle sfide che attendono gli Americani nei prossimi anni; dal riscaldamento globale alle sofferenze inflitte al suo popolo dalla crisi; dalle responsabilità che si devono sostenere per garantire un futuro migliore ai figli, alla necessità di rafforzare la ricerca e la formazione), vorrei soffermarmi solo sulle due che mi hanno colpito ed emozionato di più.

In un passo del discorso, insistendo sulla necessità di restare uniti per affrontare i problemi del prossimo futuro, Obama ha detto che in passato gli Americani hanno deciso insieme “che una moderna economia richiede ferrovie ed autostrade per commerciare e viaggiare velocemente, scuole ed università per preparare i lavoratori”; insieme gli Americani “hanno compreso che il libero mercato può prosperare solo quando ci sono regole e garanzie di leale e corretta competizione”; insieme gli Americani “hanno deciso che una grande nazione deve tutelare i deboli e proteggere la popolazione dai peggiori pericoli e dalle peggiori calamità della vita”. Ma, ha proseguito Obama, allo stesso tempo gli Americani insieme, tutti quanti, non hanno mai abbandonato lo scetticismo nei confronti dell’autorità centrale (we have never relinquished our skepticism of central authority”), e non hanno mai ceduto all’illusione che i mali delle società possano essere curati solo dall’intervento dello Stato e del governo (“nor have we succumbed to the fiction that all societies ills can be cured through government alone”): lo spirito di iniziativa e di impresa, l’insistenza sul duro lavoro e sulla responsabilità personale sono i tratti distintivi del carattere degli Americani (“Our celebration of initiative and enterprise, our insistence on hard work and personal responsibility, these are constants in our character”). Sono valori condivisi da tutti gli Americani. Chi, in Italia, avrebbe potuto dire altrettanto senza essere accusato di essere una “mosca cocchiera del capitalismo”?


Secondo passaggio. “Noi – ha affermato Obama – sappiamo di essere fedeli alle nostre convinzioni quando una bambina nata nella più nera povertà sa di avere la stessa possibilità di successo di tutti gli altri perché è un’americana, è libera, è uguale non solo davanti agli occhi di Dio, ma anche dei nostri”. Chi, in Italia, avrebbe potuto dire altrettanto senza cadere nel ridicolo? Non solo perché da noi queste parole sarebbero cinicamente accolte come enfatiche e sentimentali, ma soprattutto perché in Italia una bambina nata nella più nera povertà sa di non avere le stesse possibilità degli altri italiani, non le stesse di quegli italiani che possono vantare appoggi e conoscenze nel mondo degli affari e della politica.

La differenza tra noi e gli Americani è tutta in questi due passaggi del discorso presidenziale. Gli Stati Uniti sono una nazione orgogliosa dei propri valori, tradizionali e moderni insieme, pronta a gridarli con voce alta, pronta a difenderli con forza e spirito di sacrificio; l’Italia (e forse gran parte dell’Europa) non crede più nei valori della modernità, li contesta e li sabota, non intende né affermarli né difenderli, piuttosto si schiera a difesa di chi li minaccia. Gli Stati Uniti sono una nazione orgogliosa delle possibilità di uguaglianza che le garanzie di libertà possono consentire a chiunque; l’Italia (e forse parte dell’Europa) ha timore della libertà, non crede in essa e finisce così per rendere difficile, se non impossibile, anche il perseguimento dell’uguaglianza.

Al vertice di queste differenze vi sono le diversità della politica. Là, oltre Oceano, vi è un leader carismatico capace di muovere gli animi e di spingerli a credere e ad agire in nome di valori onesti, misurati ma forti; qui, da questa parte del vasto mare, vi è una classe politica antiquata e incapace di proporre con entusiasmo la fiducia in valori tradizionali, ma ancora potentemente moderni, come la libertà e la possibilità dell’uguaglianza.


sabato 12 gennaio 2013

10.000 grazie per 10.000 visualizzazioni!

10.000 visualizzazioni! GRAZIE A TUTTI!!


Ieri, 11 gennaio 2013, questo blog ha superato la soglia delle 10.000 visualizzazioni da quando è nato, il 4 giugno scorso.

