lunedì 15 luglio 2013

Tre episodi recenti. Un solo significato

Ignoranza e violenza nel giardino dell’Impero.



Tre recenti e diversi episodi indicano il baratro di ignoranza e rozzezza in cui è precipitata la società italiana. Le minacce rivolte qualche giorno fa all’onorevole Carfagna tramite facebook e twitter; le offensive parole di Calderoli nei confronti del ministro Kyenge; l’incendio del Liceo “Socrate” a Roma. Non a caso il Presidente Napolitano ha espresso stamane la sua indignazione per gli ultimi due casi, verificatisi a poche ore di distanza l’uno dall’altro.

Si potrà obiettare che si tratta di eventi secondari rispetto ai gravi problemi che ci angosciano in questi tempi: la crisi economica, la disoccupazione giovanile, l’impasse della maggioranza di governo, la corruzione della politica… Eppure credo che, a loro modo, quegli episodi siano rivelatori dell’abisso in cui sta sprofondando l’Italia: tutti e tre, infatti, sono un incontestabile documento dell’imbarbarimento delle relazioni sociali che si sta verificando nel nostro paese.
L'on. Mara Carfagna

Un politico che subisce tetre minacce squadriste attraverso i social network (“Ti verremo a prendere a casa”: vedi qui) è indicativo del punto critico raggiunto dal linguaggio usato dal cosiddetto “popolo del web”, venerato da alcuni come detentore della sovranità democratica della nazione. Se la rete è davvero il soggetto depositario di tale potere, non c’è da stare allegri: qualora dovesse insediarsi al comando del paese, questo “popolo-Moloch”, torvo e minaccioso, anonimo e sfuggente, potrebbe trasformare il confronto politico democratico in una carneficina, decretando il patibolo, ovviamente in tempo reale, per tutti coloro che non ne assecondano il volere. I sintomi (già denunciati dal sottoscritto in questo blog), tra cui le parole sparate contro la Carfagna, fanno proprio pensare, per il nostro futuro, al più tetro degli scenari.


Il sen. Calderoli e il ministro Kyenge
Un senatore della Repubblica, Vicepresidente a Palazzo Madama, che offende sguaiatamente un ministro (“Quando vedo la Kyenge non posso non pensare a un orango”: vedi qui) è invece indicativo del fatto, anche questo più volte denunciato attraverso il blog, che nella politica italiana stanno mutando radicalmente linguaggio e modelli comportamentali. L’uno e gli altri stanno diventando sempre più simili a quelli degli elettori, tra i quali vi è una componente, ahimè molto numerosa, costituita da individui ignoranti, rozzi, villani e potenzialmente violenti. Si tratta di coloro che sputano in terra, che lasciano le bottiglie di birra sulle panchine delle piazze dopo le notti brave, che non si alzano dal loro posto in autobus quando sale una persona anziana, che esprimono un tifo becero e incivile negli stadi, che imbrattano i muri delle città, delle scuole, degli ospedali, che si vantano di non aver mai letto un libro, che odiano la cultura, l’arte, la letteratura, lo studio, che vivono in una modernità esclusivamente tecnologica. È triste constatarlo, ma è proprio tra costoro che circolano i miti dell’antipolitica: furbizia, tecnologia, soldi e muscoli sono gli unici valori in cui essi credono. Primitivi con lo smart phone. Che cosa ci aspettiamo che facciano quando vanno a votare? Scelgono chi gli assomiglia di più, chi appare più vicino ai loro valori, scelgono personaggi come Borghezio, Calderoli, Fiorito… Non a caso le parole contro Kyenge hanno risvegliato gli istinti più irrazionali di questa componente sociale: oggi a Pescara, il ministro in visita è stato attaccato, con lo stesso stile del senatore leghista, da Forza Nuova, formazione di estrema destra che ha tappezzato i muri della città adriatica con manifestini minacciosi e con sinistri cappi (vedi Huffington Post). Quale sarà il prossimo passo? Dobbiamo attenderci a furor di popolo l’invocazione di leggi razziali da parte di irosi deputati o di movimenti politici che cavalcano l’onda?
 
