domenica 26 maggio 2013

L'Euro e la BCE truffano i cittadini?

Luca Capomagi è un mio ex studente. Oggi è laureando in Economia. Colpito dalle affermazioni demagogiche di chi afferma che la Banca Centrale Europea sarebbe una truffa inventata dal sistema finanziario per danneggiare gli Stati e i cittadini, mi ha inviato la lettera sottostante: un po’ per discutere della questione con il sottoscritto, un po’ per sfogarsi contro i complottisti. Con il suo consenso, ho deciso di pubblicare la lettera, mettendola a disposizione dei lettori del blog e suscitare, se non un dibattito, almeno una riflessione sulla nostra appartenenza alla UE. Credo sia importante, in questa congiuntura storica, informarsi bene sulla questione, poiché vi sono forze politiche che stanno ponendo al centro dei loro propositi l’uscita dall’Euro, o addirittura dall’Unione.

La lettera è molto lunga, perciò mi sono permesso di dividerla in due. La parte pubblicata oggi è la più complessa: si occupa delle problematiche collegate all’emissione dell’euro e si cimenta in una confutazione delle teorie cospirazioniste. Queste ultime sostengono, in particolare, che dietro l’emissione di “moneta a debito”, da parte della BCE, vi sarebbe un profitto non dichiarato, chiamato “signoraggio”, che sarebbe intascato impunemente dalla Banca Europea e dal sistema finanziario in genere. Luca cerca di dimostrare che queste convinzioni sono castelli campati in aria.
La seconda parte della lettera (che posterò tra qualche giorno) si occupa delle conseguenze che l’Italia potrebbe patire nel caso (malaugurato) di uscita dall’eurozona. Della questione mi ero occupato nel post del 23 agosto 2012.

Ringrazio Luca per aver accettato di pubblicare la sua missiva e lascio la parola ai lettori del blog. Buona lettura!



La lettera di Luca.
Prima parte: Signoraggio, moneta a debito, riserva frazionaria

L'Euro Tower di Francoforte sul Meno, sede
della Banca Centrale Europea
Proverò ad essere esauriente e a spiegare in modo semplice le fasi della creazione della moneta; poi mi soffermerò su cosa potrebbe accadere se uscissimo dall'Euro. Ci metterò di mezzo anche tre concetti tanto cari ai “signoraggisti” ed ai “complottisti”: SIGNORAGGIO, MONETA A DEBITO, RISERVA FRAZIONARIA, concetti reali ma diversi da come costoro ce li vogliono far apparire.

PREMESSA:
- La Banca Centrale (da ora BCE), PER STATUTO (vedilo qui) è l'unica a poter creare moneta e, sempre PER STATUTO, distribuisce gli utili agli Stati.
- Tutte le Banche Commerciali (da ora BComm) hanno un conto aperto presso la Banca Centrale Nazionale (Banca d'Italia), che rappresentano la RISERVA OBBLIGATORIA.
- La BCE agisce nel mercato SOLO attraverso le BComm, MAI direttamente.
 
Propaganda contro il signoraggio
COME I SIGNORAGGISTI CREDONO CHE SI CREI LA MONETA:
1) La BCE crea 100€ “dal nulla” ad un costo irrisorio (1€)
2) Ogni Stato dà alla BCE 100€ di Titoli
3) Alla scadenza del Titolo lo Stato paga alla BCE il 3% di interesse (3€) e riprende il Titolo.
TRUFFA! SCANDALO! La BCE ha guadagnato 102€! [100 – 1(costo di fabbricazione) + 3(interessi)]. Vogliamo la sovranità monetaria, cosi possiamo stampare tutto quello che vogliamo: il reddito di cittadinanza, l’annullamento del debito pubblico ed altro ancora!





Affermazioni, reperibili on line, di "signoraggisti"
IN REALTA' LA BCE NON PRESTA DENARO ALLO STATO!
VEDIAMO ALLORA COME SI CREA LA MONETA VERAMENTE:
CONCETTO BASE 1) La BComm usa PARTE dei depositi per concedere prestiti o fare investimenti (RISERVA FRAZIONATA). Riserva frazionata significa che di ogni deposito che il privato (o l'azienda) fa in banca, una parte viene conservata nei caveau della banca (è la RISERVA OBBLIGATORIA, ed è una percentuale non fissa, le cui oscillazioni fanno aumentare o diminuire l'offerta di moneta, cioè la quantità di moneta in circolazione), e la restante parte serve a concedere nuovi prestiti. Si può dire che così facendo la BComm crei moneta, ma in realtà la quantità di denaro reale esistente è sempre la stessa.

