martedì 9 luglio 2013

Storie degli anni Settanta (1)

Frottole rosse
(La storia che segue, divisa in due puntate, è accaduta veramente.
Ho solo cambiato un paio di nomi)



Sarà stato ottobre, o forse novembre, del 1975. Avevo 16 anni e frequentavo la terza classe del Liceo scientifico della mia città.
Erano anni di forte ideologizzazione nelle scuole, anni in cui muovevano i primi passi i “parlamentini” disegnati dai Decreti Delegati: quegli Organi Collegiali che ancora esistono, sebbene oggi siano diventati rinsecchiti e burocratici organismi in cui spesso si celebra il nulla. Ma allora, nell’anno del loro primo apparire, sembravano un’invenzione rivoluzionaria, una novità che avrebbe portato, si diceva, la democrazia e la società dentro le vecchie strutture scolastiche. Le centrali della propaganda ideologica dell’epoca, ovvero i partiti, si mossero all’unisono per non lasciarsi sfuggire l’occasione di penetrare nei dibattiti e nelle riunioni che iniziarono a tenersi nelle aule di tutto il Paese.

Liceo Classico Parini (Milano), inizio anni Settanta
Grazie ai Decreti Delegati, infatti, si cominciò a officiare da quell’anno, nelle scuole di tutta Italia, un rito analogo a quello che si svolgeva nell’agone politico nazionale: lo scontro ideologico, condotto a colpi di antifascismo, di Costituzione, di “arco costituzionale” e così via. Lo scopo era vincere le elezioni per i pochi posti di rappresentante, dei genitori e degli studenti, negli Organi Collegiali. Tra questi il più ambito era il Consiglio d’Istituto, laddove, si diceva, si sarebbe decisa la “politica della scuola”. Perciò gruppi attivi di studenti e di genitori si riunivano, talvolta insieme, per mettere a punto le liste dei candidati e, soprattutto, per pensare e per scrivere i programmi “politici” con cui si presentavano i candidati. Nelle case dei genitori più impegnati fioccavano riunioni carbonare per comporre i programmi, scegliere i candidati, decidere il motto della lista. Le competizioni elettorali assomigliavano a quelle della politica nazionale, poiché veniva combattuta da liste contrapposte identificabili, in modo inequivocabile, grazie a precisi segnali ideologici: il riferimento ad una serie di parole-simbolo (libertà, democrazia, classe operaia, Costituzione, società, lavoro, antifascismo o anticomunismo…); oppure il richiamo a personaggi politici del passato più o meno recente (Gramsci, Nenni, De Gasperi, Togliatti, Papa Giovanni, Dossetti…); oppure ancora l’uso di motti espliciti (“immaginazione al potere”; “no alla scuola dei padroni”; “vietato vietare”…). Tutto questo armamentario di simboli, dicevo, serviva a dichiarare in quale luogo dello schieramento politico collocare la lista, se a destra, se al centro, se a sinistra. In genere tra le liste dei genitori vincevano quelle di centro, d’ispirazione parrocchiale-cattolica, e quelle di sinistra social-comuniste: i seggi erano spartiti tra questi due schieramenti, come accadeva, grosso modo, nel Parlamento nazionale. Tra le liste degli studenti, invece, vincevano (e a mani basse) quelle di sinistra: noi studenti eravamo tutti più o meno ideologizzati verso quella direzione. Forti, ma non abbastanza da riuscire a vincere, erano le liste ispirate al cattolicesimo moderato; del tutto minoritarie quelle di destra estrema, organizzate da gruppi di studenti che ruotavano attorno al Movimento sociale italiano. Queste ultime erano insignificanti dal punto di vista numerico, ma la loro esistenza era sufficiente a far credere, a noi studenti di sinistra, che fosse in atto un colpo di Stato neofascista.



Ritorniamo a quell’autunno del ’75. Ricordo benissimo, come fosse ieri, una riunione in casa mia tenutasi per la preparazione della lista di sinistra dei genitori. L’avevano convocata una signora molto combattiva (la chiameremo Maria), militante del Pci in un vicino paese della Vallesina, e mio padre, allora simpatizzante del Partito comunista, sebbene “critico” – come lui amava definirsi - nonché attivista sindacale. La signora Maria aveva anni di esperienza politica alle spalle, era stata anche amministratrice nel suo comune ed un suo parente era deputato in Parlamento. Tutta la sua famiglia, sebbene ricca, era nota per essere un clan “rosso” e per aver condotto epiche battaglie contro molti avversari politici in tante sedi: consigli regionali, provinciali e comunali, assemblee cittadine, riunioni di quartiere e persino di condominio. Averla dalla nostra parte era quasi una garanzia di successo. Gli altri genitori presenti erano più o meno prossimi all’area di sinistra: un signore che si proclamava “laico e repubblicano”; una professoressa (ma lì presente in qualità di madre) “seguace di Pannella”; un commerciante che si professava “ateo e progressista”; una signora, casalinga, che si presentò come “madre dalle vedute larghe e femminista”.
 
Fine anni Settanta: attivisti di Lotta continua
Alla riunione vi erano anche due studenti: una ragazzina che frequentava la prima classe del Liceo, occhialuta, bruttina, ma arrabbiatissima; ed io. La ragazza si era da poco avvicinata al gruppo denominato “Il Collettivo”, sorto da qualche mese dentro la scuola, che riuniva studenti di estrema sinistra: il gruppo aveva una sua piccola sede, leader noti nel nostro paesello, contatti con altri simili raggruppamenti nelle città vicine. In quegli anni formazioni come questa esistevano quasi in ogni angolo d’Italia, spesso erano costituite da poche decine di studenti. Questi, una volta diventati maggiorenni, di solito esprimevano il loro voto, in occasione delle elezioni politiche, per partiti rumorosi ma piccoli, così piccoli che i loro iscritti e simpatizzanti erano spregiativamente denominati, dalla sinistra ufficiale, “gruppettari”: il Partito di unità proletaria, Avanguardia operaia, Democrazia proletaria, Nuova sinistra unita e così via. Studenti come quelli del “Collettivo” erano, insomma, “gruppettari” che rappresentavano una spina nel fianco (sinistro) del Pci. Erano molto critici nei confronti dei leader comunisti, talvolta violentemente critici, poiché si ispiravano al marxismo rivoluzionario e al leninismo in modo esplicito, rifiutando la cosiddetta “svolta revisionista” operata dal Partito comunista italiano nel corso dei primi anni Settanta, sotto la guida di Berlinguer. Ricordo gli slogan contro il segretario del Pci che urlavamo alle manifestazioni studentesche organizzate da Lotta continua: “Berlinguer, sei come un ravanello, rosso fuori, bianco nel cervello!”. Gruppi come “Il Collettivo” erano considerati pericolosi anche per l’intesa che alcuni dei suoi membri coltivavano con quelle aree che le autorità ritenevano eversive. E che in seguito, purtroppo, tali si sarebbero rivelate.
 