L'interno del Liceo Classico "Socrate" devastato dall'incendio


Infine l’incendio al Liceo Classico “Socrate”, una scuola da qualche anno impegnata contro l’omofobia (vedi qui). Il “Socrate”, infatti, ha vinto un concorso europeo varato appositamente per combattere questo tipo di discriminazioni; organizza spesso assemblee e incontri sulla questione; ha subito già attacchi da parte di singoli e di movimenti (ad esempio, ancora una volta, da parte di Forza Nuova) che non sopportano l’omosessualità e che la respingono con violenza. Ecco, il punto è proprio qui, la violenza. Infatti, si può essere in disaccordo con molte delle iniziative del Socrate; si può anche obiettare agli insegnanti e agli studenti di quel liceo che solo la sensibilità verso la cultura dell’umanità può debellare l’intolleranza; si può persino diffidare della forza politica che ha raggiunto la cosiddetta “lobby gay”. Ma ciò che non può in nessun modo essere ammesso è che si ricorra alla violenza per opporsi alle proposte del Liceo “Socrate”: l’incendio della scuola romana è un’intimidazione in piena regola. Come ha giustamente notato Marina Boscaino sul Fatto Quotidiano di oggi, è un modo per dire a chi vi opera “ve la facciamo pagare”. Criticare, sostenendo argomenti, non equivale né ad insultare né ad intimidire. La pluralità delle opinioni, anche se sbagliate, è fonte di progresso; la minaccia fisica è l’anticamera del dispotismo.

Filippo Tommaso Marinetti, animatore
delle serate futuriste e dalla gazzarra
della Scala dell'11 gennaio 1919
Violenza verbale e violenza fisica sono strettamente collegate. Si può intimidire con le parole, con gli insulti, con le minacce. E, ovviamente in modo assai più letale, con i cazzotti, con le legnate, con le bombe e con le armi. I futuristi, dopo la prima guerra mondiale, inscenarono parecchie manifestazioni condite da ceffoni, da insulti, da intimidazioni: nel gennaio 1919, alla Scala di Milano, furono essi ad impedire, a suon di sberleffi e di ingiurie, la conferenza di Bissolati che sosteneva una politica di ragionevolezza nel percorso di pace postbellico. Mussolini, presente tra il pubblico e già su posizioni nazionaliste, partecipò alla vile gazzarra. Il passo tra le parole offensive e gli atti violenti fu breve: nell’aprile di quello stesso anno, un gruppo di ex combattenti nazionalisti, di futuristi e di fascisti, guidati dall’ardito Ferruccio Vecchi, assaltò la sede milanese dell’Avanti!. Il vaso di Pandora era stato così scoperchiato: la violenza fisica avrebbe caratterizzato gli anni a venire, consentendo al fascismo di istallarsi al potere.
 
Il giornale degli Arditi celebrò
l'assalto del 15 aprile 1919 alla
sede milanese dell'Avanti!
Sul Corriere della sera di oggi, in un acuto editoriale intitolato C’era una volta un bel paese, Ernesto Galli della Loggia afferma che sta svanendo “l’Italia delle cento città, l’antica, degna Italia provinciale insieme ai luoghi simbolici della sua socialità”. E con essa “svanisce anche l’Italia moderna del Novecento, e agonizza quella cultura […] che per antonomasia ne accompagnò la straordinaria ascesa”. Tutto sembra morire in questo ex bel paese, denominato nel medioevo “giardino dell’Impero”: le fabbriche sono in declino, il commercio langue, le professioni spariscono, la società sembra in fin di vita… Servirebbe, prosegue Galli della Loggia, “la speranza di un futuro” che solo un “profeta democratico” potrebbe dare: “non sta scritto da nessuna parte, infatti, che non possano esserci profeti democratici: Roosevelt e anche De Gasperi a loro modo lo furono. Così come non sta scritto da nessuna parte che non possano esserci anche partiti capaci di spirito e di capacità profetica”. Partiti e leader, conclude l’autore, che osino un linguaggio nuovo, “modi e gesti inediti dando segni emozionanti di rottura: che cosa c’è mai di così pericoloso in tutto questo, mi chiedo, per la democrazia?”.