CONCETTO BASE 2) Se la BComm concede prestiti significa che il debitore (chi ha ricevuto il prestito) ha emesso un' OBBLIGAZIONE e che la BComm ha comprato tale titolo. Se a chiedere il prestito è lo Stato, l'obbligazione che questo emette si chiama TITOLO DI STATO.
[DOMANDA: quindi se io do 100€ alla banca, questa li presta a qualcun altro? E se io rivoglio i miei 100€? RISPOSTA: se paradossalmente tutti i correntisti andassero contemporaneamente in banca a prelevare i loro depositi (cosiddetta “corsa agli sportelli” o “bank run”), la banca non avrebbe denaro a sufficienza. Questa però è un avvenimento più unico che raro, teorizzato sì, ma che non è successo nemmeno a Cipro, o con lo scandalo Monte Paschi. A demotivare la corsa agli sportelli c'è poi il FITD (Fondo Interbancario Garanzia Depositi): il Fitd è supervisionato dalla Banca d'Italia ed è un consorzio istituito nel 1987 al quale tutte le banche italiane (a eccezione delle banche di credito cooperativo che hanno comunque una garanzia "gemella" come quella del Fitd) sono obbligate ad aderire assieme alle banche extracomunitarie che hanno filiali in Italia.].
 
Altri slogan di "signoraggisti"
Ma torniamo alla questione della creazione della moneta. Perché serve stampare moneta? Perché il correntista può chiedere alla banca soldi che questa non ha, perché la banca stessa ha investito o prestato la parte di depositi che non ha in riserva, perché crescono beni e servizi o, infine, perché cresce l'inflazione...
Ora entriamo nel vivo della questione.
Come dicevamo la situazione fin qui esposta considera una banca commerciale che ha in cassaforte un'obbligazione da 100€, facente capo o allo Stato o anche ad un'azienda privata. Se alla banca commerciale (BComm) servono, per i motivi visti sopra, 100€, li chiede alla BCE.

Come fa? Vediamo:
1) La BComm dà un titolo di pari importo (100€ appunto), come garanzia, alla BCE, la quale stampa l'equivalente.
2) Alla scadenza del titolo (l'obbligazione), la BCE lo riconsegna al debitore (a chi l'ha emesso), il quale riconsegna il nominale (100€) + gli INTERESSI (3€) [Nota bene: la banconota da 100€ che la BCE riceve indietro, la mette via per quando servirà ancora e restano in gioco i 3€ degli interessi].
3) La BCE, dunque, ha guadagnato 3€! Questo è effettivamente il SIGNORAGGIO. Quindi esiste, esulteranno i complottisti!
Certo, ma chi se lo intasca?
 
Noto "signoraggista" nostrano...
Sempre da STATUTO, la BCE non può conseguire utili. Quindi restituisce i 3€ allo Stato, il quale li userà in parte per pagare la gestione della BCE (pagare stipendi, strutture...); una parte di questo pagamento andrà a costituire la riserva della BCE, mentre la restante parte la BCE la trattiene ma la renderà allo Stato sotto forma di imposte.
Ecco SMONTATA LA TESI DEI SIGNORAGGISTI: essi definiscono il Signoraggio come differenza tra valore nominale e valore intrinseco della moneta stampata. Era così una volta, intorno al '400, quando il Signore, appunto, batteva moneta in metalli preziosi con valore nominale maggiore rispetto al valore intrinseco, svilendo così la moneta. Era un meccanismo più semplice, ed il Signore guadagnava effettivamente su questa differenza. Nella realtà attuale, né la BCE, né la BComm maturano un profitto.
 
Le principali Banche Centrali Nazionali (BCN)
che partecipano al capitale della BCE 
Veniamo adesso alla questione della MONETA A DEBITO. Per spiegare il concetto partiamo da queste domande: se i 3€ di interessi in realtà non esistono, perché si dice che il prestito di denaro alle BComm da parte della BCE ha generato un debito? Le BComm sono realmente in debito verso la BCE e questa assorbirebbe le loro risorse attraverso il prestito di Euro?

Se il sistema economico fosse nato in questo momento, e solo io in tutto il mondo avessi una banconota da 100€ e nessuno potesse stampare o coniare moneta, a chi mi chiedesse di prestargli la banconota di sicuro non potrei chiedere Euro come interessi; perciò alla scadenza del debito mi farei ridare i miei 100€ più, supponiamo, 3 pesche, o qualche altro bene esistente e che si possa scambiare.

Se invece il sistema fosse più evoluto ed io e Tizio avessimo banconote, Caio potrebbe chiedermi 100€ in prestito per piantare un nuovo albero di pesche e venderle poi a Tizio. Caio avrebbe la possibilità di restituirmi i 100€ + gli interessi (gli Euro che Tizio ha dato a Caio per comprare le pesche). Poi magari Tizio vende le pesche al mercato a Sempronio, il quale ha soldi anche lui, e li userà per comprare quel bene ecc. ecc...
In questo consiste la CIRCOLAZIONE DELLA MONETA, e la VELOCITA' con cui questa passa di mano in mano in un determinato periodo di tempo è un indice della salute dell'economia. All’inizio di questo percorso la moneta è stata chiesta in prestito, quindi vi è stato un debito.

