lunedì 18 marzo 2013

Miti e cultura del grillismo: tra paranoie e tecnologia




Tra paranoie e tecnologia: analisi del grillino-tipo



La crisi politica sembra avvitarsi sempre più su se stessa e sembra non avere, almeno per ora, vie d’uscita. Lo stallo ci invita a meditare su quel che è accaduto e che sta avvenendo. Perché, allora, non tornare a riflettere ancora sul movimento di Grillo? Del resto è il M5S la vera novità del momento; inoltre, come proverò a dimostrare, esso è una vera miniera di curiosità sociologiche.

All’interno di una formazione politica trasversale com’è il movimento dei grillini, vi è ovviamente di tutto, e ciò credo sia vero anche per i suoi elettori, che, non dimentichiamolo, non sono costituiti solo da diciottenni, ma soprattutto da chi nelle elezioni del 2008 aveva espresso la sua preferenza per altre formazioni politiche.

Secondo l’Istituto Cattaneo (si veda il volume curato da Elisabetta Gualmini e Piergiorgio Corbetta, Il Partito di Grillo, Il Mulino, Bologna 2013), l’elettore del M5S dopo le elezioni amministrative del 2012 si auto collocava per il 30% nell’area del centro-sinistra, per il 18% in quella del centro-destra. Ma la ricerca calcola che dopo le elezioni del 2012 il voto al M5S provenga, rispetto al 2008, per il 41,2% dall’area PD-IdV, per il 36,1 dall’area PdL-Lega: la provenienza da quest’ultima area è cresciuta nel 2012 di quasi 10 punti percentuali, mentre è rimasta quasi stabile la provenienza dal centro-sinistra (vedere qui le tabelle pubblicate dall’Huffington Post e prelevate dal libro citato).

Riguardo all’estrazione sociale, invece, dopo le elezioni del 2012 si è proclamato elettore del M5S il 29,5% degli operai, il 28,5 dei dipendenti privati, il 24,3 dei dipendenti pubblici, il 27,4 degli autonomi. Molto rappresentata anche la categoria dei disoccupati: il 26,8% di essi si è dichiarato grillino. Se si considera che la ricerca ha individuato che sono presenti tra gli elettori del M5S anche pensionati, casalinghe e studenti, nonché, per quanto riguarda le scelte di coscienza, credenti e non credenti, praticanti saltuari e assidui, concluderemo che la rabbia e il malcontento sono stati drenati dal movimento in ogni ambiente sociale e culturale. Il profilo medio è comunque, a quanto sembra, quello di un tecnico diplomato, con un’età compresa tra 25 e 54 anni, attivo soprattutto nelle associazioni sportive e ricreative, utilizzatore di internet ma dipendente soprattutto dalla tv per l’informazione politica, possessore di un profilo facebook (più o meno quanto gli elettori del PD e del PdL), non molto attivo nel mondo dei blogger (mentre lo sono molto di più gli elettori degli altri due schieramenti).

C’è un aspetto, però, sul quale occorrerebbe effettuare una ricerca sociologica come quella della Gualmini, un aspetto che potrebbe essere rivelatore delle idee dell’elettore e del candidato 5 Stelle assai più della sua appartenenza politica antecedente alle elezioni del 2012: mi riferisco all’insieme dei miti condivisi dal “grillino-tipo”. Poiché, come vedremo, credo che tali miti provengano soprattutto da internet, essi sono anche rivelatori dell’approccio del grillino con la rete. Non ho dati certi su questo aspetto, ma solo indizi frammentari e impressioni: interviste concesse da alcuni dei neoeletti, dichiarazioni effettuate dallo stesso leader Grillo negli ultimi anni, testi scritti da attivisti e reperibili on line, osservazioni personali compiute da quando è nato il fenomeno del grillismo. Perciò le considerazioni che seguono non pretendono di essere complete né, tanto meno, scientifiche. Le offro al lettore paziente come spunto di riflessione, non solo per cominciare a interpretare la mentalità del grillino medio (ammesso che questo soggetto sociale sia già in mezzo a noi), ma anche per provare a decifrare alcuni fatti e alcune affermazioni che abbiamo visto e udito nelle ultime settimane.

Il filologo Karoly Kerény 
Prima di esporre questi spunti, occorre una precisazione sul termine “mito”. Non lo uso con accezione negativa (cioè falsa conoscenza, convinzione fasulla), anche se non condivido i miti amati dai grillini. Qui il termine mito indica l’insieme delle convinzioni, come spiegarono Karoly Kerény (1897-1973) e la scuola fenomenologica, che danno senso al mondo e che consentono all’uomo di trovare una collocazione in esso. Tali convincimenti non hanno origine scientifica, ma non sono neppure alternativi alla sfera conoscitiva razionale: fanno tutt’uno con essa, costituiscono, come scrisse appunto Kerény, un “ampliamento della coscienza”, producendo quei significati che ispirano la condotta umana in ogni campo, compresa la ricerca scientifica (cfr. K. Kerény- C. G. Jung, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, 1941, tr.it. Bollati e Boringhieri, Torino 2012).


Ho trovato la vignetta nel blog
 http://italospagnola.iobloggo.com/ che ringrazio
Chiarito questo, il primo spunto di riflessione che offro è il seguente: l’attivista del M5S è dipendente da internet per quanto riguarda la formazione dei suoi valori mitici di fondo. Sebbene non rinunci a guardare la tv, come spiegato dalla ricerca dell’Istituto Cattaneo, il grillino non crede molto a questo mezzo di comunicazione, crede invece al web. Inoltre non legge giornali, anzi si vanta di non farlo, perché li ritiene prezzolati dal potere finanziario. Giudica libera, invece, l’informazione che circola in rete: essa è considerata indipendente quindi, in virtù di questo carattere, veritiera. Stampa e televisione “sono vendute”; internet è puro. In questo modo, il web diventa per il grillino-tipo sorgente mitopoietica, cioè origine di quelle immagini e di quei valori mitici che danno senso al mondo.




Secondo spunto di riflessione: il grillino d.o.c. crede nei complotti. Su questo aspetto c’è ormai un’ampia letteratura relativa soprattutto al leader, Beppe Grillo. Chi volesse informarsi sulla questione può cominciare con l’articolo di Mattia Feltri, Vegani, complottisti, webbisti. Il Partito Arlecchino di Grillo, pubblicato da La Stampa, il 10 marzo 2013. Oppure con il blog Perle complottiste, che di recente ha eletto Grillo il più credulone degli italiani in circolazione (perciò lo ha insignito del ”Premio Perlone 2012”), battendo rivali del calibro di Giulietto Chiesa e di Roberto Giacobbo. Oppure, ancora, gli articoli di Beatrice Mautino su Wired.it che ho citato nel post del 5 settembre 2012.

Il Premio "Perlone 2012" dal sito Perle complottiste

Grillo negli ultimi anni ha dato spazio sul suo blog ad informazioni su presunti complotti relativi a vari ambiti: le scie chimiche (quelle che vediamo talvolta in cielo: non sarebbero gli aeroplani a rilasciarle ma potenti multinazionali che ci stanno avvelenando); il terremoto in Emilia Romagna (che sarebbe stato provocato da una cricca tecnico-militare-finanziaria per sperimentare un fantomatico macchinario sotterraneo: sulla vicenda è incappata in alcuni episodi comici il consigliere regionale del M5S Federica Salsi, quando era ancora grillina; vedi qui); l’Aids (che secondo Grillo non esisterebbe, perché sarebbe un’invenzione delle case farmaceutiche); il signoraggio (ovvero l’insieme del reddito che in ogni paese, da quando esiste lo Stato moderno, deriva dall’emissione di moneta; secondo il complottista, come Grillo, questo reddito sarebbe confiscato dalla banca centrale per favorire banchieri e poteri forti a danno dei cittadini; è noto, invece, che è il governo ad appropriarsene attraverso il prelievo fiscale per finanziare la spesa pubblica, cioè proprio quell’esborso di denaro che è rivolto ai cittadini); le “nanoparticelle” (piccolissime particelle di sostanze tossiche ed inquinanti che sarebbero introdotte dalle industrie, più o meno involontariamente, negli alimenti: il complotto consiste nel fatto che questa “verità” sarebbe tenuta deliberatamente nascosta dalle fonti ufficiali d’informazione); la morte di don Verzè (che non sarebbe avvenuta per cause naturali, perché l’anziano fondatore del San Raffaele sarebbe stato avvelenato).