Provo a fornire una risposta a questa domanda attualissima, una risposta semplice, come si addice all’umiltà di Tersite, ma ugualmente adatta, credo, al momento che stiamo attraversando: non può derivare nulla di pericoloso per la democrazia dal rompere gli schemi, dal distruggere il conformismo, dal proporre qualcosa di geniale e di insolito. Anzi, come ricordavo nel post del 6 maggio scorso dedicato a John Stuart Mill, è proprio l’anticonformismo che impedisce la deriva totalitaria della democrazia. Ma il gesto inedito, il modo insolito non possono, non devono oltrepassare un limite: quello del rispetto per le idee e per la vita altrui. La differenza tra un sano anticonformismo e lo “schiaffo e il pugno” delle intimidazioni futuriste e fasciste è tutta qui. Nulla di buono può venire da un linguaggio che atterrisce, spaventa, minaccia, insulta. Con un simile linguaggio non si rinnova la società, ma la si consegna mani e piedi ai primitivi con lo smart phone. Addio alla genialità e all’anticonformismo, allora, e addio pure alla libertà: un’orgia di prepotenza se la mangerebbe in un sol boccone, trasformandoci tutti in servi devoti di un novello vate. Munito di tablet, ovviamente.


Postilla del 17 luglio: apprendo oggi dai giornali che l'incendio del Liceo Socrate sarebbe stato provocato da 4 studenti, due dei quali maggiorenni, per vendicarsi della bocciatura subita (vedi ad es. l'articolo di Repubblica.it). L'omofobia, quindi, sembrerebbe non avere nulla a che fare con la vicenda: se la novità sarà confermata, dovremo concludere che siamo stati tutti un po' troppo frettolosi nel collegare l'evento alla discriminazione sessuale; faccio ammenda io per primo. Ma la sostanza del mio ragionamento mi sembra che non sia intaccata da questa notizia: quattro studenti che intendono "vendicarsi" della bocciatura, che appiccano un incendio senza rendersi conto, stando al loro racconto, di quali danni avrebbero causato, tutto ciò, appunto, non è forse una prova ulteriore del dilagare di quella ignoranza e di quella barbarie di cui parlavo nel post?

venerdì 12 luglio 2013

Storie degli anni Settanta (2)

Frottole rosse (seconda parte)
(Seconda e ultima parte di una storia accaduta veramente.
Come ho già detto, ho solo cambiato un paio di nomi)



Cominciò la discussione sui contenuti del programma. Una parte di questi consisteva nella premessa generale: una sorta di manifesto ideologico che serviva ad identificare politicamente la lista, e nel quale spesso si utilizzavano parole come “Costituzione”, “antifascismo”, “Resistenza”. Parole che avevano il compito di comunicare al lettore una serie di concetti difficili e contorti: innanzitutto che quella era la lista di sinistra, ma allo stesso tempo che i suoi candidati erano difensori della parte “migliore” dello Stato, cioè delle istituzioni democratiche; mentre le altre liste, poiché non usavano le stesse parole-simbolo, erano probabilmente costituite da candidati ambigui, magari da nostalgici del fascismo, in ogni caso non da veri democratici. Secondo quelle parole, insomma, chi si appellava ai valori della Resistenza e della Carta costituzionale, “nata dalla lotta partigiana”, poteva essere considerato democratico. Chi non faceva uso dei vessilli dell’antifascismo senz’altro non lo era. Un discorso troppo lungo e soprattutto scopertamente demagogico e manicheo; meglio usare quelle parole-simbolo, nobili ed eroiche, al posto di questo prolisso e imprudente discorso.
 
Anni Settanta: manifestazione antifascista

Mentre si discutevano queste cose, comparve alla riunione un signore, conoscente della signora Maria e noto anche a mio padre: lo chiameremo signor Verderame. Era un funzionario del locale Partito comunista, forse in quel momento ricopriva incarichi presso la segreteria provinciale del partito. Non aveva nulla a che fare con la scuola, nulla a che fare con il nostro Liceo, nulla a che fare con le elezioni degli organi collegiali; ma qualcuno lo aveva avvertito della riunione e lui si era – come dire? – autoconvocato. Alcuni dei presenti mostrarono un imbarazzo momentaneo per quella intrusione; mio padre sembrò, per un istante, impacciato. Anch’io, seppure senza capirne la ragione, avvertii un lieve disagio. Ma Verderame si sedette in disparte, senza intervenire, ascoltando e fumando una sigaretta dopo l’altra. A parte il fumo che emanava, la sua presenza fu immota e silenziosa per quasi un’ora, perciò non creò turbamenti ulteriori. Entusiaste per la sua partecipazione furono invece la signora Maria e la studentessa occhialuta, entrambe non lesinavano sguardi e sorrisi in direzione del sopraggiunto. Soprattutto sulla seconda Verderame esercitava un considerevole fascino, forse perché aveva fama (come seppi in seguito) di essere un “duro stalinista”, un uomo d’apparato, e per giunta all’inizio di una promettente carriera politica. Col senno di poi, sono disposto a concedere che potesse persino apparire un bell’uomo: sulla quarantina, non molto alto ma abbronzato, con un paio di baffoni scuri spioventi, una chioma nera, lucida e fluente, che meccanicamente si ravviava con la mano sinistra, uno sguardo mondano e spietato allo stesso tempo. Forse alla studentessa bruttina Verderame piaceva per questi attributi fisici, più che per quelli politici.