Enrico Berlinguer (1922-1984): segretario
del Pci dal 1972
Anch’io mi ero fatalmente avvicinato al “Collettivo” e partecipavo alle sue riunioni, dove si parlava di politica, di rivoluzione, di società senza classi. Ho detto “fatalmente” perché, proprio in quell’anno, mi ero scoperto interessato alla politica e avevo cominciato a professarmi “marxista e basta”, senza altri aggettivi. Fatale, perciò, ovvero inevitabile, fu il mio incontro con quel gruppo che si professava rivoluzionario e quindi, ai miei occhi, marxista ortodosso. Politica, rivoluzione, marxismo… Naturalmente credevo di conoscere i significati di queste parole e, soprattutto, pensavo che in quel gruppo ne sapessero ancor di più. Perciò, curioso e affamato com’ero di informazioni e di protagonismo, presi a frequentarlo con l’ingenua fede del neofita, con la sprovveduta impazienza del principiante convinto di avere scoperto una verità, di aver visto una luce di cui gli adulti, conservatori “a prescindere”, non si erano mai accorti. E quella verità intendevo rivelare al mondo prima possibile, poiché il mondo, ne ero convinto, non vedeva l’ora di pendere dalle mie labbra.
Se quella verità si fosse affermata, pensavo, il mondo sarebbe stato più libero: chi rifiuterebbe di essere più libero, mi chiedevo? Tutti amano la libertà, tutti aspirano ad essa. Non mi sfiorava minimamente il dubbio che vi fosse qualche contraddizione tra il marxismo e la libertà, né che qualcuno fosse disposto ad uccidere per affermare la mia stessa verità. La nostra provincia pareva ancora lontana da certe manifestazioni di violenza, isola felice e protetta dal perbenismo, dalle mamme apprensive e dai papà progressisti. Neppure mi sfiorava il dubbio che per qualcuno potesse esistere qualcosa di più desiderabile della libertà; che per qualcuno fosse il potere, non la libertà, ad essere davvero seducente. E che per il potere si potesse deviare dalla verità, anzi che si potesse mentire. In quella riunione dell’ottobre 1975 l’avrei scoperto.
 
Il Manifesto di Marx-Engels in una
delle storiche edizioni degli Editori Riuniti
Pubblicazione di Stampa Alternativa
sul Sessantotto
Torniamo ad essa, quindi. La riunione aveva tutte le carte in regola per apparire, agli occhi di noi studentelli, come una cellula rivoluzionaria, simile a quelle di cui si parlava nei libri degli Editori Riuniti, tra i quali ve ne erano sulla storia del biennio rosso, dell’occupazione delle fabbriche, dei primi consigli di fabbrica. Oppure nei libri di Stampa alternativa dove si raccontavano le vicende del Mitico Sessantotto, che appariva ai nostri occhi come un modello, seppure fosse da tutti ritenuto un epos inimitabile… Ecco, nella mia fantasia eccitata da qualche letturina di propaganda, quella riunione, sebbene vi si dovessero decidere solo il programma della lista e i nomi dei candidati agli organi collegiali della scuola, appariva proprio come un soviet, come un raduno del maggio francese, come un incontro clandestino tra rivoluzionari. (1 – continua)

Opuscolo di Lotta continua dell'inizio
degli anni Settanta

mercoledì 3 luglio 2013

Democrazia e mondo islamico: piazza Tahrir contro Morsi

Egitto: cosa vuol dire democrazia per Morsi?

Piazza Tahrir nel 2011

Piazza Tahrir, di nuovo. In queste ore è scaduto in Egitto l’ultimatum che l’esercito ha imposto al presidente Morsi. Se domani scoppierà una guerra civile sarà perché il presidente, che è anche esponente importante dei Fratelli Musulmani, non avrà voluto cedere. “Sono pronto a difendere la democrazia anche con la vita”, ha dichiarato ieri sera Morsi alla televisione: un messaggio drammatico che fa presagire eventi sanguinosi.

Piazza Tahrir oggi
Che la primavera araba, salutata inizialmente come la rivoluzione che avrebbe saputo coniugare Islam e libertà, moschea e twitter, non si stava avviando verso una strada davvero democratica abbiamo già avuto modo di osservarlo in altre realtà: dalla Libia alla Tunisia, dalla Siria al Marocco, le sollevazioni popolari del 2011 non hanno ancora soddisfatto le aspettative di libertà e democrazia in cui l’Occidente aveva sperato. In particolare in Egitto, la deposizione di Mubarak, avvenuta nel febbraio di due anni fa, sembrò per un istante illudere l’Europa e gli Stati Uniti: libere elezioni, libera competizione elettorale, libertà di espressione anche per le opposizioni democratiche e laiche. Poi, le elezioni sancirono la vittoria di Morsi, candidato dei Fratelli Musulmani: un islamista al potere fu la doccia fredda che non ci si attendeva.
 
Il Presidente egiziano Mohamed Morsi durante il suo
recente, drammatico appello in tv
Ora il pallino del gioco è tornato nelle mani dell’esercito, da decenni baluardo della laicità in molti paesi islamici (ad esempio in Turchia, ma anche in Siria). Certo, l’esercito non promette né libertà né democrazia, ma, forse, una dittatura militare; magari temporanea, in attesa che le acque si plachino, che i primi provvedimenti governativi diano speranza alle plebi impoverite dalla crisi e dall’inerzia di Morsi: ma sarebbe pur sempre una dittatura. Non dimentichiamo che è Morsi il presidente democraticamente eletto, proprio colui che oggi, in piazza Tahrir, è contestato e rifiutato dalle folle.