Cosa significa MONETA A DEBITO?
Il concetto deriva semplicemente dalla partita doppia: non c’è nessun complotto dietro la questione. Vediamo contabilmente cosa succede:
La BCE, all’inizio del processo di circolazione della moneta, ha un titolo di 100€ datogli dalla Bcomm che le ha chiesto una banconota di pari valore. Nella partita doppia, la BCE registrerà: ATTIVO → Bot +100.
Poi dovrà stampare i 100€ richiestigli e darli alla Bcomm: è in questo istante che CREA MONETA e, facendolo, registrerà una PASSIVITA' di 100€, precisamente: PASSIVO → Deposito Bcomm +100.
A questo punto, la Bcomm ha i suoi 100€ (che non gli sono stati regalati ma PRESTATI a fronte di un'OBBLIGAZIONE), perciò nel suo bilancio registrerà un ATTIVO → Deposito c/o BCE +100. Poi li userà per darli al cliente che glieli aveva chiesti, quindi in bilancio registrerà: PASSIVO →Deposito cliente +100.

Di fronte a questa situazione, i SIGNORAGGISTI gridano al COMPLOTTO, perché:
1- La BCE percepisce il reddito da signoraggio (ma abbiamo spiegato sopra che in realtà non c’è alcun guadagno);
2- la Bcomm ha aumentato il deposito e quindi col meccanismo della riserva frazionaria può creare nuova moneta creditizia (in realtà la riserva frazionaria NON CREA MONETA: vedi sotto);
3- il privato ha solo incassato i 100€.

IN REALTA' essi non dicono cosa succede alla scadenza del titolo, quando titolo e soldi + interessi, che non sono nati dal nulla, fanno il percorso inverso. Nessun complotto; nessuna truffa. La BCE ha prestato denaro richiestole; la BComm ha pagato un interesse e ha fatto fruttare i soldi avuti in prestito; il singolo cliente può disporre di liquidità; la BCE utilizzerà gli interessi ricevuti per pagare il proprio servizio, per costituire la riserva, per pagare le tasse agli Stati. Come dicevo prima, non vi è alcun profitto camuffato.
 
Mario Draghi, attuale Presidente della BCE

ULTIMA QUESTIONE: PERCHÉ LA RISERVA FRAZIONARIA NON CREA MONETA.
I complottisti si sono inventati il nome di “signoraggio secondario” nei confronti della riserva frazionaria, ad anche qui è errata l'ipotesi da cui partono per dimostrare la truffa delle truffe, secondo la quale una banca può prestare fino a 50 euro per ogni euro raccolto, lucrando così sugli interessi.

L'errore sta nel moltiplicare erroneamente gli impieghi del denaro prestato. Vediamo in dettaglio dove sta l’errore.
Quando una banca raccoglie capitali dalla clientela è obbligata a trattenerne una parte (per fare i conti, supponiamo il 10%) sotto forma di riserva obbligatoria. A seconda della politica aziendale, la banca in questione può anche creare una riserva facoltativa, trattenendo un'altra parte del deposito. Il resto lo può prestare. I soldi prestati verranno presumibilmente spesi, andando ad incrementare il deposito di un terzo soggetto in un'altra banca, che a sua volta presta i soldi raccolti dopo avere, a sua volta, trattenuto una riserva ecc.



Ma c'è chi ignora tutto questo e pensa che le cose funzionino in altro modo.
La singola banca, pensano costoro, raccolti 100 euro in contanti e trattenuto il 10% sotto forma di riserva obbligatoria, ne presterebbe 90. Questi 90 vengono spesi ed andranno ad aumentare il deposito di un altro soggetto in un'altra banca. Ora in cassa di quella banca ci sono 90 euro e si immagina che la banca calcoli riserve del 10% e presti il resto (81 euro) e così via fino a quando la cifra da prestare, cioè quella in cassa, diventa zero.

Creiamo una tabella che raccolga i dati delle riserve e delle casse di tutte le banche esistenti:


Riserva
Cassa
Prestito 1
10
90
Prestito 2
9
81
Prestito 3
8,1
72,9
Totale
100
900

Da questi dati sembrerebbe che la singola banca presterebbe complessivamente 900 euro, ovvero 9 volte i 100 euro raccolti all'inizio: esulteranno ancora i nostri amici signoraggisti! E se la riserva obbligatoria fosse il minimo imposto dalla BCE, che oggi è del 2%, la banca creerebbe ben 50 volte la quantità di denaro depositato inizialmente!



Nella realtà non avviene nulla di tutto ciò. E' già possibile fare una prima precisazione: la fetta del prestito che di volta in volta va in riserva, diminuisce sempre di più la quantità di deposito che si può prestare, fino ad avere, appunto, i 100€ di deposito iniziale in riserva.

Ma allora se in riserva ci sono effettivamente i 100€, da dove vengono i 900€ che la banca ha in cassa? Per rispondere, aggiungiamo alla nostra tabella una colonna che chiameremo Depositi.
Avevamo detto prima che “i soldi prestati verranno presumibilmente spesi, andando ad incrementare il deposito di un terzo soggetto in un'altra banca”; quindi nella colonna “depositi” andremo a scrivere tutti i depositi di terzi presso tutte le banche esistenti.


Riserva
Cassa
Depositi
Prestito 1
10
90
100
Prestito 2
9
81
90
Prestito 3
8,1
72,9
81

Totale
100
900
1000

È questo il passaggio critico che gli amanti del signoraggio secondario non ammettono, ovvero che tutti i depositi, effettuati dai clienti nelle banche, sono di ben 1000€! Ed ora tutto torna, perché i 100€ sono in riserva, e sono esattamente il 10% di 1000, ovvero dei depositi effettuati successivamente.
I depositi però, per una banca, sono un DEBITO, perché quando il cliente deposita una somma in banca, il cliente è CREDITORE della banca!
Detto questo, ora la storia suona completamente diversa, e cioè: depositati 100€, la banca mette in circolazione 900€, ma contemporaneamente si indebita di 1000€!