Trascorsa mezzora dal suo arrivo, Verderame iniziò a dimenarsi sulla sedia, ad accavallare e scavallare le gambe e a manifestare assensi e dissensi con versi gutturali simili a grugniti. Suoni che riusciva ad emettere mantenendo le labbra sigillate sul filtro incandescente dell’ennesima sigaretta. Il motivo del suo disagio e di tutta quella attività motoria era l’oggetto della discussione in corso: si stava affrontando un passaggio importante della “premessa ideologica”, cioè quello relativo all’opportunità o meno di inserire la parola “antifascismo”. Sulla Resistenza tutti gli astanti si erano trovati d’accordo, anche perché di questa venivano ricordati i “valori”, non certo i “fatti storici”, perciò ognuno avrebbe potuto aggiustarseli come meglio riteneva per farli convivere con la propria coscienza. Ma la parola antifascismo sembrava più impegnativa e qualcuno – il genitore repubblicano e mio padre, ad esempio – obiettò che l’espressione sarebbe potuta suonare indigesta per alcuni.

- È opportuno usarla, oppure sarebbe meglio usare un’altra parola? - chiese mio padre. Fu in questo momento che Verderame iniziò a grugnire.
- Opportuno?! Che vuol dire opportuno? - trasecolò la signora Maria. - Voglio dire – rispose mio padre – che senza nominarla potremmo ottenere anche i voti degli indecisi; del resto abbiamo già ricordato i valori dell’antifascismo nominando la Resistenza…-.
- Ma il fascismo non è ancora morto! Si annida ovunque, persino negli apparati dello Stato… - interloquì la pannelliana, - …per non dire di tutte le forme di violenza che ci sono nella società: il maschilismo, il capitalismo, il clericalismo… insomma, è ancora necessario l’antifascismo! - concluse con enfasi.
- Quello militante! - esclamò la studentessa, - antifascismo militante, altro che opportunità di togliere la parola! -. Pronunciò l’ultima frase con gli occhi rivolti verso Verderame (che emise un grugnito di assenso) e sbraitando, come se fosse arrabbiata. A questo tono e a queste parole mio padre sgranò gli occhi e non seppe replicare altro, rivolgendosi alla studentessa, che un apocalittico - Antifascismo militante?!? Ma che stai dicendo?! -.

Anni Settanta: manifestazione antifascista

Ci fu qualche istante di silenzio, poi intervenni con la convinzione di possedere la soluzione per uscire dall’impasse: - E se usassimo antitotalitarismo? Non sarebbe più universale e quindi più accettabile da tutti? Diremmo la stessa cosa, ma anche qualcosa in più. Sappiamo tutti che la violenza e il dispotismo hanno tanti volti… -. La studentessa mi squadrò con disprezzo, rossa in volto, pronta ad esplodere e a rovesciarmi addosso qualche anatema ideologico, ma venne bloccata da Verderame che, interrompendo i grugniti cui ci aveva abituati, iniziò ad articolare parole, cogliendoci tutti di sorpresa. - Sono proprio queste supposizioni – affermò con calma, ma guatandomi con severità – che mi fanno temere una parola come antitotalitarismo -. Annuì a se stesso, quindi proseguì: - Questa parola è ambigua, mentre antifascismo è un termine chiaro, inequivocabile. Totalitario, per qualcuno, potrebbe apparire anche chi combatte persone pericolose per la classe lavoratrice; totalitario potrebbe apparire un sistema più giusto, basato sul socialismo, che deve essere per forza severo e rigido, se vuole difendere le sue conquiste. Noi tutti sappiamo che se il socialismo, una volta costruito, non fosse difeso con rigore, l’umanità pre-ci-pi-te-reb-be all’età della pietra -. Pronunciò queste ultime parole scandendole e squadrando bene negli occhi tutti i presenti. - E nessuno di noi vorrebbe rinunciare alle conquiste sociali solo per timore di un po’ di severità, vero? Sarebbe un grave errore, ingenuo e dannoso insieme, usare la parola antitotalitarismo -.