La situazione egiziana ripropone un dilemma che puntualmente si ripresenta ad ogni sommovimento che attraverso il mondo islamico: il modello occidentale di democrazia è davvero attuabile in quel mondo? Sono conciliabili l’idea e la prassi della libertà e dell’esercizio del voto in regioni dove non è mai esistita una solida tradizione democratica? È possibile impiantare nell’Islam una radice di democrazia liberale occidentale? Sono dubbi legittimi, se si pensa che dall’Egitto alla Siria, dall’Iran al Pakistan le minoranze liberaldemocratiche, se vi sono, sono state sistematicamente intimorite o ridotte al silenzio; la partecipazione popolare ai cambiamenti è stata utilizzata per sostenere dittature aspre e sanguinarie; la religione è servita come giustificazione per fondare dispotici regimi teocratici. Dittature laiche e governi teocratici, infine, hanno spesso avuto in comune il tratto dell’antioccidentalismo. Se si eccettua la Turchia (dove, per altro, il governo di Erdogan ha compiuto una decisa sterzata in senso antiliberale), tutti gli altri paesi popolati da musulmani presentano, in maggiore o minore misura, questi caratteri.
 
I recenti scontri in piazza Tahrir hanno già
provocato molte vittime
In Occidente, in Europa soprattutto, siamo sempre pronti ad etichettare i cambiamenti che avvengono in queste regioni come democratici, solo perché sono riusciti a coinvolgere milioni di manifestanti. La primavera araba, sviluppatasi all’insegna di twitter, ha suscitato l’illusione che il mondo islamico si stesse democratizzando e che il potere taumaturgico della rete l’avrebbe definitivamente liberato da ogni forma di oppressione, religiosa, economica, militare. Nella realtà le cose sono andate in modo diversissimo: le rivoluzioni hanno scatenato odi e vendette (vedi per la Siria la vicenda che ho ricordato nel post del 14 giugno scorso); il voto a suffragio universale ha consegnato i governi a partiti poco o per niente liberali; i diritti civili sono continuamente calpestati non solo dai governi emersi dai tumulti, ma dalle stesse folle ubriacate dagli slogan e dalla violenza. Human Rights Watch ha denunciato un centinaio di stupri avvenuti in Egitto tra domenica e lunedì, violenze perpetrate da uomini comuni che hanno approfittato della confusione generale.

Che cosa vuol dire democrazia per popoli come quello egiziano o quello libico? Siamo sicuri che questo termine significhi, oltreché “potere del popolo”, quel che significa per noi occidentali, ovvero stato di diritto, rispetto dei diritti civili, tutela delle minoranze, accettazione della diversità, in qualsiasi forma essa si manifesti? Siamo sicuri che i valori democratici a cui oggi si appella Morsi non significhino piuttosto eliminazione di ogni opposizione minoritaria, in nome del “volere popolare”? Non sembri esagerata questa interpretazione: proprio oggi il Corriere della sera ci dà notizia che Mohamed al-Zawahiri, fratello del capo attuale di Al-Qaeda (Ayman al-Zawahiri) ha emesso una fatwa contro gli oppositori di Morsi, autorizzando così i suoi seguaci, i jihadisti salafiti, a combattere contro costoro con ogni mezzo. Come dire: gli oppositori e i critici del governo Morsi, poiché osano sfidare il voto popolare, avranno la morte.
 
Manifestante durante la
"primavera araba" del 2011
Non bastano né internet né il voto per trasformare in cultura politica occidentale una civiltà intrisa di fanatismo religioso, ancora ignara del valore dei diritti civili, insensibile al problema della libertà e all’esigenza della sua tutela. Due anni fa twitter ha illuso molti in occidente. Oggi costoro dovranno risvegliarsi dal sonno dogmatico: in Egitto, tra qualche ora, potremmo trovarci di fronte ad una macabra conta dei morti.

domenica 30 giugno 2013

Esame di Stato: i soliti vecchi problemi...

Un esame sempre più inefficace


È passato un anno e sono di nuovo alle prese con gli stessi problemi: l’inefficacia e l’inutilità dell’esame di Stato. L’anno scorso ho segnalato errori e inefficienze dell’esame finale della scuola media superiore, e a quei post rinvio chi fosse interessato (vedi post del 20/6/2012, del 27/6, del 29/6, dell'1/7 e del 5/7). Quest’anno, oltre a ribadire quegli argomenti, intendo mettere in luce un aspetto particolare delle prove cui sono sottoposti gli studenti: l’assoluta inservibilità del colloquio orale.



Com’è noto, si tratta della prova conclusiva dell’intero percorso dell’esame di Stato. Forse è anche quella più temuta dagli studenti, per varie ragioni. Innanzitutto perché il colloquio richiede (dovrei dire: richiederebbe) una vasta preparazione su nozioni e argomenti relativi a una decina di materie. In secondo luogo perché un colloquio, a differenza di un testo scritto, è rivelatore (ma anche in questo caso dovrei usare il condizionale) di aspetti della personalità e dell’intelligenza di chi parla che non sempre emergono dalla scrittura, tanto meno dalle prove scritte dell’esame di Stato. Infine, perché parlare di fronte a un tribunale di commissari, schierati dall’altra parte dei tavoli, mette sempre più in difficoltà i nostri giovani, abituati come sono a comunicare in modo indiretto, nascondendosi dietro i linguaggi stereotipati degli strumenti tecnologici e dei social media. Eppure, come spiegherò, i timori degli studenti sono spesso infondati, o perlomeno sproporzionati rispetto alla reale difficoltà della prova orale.

Perché dico questo? Per quattro buone ragioni. La prima: il tempo assegnato alla verifica della preparazione in ciascuna disciplina è irrisorio. La seconda: l’argomento a piacere scelto dal candidato, con cui il colloquio deve iniziare, è spesso un disinvolto volo pindarico sul nulla; di frequente, inoltre, è quasi interamente scaricato da internet. La terza: l’elefantiaca burocrazia che occorre seguire, per giustificare la conduzione del colloquio e motivare le valutazioni espresse, è una camicia di Nesso che rende impossibile una seria discussione sulla reale preparazione dei candidati. La quarta: le valutazioni espresse sono mediamente più elevate di quelle che ogni insegnante darebbe ai suoi studenti durante l’anno scolastico.