Delle “bufale scientifiche” diffuse da Grillo con il suo blog, e tutte conducenti alla teoria del complotto, la rivista Wired si è divertita a raccogliere un campionario (vedi qui): nel corso degli ultimi anni Grillo ha sostenuto che i vaccini sono inutili; che gli esami clinici precoci e gli screening sono pericolosi e inventati solo per ingrassare le industrie farmaceutiche; che un pomodoro geneticamente modificato sarebbe stato messo in circolazione dalle industrie chimiche per testarlo sugli esseri umani e avrebbe già ucciso decine di persone; che la cura Di Bella sul cancro funziona e che sarebbe boicottata sempre dalle suddette industrie; che Rita Levi Montalcini (definita senza mezzi termini da Grillo “una puttana”) ha rubato il Premio Nobel grazie all’intervento di una ditta farmaceutica che avrebbe corrotto la giuria per farglielo ottenere. Naturalmente, Grillo ha sostenuto anche quelle teorie cospirazioniste nate prima del suo blog e già diffuse a livello planetario, a cominciare da quella sull’11 settembre: “la Cia è coinvolta negli attentati? Non è da escludere”, scriveva Grillo il 22 maggio 2006, in un post significativamente intitolato 9/11 senza verità (nel quale viene riportata una lettera di Giulietto Chiesa, altro noto cospirazionista riguardo all’attentato delle Torri gemelle). Come spiega Beatrice Mautino, su Wired.it, che la schiacciante maggioranza degli esperti e degli scienziati abbia confutato tutte le tesi dei complottisti-cospirazionisti-negazionisti non preoccupa chi, come Grillo, ritiene di avere scoperto una “verità alternativa”; anzi il fatto che gli scienziati sostengano la “verità ufficiale” è la prova che dietro di loro vi sono le lobby e i poteri forti che li tengono in pugno. “Le prove di questo complotto mondiale non ci sono - conclude la Mautino – ma questa è una prova a favore della teoria del complotto: se non ci sono prove di un accordo universale tra gli scienziati, dicono i negazionisti, è proprio perché sono compatti nel farne parte e tenere la bocca chiusa”.

Della questione mi sono già occupato mesi fa (vedere sempre il post del 5 settembre scorso). Ora aggiungo solo due osservazioni: innanzitutto è evidente la radice paranoica del complottismo di Grillo e di coloro che gli credono; in secondo luogo internet potenzia la penetrazione e la diffusione della paranoia complottista. Lo psicanalista Claudio Risé, nell’intervista rilasciata a Nicola Mirenzi per la rivista Gli altri online (3 giugno 2011) ha affermato: “il complottista è anche una persona elitaria, altezzosa, che nel profondo rifugge il confronto. E che assume un atteggiamento di superiorità perché in realtà non regge il contraddittorio. […] Il legame tra politica, complotto e paranoia è in realtà molto antico. L’elemento veramente nuovo è il web. Che si presta molto alla diffusione delle tesi complottiste. Essendo capace di stabilire un contatto immediato tra persone che la pensano allo stesso modo. In passato l’affermazione di una teoria del genere aveva bisogno di molto tempo per consolidarsi. Oggi è di gran lunga più facile. E come per la maggior parte dei disturbi, il web funziona come moltiplicatore: aumenta la potenza di fuoco, l’infiammazione cerebrale”. Rispetto a tutti gli altri qui analizzati, quello cospirazionista è forse il mito grillino più patologico.
Lo psicanalista Claudio Risé


Terzo spunto di riflessione: il grillino tipo è assemblearista-unanimista. Non ama la democrazia rappresentativa liberale e repubblicana, preferisce la cosiddetta “democrazia diretta” che, a differenza del voto, sarebbe in grado di esprimere la volontà generale, ovvero i desideri del “popolo”. Tale espressione per il grillino dovrebbe essere manifestata attraverso il web, nuova piazza mediatica sostitutiva dell’assemblea di sessantottina memoria, ma come quella ugualmente basata sull’unanimità. Il web, infatti, non esprime pareri difformi ma assolutamente “uguali”, poiché esso costituirebbe una voce sola, un desiderio unico, un’unica volontà. Non vi è spazio per le minoranze in questa concezione politica neo-giacobina, chiunque dissenta è ritenuto colpevole di tradimento e nei suoi confronti vanno presi “provvedimenti”, come in queste ore Grillo ha scritto sul suo blog a proposito di quei senatori 5 Stelle che hanno votato Piero Grasso come Presidente a Palazzo Madama. Secondo Grillo e secondo i suoi più accesi sostenitori, la democrazia o è diretta o non è altro che un “inciucio”, sicché, una volta che la maggioranza avesse in mano il potere, se ne deduce che dovrebbe disporre di ogni mezzo per costringere le minoranze ad ubbidire e a chinare il capo.


Luigi Einaudi (1874-1961) economista, Presidente della
Repubblica italiana dal 1948 al 1955
“Ove non esistono freni al prepotere dei ceti politici – ricordava Luigi Einaudi – è probabile che il suffragio della maggioranza sia guadagnato dai demagoghi intesi a procacciare potenza, onori e ricchezza a sé, con danno nel tempo stesso della maggioranza e della minoranza. I freni hanno per iscopo di limitare la libertà di legiferare e di operare dei ceti politici governanti scelti dalla maggioranza degli elettori. In apparenza è violato il principio democratico il quale dà il potere alla maggioranza; in realtà, limitandone i poteri, i freni tutelano la maggioranza contro la tirannia di chi altrimenti agirebbe in suo nome e, così facendo, implicitamente tutelano la minoranza” (L. Einaudi, Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Roma-Bari 2004, pp. 87-88, cit. in Maurizio Viroli, La libertà dei servi, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 58). Lo stesso Viroli, a commento di queste parole del grande liberale italiano, aggiunge: “Dove il popolo è sovrano incombe il demagogo, e dunque s’impongono freni che difendano il popolo contro la propria debolezza” (M. Viroli, op. cit., p. 58). Il mito assemblearista-unanimista non manifesta una patologia, come nel caso del cospirazionismo, ma potrebbe rappresentare una minaccia per le libertà individuali.


Quarto spunto di riflessione: il grillino modello non ama il confronto sine ira ac studio, non ama ascoltare il punto di vista contrario e non crede che nelle opinioni diverse dalle sue vi possa essere anche solo un  pizzico di verità. La verità è solo dalla sua parte, così chi si oppone al suo verbo viene delegittimato sul piano personale con insulti e pesanti offese, ovviamente via web: una sorta di gogna che serve ad intimidire l’avversario per zittirlo. Ho fatto diretta esperienza di questa tecnica: ho preso parte ad alcune discussioni in rete su Grillo e sul M5S e, sebbene il mio punto di vista fosse sempre firmato e basato su argomenti, sono stato insultato dal sacerdote di turno del “grillismo” che, in veste di comune cittadino, ha preso parte al confronto senza firmarsi. In un caso (la discussione sull’intervista a Grillo pubblicata da Time: vedi qui) l’attivista intervenuto (a quanto pare una donna) ha letteralmente fatto piazza pulita dei pareri contrari al suo, aggredendoli tutti con termini offensivi: è ovvio che le persone di buon senso, dopo poche battute, abbandonano la discussione per evitare di essere trascinati in un litigio triviale sotto gli occhi del mondo intero, e finiscono per lasciare campo aperto all’intimidatore/intimidatrice. Non vorrei apparire io come un complottista, ma è noto a tutti che in rete circolano i troll, utenti reclutati appositamente per provocare gli interlocutori e avvelenare il dibattito; nelle mani di un capo politico il troll potrebbe avere il preciso compito di intimidire gli avversari.