Concludiamo con alcune considerazioni paradossali. Se i signoraggisti avessero ragione:
1- il credito bancario sarebbe quasi infinito e l'abbondanza di moneta renderebbe inutile l'esistenza della Banca Centrale.
2- gli impieghi delle banche dovrebbero superare, e di molto, la raccolta e la banca non chiuderebbe mai un bilancio in perdita. Incasserebbe inoltre interessi attivi su 90 euro a fronte di interessi passivi pagati su soli 10 euro, ottenendo sempre utili. Ma basta leggere il bilancio di una banca per capire che non è così.
3- se la riserva frazionaria non esistesse, ovvero se la riserva fosse il 100% dei depositi, la banca sarebbe solo una grande cassaforte e l'intero sistema finanziario moderno collasserebbe. Nessuno, compresi coloro che chiederebbero questo tipo di sistema, potrebbero ricevere un prestito, aprire una linea di credito, chiedere un mutuo, un leasing, un pagamento dilazionato, avere un bancomat o una carta di credito ecc...

Personalmente consiglio a chi non sopporta l'idea che la banca possa prestare il denaro che costui gli affida, anziché custodirlo gelosamente, di prendersi una bella cassetta di sicurezza e di mettere lì tutto quello che ha.

Questo sì che sarebbe uno smacco per chi lucra sul denaro altrui! (1-continua)


martedì 21 maggio 2013

Dalle folle fedeli alle folle compulsive


È cominciata l'era della "democrazia del pubblico"?


Proprio tre giorni fa Giovanni Belardelli sul Corriere della sera (si veda: La diffidenza per il leader, Corriere della sera,18/5/2013) ricordava il saggio del filosofo statunitense Bernard Manin intitolato Principi del governo rappresentativo, tradotto in italiano e pubblicato da Il Mulino nel 2010. Un libro molto utile per comprendere i cambiamenti della politica nell’epoca della fine delle ideologie e del trionfo dei social network. Proprio ieri, l’insurrezione contro la giornalista Milena Gabanelli, messa in atto dai lettori del blog di Grillo, sembra confermare la tesi di fondo di quel libro.
 
Il filosofo Bernard Manin
Manin sostiene che il crollo delle ideologie e la rivoluzione telematica hanno decretato la fine della democrazia rappresentativa basata sui partiti. I partiti cui si riferisce l’autore sono quelli di massa, dotati di un’organizzazione permanente e di un’identità ideologica ben definita e riconoscibile, organizzazioni sorte, com’è noto, tra XIX e XX secolo, e capaci di dominare la scena politica mondiale per tutto il Novecento. Ma lo stemperarsi delle identità ideologiche dopo il crollo del comunismo e la diffusione della tecnologia della comunicazione non solo hanno tolto spazio a queste organizzazioni, ma hanno fatto emergere, se non proprio affermare, una realtà nuova: la democrazia del pubblico. Mentre le masse organizzate nei partiti erano disciplinate e si identificavano con una fede ideologica, il pubblico odierno è anarchico, acefalo, privo di identità ideologica e soprattutto volubile. Alla fede si è sostituito il desiderio; alla convinzione ideale si è sostituita l’irrequietezza; alla rivoluzione il flash mob. La relazione verticale tra partito e seguace è sparita, è comparsa invece la relazione orizzontale-compulsiva, e il pubblico ora pretende di essere protagonista, di farsi notare, di emergere dalla folla almeno per un istante: il pubblico non accetta più di essere spettatore, ma vuole diventare attore del dibattito politico.
 
Un recente flash mob: manifestazione politica o spettacolo?

In realtà i partiti non scompariranno del tutto, secondo Manin, ma si trasformeranno in strutture leggere e temporanee, legate ad una congiuntura particolare o ad una tendenza del momento; ma soprattutto si riuniranno attorno ad un leader. La “personalizzazione della relazione di rappresentanza”, così la chiama l’autore, caratterizzerà sempre di più il rapporto tra elettori e politica e si frantumerà in tanti luoghi e in tanti percorsi quante saranno le occasioni di formazione di una leadership attorno ai problemi cruciali del momento.