Il problema del tempo. La legge e la prassi hanno definito lo standard della durata del colloquio. Questo deve infatti svolgersi, come afferma l’Ordinanza ministeriale (O.M. n. 13 del 24 aprile 2013, art. 16), “in un’unica soluzione temporale” che deve comprendere tre fasi: l’inizio, “con un argomento o con la presentazione di esperienze di ricerca e di progetto, anche in forma multimediale, scelti dal candidato” (la prassi ha assegnato a questa fase circa 10 minuti); la prosecuzione, che “deve vertere su argomenti di interesse multidisciplinare”, coinvolgere “le diverse discipline” e riferirsi in modo “costante e rigoroso ai programmi e al lavoro didattico realizzato nella classe durante l’ultimo anno di corso” (ivi, art. 16, commi 2 e 3; la prassi ha assegnato a questa fase circa 35-40 minuti: è il colloquio vero e proprio, ovvero l’interrogazione sulle singole discipline); la conclusione che, “d’obbligo”, deve consistere nella “discussione degli elaborati delle prove scritte” (comma 2; la prassi ha assegnato a quest’ultima fase circa 10 minuti). Altri 5-10 minuti scarsi sono utilizzati dalla commissione per decidere la valutazione del colloquio, poiché la norma stabilisce che essa va definita “nello stesso giorno nel quale il colloquio viene espletato” (comma 9).

In tal modo l’interrogazione sulle singole discipline si riduce a circa 4 minuti a materia. Quale profondità può avere un simile colloquio? Che altro si potrà sondare, in pochi minuti, se non qualche magra nozioncina, strappata a fatica da studenti ai quali non si lascia nemmeno il tempo di controllare l’ansia? Provate ad ascoltare un esame orale: tra le interruzioni del commissario, che interviene per correggere gli strafalcioni più scandalosi, i silenzi dello studente che cerca la risposta nella sua memoria, le pressioni dei presidenti che, ansiosamente, tentano di far rispettare i tempi, sì e no il candidato riesce a proferire, in ciascuna disciplina, 200-300 parole, congiunzioni e pronomi compresi.

A questo esito siamo arrivati soprattutto a causa della prassi: la legge è vaga, ma la prassi è molto concreta. Non ho mai conosciuto commissioni d’esame disposte a interrogare per 2 ore ciascun candidato, al fine di rendere più convincente ed efficace la verifica. Lo standard dell’ora è più o meno diffuso in tutta la penisola, anche per ragioni pratiche: esso consente di esaminare 5 candidati al giorno (numero massimo previsto dalla norma: O.M. cit., art. 12, comma 10), di terminare entro il 18 luglio (come previsto dall’O.M.: art. 22, comma 6), di preservare le energie degli esaminatori che, nelle tre settimane di lavori d’esame, sgobbano davvero, affrontando talvolta giornate di 10-12 ore filate, come nei giorni dedicati alla correzioni delle prove scritte.
 
Esempio di "tesina": mi perdonerà il suo autore
per la citazione...
L’argomento a piacere. Volete sapere come si nobilita il nulla, gabellandolo per una seria e approfondita indagine scientifica? Ascoltate le cosiddette “tesine” dei candidati all’esame di Stato. Eccezion fatta per pochi apprezzabili casi, gli argomenti scelti dal candidato per l’avvio del colloquio sono generalmente velleitari e in qualche caso manifestano una certa supponenza, o, meglio, la pretesa di essere accolti dal mondo come una rivelazione. I pochi lavori meritevoli di attenzione sono, non a caso, i più semplici, o almeno quelli che nascono da interessi reali: una volta un candidato catturò l’attenzione della commissione spiegando, con chiarezza esemplare, le leggi fisiche che consentono di produrre bolle di sapone con una cannuccia e del fil di ferro, strumenti utilizzati dallo studente durante l’esposizione. In quasi tutti gli altri casi i lavori prodotti pescano nel bacino infinito degli stereotipi della cultura massificata, con il loro corredo di luoghi comuni: la mafia e le responsabilità della politica; la crisi dell’io e l’alienazione nella società industriale; lo sfruttamento dei paesi del Terzo Mondo e i crimini dell’occidente; le piaghe dell’alcolismo e del tabagismo e gli interessi delle multinazionali; i cambiamenti climatici e le colpe del mondo più ricco; il conformismo culturale e le responsabilità della televisione; internet e le sue mistiche potenzialità liberatorie… Insomma, un repertorio di buonismo, di retorica terzomondista (piuttosto datata, per la verità, ma sempre diffusa tra le giovani generazioni), di idee politically correct. Un’indagine seria su come questi lavori vengono preparati non è stata mai effettuata; ma sono convinto che, qualora venisse realizzata, rivelerebbe che almeno due terzi di essi sono scaricati da internet, divenuta ormai l’unica fonte di informazione per gli studenti. Raramente l’elaborazione delle cosiddette “tesine” prevede, a monte, la lettura integrale di un libro; la lettura di due libri, poi, è davvero un evento eccezionale.


L’insostenibile peso della burocrazia. L’intera vita della commissione d’esame è condizionata dall’ossessione dei verbali. L’Ordinanza ministeriale afferma che “la verbalizzazione deve descrivere sinteticamente ma fedelmente le attività della commissione e chiarire le ragioni per le quali si perviene a determinate conclusioni, in modo che il lavoro di ciascuna commissione possa risultare trasparente in tutte le sue fasi e nella sua interezza e che le deliberazioni adottate siano pienamente e congruamente motivate” (art. 20, comma 2). Il timore di incappare in una contestazione o in un ricorso ha reso questa attività eccessivamente complessa, anche se il contenuto dei verbali è ormai in formato elettronico e, dall’anno scorso, è disponibile persino on line. Ma l’informatizzazione non ha tolto alle procedure burocratiche il loro peso: quasi trenta verbali da compilare, per un totale di circa 40-50 pagine, a seconda dei casi e degli imprevisti; ad essi sono allegati tabelle, griglie e schede in quantità industriale. L’attenzione dei segretari e dei presidenti persino per le virgole contenute nei verbali, al fine di non lasciare nulla di incompleto e di immotivato, sembra quasi paranoica. Dio non voglia, poi, che vi siano discordie tra i commissari nel momento dell’attribuzione dei voti, perché in questo caso le valutazioni alternative dovrebbero avere il loro corredo di “motivate argomentazioni”. In tal modo gran parte del tempo e delle energie vengono risucchiate dall’attività della verbalizzazione, anziché da una distesa discussione sui risultati delle prove.