Quinto spunto di riflessione: il grillino ideale è salutista-igienista-ecologista. Niente di male in ciò: ognuno è libero di orientare i propri comportamenti alimentari e il proprio rapporto con il corpo e con la natura come meglio crede. Ma il grillino non si accontenta di godere di questa libertà: la vuole imporre agli altri. Quindi (e qui faccio ancora ricorso alle personali osservazioni ed esperienze condotte su conoscenti, amici e parenti che si riconoscono come grillini a tutto tondo) vorrebbero obbligare gli italiani ad istallare pannelli fotovoltaici in casa; vorrebbero imporre a tutti diete esclusivamente vegetariane (in qualche caso “vegane”); vorrebbero indurre nella popolazione una conversione di massa verso il salutismo estremo: no allo zucchero, no alle carne, no al pane, no alla pasta, no a cibi arrostiti o fritti, no a bibite e alcolici; sì alla bottiglietta d’acqua da tirar fuori in ogni occasione, sì alla ginnastica pilates tre volte al giorno, sì a diete ipocaloriche imposte e costituite esclusivamente da cibi a km-zero, possibilmente coltivati nell’orto di casa, al fine di danneggiare le multinazionali che speculano sulla nostra fame. Il vero grillino sa sempre quale oscura minaccia è contenuta negli alimenti venduti nella grande distribuzione, perciò desidera che tutti tornino a prepararsi il cibo in casa senza acquistare nulla: sono dei Latouche in pectore, inconsapevoli sostenitori della “decrescita felice”. 
Serge Latouche (1940) filosofo
ed economista, teorico
della "decrescita felice"

Oddio, quanto inconsapevoli non saprei: Pizzarotti, il sindaco 5 Stelle di Parma, prima di entrare in politica è stato socio fondatore del “Circolo della decrescita felice” di Parma, aderente allo MdF italiano (Movimento per la decrescita felice: vedi qui). Infine, per il grillino salutista l’unico modo corretto di recarsi al lavoro è a piedi o in bicicletta: chi usa il mezzo pubblico (purché a metano) è tollerato; chi usa l’auto è complice delle multinazionali del petrolio (come Grillo ha più volte affermato durante i suoi spettacoli-comizi, negli scorsi anni). Il mito salutista-igienista-ecologista, che non è di esclusiva proprietà del grillismo, è forse il più innocuo, sebbene non lo sia la volontà illiberale di imporlo a tutti.

Ultimo spunto: il grillino ideale è manicheo. Non può che essere questo l’alfa e l’omega dei miti del grillismo, perché consegue da tutto ciò che ho detto sopra. Il ragionamento che conduce al manicheismo è il seguente: se io solo ho la verità, se io solo comprendo quali intrighi vi sono dietro le verità ufficiali, se io solo uso l’unico strumento di comunicazione pulito, cioè internet, se io solo porto nella politica pulizia e moralità, se io solo mangio correttamente, consumo correttamente, bevo correttamente, mi muovo correttamente, vuol dire che io solo penso correttamente. Tutti gli altri sono nemici dell’umanità, e come tali dovrebbero essere trattati. Niente iustus hostis per il grillino: chi non è con lui è  un nemico, e con il nemico non si tratta, lo si elimina: “Vogliamo vederli tutti nella tomba!” grida un lettore del blog di Grillo, commentando il post del 2 marzo scorso in cui il comico si scagliava contro Vendola (vedi qui). Mito lugubre e pericoloso.
C.S.I. uno dei serial criminologici più seguiti

Conclusione, per ora. I miti del grillino d.o.c. sono probabilmente il prodotto di una massificazione della cultura basata su un certo tipo di intrattenimento televisivo e su un certo uso di internet. Riguardo al primo mi riferisco alla fiction di tipo poliziesco-criminologico e a quella fantascientifica seriale. Entrambe da un quindicennio costituiscono l’intrattenimento più amato da chi oggi ha un’età compresa tra i 30 e i 45 anni (lo “zoccolo duro” dell’elettorato grillino); esse hanno istillato nell’inconscio di questo pubblico il convincimento che il mondo sia una trama di misteri e di inganni che possono essere svelati e puniti solo da leader carismatici armati di strumenti tecnologici e di capacità spettacolari. Insomma, un mondo di fumetti popolati solo da cattivi e da supereroi. 
X-Files, simbolo della produzione televisiva di
fantascienza seriale degli ultimi 10-15 anni

Riguardo al secondo (l’uso di internet), il grillino tipo ha nei confronti della rete un atteggiamento di credulità tecnologica prossima al feticismo. Tutto quel che egli scova on line è vero "a prescindere", non ha bisogno di essere sottoposto a verifica, specie se viene diffuso da un supereroe carismatico come Grillo: il fatto di essere in rete è una prova sufficiente dell’affidabilità dell’informazione. Il deputato 5 Stelle Paolo Bernini (la cui intervista abbiamo visto su Ballarò del 5 marzo scorso: vedi qui) è un esempio di quel che sto dicendo, oltreché esemplare perfetto del cospirazionista di cui parlavo sopra. La fascinazione che costoro subiscono dalla rete non ha nulla a che vedere con i pregi e i difetti della tecnologia telematica, ha piuttosto a che vedere con il loro modo di utilizzarla, con il loro modo di fidarsi di essa, con il loro bisogno di certezze rassicuranti. Su questo plafond culturale, si è abbattuta la crisi (questa sì reale) della politica in Occidente, una crisi che, generata dalla globalizzazione, ha demolito le tradizionali fonti generatrici di valori e di miti politici: le ideologie, i partiti, lo Stato. La crisi di queste strutture mitopoietiche ha convinto i grillini che la politica in sé fosse vecchia e defunta, e che al suo posto si potesse collocare la tecnologia con le sue risposte chiare e semplici, con le sue certezze confortanti.

I Supereroi dei fumetti Marvel

Il grillino-tipo insegue miti prodotti dalla degenerazione di quelli che hanno animato la politica del Novecento. Sono miti molto discutibili, tra i quali è difficile rinvenire risorse per affrontare i problemi che ci angosciano. Eppure, credo che con essi dovremo fare i conti nel prossimo futuro: del resto sono stati generati dalla società che tutti abbiamo contribuito a costruire.

domenica 10 marzo 2013

Grillo e il M5S: cosa vogliono davvero?


Speranza di novità o rischio di autoritarismo?



Il Movimento 5 Stelle è la punta dell’iceberg di un malcontento e di un’insofferenza nei confronti della politica italiana che sta per esplodere. Ci troviamo su una polveriera che potrebbe saltare in aria da un momento all’altro, trascinando con sé disonesti e onesti, corrotti e vittime, riformatori e conservatori, buoni e cattivi.

Dopo Tangentopoli (1992) molti italiani si erano illusi che la corruzione sarebbe terminata, o almeno che sarebbe stata drasticamente ridotta. Nel crollo del sistema politico che ne derivò, la speranza di cambiamento di almeno un terzo dell’elettorato si è incanalato verso nuove forze politiche sorte dalla metà degli anni Ottanta in poi: da Forza Italia alla Lega, dalla Rete ad Alleanza Democratica all’Italia dei Valori. Dieci anni prima la speranza di uscire dagli inetti governi democristiani si era incanalata verso il Psi di Craxi; dal 1992 si incanalò verso forze politiche che sembravano essere “antisistema”, ovvero avverse alla partitocrazia della Prima Repubblica. Purtroppo furono tutte speranze che andarono deluse. Come Craxi fu travolto proprio da Tangentopoli, così Berlusconi e la Lega, le più longeve tra quelle forze nuove, dopo aver governato insieme per quasi 20 anni hanno lasciato un paese ancor più devastato dalla corruzione e dall’immoralità. Le leggi che queste forze politiche hanno nel frattempo emanato, talune con il consenso dell’opposizione di sinistra, costituiscono una pesante eredità per l’Italia attuale e ne condizioneranno ancora a lungo la vita politica, se non interverrà qualche radicale cambiamento: penso soprattutto alle norme sul federalismo regionale, fortemente volute dalla Lega e propagandate come la rivoluzione che avrebbe finalmente cancellato il centralismo statale e dato voce ai cittadini, riportato il potere nelle loro mani, ridato vigore alla volontà della società civile. Il risultato, dopo due decenni di proclami illusori, è sotto gli occhi di tutti: il grosso della corruzione si annida proprio al livello delle amministrazioni regionali, provinciali e comunali. La totale assenza di controllo su esse da parte degli organi politici centrali ha dato agli amministratori locali un potere immenso, autoreferenziale, privo di limiti e di obblighi, situazione che, quando è esplosa, ha finito per nauseare e allontanare ancora di più i cittadini dalla politica.
Forza Italia nel 1994