Nell’epoca della democrazia del pubblico si può diventare leader in un’ora, basta trovare l’espressione giusta da collocare nel social network più seguito: i vecchi percorsi di formazione delle classi dirigenti dei partiti non hanno più alcuna capacità di selezione politica, né il pubblico sembra più fidarsi del “professionismo della politica”. Naturalmente il leader può essere abbandonato da un momento all’altro dai suoi temporanei sostenitori, non appena il vento dell’opinione in rete cambia direzione. Perciò è divenuto importante, per chi voglia vincere una contesa elettorale, puntare tutto sul proprio carisma, piuttosto che su un programma realizzabile: “per i candidati è razionale presentare le proprie qualità personali e la propria predisposizione a prendere buone decisioni piuttosto che legarsi le mani con promesse specifiche” (B. Manin, op. cit., p. 246). Se le folle del Novecento erano fideistiche e il loro consenso quasi inamovibile (specie in paesi come il nostro, dove l’identità ideologica è stata sempre fondamentale nella competizione politica), le folle del Web 2.0 sono tanto viscerali quanto scettiche, capaci di infiammarsi per una causa modestissima, ma anche prive di rispetto e di deferenza nei confronti di chiunque. Le folle telematiche si muovono sull’onda dello stimolo attuale, sono compulsive, impazienti, instabili; perciò anche insolenti e irriverenti. Nessun politico può pretendere di godere troppo a lungo del loro appoggio.
 
Milena Gabanelli, durante la trasmissione di
Report del 19 maggio
La vicenda della giornalista di Report, Milena Gabanelli, conferma questa diagnosi. Poche settimane fa il pubblico della rete “grillina” l’aveva eletta candidata al Quirinale, aveva visto in lei la vendicatrice del popolo offeso dalla casta, l’aveva definita “una di noi”. Ora, dopo la puntata di domenica sera di Report (dedicata alla scarsa trasparenza contabile e finanziaria del M5S: vedi qui), per i commentatori del blog di Grillo è divenuta la “traditrice”, l’ingrata “al servizio del Pd-Pdl” e, naturalmente, è stata  ricoperta di insulti pesantissimi (per la vicenda si veda ad  esempio repubblica.it). Come si usa fare oggi, grazie al trionfo della “nuova democrazia del vituperio”: insultare, irridere, ingiuriare, offendere. Internet offre un paravanto impenetrabile per i cittadini desiderosi di contribuire con le loro “pacate riflessioni” alle decisioni politiche; ma anche per strada non è impossibile, per un politico, imbattersi in novelli sanculotti pronti ad esprimere il loro “pensiero”: è capitato settimane or sono a Dario Franceschini (assalito e insultato da un gruppo di “cittadini arrabbiati” mentre cenava in un ristorante), e tre giorni fa a Mara Carfagna (avvicinata e insultata da alcuni individui mentre era in un supermercato).
 
Lo storico Giovanni Belardelli, editorialista
del Corriere della sera
Che il mondo stia andando verso la direzione indicata da Manin è possibile. Vero è che non si può più diffidare della leadership individuale, come ha giustamente osservato Belardelli nell’articolo del Corriere che ricordavo all’inizio. La sinistra negli ultimi vent’anni ha ritenuto che la figura di un leader forte fosse “qualcosa di destra, di inevitabilmente berlusconiano, e perciò da respingere” (G. Belardelli, art. cit.). In tal modo non solo rischia di perdere il consenso di un elettorato sempre più volubile, ma corre il pericolo di frantumarsi e di scomparire. Un buon leader invece è auspicabile: dovrebbe conquistare il favore dell’elettorato con le doti del proprio carisma, ma attorno a lui dovrebbero poi trovare stabilità alcune idee di fondo sulle quali erigere un programma credibile; un buon leader dovrebbe essere capace di trasformare la tendenza centrifuga delle folle compulsive in forza costruttiva e persistente, dovrebbe quindi saper educare quelle folle a credere nella continuità, nella solidità, nella durata di un progetto politico. I partiti potranno anche essere leggeri, in un futuro prossimo che ormai è alle porte; i leader dovranno forse essere carismatici, come Weber profetizzò già all’inizio del XX secolo; ma i governi, se vogliono davvero governare, dovranno durare.
Max Weber (1864-1920)

La persistenza e la perseveranza non è amata dal popolo del Web 2.0, questo lo sappiamo: è una comunità liquida, priva di ubi consistam. Il problema grave è costituito dal fatto che alcuni hanno fatto di questa liquidità un feticcio e l’hanno usata per fondare la propria fortuna politica, stimolando la rabbiosa volubilità del cittadino internet-dipendente, vellicandone la tetra volgarità, titillandone l’oscura ignoranza. Se questa è l’aurora italiana della democrazia dei pubblici, allora dobbiamo ammettere che ci aspettano anni difficili e perigliosi: forse sta per iniziare l’era del cesarismo, di cui scrisse Spengler all’alba del XX secolo. Ma il visionario filosofo tedesco scorgeva dopo essa il tramonto dell’Occidente: auguriamoci di non imboccare davvero quella strada, perché l’esultanza delle folle compulsive del Web ci impedirebbe di scorgere, nel tripudio generale, il baratro aperto di fronte a noi.

Oswald Spengler (1880-1936), autore del
discusso Il tramonto dell'Occidente (1918-1922)

lunedì 13 maggio 2013

Reddito di cittadinanza: l'esperienza tedesca ci può insegnare qualcosa?


Innovazione rivoluzionaria o demagogia?