Esempio di "griglia di valutazione"
Le valutazioni. Il sacrosanto principio della trasparenza ha finito per partorire il mostro della burocrazia bizantina, osservabile soprattutto nel materiale utilizzato per la valutazione delle prove. Questo materiale è il prodotto di un lavorio intenso di “sottobosco”, condotto negli anni dagli insegnanti di tutte le scuole, attraverso il quale sono state create griglie di valutazione, indicatori, punteggi grezzi, pesi e contrappesi, per rendere rapida, oggettiva e, quindi, incontestabile la valutazione delle singole prove. Va da sé che uno degli aspetti fondamentali di tali strutture “docimologiche” consiste nell’essere “favorevole al candidato”; sicché, la sufficienza non corrisponde al 60% del punteggio disponibile, ma in genere al 50%, al fine di ottemperare a quanto previsto dalla norma: “La commissione d'esame dispone di 30 punti per la valutazione del colloquio. Al colloquio giudicato sufficiente non può essere attribuito un punteggio inferiore a 20” (O.M. cit., art. 16, comma 8). Se vigesse una proporzionalità diretta rispetto alla scala dei voti in decimi, la sufficienza dovrebbe essere 18/30… Stessa cosa, naturalmente, accade per le prove scritte valutate in quindicesimi: a una prova giudicata sufficiente “non può essere attribuito un punteggio inferiore a 10” (art. 15, comma 5). Anche in questo caso, se si fosse considerata una proporzione diretta rispetto ai voti in decimi, la sufficienza sarebbe stata 9/15… A questo elemento di favore nei confronti del candidato, si aggiunge spesso, nella valutazione del colloquio, un atteggiamento di indulgenza che sembra confermare quanto denunciai lo scorso anno: l’esame tende a ratificare i risultati degli scrutini di ammissione, perciò di fronte ad un orale poco sicuro e poco brillante condotto da uno studente che ha percorso l’intero quinquennio con serietà, impegno e buoni risultati, è ovvio che i commissari interni spingano per una valutazione “comprensiva”, mentre gli esterni (spesso ma non sempre) evitano di mettersi di traverso.



Lo scorso anno sostenni una “micro-campagna” per l’abolizione dell’esame di Stato (di questo esame, effettuato con le attuali modalità e con il consueto atteggiamento di indulgenza); quest’anno non solo ribadisco l’opinione, ma propongo che si compia un piccolo passo verso quella direzione: l’abolizione, almeno, del colloquio orale. Se è vero, come qualcuno sostiene, che tutto l’esame di Stato avrebbe un valore simbolico-iniziatico, e che per tanto dovrebbe essere mantenuto anche se inefficace, allora non dovremmo attribuire punteggi, dovremmo abolire la burocrazia, dovremmo svolgere l’intero percorso in un paio di giorni. Ma se l’esame deve restare con l’attuale valore di legge e con le attuali caratteristiche, allora, almeno, dovremmo semplificarne la struttura. E la prima semplificazione possibile consiste appunto nell’eliminazione dell’inutile colloquio orale. A meno che non lo si voglia trasformare in una seria, rigorosa, selettiva prova finale: ma è questo che vogliono gli italiani?


giovedì 20 giugno 2013

Lo showdown nel M5S

Siamo all’agonia del movimento?




Chiedo preventivamente scusa ai miei affezionati lettori: non si dovrebbe mai proclamare “l’avevo detto!”, perché suona presuntuoso. Ma stavolta mi scappa proprio di dirlo: l’avevo scritto nel post del 26 febbraio (Le elezioni del 24 febbraio. Errori e populismi) e in quello del 10 marzo (Grillo e il M5S: cosa vogliono davvero?). Avevo scritto che il M5S andava incontro a dissensi interni e a gravi spaccature, a causa del suo arrogante rifiuto di allearsi con altri partiti per governare; e, in secondo luogo, avevo scritto che il problema di questo movimento era costituito da Grillo, non dall’inesperienza dei deputati. Anzi, ho invitato più volte i neoeletti e la base dei Cinquestelle a ribellarsi al loro incontinente e autoritario leader, a liberarsi della zavorra costituita dalla sua inconcludente violenza verbale. Ora sembra che le mie previsioni fossero azzeccate.
L'ex senatrice 5Stelle Adele Gambaro

Dico questo (con malcelato orgoglio, lo riconosco), perché non solo i giornalisti lo scrivono finalmente in modo aperto, ma anche la senatrice Gambaro, da poche ore espulsa dal M5S, l’ha affermato esplicitamente nella sua coraggiosa e sciagurata intervista rilasciata a Sky24, dopo la sconfitta alle elezioni amministrative: “Stiamo pagando i toni di Beppe Grillo, dei post del suo blog. […] il problema del Movimento è Grillo” (cfr. sky.it). In realtà, Tersite è stato facile profeta: i segnali provenienti dai pentastellati parlavano da soli. Per il futuro prossimo è invece più difficile esprimersi.

L'intervista della sen. Gambaro a Sky24

L'on. Paola Pinna intervistata da Piazzapulita
Non so, al momento attuale, come finirà la bagarre interna al movimento. Per ora, si sa che il voto on line della base 5Stelle si è espresso con il 65% a favore dell’espulsione della Gambaro (vedere Corriere.it), e ciò è un segnale ulteriore di divisione. Non sappiamo come finirà il caso dell’altra deputata temeraria, Paola Pinna, la quale, in un’intervista rilasciata alla Stampa il 18 giugno (e ribadita in tv, a Piazzapulita), ha affermato che il clima creato nel M5S dai metodi di Grillo e dei suoi fedelissimi è da “psicopolizia”: “Se non sei d’accordo dicono che è per soldi o perché sei del Pd: ti delegittimano” (cfr. Corriere.it). Non sappiamo, infine, se questi dissensi interni condurranno davvero ad una spaccatura del movimento, anche se, su tutti questi avvenimenti, sia i deputati sia la rete sono già profondamente divisi. In ogni caso, e a costo di ripetermi, fin da ora traggo alcune inevitabili conclusioni dai quattro mesi di esperienza parlamentare del partito di Grillo.