Capisco la sensazione di frustrazione che molti italiani hanno provato nel corso dell’ultimo anno: dopo avere vissuto il disastro di una crisi economica che ha distrutto il reddito di milioni di famiglie, di fronte allo spettacolo indecoroso dei vari Fiorito e Lusi, di fronte all’incapacità del Parlamento di varare anche solo una modestissima riforma elettorale, molti hanno deciso di esprimere un voto di protesta, di nuovo “antisistema”, una sorta di grido di dolore per un’Italia che sta affondando. Tra costoro forse un 10% lo ha deciso all’ultimo istante, provocando quel terremoto politico-parlamentare che oggi stiamo vivendo. Perciò condivido quanto ha affermato lo storico Galli della Loggia nell’analisi del voto del 24 febbraio pubblicata l’8 marzo dal Corriere della sera (Il voto di quell’Italia insoddisfatta che da quarant’anni cerca di cambiare). Lo condivido solo in parte, però. Cercherò di spiegare il perché.

“C’è una generazione di Italiani, - ha scritto Galli della Loggia - c’è una parte del Paese, la quale già a partire dalla fine degli anni Settanta si accorse di quattro fatti che solo ora, dopo decenni, stanno entrando nella consapevolezza di tutti”. I quattro fatti elencati dall’autore sono, in rapida sintesi: l’inadeguatezza della seconda parte della Costituzione (quella che definisce le istituzioni di governo del Paese); le distorsioni e il malcostume introdotti dalla partitocrazia; l’esaurirsi della spinta propulsiva e della capacità della Democrazia cristiana di tutelare la democrazia; la subalternità dell’intera sinistra al Partito comunista italiano, cosa che ha decretato, per questa parte politica, l’impossibilità per decenni di vincere le elezioni.

Un numero di Liberal del 1998

Questo è ciò che condivido dell’analisi di Galli della Loggia. Ho la presunzione di far parte di quella generazione di italiani ricordata dall’autore. Dalla fine degli anni Settanta, appunto, anche per avere avuto la fortuna di incontrare intellettuali come Galli della Loggia, ho cominciato a prendere consapevolezza di quei problemi e in ogni occasione, privata o pubblica, in cui mi è stata data la possibilità di farlo, non ho mai temuto di esprimermi criticamente sui limiti della nostra Costituzione, contro la partitocrazia, contro l’inefficacia dei governi democristiani, contro il ruolo egemone del Pci nella sinistra italiana. Per queste ragioni, appunto, appartengo alla schiera di coloro che, come ricorda l’autore dell’articolo, nel corso degli ultimi quattro decenni ha seguito con interesse la discussione sollevata dalle proposte di “riforme istituzionali” avanzate da Bettino Craxi, ha votato (sempre) per i radicali, ha sostenuto i referendum di Mario Segni, ha sperato (pentendosene subito) nel liberalismo professato, a parole, da Berlusconi. Mi sono sempre opposto alla Lega, tuttavia ne ho seguito con curiosità gli inizi, quando il dibattito culturale sul federalismo era animato da Gianfranco Miglio e ospitato da riviste anticonformiste e colte come Liberal. Mi sento parte, insomma, di quella storia e di quella generazione. Ho condiviso la necessità di forti cambiamenti istituzionali e politici, l’impellenza dell’uscita dalla Prima Repubblica, quando molti altri (la maggioranza) si nascondevano ancora dietro l’antifascismo degli anni Settanta e si ponevano a difesa intransigente di ogni virgola della Costituzione, se non addirittura di ideologie rassicuranti che attribuivano tutte le colpe al capitalismo e vaneggiavano di rivoluzioni armate condotte dalle masse proletarie.

Ma questa volta le cose mi sembrano diverse. Certo, è vero, come sostiene Galli della Loggia, che il Movimento 5 Stelle rappresenterebbe una nuova speranza di cambiamento per gli italiani che l’hanno votato. Ma, e qui arriva il mio dissenso con l’articolo in questione, non credo che lo sia Grillo, anzi penso che il Movimento 5 Stelle dovrebbe liberarsi dalle inquietanti ambiguità del suo leader. Se questo non accadrà, c’è da essere realmente preoccupati per diversi motivi.
Casaleggio e Grillo
Innanzitutto perché il M5S non è un partito (lo stesso Grillo lo ha detto più volte: “siamo un non-partito!”), ma piuttosto qualcosa di simile ad un’affiliazione commerciale. Essa si basa su un marchio depositato di cui sono proprietari esclusivi il signor Beppe Grillo e la Casaleggio Associati. I meetup che localmente hanno costituito gruppi aderenti all’affiliazione hanno potuto usare il marchio, solo firmando un documento di rinuncia all’uso proprietario dello stesso, di esclusivo diritto di Grillo e Casaleggio. Insomma, è come se quei gruppi fossero un negozio in franchising: liberi di usare l’attrattiva offerta dal marchio, ma alle condizioni fissate dalla proprietà. Sicché, chiunque osi parlare a nome del marchio rischia di subire azioni legali avviate dalla proprietà per impropria o illegittima utilizzazione. Si spiega così come mai il M5S non abbia mai riunito un Congresso nazionale, nel quale, di solito, gli aderenti di un movimento o di un partito si incontrano, discutono e stabiliscono una linea da seguire; niente congresso, poiché la linea è stata decisa a priori ed esclusivamente dalla proprietà. Ha un bel dire Grillo che nel decidere il comportamento da tenere prossimamente in Parlamento verranno utilizzate la democrazia diretta e la web democracy: in cosa consisteranno? Nel selezionare dal suo blog (o da qualsivoglia piattaforma wiki allestisca Casaleggio nelle prossime settimane) solo i pareri favorevoli alla sua linea di intransigenza? Chi garantirà la trasparenza di un luogo virtuale in cui solo i proprietari e gli amministratori potranno dire in quanti hanno espresso il loro parere, su cosa, e con quali risultati? Del resto queste domande non sono più il solo a formularle (vedi ad esempio l’articolo dell’Espresso che, un mese fa, presentava il libro di Federico Mello, Il lato oscuro delle stelle. La dittatura digitale di Grillo e Casaleggio, Edizioni Imprimatur, 2013).


In secondo luogo lo stesso programma elettorale del M5S, tanto propagandato per i suoi presunti contenuti innovatori, sbandierato per le sue proposte concrete e vicine ai “bisogni della gente” ora, improvvisamente, sembra non essere più importante per lo stesso leader del movimento. Che non conti più lo ha spiegato a chiare lettere lo stesso Grillo nella sua recente intervista a Time (Italy’s Beppe Grillo: meet the rogue comedian turned in kingmaker, by Stephan Faris, Time, 7 marzo 2013 vol. 181, n. 10: vedi qui). Ad una precisa domanda dell’intervistatore che chiedeva come mai Grillo insista su proposte (come il referendum sull’euro, la nazionalizzazione delle banche, la dichiarazione di insolvenza del debito pubblico) che non sono contenute nell’attuale programma del Movimento, il comico ha così risposto: “Lo stiamo ancora discutendo. E allora lo scriveremo nel programma. Dateci tempo. Io propongo un’idea di base. Non è un piano politico. È una visione del mondo. Non stiamo sostituendo una classe politica con un’altra. Noi vogliamo il 100% del Parlamento, non il 20%, o il 25% o il 30%”. Quindi, traducendo dalle sfere metafisiche in cui si muove Grillo nel linguaggio di noi comuni mortali, il programma presentato dal M5S alle elezioni politiche non è stato un programma, ma una “visione del mondo”; il programma vero e proprio deve ancora arrivare e non si sa chi e come lo elaborerà. Se i meccanismi di discussione interni al movimento sono quelli che ho prima indicato (cioè quelli tipici di un’affiliazione commerciale) si può legittimamente ipotizzare che la prossima “visione del mondo” sarà ancora inventata da Grillo e dalla Casaleggio Associati, i quali ascolteranno la voce di quegli attivisti che ne condivideranno le idee salvifiche: le voci dissenzienti non verranno neppure prese in considerazione.