Secondo l’Huffingtonpost dell’11 maggio, il “reddito di cittadinanza” erogato in Germania ai giovani disoccupati (un salario di inoccupazione, più il costo dell’alloggio: totale, circa 1000 euro mensili) avrebbe generato in quel paese almeno 7,3 milioni di precari, sottopagati, sotto tutelati, praticamente sfruttati come schiavi moderni (cfr. Guido Salerno, Reddito di cittadinanza, in Germania ha reso precari 7,5 milioni di lavoratori, Huffingtonpost, 11 maggio 2013). Perché? Perché grazie al reddito di cittadinanza, gli imprenditori possono assumere a tempo determinato giovani lavoratori pagando loro uno stipendio ridicolo, di circa 400 euro lordi al mese, e versando meno di 130 euro di contributi. Il reddito di cittadinanza in Germania, commenta Guido Salerno, autore dell’articolo, è un “Bengodi dei datori di lavoro che hanno a disposizione milioni di sudditi mantenuti con un’elemosima”. Se la disoccupazione in Germania è bassa si deve a questa situazione: milioni di giovani mantenuti dallo Stato (perciò neppure stimolati a cercare un’occupazione qualificata o a pretendere una formazione superiore), che si accontentano di essere sfruttati dalle aziende per un tozzo di pane. Tanto, alla fine dei conti, 1400-1500 euro, tra sussidio e lavoro malpagato, li portano a casa: perché ammattirsi per una sistemazione migliore?


L’autore conclude affermando che questo genere di riforme, se attuate in tutto il continente, produrrà la “cinesizzazione” dell’Europa: imprese che pagano male e versano pochissimi contributi, Stati che mantengono la plebe a carico di tutti i contribuenti. Se un giovane volesse trascorrere l’intera carriera lavorativa in questo modo (pagato circa 7 ore lorde all’ora), maturerebbe una pensione di 140 euro al mese e diventerebbe, da anziano, un povero assoluto. “Il reddito di cittadinanza – scrive Salerno - è un trucco. Chiamiamolo con il suo vero nome: elemosina per la sudditanza”. E la cosa più grave è che il popolo stesso la chiede: “l’ultima grande trovata è dar voce al popolo affinché chieda lui stesso di tornare alla servitù, per essere mantenuto appena con un’elemosina”.


 
Tito Boeri
Non ho conoscenze specifiche in materia di “reddito di cittadinanza”, ma so che in Europa sono molti i paesi ad avere adottato misure simili, se non proprio identiche. Poiché da noi questa idea non è stata ancora realizzata, dovremmo avere il vantaggio di osservare l’esperienza altrui per evitare errori grossolani o pericolosi salti nel buio. Non mi riferisco solo all’esperienza tedesca di cui dà notizia l’Huffingtonpost; mi riferisco anche a studi già effettuati sulla questione dagli economisti, prima ancora che Grillo ne fosse il banditore. Ad esempio, secondo lavoce.info di Tito Boeri, una cosa è il reddito di cittadinanza, un’altra è il reddito minimo garantito (cfr. Tito Boeri e Roberto Perotti, Reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito, in lavoce.info, 5 marzo 2013). Il primo, proposto a gran voce (anzi, urlato) da Grillo e dal suo movimento, è uno strumento universalistico e indifferenziato, che dovrebbe essere erogato ad ogni cittadino italiano maggiorenne. Ricco o povero che sia, proveniente da una famiglia di evasori o di onesti contribuenti non farebbe differenza: la cittadinanza gli darebbe diritto a percepirlo. Costo complessivo stimato da lavoce.info (calcolando circa 500 euro lordi a testa, somma ipotizzata in modo prudenziale, per i 50 milioni di italiani con più di 18 anni) circa 300 miliardi di euro, il 20 per cento del Pil. Chi dovrebbe pagare per un salasso simile?




Altra cosa, si diceva, sarebbe il reddito minimo garantito (RMG): questo, non il reddito di cittadinanza, sarebbe stato adottato, secondo lavoce.info, da 15 paesi della UE. Il RMG è uno strumento ugualmente universalistico, ma selettivo al tempo stesso: “nel senso che è basato su regole uguali per tutti […] che subordinano la concessione del sussidio ad accertamenti su reddito e patrimonio di chi lo domanda”. Il costo stimato da Boeri e Perotti per questo intervento si aggirerebbe tra gli 8 e i 10 miliardi di euro. Il RMG, concludono i due economisti, “andrebbe inizialmente introdotto a un livello abbastanza basso e poi incrementato anche come riconoscimento di un miglioramento nell’amministrazione dello strumento”.

Una cosa è certa: buttarsi alla cieca su formule nuove senza averne valutato le possibili conseguenze, accoglierle in modo entusiastico solo perché urlate nelle piazze o perché “lo vuole il popolo” non è una buona idea. Al solito, occorre distinguere tra demagogia ed evidenza delle cose, tra “principio del piacere” e “principio di realtà”. Confrontare, informarsi, studiare, prima di decidere, dovrebbe essere la regola, come insegnava decenni fa Luigi Einaudi: “conoscere per deliberare”. Oggi, invece, sembra essere un’altra la strada che amano percorrere molti italiani (e i loro rappresentanti politici): assecondare il ventre della nazione, accogliere ogni moda purché sia presentata (possibilmente insultando e berciando) come “anti”: anticasta, antipolitica, antiparlamento.