Innanzitutto sembra fallito il progetto di rendere la politica del tutto trasparente utilizzando la rete: il mito dello streaming si è rivelato un buon argomento di propaganda, ma quasi impossibile da utilizzare nelle modalità urlate da Grillo, ovvero universalmente, sempre e ovunque in ogni sede politico-istituzionale. La politica ha aspetti che non possono, per loro natura, essere sottoposti alla visione diretta del pubblico, pena il verificarsi di quello che io chiamo “effetto Grande Fratello” (mi riferisco all’orrido reality show andato in onda per anni sulle reti Mediaset): ovvero la distorsione della realtà, l’insincerità degli atteggiamenti, la falsità delle affermazioni vendute come verità e come realtà oggettiva. Sotto i riflettori e davanti ad una telecamera ogni politico reciterebbe un ruolo a beneficio del proprio consenso, a svantaggio della franchezza e dell’onestà. Ancor più persuasivo è il fatto che la maggioranza dei deputati (l’altro ieri), e Grillo stesso (in occasione dei suoi incontri con i gruppi parlamentari), scelgano sistematicamente di non usare lo streaming quando si tratta di rendere trasparenti le loro decisioni: prova evidente della debolezza della proposta e dell’infondatezza dei suoi presupposti. La rete non è francescana, né anticapitalista (come asserito da Grillo-Casaleggio nel libro Siamo in guerra); l’espulsione via web della Gambaro, avvenuta senza dare a questa alcuna possibilità di difesa, come ricorda Federico Mello sull’Huffington Post, ha ucciso “la libertà di critica che muore sotto gli applausi scroscianti della Rete” (F. Mello, Così muore la libertà, sotto gli applausi scroscianti della Rete, Huffington Post, 19/6/2013). Non è vero che in rete “uno vale uno”: Grillo e Casaleggio “valgono” più degli altri utenti, “sono più uguali degli altri”, per usare la nota espressione orwelliana.


In secondo luogo si è infranto il proposito di fare del M5S la testa d’ariete che avrebbe sfondato il muro di cinta della politica, cambiando radicalmente il rapporto tra istituzioni e cittadini. Il movimento si è infatti chiuso a riccio su se stesso, geloso della propria presunta diversità e della propria presunta purezza, ritenute ben più importanti delle riforme di cui l’Italia ha bisogno. Di qui l’attenzione maniacale per la rendicontazione delle spese, la polemica sulle diarie, l’attesa spasmodica per il “Restitution day”, fissato per il 16 giugno e per ora saltato e non più celebrato, il rifiuto categorico a mescolarsi con “gli altri” (i partiti, i giornali, le televisioni), la fiducia esclusiva nel “popolo della rete”, il controllo poliziesco sulle affermazioni dei deputati, puntualmente censurati (e soggetti a procedura di espulsione) se si azzardano a criticare il Grillo-pensiero.


In terzo luogo, conseguenza di questo stato di cose, non si è mai risolto il problema della democrazia interna al movimento, anzi, la questione non è mai stata percepita come meritevole di attenzione da parte del leader. Tutta l’organizzazione del M5S, infatti, si basa su una delega in bianco sottoscritta dai candidati, al momento della loro affiliazione, a favore della coppia Grillo-Casaleggio. Il che significa compattezza attorno ai capi e rifiuto di qualsiasi dialettica interna, poiché i grillini, con quell’atto di sottomissione, hanno accettato la “visione del mondo” di Grillo, rinunciando alla propria libertà di opinione. Come ricorderanno i lettori più attenti, che il programma del M5S non fosse proprio un programma, ma appunto una metafisica “visione del mondo”, che si sarebbe dovuta precisare in seguito, lo dichiarò lo stesso Grillo nella famosa intervista rilasciata a Time nel marzo 2013 (di cui mi sono occupato nel post del 10.3): “Lo stiamo ancora discutendo. […] Dateci tempo. […] Non è un piano politico. È una visione del mondo”, rispose il comico al giornalista che gli chiedeva di illustrare i punti del programma con cui M5S si era da poco presentato alle elezioni. Gli affiliati, quindi, non hanno sottoscritto un programma, ma appunto un’ ideale, uno scopo spirituale, una fede che solo Grillo è autorizzato a declinare in proposte operative. Le stesse procedure di espulsione, presentate come l’alfa e l’omega della democrazia diretta solo perché avvengono on line, sono in realtà partecipate da poche migliaia di persone (cfr. ancora Corriere.it o Repubblica.it: per il caso Gambaro hanno votato 19700 persone su oltre 48000 aventi diritto, meno della metà; a favore dell’espulsione si sono espressi in 13000: nemmeno l’immaginazione di un sessantottino potrebbe definire costoro “il popolo del web”!).


In quarto ed ultimo luogo, congelando i propri voti e rendendoli indisponibili per qualsiasi politica, Grillo ha impedito alla propria creatura di incidere sulle scelte, di spingere per il cambiamento, di proporre traguardi riformatori all’altezza delle promesse fatte durante la campagna elettorale.


L’esperienza grillina, insomma, potrebbe avere imboccato il viale del tramonto. Se dovesse finire del tutto, di essa rimarrebbe poco di positivo (nel senso di propositivo, affermativo, favorevole); resterebbe invece molto di negativo (nel senso di opposto, avverso, ostile): la rabbia di milioni di italiani scontenti della politica, le urla catastrofiste di Grillo, le brutte figure di alcuni parlamentari, l’autoreferenzialità del movimento, le assonanze della sua ideologia con quelle totalitarie. Il mito della democrazia diretta svanirebbe tanto rapidamente quanto frettolosamente è stato accettato da un quarto dell’elettorato italiano. Il dispotismo di un leader bilioso, risentito contro i mass media e contro l’establishment, avrebbe ucciso nella culla il suo stesso figlio. Domani, se il M5S scomparirà, sarà un po’ più difficile parlare di rinnovamento della politica: di fronte a certe sparate propagandiste è possibile che gli italiani diventino un po’ più diffidenti verso chi propone “il nuovo”. È possibile, cioè, che si diffonda un sentire politico più conservatore. E se questo sarà l’esito della breve esperienza grillina, non possiamo dichiararci soddisfatti: perché proprio il nuovo serve oggi all’Italia, un nuovo che sia giovane, forte, ottimista, credibile. Ma soprattutto realistico.


venerdì 14 giugno 2013

La guerra civile in Siria e i social media

L’orrore servito su Youtube




Lascio ancora una volta le beghe politiche italiane, e in particolare la telenovela dei deputati M5S e dei burrascosi rapporti con il loro leader, per dedicarmi alle più gravi questioni internazionali di queste ultime settimane. Tornerò in post futuri sulla “grilleide”.