Tutto ciò non può non destare qualche preoccupazione. Il fascismo non c’entra nulla, non lo evoco neppure come paragone, non ho bisogno di utilizzare lo schermo protettivo dell’antifascismo per temere che all’interno del Movimento 5 Stelle non vi sia democrazia; timore che diviene viva preoccupazione se si considera che, come egli ha affermato apertamente, Grillo mira al 100% del Parlamento. Questa unanimità, che il comico definisce come autogoverno dei cittadini che “divengono stato”, in realtà dovrebbe essere ottenuta non da cittadini liberi e privi di appartenenza, ma da un partito ben preciso, il M5S, quindi è legittimo chiedersi: quel 100% potrà discutere liberamente o sarà censurata ogni deviazione come tradimento e slealtà? E come potrà farlo se il movimento continuerà ad assomigliare ad un’affiliazione commerciale? Ma, soprattutto, come potrà in Parlamento esserci una libera dialettica di idee e di confronti se non ci sarà un’opposizione? Chi porrà dei limiti a quel 100%? Non vorrei scomodare John Stuart Mill e Alexis de Tocqueville per ricordare che una maggioranza, senza il contraltare di una minoranza, si può fatalmente trasformare in dispotismo.

Non commenterò più di tanto, poi, il resto dell’intervista di Grillo, perché credo che si commenti da sola. Ricorderò solo un passaggio. Alla domanda “Non hai paura che, se fallirai, la stessa energia che ti ha spinto verso l’alto possa sollevare forze oscure?”, Grillo risponde così: “Se noi falliamo, in Italia ci sarà la violenza nelle strade”. Come interpretare queste parole? Come un’intimidazione? Come dire: “o fate come dico io, o si scatenerà la violenza”? Grillo, in effetti, dice che dovremmo tutti ringraziarlo se finora non c’è stata violenza, perché il suo movimento la sta canalizzando; ma, aggiunge, se il suo movimento crollerà, allora essa esploderà. Come dire: “dopo di me il diluvio: o me, o non rispondo di quel che potrebbero fare i cittadini arrabbiati e da me mobilitati”. Qui, chiedo scusa, ma il ricordo del discorso del 16 novembre 1922 (noto come “discorso del bivacco”: vedilo qui), pronunciato davanti al Parlamento da Mussolini, non può non venirmi in mente: “Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti […] Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti […] io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. Non voglio fare altri paragoni con il fascismo, ma vorrei ricordare che è Grillo stesso a proporre una sorta di continuità ideale con la novità costituita da quel movimento. Sempre nell’intervista suddetta, infatti, ha proseguito dicendo che “tutto è iniziato in Italia. Il Fascismo è nato qui. Le banche sono nate qui. Noi abbiamo inventato il debito pubblico. Anche la mafia. Ogni cosa è partita da qui. Se la violenza non partirà da qui, sarà per il movimento”.

Le ragioni dei miei timori non si fermano a queste considerazioni. Potrei dilungarmi a discutere punto per punto il programma di Grillo (quello già pubblicato e quello annunciato dai suoi proclami) ma scoprirei solo che le proposte che condivido di esso non solo sono pochissime (l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, leggi più severe sulla corruzione, la drastica riduzione dei costi della politica), ma negli ultimi anni le ho sentite avanzare da molti altri, senza per questo sentire affermare la necessità della conquista del 100% del Parlamento. Riguardo alle proposte insostenibili (l’uscita dall’euro, la giornata lavorativa di 20 ore, la non restituzione del debito pubblico ai legittimi creditori, il reddito di cittadinanza, il rifiuto della Tav) rinvio alle analisi economiche effettuate dalla voce.info: chiare ed efficaci confutazioni della fattibilità o dell’opportunità di queste idee (ad esempio, vedere qui sul reddito di cittadinanza). Ci sono infine le proposte pericolose, pronunciate ad alta voce durante lo tsunami tour o pubblicate sul blog di Grillo negli ultimi anni, come lo ius sanguinis per stabilire chi è cittadino italiano, l’abolizione dei sindacati, il licenziamento degli statali ritenuti superflui, la nazionalizzazione delle banche, l’apertura di credito a nazioni come l’Iran, la malcelata volontà di educare gli italiani secondo una “pedagogia nazionale”… Idee imbarazzanti e preoccupanti, da dispotismo antimoderno. Sono convinto che se si facesse davvero un referendum tra gli eletti del M5S esse sarebbero del tutto bocciate.


Ci sono anche altre ragioni per cui per ora non riesco a vedere nel M5S quell’annuncio di cambiamento che vi vede Galli della Loggia. Ragioni, per così dire, psicologiche e sociologiche sulle quali tornerò in un prossimo post. Per ora giungo a questa prima conclusione: il problema principale del M5S è proprio il suo leader, Beppe Grillo. La sua intransigenza, la sua rigida chiusura al dialogo e al confronto (snobbando fra l’altro i media italiani), la sua abitudine ad utilizzare un linguaggio offensivo e ad insultare chiunque proponga idee diverse dalle sue, screditano il suo movimento, presentandolo come antidemocratico e dispotico. Se davvero il M5S costituisce una speranza di cambiamento, la prima cosa che i neoeletti dovrebbero fare è smarcarsi da Grillo e da Casaleggio, rivendicare la propria autonomia, proprio come stabilito da quell’articolo 67 della Costituzione che, non a caso, Grillo vorrebbe abolire.

Rivolgo un invito temerario agli attivisti cinque stelle neodeputati: liberatevi di Grillo e del suo blog che rappresenta solo una finta democrazia, allontanatevi da Casaleggio, denunciate i vincoli commerciali che vi obbligano ad un'illiberale sudditanza e cominciate a ragionare seriamente, con chi ci vuole stare, su cosa fare per salvare l’Italia dal baratro e rilanciarne lo sviluppo. Se sarete capaci di fare questo, persino io, che non ho lesinato critiche al vostro Movimento, vi sosterrò. Grillo e Casaleggio non sono stati eletti, non hanno ricevuto voti, non hanno alcuna legittimazione politica da parte degli italiani; voi sì: fatela valere.

martedì 26 febbraio 2013

Elezioni, errori e populismi


Gli errori del giaguaro. I populismi alla prova dei fatti




Ora possiamo dirlo: il PD ha perso le elezioni per colpa sua. Che le abbia perse l’ha affermato lo stesso Bersani: “è chiaro – ha detto il leader PD nella conferenza stampa di oggi pomeriggio – che chi non riesce a garantire governabilità non può dire di aver vinto. Non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi, questa è la nostra delusione” (vedere Corriere della sera online del 26 febbraio 2013). L’ammissione di Bersani è stata sensata e coraggiosa: ogni altra affermazione sarebbe suonata fuori luogo e contro la realtà dei fatti.

Elisabetta Gualmini

Detto questo, però, la colpa del PD è evidente. L’ha spiegato bene ieri sera, durante la trasmissione Otto e Mezzo su La7, Elisabetta Gualmini, Presidente dell’Istituto Cattaneo (che da anni studia i flussi elettorali in Italia) e co-autrice, insieme a Piergiorgio Corbetta, dell’interessante volume Il Partito di Grillo (Il Mulino, Bologna 2013). La Gualmini ha detto che il PD, presentando come candidato Bersani, ha effettuato una scelta di apparato, ha preferito inseguire una “logica di recinto”, ovvero un obiettivo “identitario” che ribadisse l’appartenenza alla sinistra del Partito e dei suoi candidati. Condivido completamente l’analisi della studiosa. Aggiungo ad essa che dovrebbe essere ormai evidente che questa scelta non paga: con un uomo di apparato ed effettuando scelte che servono a ribadire l’identità tradizionale della sinistra, il PD non andrà mai oltre il 30% e, mano a mano che si assottiglierà il cosiddetto “zoccolo duro” dei suoi elettori, tale percentuale si ridurrà ulteriormente.