Diecimila è un grande numero per un piccolo contenitore come questo. Questa cifra indica che il blog è visitato in media da 45 persone al giorno, circa 1300-1400 al mese. In alcune giornate è stato visualizzato anche 120-130 volte. E' molto di più di quanto mi aspettavo all'inizio dell'impresa. Un blog che si occupa di attualità politica, di storia, di filosofia, di cultura, per definizione è destinato ad una piccola pattuglia di lettori, un cenacolo di poche decine di persone. Se poi è redatto da un "carneade" come il sottoscritto, la pattuglia rischia di assottigliarsi a poche unità. Perciò ho spesso ripetuto, citando il grande don Lisander, che i miei lettori sarebbero 25. Pochissimi. 

E invece scopro che sono di più, probabilmente qualche decina, se non qualche centinaia. Certo, tra le 10.000 e passa visualizzazioni ci sono molti contatti veloci e sfuggenti: navigatori che arrivano, guardano appena e poi tolgono il disturbo senza mai più ritornare. Questo è internet, del resto: il grande illusionista che titilla la nostra curiosità e che per questo ci rende sempre più schiavi della superficialità. Eppure sono convinto (e i miei contatti personali, quelli veri e reali, confermano questa convinzione) che qualche decina di quei navigatori si soffermino un po' di più, abbastanza da leggere e da capire quel che scrivo. E penso che alcuni possano abitare molto lontano dalla periferia in cui vivo io, che siano sparsi ai quattro angoli della Terra: ho lettori (o per lo meno "visualizzatori") degli Stati Uniti, della Germania, della Francia, della Spagna, del Cile, dello Yemen, di Israele, del Giappone... Molti di costoro, sono sicuro, incappano per caso nel blog e poi se ne  vanno; ma mi piace l'idea che a qualcuno possa venire in mente di fermarsi qualche istante per tentare di leggere qualche riga di un blog scritto in una lingua ormai provinciale, l'italiano, difficilissima ma bellissima. 

Non mi illudo, invece, di veder crescere i numeri del blog fino alle cifre stratosferiche di quello di Beppe Grillo; non inseguo quella meta. Fin dall'inizio sapevo che mi sarei dovuto accontentare di una nicchia ritagliata nello spazio virtuale di internet. Ma sapere che insieme a me ci sono altri 40-50 individui che condividono  la mia stessa passione per certi argomenti e per certe questioni, mi fa sentire meno solo e più fiducioso: finché ci sarà qualcuno disposto a durare la fatica di leggere e di pensare, l'umanità non sarà del tutto persa. Finché ci saranno coraggiosi disposti a sottrarre tempo all'effimero per concentrarsi e per capire (un problema politico, una questione storiografica, una querelle scientifica, una disputa filosofica o artistica) ci sarà ancora la speranza di salvare l'Occidente dal suo tramonto.

E che i miei lettori siano coraggiosi non c'è alcun dubbio, perché sono pronti a leggersi le mie "lenzuolate" di oltre diecimila caratteri, magari a puntate... Gente tosta, davvero eroica. Perciò, la mia gratitudine va a costoro, a questi oscuri, eroici lettori che ancora credono nella ragione. Grazie a voi, posso continuare a impegnarmi per dare la vita a questo blog e magari sperare di far crescere la "creatura", di farla diventare più grande e più importante di quanto non sia ora. Chissà... Intanto, grazie a tutti i lettori!

domenica 6 gennaio 2013

Le domande del Corriere della sera ai politici


Dodici domande rivolte ai politici da 
Ernesto Galli della Loggia. Più una.
Ernesto Galli della Loggia