Qui mi occupo di nuovo della Siria (ho già scritto un post sulla questione il 29 dicembre scorso), perché quello sventurato paese sta diventando un banco di macelleria, per parafrasare il giudizio di Hegel sulla storia contemporanea. Il Time del 27 maggio scorso ha dedicato un servizio alla questione, titolando in copertina Syria’s descent into madness. Il resoconto, scritto da Aryn Baker e corredato da raccapriccianti fotografie, lascia letteralmente allibiti: entrambi i lati della guerra civile, in corso da due anni (guerra che, non dimentichiamo, ha già mietuto 90 mila vite umane), sono piombati, spiega l’autore, nelle “profondità di una nuova depravazione” che viene accuratamente documentata dai carnefici per essere postata su Youtube, ad uso di milioni di persone in tutto il mondo.
 
Khalid al-Hamad (a sinistra, con il lanciarazzi in spalla)
Il servizio della rivista americana racconta, in particolare, la storia di Khalid al-Hamad, nome di battaglia Abu Sakkar, comandante di una delle brigate di ribelli che si oppongono al regime di Assad. Ebbene, costui di recente ha girato un video, tra i tanti cruenti che ha già reso pubblici, in cui lo si vede impugnare un coltello mentre si sta chinando sul corpo di un soldato morto. C’è un buco nel petto del soldato; dal buco Abu Sakkar estrae dapprima quel che sembra essere il cuore dell’uomo e lo appoggia su un piatto, poi strappa dalla cavità quel che sembra essere un polmone. Dopo aver scavato ancora per qualche secondo nella carne del cadavere, alza il viso verso la videocamera, tenendo un organo in ciascuna mano e dice: “Giuro che vi mangeremo i cuori e i fegati, cani di Bashar!”. La truculenta minaccia è rivolta ai sostenitori del Presidente Bashar al-Assad, contro il quale i ribelli sono insorti. Tutto intorno alla scena una piccola folla grida “Allah akbar!” (“Allah è grande”). Poi Abu Sakkar porta uno dei due organi sanguinolenti alle labbra e inizia a strappare pezzi di carne con i denti.
 
Una sequenza del film postato su Youtube
Combattenti dell'Fsa ad Aleppo

Il video è stato postato il 12 maggio su Youtube dai sostenitori di Assad per dimostrare che i ribelli sono teppisti e terroristi; il suo contenuto è stato anche condannato dall’Fsa (Free Syrian Army), una delle principali forze antigovernative: i comandanti di questo esercito ribelle hanno affermato che cercheranno Abu Sakkar e che lo processeranno. Ma nel frattempo “il video è stato accolto con giubilo trionfante da molti simpatizzanti dei ribelli, i quali hanno esaltato al-Hamad perché risponde con atrocità alle atrocità del regime”. Un fan ha postato su Facebook un commento che ha avuto poi un’ampia circolazione: “Abu Sakkar, possa tu essere benedetto da Dio, e che ti dia la forza”. Un altro ha scritto: “Ciò che hai fatto è la vendetta nei confronti dei fratelli uccisi”. Su Facebook gli attivisti della ribellione anti-Assad hanno cambiato in massa il loro stato, nel quale tuttora si può leggere, accanto al link del video, “Abu Sakkar, il mangiatore di cuori dei Shabiha, mi rappresenta” (Shabiha è il termine spregiativo per indicare i teppisti leali al regime).

Al-Hamad e i suoi seguaci, combattenti o meno, non mostrano vergogna né pentimento per aver compiuto o difeso simili atroci comportamenti. Non si sentono in colpa neppure di fronte alla religione islamica che, pure, condanna il cannibalismo. Essi affermano che la violenza, anche la più efferata e raccapricciante, è solo una reazione ai crimini commessi dal regime, una vendetta, insomma, provocata dalle atrocità compiute dal governo e dai suoi sostenitori in questi due anni di guerra civile. “Voi – ha dichiarato al-Hamad a Time che l’ha intervistato tramite Skype – non avete visto ciò che noi abbiamo visto, non avete vissuto quel che noi abbiamo vissuto”. Nessuno, hanno affermato su internet molti suoi sostenitori, ha il diritto di parlare e di criticare se non ha vissuto lo strazio che Assad ha inflitto alla sua stessa popolazione.
 
Bashar al-Assad, il dittatore siriano
In effetti, il regime ha commesso crimini anche più gravi di quello commesso da al-Hamad. Ha sparato su folle inermi che manifestavano; ha raso al suolo interi villaggi, perché ritenuti rifugi di “terroristi e ribelli”, e bruciato i corpi degli abitanti dopo averne accatastato i cadaveri; ha torturato, seviziato, stuprato centinaia di individui solo perché sospettati di essere semplici oppositori del regime; ha utilizzato milizie irregolari formate da teppisti che hanno seminato il terrore in ogni città, in ogni quartiere. Nel 2011 destò orrore in tutto il mondo la storia del tredicenne Hamza Alì al-Khateeb, torturato fino alla morte dalle soldataglie di Assad (vedi, ad esempio, la notizia sul Daily Mail on line). Oggi le Nazioni Unite stanno raccogliendo prove relative all’uso di armi batteriologiche o chimiche contro la popolazione civile. Rapporti dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani affermano che i morti di questi terrificanti 24 mesi di conflitto potrebbero essere molti di più dei 93 mila finora censiti (vedi United Nations Uman Rights, Office of the High Commissioner).
 
La Brigata Omar al-Farook, comandata
da al-Hamad
Le atrocità commesse da ambo le parti scoraggiano gli interventi dell’Occidente: la Casa Bianca, che proprio in queste ore sta decidendo se fornire armi ai ribelli, è stata molto titubante finora, perché sapeva che gli aiuti militari potevano finire nelle mani di personaggi come al-Hamad. Del resto non è facile districarsi nel ginepraio delle forze siriane ribelli: accanto all’FSA, apparentemente più affidabile, sappiamo che vi è anche il Fronte al-Nusra, gruppo terroristico affiliato ad al-Qaeda; infine vi sono i gruppi autonomi come quello comandato da al-Hamad, ovvero la Brigata Omar al-Farooq: gruppi che nominalmente dovrebbero riconoscersi nella coalizione di forze dell’Fsa, ma non sempre questa alleanza condivide l’operato di tutte fazioni, pur riconoscendone l’utilità, in una lotta senza quartiere com’è la guerra civile siriana.
 