Matteo Renzi
Una scelta alternativa, e nuova, sarebbe stata la candidatura di Matteo Renzi, che, come ho scritto a suo tempo (post del 26/11/2012), avrebbe potuto ottenere il consenso del ceto medio deluso dalla politica della destra. Ma le primarie non sono state favorevoli al sindaco di Firenze: le regole scelte per quelle votazioni, com’è noto, sono state applicate in modo da ostacolare il giovane leader, e per favorire il gruppo dirigente del partito. Perciò, vuoi per il conservatorismo del popolo di sinistra, vuoi per il fuoco di sbarramento delle regole imposte dalla dirigenza, il PD si è autocondannato alla sconfitta.

Il ceto medio moderato non ha creduto alla volontà di rinnovamento del PD, non si è fidato della sua politica fiscale ed economica, né dell’alleanza con Vendola. Il ceto medio moderato vuole sì una politica di contrasto all’evasione fiscale, purché non si traduca in vessazioni tributarie per il piccolo contribuente, purché, soprattutto, essa sia contestuale ad una significativa riduzione delle tasse. Inoltre non è disposto ad introdurre nuovi diritti se prima non si danno garanzie per il godimento di quelli già esistenti e oggi difficilmente praticabili: la certezza del lavoro, la sicurezza del reddito, il valore del merito, la garanzia dell’ordine. Su questi temi la sinistra del PD-SEL non ha saputo dare alcuna risposta convincente. Perché il ceto medio moderato possa fidarsi del PD, dovrebbe percepirne la sua collocazione nel centro-sinistra; le parole d’ordine evocate, i temi sollevati e soprattutto gli uomini simbolo hanno invece comunicato del PD un’immagine di sinistra senza centro. Il risultato di queste scelte è oggi sotto gli occhi di tutti: l’Italia è stata consegnata a due populismi, quello di Berlusconi, quello di Grillo.


Che cosa accadrà ora? Vedo solo due probabili scenari. O il PD si apre ad un’alleanza di governo con il Movimento 5 Stelle, o si va di nuovo a votare entro pochissimi mesi. C’è anche un terzo scenario, forse meno probabile ma pur sempre possibile: che si crei una “grande coalizione” comprendente PD, Monti, PDL (e forse M5S) finalizzata solo a varare una riforma elettorale seria, per poi tornare ugualmente alle urne. Credo sia da escludere una maggioranza PD-PDL; e anche se venisse messa in piedi, come ha detto lo stesso Grillo (che in questo caso ha ragione), non durerebbe a lungo. L’esito sarebbe comunque una nuova tornata elettorale.

Quindi, se un governo si farà esso dovrebbe comprendere il Movimento 5 Stelle. Per i “grillini” è insomma arrivato il momento di mostrare di che pasta sono fatti: sono loro ad avere più da perdere in questo frangente. Potrebbero rifiutarsi di entrare in una maggioranza, sicché si assumerebbero la responsabilità di ritornare al voto, rischiando a quel punto serie spaccature all’interno del movimento. Se invece collaboreranno, dovranno accettare le regole della democrazia rappresentativa e il parlamentarismo, negando in tal modo uno dei loro assunti ideologici più radicati: la democrazia diretta realizzata attraverso il web. Anche in questo caso rischierebbero serie fratture all’interno del movimento. Quel che è certo è che non potranno fare quel che essi stanno dichiarando in queste ore, ovvero decidere come comportarsi di volta in volta, valutando un provvedimento alla volta: i provvedimenti, infatti, potranno esserci solo dopo la formazione di una maggioranza, e quest’ultima si formerà solo se essi accetteranno di allearsi con il PD. Tertium non datur.

Probabilmente il risultato ottenuto dal M5S ha sorpreso gli stessi leader del movimento; forse il loro successo li preoccupa persino. Essi erano pronti ad usare un manipolo di qualche decina di deputati per svolgere la funzione di pungolo nei confronti di una maggioranza, di destra o di sinistra. Non lo erano per entrare essi stessi in questa, non lo erano per svolgere il ruolo di ago della bilancia, di forza decisiva per la formazione di un governo: non in questa legislatura, almeno; forse in una prossima, dopo aver effettuato un’adeguata esperienza come forza di opposizione, ma non ora, alla loro prima uscita politica nazionale. È possibile, insomma, che essi siano disorientati e intimoriti dal loro incredibile exploit. E si trovano, indubbiamente, in una scomoda posizione.

Gianroberto Casaleggio, il guru-pubblicitario
che sta dietro il M5S
Se accetteranno di entrare de facto nella odiata “casta”, alleandosi con uno dei suoi più rappresentativi partiti, non solo non potranno più affermare di voler mandare “tutti a casa”, ma dovranno misurarsi con i problemi reali, dovranno verificare se le loro proposte sono realizzabili o se erano soltanto “sparate” populiste; e se non potranno realizzare i loro progetti dovranno sobbarcarsi l’onore di spiegarlo ai loro entusiastici elettori. Ad esempio, se entreranno nella maggioranza di governo con il PD, potranno continuare a sostenere di voler effettuare un referendum sull’euro? Potranno continuare ad affermare di voler elargire un reddito di cittadinanza di 1000 euro a tutti i disoccupati? Potranno continuare ad opporsi al progetto TAV? Il populismo di simili proposte (definite “folli” da alcuni osservatori, ad esempio da Tito Boeri, sempre ieri sera su La7: vedi lavoce.info) è ora alla prova dei fatti, e forse questo non lo aveva previsto neppure Casaleggio.

Il M5S ha eroso voti a tutti i partiti. Ma in modo particolare, credo, al centro-destra. Non dimentichiamo che il PDL e la Lega nel 2008 ottennero alla Camera oltre il 46% dei voti e oltre il 47 al Senato (vedere qui). Oggi il centro-destra ha superato di poco il 29% alla Camera e il 30% al Senato. Ha perso il 17% dei voti. In particolare la Lega ha subito un dimezzamento dei suffragi rispetto al 2008. Certo anche il centro-sinistra si è ridotto: tra i 6 e gli 8 punti di percentuale. Ma la vera emorragia è stata subita dal centro-destra, perdita che poteva anche essere maggiore se il centro-sinistra avesse approfittato dell’impopolarità che circa un anno fa (solo 12 mesi fa!) gravava sulla Lega e su Berlusconi, travolti da scandali, immoralità, processi. La bravura del Cavaliere è consistita nel saper tamponare l’emorragia e avviare un clamoroso recupero. Ma dove è finito quel 17% che non è riuscito a trattenere? Una parte, probabilmente, non ha votato; ma sono molti, credo, quelli che all’ultimo istante hanno deciso di seguire il pifferaio magico Grillo. Per protesta, per odio verso la sinistra, oppure per cinismo. Ora è nelle mani di costoro il futuro della nostra nazione. 


sabato 23 febbraio 2013

La rinuncia del Papa


La Chiesa e l’accettazione della fallibilità

Papa Ponziano
Clemente I


Papa Silverio
Le dimissioni del Papa non sono una novità assoluta. Ma in passato esse sono state dovute a circostanze eccezionali. Alle origini della storia della Chiesa, quando il potere del clero non incuteva timore a nessuno, Clemente I (92-97) e Ponziano (230-235) furono costretti a dimettersi perché arrestati o esiliati dall’autorità imperiale (Traiano nel primo caso, Massimino il Trace nel secondo). Silverio (536-537) fu vittima di un complotto ordito dall’imperatrice Teodora e da Antonina, la moglie di Belisario, che lo costrinsero alle dimissioni e favorirono l’elezione di Papa Vigilio. Benedetto IX divenne Papa nel 1032, a soli 21 anni (secondo alcune fonti addirittura a 11), fu dissoluto e corrotto, perciò venne cacciato da Roma nel 1044, perdendo il pontificato. Ritornò l’anno successivo e si riprese il soglio pontificio, per venderlo, sempre nel 1045, a Giovanni de’ Graziani che divenne Papa con il nome di Gregorio VI.