Rincorrere le proposte roboanti di leader nevrotici e frustrati può rivelarsi non solo pericoloso per la democrazia, ma anche un pessimo affare economico. Non dovremmo dimenticare che quei leader, lungi dall’essere “il nuovo che avanza”, non corrono nessun rischio se la nave Italia naufraga tra i flutti della tempesta economica. Hanno già guadagnato abbastanza con la loro attività politico-imprenditoriale, perciò possono far correre alla nazione il rischio di affondare, tanto loro rimarrebbero a galla comunque. I problemi sarebbero per gli altri, quelli che vivono esclusivamente del proprio lavoro e che, se fallisce la nazione, non avrebbero più alcuna fonte di reddito. Compresi quelli che hanno votato Grillo.


lunedì 6 maggio 2013

Conformismo e libertà. Attualità di Mill


Vecchie parole, odierne questioni. 
Attualità di Mill



“La tendenza generale del mondo è quella di fare della mediocrità la potenza dominante. […] Oggi gli individui si perdono nella folla. In politica è quasi una banalità dire che la pubblica opinione governa oggi il mondo. L’unico potere degno del nome è quello delle masse e di quei governi che si fanno organi delle tendenze e degli istinti delle masse. Ciò vale sia nelle relazioni morali e sociali della vita privata che nelle transazioni pubbliche. Quella che viene chiamata l’opinione pubblica non sempre è l’opinione del medesimo tipo di pubblico; […] ma si tratta pur sempre di una massa, ovvero della mediocrità collettiva. La cosa ancor più nuova, tuttavia, è che le masse oggi non ricevono più le loro opinioni dalle gerarchie ecclesiastiche e statali, da capi visibili o dai libri; le loro opinioni sono trasmesse da uomini molto simili a loro, i quali si rivolgono alle masse attraverso i giornali, e parlano in nome loro sull’onda del momento. Non mi lamento di tutto questo. Non affermo che il basso livello intellettuale dell’umanità richiederebbe, in generale, qualcosa di meglio; ma ciò non toglie che il governo della mediocrità sia un governo mediocre. […] Ora che le opinioni delle masse di semplici uomini medi sono diventate o stanno diventando il potere predominante, il contravveleno e il correttivo  a questa tendenza sarebbe l’individualità sempre più pronunciata di chi riesce a raggiungere le più alte vette del pensiero. È soprattutto in queste circostanze che gli individui dovrebbero esser incoraggiati ad agire diversamente dalle masse, anziché esserne dissuasi. […] Nella nostra epoca, il semplice esempio di anticonformismo, il mero rifiuto di piegarsi alla consuetudine è di per se stesso un servigio all’umanità.”
 
John Stuart Mill (1806-1873)
Chi scrive queste parole? Si potrebbe pensare a qualcuno che stia commentando l’incedere trionfale della banalità che circola in rete e che stia stigmatizzando il conformismo che la domina. Un uomo dei nostri tempi, quindi? Un giornalista, un intellettuale, un artista vivente? Niente affatto: è un uomo vissuto oltre 150 anni fa. Si tratta del filosofo inglese John Stuart Mill (1806-1873). Il brano che avete letto è tratto dall’opera On Liberty, pubblicata nel 1859 (Sulla libertà, tr. it. Roma, La Biblioteca di Libero, 2005, pp. 95-96). Secondo Mill, correre dietro al volere della pubblica opinione, cercare di assecondarla il più possibile, emarginare e persino ostracizzare le minoranze con il biasimo di massa diffuso dai mezzi di comunicazione, è un danno culturale e sociale di proporzioni colossali: l’umanità ne pagherà prima o poi a caro prezzo le conseguenze. Privare la civiltà della forza creativa dell’originalità e dell’individualità, in qualsiasi modo esse si esprimano, la indebolisce e la priva di vitalità: essa, prima o poi, “non resisterebbe al minimo scontro con qualsiasi cosa veramente viva e non vi sarebbe motivo che la civiltà non perisca, come è avvenuto nel caso dell’impero di Bisanzio” (op. cit., p. 93).



Seguiamo ancora l’argomentazione del filosofo:
“L’assimilazione va sempre crescendo: favorita da tutti i mutamenti politici di questo periodo, che tendono invariabilmente a innalzare chi sta in basso e viceversa. La favorisce ogni estensione dell’istruzione, poiché questa pone gli uomini sotto le stesse influenze e rende accessibili i medesimi fatti e i medesimi sentimenti. La promuove ogni progresso nei mezzi di comunicazione, mettendo a contatto personale gli abitanti di luoghi lontani, e incoraggiando rapidi e frequenti spostamenti di residenza da un posto all’altro. La favorisce l’espansione del commercio e dell’industria manifatturiera, diffondendo sempre più ampiamente gli agi della vita, e offrendo alla competizione generale anche i più elevati oggetti di ambizione; per cui il desiderio di elevarsi non appartiene più ad una classe privilegiata, ma a tutte le classi. Ma un fattore ancor più influente di tutti questi, nel produrre la generale somiglianza degli uomini, è il predominio, ormai consolidato, in Inghilterra come negli altri paesi liberi, della pubblica opinione sullo Stato. […] Non vi è più alcun potere indipendente nella società che, nel contrapporsi al predominio del numero, mostri interesse a prendere sotto la sua protezione opinioni e tendenze divergenti da quelle del grande pubblico. La combinazione di tutte queste cause dà corpo a una massa così grande di influenze ostili all’individualità, che non è facile immaginare come essa possa resistere. Incontrerà difficoltà sempre maggiori se non si riesce a farne comprendere il valore alla parte più intelligente del pubblico e a convincerla che la diversità è necessaria, anche se non sempre è migliore e talvolta può sembrare peggiore di ciò che è comunemente accettato. […] È solo resistendo fin dall’inizio che si possono sconfiggere gli abusi. La pretesa che tutti gli altri ci rassomiglino cresce quanto più la si nutre. Se si aspetta ad opporle resistenza fino a quando la vita non sarà quasi interamente ridotta ad un tipo uniforme, tutto ciò che si discosta da esso finirà con l’essere considerato empio, immorale, se non addirittura mostruoso e contro natura. Gli uomini diventano rapidamente incapaci di comprendere la diversità quando per qualche tempo si sono disassuefatti a vederla” (op. cit., pp. 103-104).