Città devastate in Siria
Ma in questo guazzabuglio di sigle, di gruppi, di orrore e di sangue, il nuovo protagonista è diventato internet. “Se la Primavera Araba – commenta il Time – ha dato al mondo la sua prima rivoluzione accompagnata da Facebook, la Siria sta partorendo la prima guerra con Youtube”. Se in Egitto e in Tunisia i social network servirono a diffondere le parole d’ordine della rivolta e a riprendere le immagini delle manifestazioni pacifiche, oggi in Siria i social media servono a diffondere una perversa propaganda fatta di atrocità, di orrore, di morte. Le due parti sembrano competere nel postare video più raccapriccianti di quelli del nemico, sia per dimostrarne l’immoralità, sia per terrorizzarlo con l’esibizione delle azioni di vendetta: “occhio per occhio, dente per dente”. I combattenti delle opposte formazioni hanno preso alla lettera il precetto religioso.


Si potrebbe candidamente osservare che basterebbe un po’ più di rigore censorio, da parte degli amministratori di Youtube, per evitare la rincorsa alla pubblicazione degli orrori. Ma non è così, sarebbe un’osservazione ingenua e irrealistica. Intervistati da Time, i responsabili di Google, attuale compagnia proprietaria di Youtube, sono stati chiarissimi: anche possedendo una definizione di “filmato inappropriato”, definizione che non esiste, sarebbe impossibile controllare il flusso dei video riversati in rete tramite questo social media: ogni minuto vengono postati su Youtube 72 ore di filmati, troppo per effettuare controlli di tipo “morale” del contenuto. Ma non è solo questo il problema, poiché volendo si potrebbe trovare ad esso una soluzione tecnologica. Il vero problema è che la politica di chi gestisce Youtube è contraria a qualsiasi tipo di limitazione, eccezion fatta per la violazione del diritto d’autore. Un portavoce della compagnia (che non vuole essere nominato) ha dichiarato a Time che Youtube funziona come una piattaforma globale di notizie e di informazione giornalistica. Sono gli individui comuni in tutto il mondo, afferma il portavoce, ad essere i giornalisti: essi denunciano gli abusi dei regimi, documentano violenze delle zone di guerra, informano sui disastri naturali… Impossibile porre limiti a questa funzione, oltre l’inutile indicazione “vietato ai minori”: ogni altra barriera sarebbe controproducente per Youtube, perché il flusso di video troverebbe ospitalità altrove. In un mondo in cui ogni persona munita di uno smart phone può trasformarsi in un video reporter, non sono ipotizzabili né limiti né censure. “E così – conclude il giornalista del Time – la battaglia on line sulla Siria resta altrettanto torbida, moralmente, quanto quella che si combatte nella realtà”.

Il torbido di questa “battaglia on line”, combattuta su Youtube a colpi di video horror, consiste in un fatto inconfutabile: il fatto che milioni di persone possono dare il proprio apprezzamento al filmato cliccando “mi piace”; possono poi scaricarlo, divulgarlo, e farlo apprezzare da altri milioni di persone. Nei primi giorni dopo la pubblicazione, il video di al-Hamad che dissacrava il corpo della sua vittima era stato visto e apprezzato ben 885.000 volte, e duplicati del film sono stati rintracciati ovunque in rete. Non è tanto la brutalità della guerra a rendere moralmente fosca la vicenda del video e di tutti quelli (che sono migliaia) altrettanto orribili che entrambi i contendenti hanno postato in questi due anni.
 
Città devastate in Siria
Le guerre sono sempre brutali: lo storico Omer Bartov (Fronte orientale. Le truppe tedesche e l’imbarbarimento della guerra – 1941-1945, tr. it. Bologna, Il Mulino, 2003) ha documentato a quali livelli di barbarie è giunta la seconda guerra mondiale sul fronte orientale; commentando il libro di Timothy Snyder (Terre di sangue. L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin, tr. it. Milano, Rizzoli, 2011) mi sono occupato in un post del blog (il 3 gennaio di quest’anno) della violenza irrazionale subita dalle inermi popolazioni della Polonia, della Bielorussia, dell’Ucraina e dei Paesi baltici tra 1939 e 1945; noi stessi italiani sappiano cosa è successo tra 1943 e 1945 quando l’esercito tedesco ha iniziato a ritirarsi dalla penisola, quali eccidi efferati hanno compiuto i soldati comuni della Wermacht, oltre ai nazisti; e sappiamo anche cosa è accaduto tra Lazio e Campania dopo lo sfondamento della Linea Gustav nella primavera del 1944, ad opera delle truppe marocchine al seguito degli Alleati. La guerra è barbarie; una guerra civile, dove si sommano alle brutalità belliche gli odi ideologici e quelli razziali, lo è ancor di più.


Ma quel che non è accaduto nel corso della seconda guerra mondiale è che le azioni più efferate ricevessero, in tempo reale, l’apprezzamento “democratico” di un pubblico di milioni di persone: questo è l’aspetto più fosco della vicenda. Al-Hamad può ben dire ai giornali occidentali che lo intervistano di non temere alcun giudizio da parte dei tribunali, poiché su di lui si è già espressa la rete assolvendolo, apprezzandolo, esaltandolo. Il nuovo tribunale della rete decide senza alcun limite cosa è appropriato e cosa non lo è; cosa è moralmente giusto e cosa è esecrabile. In Siria, e altrove in Medio Oriente e nel mondo, in questo momento, per milioni di utenti di Youtube è moralmente legittimo tagliare un dito ad un nemico come souvenir, oppure profanarne il cadavere asportando un organo dal torso. Il web ci rende liberi? Si chiede in un recente libro Gianni Riotta. Molto dipende dai contenuti che sapremo versare in rete, contenuti nuovi, diversi da quelli del passato. Intanto, però, sembra essere il web a versare in noi nuovi significati e nuovi contenuti. La violenza, vecchia come il mondo, conosce oggi una nuova forma di legittimazione: il “mi piace” dei social media. Un voto anonimo di un pubblico anonimo. E così, attraverso un plebiscito digitale, ciò che più ci disumanizza diviene sociale e quindi umano, ahi troppo umano.