Benedetto IX
Celestino V

Celestino V (Pietro del Morrone, 1215-1296), il cui nome è stato ricordato spesso in questi giorni, fu Papa per soli 5 mesi (dal luglio al dicembre 1294), in un’epoca in cui il potere della Chiesa sembrava senza rivali. Nei decenni precedenti i Pontefici avevano sostenuto lo scontro con gli Svevi, sacro romano imperatori, e ne erano usciti vittoriosi. Avevano imposto un nuovo monarca nel Regno di Sicilia, Carlo d’Angiò, e avevano manovrato per imporre un debole Rodolfo d’Asburgo sul trono imperiale. Il partito ghibellino era stato sconfitto in tutte le città d’Italia, i suoi sostenitori erano esuli o morti; ovunque i governi comunali erano nelle mani dei guelfi, alleati della Chiesa. Fu forse questo enorme potere a spaventare il pio Pietro del Morrone che, un po’ per disgusto, un po’ per inettitudine politica, si mostrò impotente di fronte all’arroganza della nascente monarchia francese. Decise allora di ritirarsi, compiendo “per viltade il gran rifiuto” e meritandosi il biasimo dantesco (Inferno, c. III, v. 60).


Gregorio XII
Per quanto riguarda Gregorio XII (1406-1415), ultimo Papa dimissionario prima di quello attuale, la sua vicenda fu piuttosto complicata. Egli visse in un periodo terribile per la Chiesa, quello dello scisma d’Occidente (1378-1417) che fu originato da ragioni politiche, ovvero dal conflitto tra il clero romano e quello francese (o “avignonese”). Nel 1378 i due cleri avevano eletto ciascuno un proprio Papa: Urbano VI (1378-1389), scelto dal conclave romano, Clemente VII (1378-1394) voluto dai francesi durante il sinodo di Fondi. A Urbano succedettero poi Bonifacio IX (1389-1404), Innocenzo VII (1404-1406) e, appunto, Gregorio XII. Ad Avignone, intanto, a Clemente era succeduto Benedetto XIII (1394-1417). Nel 1409, quindi, i due Papi, Benedetto e Gregorio, cercarono una conciliazione per riunificare la Chiesa, ma peggiorarono le cose: i loro cardinali convocarono un concilio a Pisa per risolvere la controversia, ma il risultato fu che dall’incontro uscì un terzo Papa, Alessandro V. Quest’ultimo morì nel 1410 e venne sostituito da Giovanni XXIII (1410-1415). Fino al 1415, quindi, la Chiesa cattolica ebbe tre Papi: la storia canonica ritiene legittimo solo Gregorio XII, mentre considera “antipapi” Benedetto XIII, Alessandro V e Giovanni XXIII. Lo scisma ebbe termine con la convocazione del concilio di Costanza (1414-1417), dove Benedetto XIII e Giovanni XXIII furono deposti, mentre Gregorio XII si dimise per il bene della Chiesa, lasciando che il concilio eleggesse il pontefice della riunificazione: Martino V (1417-1431).

Martino V
Gregorio XII, insomma, è il Papa che si può accostare di più a Benedetto XVI, poiché si dimise spontaneamente, come il Papa attuale. Tuttavia è evidente a tutti che le circostanze che portarono alla rinuncia di Gregorio furono davvero eccezionali: tre Papi, uno scisma in corso, lo scontro politico tra cleri nazionali, la pressione della monarchia francese e dell’imperatore; sullo sfondo di queste torbide vicende, non si dimentichi, si stavano diffondendo eresie combattute dalla Chiesa (sia dai Papi che dagli Antipapi), ma che avrebbero di lì a qualche decennio spezzato di nuovo in due la cristianità, e questa volta in modo assai più profondo e motivato.

L'annuncio del Papa durante il concistoro dell'11 febbraio

Niente di tutto questo abbiamo oggi. Benedetto XVI, a quanto si sa, ha deciso di porre fine al suo ministero per ragioni personali: ragioni ponderate, legittime, comprensibili, ma personali. Non ha subito pressioni paragonabili a quelle del XV secolo, non vi sono antipapi sostenuti o avversati da potenti sovrani, né eresie che si profilano all’orizzonte. La decisione è stata presa serenamente e lucidamente, come il Pontefice ha dichiarato nell’annuncio, ormai storico, dell’11 febbraio scorso. “Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino” (cfr. Corriere della sera online del 13 febbraio). Queste le parole pronunciate in latino da Benedetto XVI davanti al concistoro.

Se davvero non vi sono altre circostanze particolari, se nessuna pressione ha subito il Papa, allora siamo di fronte ad una decisione storica, di grande rilievo e, forse, di grandissima portata. Come ha spiegato lucidamente Galli della Loggia (Il seme fertile della rinuncia, in Corriere della sera, 13 febbraio 2013, p. 1) “le dimissioni papali vogliono dire con la forza delle cose un’oggettiva desacralizzazione della sua carica”. In altre parole, la rinuncia vuol dire che il Papa è fallibile, che età, logoramento delle forze fisiche ed esaurimento delle energie psicologiche hanno su quella funzione le stesse conseguenze che avrebbero su qualsiasi altra attività, o impiego, o incarico di responsabilità: anche il Papa è soggetto, come qualsiasi altro essere umano, alle leggi inesorabili del tempo e della carne, al deterioramento delle capacità che la fatica della vita impone ad ogni individuo. Se questo è vero, vuol dire che l’infallibilità della cattedra di Pietro non esiste più e che l’assolutezza del suo potere spirituale è finita per sempre. Le dimissioni di Bendetto XVI annunciano con coraggio al mondo che l’ultima monarchia assoluta della Terra è giunta al termine.


Se questo produrrà cambiamenti nel corpo e nella dottrina della Chiesa è presto per dirlo. Forse il gesto di Ratzinger susciterà reazioni altrettanto forti che si opporranno alla desacralizzazione della funzione pontificia. Forse le novità non sgorgheranno improvvise da questo gesto. Tuttavia, come spiegato dall’editoriale del Corriere che ho citato sopra, il segnale è inequivocabile: Benedetto XVI, con la sua rinuncia, ha lanciato una sfida alla Chiesa, chiedendo a tutti i suoi membri di cominciare a riflettere sul loro ruolo nel mondo contemporaneo, sull’insegnamento e sull’esempio che la Chiesa sta dando a questo mondo e su come possano entrambi essere emendati da errori, immoralità e anacronismi. Il momento che stiamo vivendo è difficile per tutti, non solo qui in Italia. La stessa Chiesa sta attraversando un delicato passaggio, erosa al suo interno da scandali, minacciata all’esterno da un’incontrollabile, pervasiva secolarizzazione dei valori. Il Pontefice sembra voler avvertire la Chiesa che, se vuole che il cattolicesimo continui ad avere influenza sulla coscienza degli uomini, deve accettare alcune riforme radicali, sia nella sua organizzazione interna, sia nella sua dottrina.

Pulizia profonda e vasta del comportamento del clero; lotta senza quartiere all’intreccio tra politica, alta finanza, Vaticano; riforma di alcune strutture interne alla Chiesa (a cominciare dal conclave); discussione aperta ai laici sulle questioni della vita e della bioetica; modifica o abolizione del celibato; revisione del secolare ostracismo al sacerdozio femminile; capacità di educare il credente a preferire l’etica della convinzione, piuttosto che la pura adesione esteriore. Queste sono solo alcune delle sfide che attendono la Chiesa nel prossimo futuro. Su esse si agitano le forze che spingono verso la secolarizzazione e la riduzione dei valori etici a pura scelta di comodo, forze che orientano le moltitudini verso comportamenti sempre più ostili alla Chiesa, sempre più lontani dalla religione, non solo da quella cattolica, percepita ormai da molti come un fardello inutile, come un’anacronistica e bizzarra moda del passato. Se non vorrà diventare irrilevante e priva di quella capacità di orientamento che per secoli ha avuto, la Chiesa dovrà affrontare prima o poi tali questioni. Quando lo farà, dovrà avere il coraggio di ammettere la propria fallibilità, come il gesto di Papa Ratzinger sembra volerle indicare.

lunedì 18 febbraio 2013

Il rifiuto di Grillo a farsi intervistare


La democrazia unidirezionale di Grillo


Il tweet con cui Grillo ha annunciato che l'intervista
non ci sarebbe più stata.
Grillo ha annullato la sua intervista a Sky Tg24 che, circa un paio di settimane fa, si era impegnato a fare. Due sono le considerazioni che deduco da questa decisione. La prima: un impegno preso davanti a tutti va mantenuto. Non è proprio questa mancanza di coerenza rispetto alle promesse fatte che viene imputata alla “casta” della vecchia politica? Comincia male l’avventura politica di un leader che rifiuta di farsi intervistare dopo aver dichiarato che l’avrebbe accettato. La seconda: Grillo non vuole sostenere confronti. Nonostante il gran parlare di diversità del suo movimento rispetto agli altri partiti, in realtà Grillo utilizza la vecchia arma impiegata dai partiti di massa fin da quando sono nati: la comunicazione unidirezionale.