Il mondo attuale, proseguiva Mill, non si oppone al progresso “al contrario; ci lusinghiamo di essere le persone più progressive che siano mai esistite” (op. cit., p. 101). Non è il progresso il nemico della società di massa: è l’individualità, è ad essa che il mondo massificato “muove guerra” (ibidem). “Se riuscissimo a renderci tutti uguali penseremmo di aver fatto meraviglie, dimenticando che la differenza tra due persone è di solito il primo elemento che richiama l’attenzione di entrambe alla propria imperfezione e all’altrui superiorità, o alla possibilità di produrre qualcosa di migliore di entrambe combinando i meriti rispettivi” (ibidem). Progresso e libertà individuale, quindi, non è detto che camminino nella stessa direzione.


Che senso ha proporre oggi la riflessione su queste parole? Credo che ne abbia molto. I sistemi di comunicazione di massa che utilizziamo apparentemente ci rendono liberi: possiamo tenerci in contatto visivo con amici che abitano dall’altra parte del globo; possiamo operare da casa, grazie ad internet, per alcuni compiti che riguardano il nostro lavoro; possiamo accedere ad ogni tipo di informazione, o quasi, che sia raggiungibile dalla nostra postazione; possiamo interagire con altri, singoli o gruppi, per condividere esperienze, notizie, dati, contenuti e persino decisioni; possiamo, infine, influenzare chi ci governa attraverso i sistemi di comunicazione telematici. L'avanzata del Web 2.0 è stata impetuosa. È innegabile che ciò sia un progresso e che aumenti gli spazi di partecipazione e di opportunità per molte più persone rispetto a prima; è innegabile, infine, che questi sistemi possano amplificare la libertà del singolo e metterlo nelle condizioni di imprimere il suo segno sulle vicende sociali, culturali e politiche.
 
René Magritte, Golconda (1953)
Allo stesso tempo, però, questi stessi sistemi espongono l’individuo ad una potente e inarrestabile pressione: quella dell’opinione comune che tende ad assimilare, ad appiattire le differenze, a costruire miti da condividere, ad eliminare le differenze. In altre parole, lo espone ad una potente forza conformistica che ne schiaccia l’individualità. Non è facile resistere all’azione di questa forza, occorrono coraggio, intraprendenza, spirito critico, cultura, capacità di argomentare. Più aumenta la spinta conformistica, più essa si avvale di nuovi e più potenti mezzi, più diviene pervasiva e capace di condizionare persino le più minute scelte della vita quotidiana (come avviene per le mode comportamentali in voga in rete, che influenzano massicciamente i più giovani), e più diventa difficile resisterle, più è richiesto un salto di competenze e di conoscenze per farlo, un salto anche caratteriale, costituito da maggiore determinazione e da maggiore coraggio, al fine di mantenere una volontà libera e indipendente.


Eugenij Zamjatin (1884-1937)
“Formare un popolo tutto uguale”, come scriveva Mill, un popolo “i cui pensieri e le cui azioni sono guidati dalle stesse massime e norme” è l’obiettivo inseguito da oltre 150 anni dalla moderna opinione pubblica. Il suo dominio era già considerato un “giogo” pericoloso alla metà del XIX secolo, come attestano le parole di Mill. Oggi questo giogo sembra essersi ormai impossessato della mente della maggioranza degli abitanti del mondo. Di quanto spazio, ancora, può godere l’anticonformismo culturale? Quanto tempo ancora potrà sopravvivere l’opinione individuale, libera, indipendente, contro corrente? Siamo già entrati nel Brave New World della distopia di Huxley (1932)? O, peggio, la distopia che stiamo edificando assomiglia a quella dipinta nel romanzo di Eugenij Zamjatin, Noi (1921, tr. it. Milano, Feltrinelli, 1963), in cui si narra la vita di una società nella quale il libero arbitrio è considerato la causa della infelicità umana, e quindi è bandito e contrastato, curato e debellato come fosse una malattia infettiva? Stiamo già preparandoci un futuro di conformismo totalitario?



Aldous Huxley (1894-1963)