Sul Corriere della sera di oggi, uno dei suoi più noti editorialisti, Ernesto Galli della Loggia, rivolge 12 domande ai politici in lizza alle prossime elezioni (vedere E. Galli della Loggia, Problemi concreti, domande scomode, Corriere della sera online, 6/1/2013). Sono anche più di dodici, a ben guardare, perché alcune di esse sono articolate in più quesiti. L'autore sostiene, secondo me molto giustamente, che in Italia, durante le campagne elettorali, i mezzi di informazione sono soliti rivolgere ai politici domande lontane dai problemi dei cittadini comuni, ma piuttosto domande che hanno a che vedere, per usare l'espressione utilizzata da Galli della Loggia, con gli "arabeschi geometrico-politici" degli schieramenti italiani. Si preferisce chiedere ai candidati con chi stringeranno alleanza, o contro chi, ma raramente si chiede loro di esprimersi su questioni come le tasse, il lavoro,  il sovraffollamento delle carceri, il destino dei termovalorizzatori o che posizione assumere nei confronti dei matrimoni tra omosessuali. Così, l'elettore italiano viene informato (male) solo su questioni relative all'appartenenza e all'ideologia del politico, ma pochissimo (o per niente) riguardo a cosa farà, una volta eletto, per cercare di risolvere problemi concreti.
Condivido in pieno le domande proposte dall'autore dell'editoriale e le giro (vedere qui sotto) ai frequentatori del blog perché le leggano, se non l'hanno già fatto, e le usino per valutare le opinione dei politici che intendono votare. E' ora che in Italia impariamo ad esprimere il nostro voto non sulla base di ideologie e simboli (o perlomeno non solo in base a queste cose), ma soprattutto in base alla concretezza e alla praticabilità delle proposte avanzate dai candidati. Le domande di Galli della Loggia possono aiutare a scegliere. Agli argomenti proposti dall'editorialista ne aggiungerei solo un altro: l'istruzione. E formulerei la domanda in questo modo: "cosa intende fare per non peggiorare l'istruzione pubblica? In altre parole: ritiene che ci sia qualcosa da rivedere nell'attuale assetto della scuola italiana? Che cosa in particolare?"
Ecco le domande proposte da Galli della Loggia. Qui a fianco inserisco un sondaggio (partecipate!) per capire se le condividete o meno. Buona lettura!

a) Che cosa non ha funzionato nell’adozione dell’euro? E che cosa dovrà ottenere l’Italia dagli altri partner della moneta unica?
b) La priorità è la crescita. Per aiutare la ripresa economica può indicare una misura a favore delle imprese e una a favore del lavoro?
c) Il welfare in Italia ha bisogno di modifiche: le politiche di austerity e la riforma delle pensioni hanno dato i primi frutti, ma che cosa andrebbe fatto ora per le fasce più deboli? Come intervenire per sostenere l’occupazione dei giovani e delle donne?
d) La pressione fiscale raggiunge ormai il 45%. C’è qualche tassa-imposta che abolirebbe o ridurrebbe? E con quali proventi sostituirebbe il mancato introito? Ritiene possibile la riduzione delle imposte sui redditi da lavoro?
e) Quali misure concrete propone per ridurre la spesa pubblica? Può indicarne almeno una?
f) Dei moltissimi contributi a fondo perduto che lo Stato eroga alle più varie attività produttive pensa che ne andrebbe abolito qualcuno?
g) La semplificazione della macchina burocratica non è andata mai al di là degli annunci. Quale sarà il primo provvedimento in questa direzione?
h) Una delle fragilità del sistema Italia è il calo dei consumi. L’aumento dell’Iva potrà essere cancellato? Come incentivare gli acquisti?
i) Quale riforma per il sistema giudiziario: è favorevole alla separazione delle carriere tra giudice e pm e all’abolizione dell’appello in caso di assoluzione?
l) Che cosa propone per risolvere il problema delle carceri: è favorevole all’amnistia e alle depenalizzazioni o servono nuovi istituti penitenziari?
m) Che cosa pensa: della concessione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori non italiani; di matrimoni e adozioni per le persone omosessuali?
n) Vanno sostenute la diffusione di termovalorizzatori per lo smaltimento dei rifiuti e grandi opere come la Tav? 
Sono troppe domande, forse. Forse sì, diciamo comunque che a un italiano medio basterebbe ascoltare la risposta a solo tre o quattro di esse per farsi un’idea di chi ha davanti. E per scegliere mi pare che basti e avanzi.