Osserviamo gli strumenti attraverso i quali si è fatto conoscere e con i quali sta facendo propaganda: internet e le piazze. Sul suo blog non c’è dibattito, ma domina inarrestabile solo la sua voce; non vi sono garanzie di alcun tipo circa la veridicità dei commenti che vi arrivano; non si sa se essi siano filtrati o meno; non vi sono mai risposte dirette al profluvio di commenti che inonda quotidianamente il blog; le risposte sono sempre generali e generiche, mai pertinenti ad una singola richiesta. Nelle piazze questa unidirezionalità è addirittura più marcata: Grillo vi svolge il ruolo di “one man show”, non solo senza contraddittorio (come avviene in tutti i comizi), non solo sostenuto ed esaltato dalla folla in tripudio (come sempre accade durante i discorsi di leader di fronte a folle plaudenti), ma rafforzato da violente azioni di censura, come quella accaduta qualche giorno fa, quando il leader del M5S ha letteralmente cacciato dalla piazza dello “Tsunami tour” il cameraman di Rai 3 (vedere qui).


Sul suo blog la spiegazione del rifiuto di recarsi in televisione è affidata ad un video (vedilo qui) di poco più di un minuto, in cui scorrono immagini di politici intervistati, mentre in sovraimpressione compare un breve testo che dice perentorio: “Ci sono due modi per fare campagna elettorale. Il primo serviti e riveriti nei salotti tv, magari con trasmissioni ‘cucite addosso’. Noi preferiamo il secondo: nelle piazze, tra la gente. Perché la politica è delle persone. Per questo il 24 e 25 febbraio votate per Voi MoVimento 5 stelle”. Il testo termina minaccioso così: “Ci vediamo in Parlamento, sarà un piacere”. Sul blog di Grillo il video è stato commentato, a tutt’oggi, da oltre 500 persone e ha ricevuto quasi 8 mila “mi piace”. I commenti (vedere qui) sono in massima parte di sostegno e condivisione della scelta di Grillo di non farsi intervistare; molti, pur dicendosi delusi e pur chiedendo spiegazioni al leader per questa decisione, dichiarano che comunque non gli toglieranno il voto; una ristretta minoranza protesta e annuncia di togliere il proprio sostegno. Ma a nessuno dei commentatori Grillo o Casaleggio si degnano di rispondere. I commentatori si accapigliano tra di loro, si offendono vicendevolmente, ma nessuno di loro ha ricevuto una risposta. Che democrazia sarebbe questa? Lasciare che il pubblico si scanni dietro ogni affermazione del leader, come se fosse un oracolo i cui vaticini vanno accettati così come sono, in modo da diffondere l’illusione di una partecipazione attiva? La democrazia “grillesca” ricorda le maggioranze “bulgare” dei regimi dell’Europa orientale, quando le più efferate decisioni dei dittatori che imperavano colà erano presentate come “la volontà delle masse”.

A destare più impressione, infine, è il linguaggio utilizzato in alcuni di questi commenti dai più infiammati fan di Grillo. Una certa “Agnese” ha postato queste parole, a difesa del rifiuto di Grillo di farsi intervistare: “la rivoluzione ci sarà. Se non il prossimo fine settimana, sarà tra un mese, o tra un anno, ma ci sarà. Come tutte le rivoluzioni si porterà dietro una coda di durezze, ricordiamoci del terrore in Francia, delle guardie della rivoluzione in Iran, delle riprogrammazioni in Cina. Ricordiamoci anche di Komarovsky (Pasternak) che faceva affari con lo zar prima e con i comunisti dopo. In poche parole: i vincitori portano con loro tutte le buone ragioni e sempre cercano vendetta sui vecchi tiranni ed i loro leccapiedi. I furbi galleggiano sempre e gli affari prosperano comunque. I ‘talebani’, in buona fede o no, rischiano sempre l'estremismo e spesso diventano più ingiusti di coloro che hanno spodestato. Dunque, se sarà rivoluzione, che sia pura, non lasciamo spazio ai cretini, ai furbi ed ai travestiti”.
Grillo Danton?...

Un commento davvero lugubre: per questa grillina dopo le elezioni, e dopo il prevedibile successo del M5S, dovrà essere scatenato il Terrore come nella Francia di Robespierre e Danton; gli stadi dovranno essere riempiti di oppositori da trucidare, come accadde in Iran dopo il 1979, o nell’Afghanistan dei talebani; i “leccapiedi” dovranno essere processati per direttissima, senza avere diritto alla difesa; la rivoluzione grillesca sarà crudele, ma ciò, secondo la commentatrice, è accettabile, perché essa porterà Giustizia, sarà levatrice di Verità, farà trionfare il Bene.

...o talebano?
A far da eco a queste parole proprio ieri sera, durante la trasmissione In onda diretta su La7 da Luca Telese e Nicola Porro, ho letto un tweet di un sostenitore di Grillo: la trasmissione era dedicata proprio al rifiuto di Grillo di andare su Sky (titolo: Grillo, ve la do io la tv!); ne discutevano, insieme ai due suddetti giornalisti, Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni, ospiti in studio. In particolare Ferrara si è scagliato contro Grillo, affermando che il leader del M5S non vuole comparire in tv perché sarebbe incapace di rispondere a domande sul suo fumoso e velleitario programma. Ebbene, un ascoltatore, evidentemente fan di Grillo, ha così commentato in uno dei tweet che scorrevano in basso durante la trasmissione: “la nostra presenza in Parlamento sarà una bomba! Che ci frega dei programmi?”.

Dopo le elezioni temo che il Parlamento risulterà frantumato, se non addirittura ingovernabile. Stando alle previsioni, potrebbe risultare diviso tra un 25-28% del centro-destra, un 35-38 % del centro-sinistra e un 15% circa dei “montiani” (vedi ad esempio qui uno degli ultimi sondaggi). In questa situazione, la presenza del MoVimento5Stelle potrebbe essere davvero una bomba politica, perché potrebbe ottenere tra il 15 e il 20% dei suffragi. Teniamo presente che ciascuna coalizione è ulteriormente frantumata al suo interno: ogni schieramento è formato almeno da 2-3 partiti o movimenti, non perfettamente allineati con le dichiarazioni dei leader circa le possibili future alleanze di governo. Come farà Bersani, dato per vincitore, a conciliare Vendola con Monti? E lo stesso Berlusconi, nell’ipotesi (speriamo solo fantasiosa) di una sua vittoria, come terrà insieme l’alleanza con una Lega che si è già pronunciata contro il condono tombale? A chi chiederà l’appoggio per governare?

L’ingovernabilità è insomma un esito possibile. Ma oltre a questo, dobbiamo temere anche la guerra civile? Stando alle sparate dei grillini più facinorosi si direbbe di sì. Certo, si tratta di affermazioni all’italiana, e si sa che gli italiani, quando si mettono in politica, sono spesso dei tromboni. Ma in passato sono stati proprio i tromboni a produrre le più spaventose catastrofi nazionali: tra 1922 e 1943 l’Italia ha avuto uno spaccone al governo, sostenuto, prima ancora che dagli agrari dell’Emilia-Romagna, da teste calde e tromboni come i fan di Grillo che ho citato sopra. Nel momento in cui andremo a votare, tra qualche giorno, sarà bene non sottovalutare il fenomeno del MoVimento5Stelle, e ricordarsi della democrazia unidirezionale di Grillo. Meglio avere oggi un po’ di sano timore per le “trombonate” sparate da certi leader e dai loro sostenitori, che trovarsi domani a pentirsi del proprio voto.