Manifesto di propaganda del P.C.I., anni Settanta

Ci guardammo tutti senza fiatare, poi ciascuno abbassò gli occhi, come per meditare su quelle perle di saggezza che ci erano state da poco ammannite. Solo mio padre ebbe il coraggio di provocare i presenti chiedendo: - Allora? Cosa facciamo? -. La domanda sembrava tenere in non cale ciò che Verderame aveva appena detto; perciò la studentessa bruttina se ne uscì scandalizzata: - Come cosa facciamo? Dobbiamo usare la parola antifascismo, perché sennò rischiamo di essere scambiati per dei benpensanti di destra, per dei lerci liberali! -. Verderame la guardò compiaciuto mentre si accendeva un’altra sigaretta. Io ero in pieno marasma psico-ideologico, incapace di trovare argomenti per sostenere la mia idea. Gli altri parlottavano tra loro, mio padre ascoltava la signora Maria senza guardarla e annuendo di tanto in tanto. Mentre la riunione sembrava deragliare e i sussurri stavano trasformandosi in brusio generale, la studentessa bruttina si alzò dalla sedia e mi si avvicinò; si chinò e sibilò al mio orecchio: - Come compagno non vali una merda! -. Poi tornò a sedersi con aria trionfante. Rimasi annichilito, con la testa ronzante e la bocca irrigidita in un mezzo sorrisetto di finta cordialità. Non parlai più per tutta la sera.
 
Merda d'artista, opera di Piero Manzoni (1961) 

Intanto la signora Maria aveva interrotto il vocio, prendendo la parola: intendeva chiudere la querelle ricorrendo alla sua navigata abilità politica. - Stiamo preparando questo programma – iniziò – perché vogliamo una scuola migliore, che sappia parlare chiaramente ai giovani, che dica loro la verità, che costruisca una cultura nuova e democratica. Non si fa chiarezza se si usano parole ambigue: antitotalitarismo è una parola ambigua, antifascismo no -. Tutti annuirono con ampi cenni del capo ed espressioni di approvazione. Anche mio padre finì per accettare: senza annuire né mormorare scrisse sui suoi appunti la fatale parola, “antifascismo”, adeguandosi al volere dei più. Presa la decisione si poté passare all’argomento successivo che, per ironia della sorte, era il seguente: “Idee per una scuola democratica e pluralista”.
 
Tomba della democrazia...


Soddisfatto dell’indirizzo che la riunione aveva preso, Verderame si alzò, spense la sigaretta nel posacenere, guardò l’orologio, quindi salutò spiegando che aveva un altro impegno: prima di cena doveva fare una capatina in un’altra riunione simile alla nostra, alla quale era stato invitato da un amico. Uscì lanciando una strana occhiata a tutti i presenti: mi ci sarebbero voluti anni per comprendere appieno il significato diabolico di quello sguardo. Quella sera non ero in grado di capire: non mi rendevo ancora conto cos’era accaduto, figurarsi se potevo interpretare la psicologia di quegli occhi. La studentessa bruttina non mi rivolse la parola per settimane. Non capivo il perché, ma non me ne feci un cruccio. Piuttosto, continuavo a chiedermi cosa ci fosse di sbagliato nel mio ragionamento sul totalitarismo. Non trovai una risposta, allora. Non potevo ammettere che ciò che avevo sentito quella sera erano per lo più frottole, magari ben presentate e convincenti, ma pur sempre frottole. Mi ci sarebbero voluti anni prima di riuscire ad accettare che avevo ascoltato frottole rosse. (2 – fine)

martedì 9 luglio 2013

Storie degli anni Settanta (1)

Frottole rosse
(La storia che segue, divisa in due puntate, è accaduta veramente.
Ho solo cambiato un paio di nomi)



Sarà stato ottobre, o forse novembre, del 1975. Avevo 16 anni e frequentavo la terza classe del Liceo scientifico della mia città.
Erano anni di forte ideologizzazione nelle scuole, anni in cui muovevano i primi passi i “parlamentini” disegnati dai Decreti Delegati: quegli Organi Collegiali che ancora esistono, sebbene oggi siano diventati rinsecchiti e burocratici organismi in cui spesso si celebra il nulla. Ma allora, nell’anno del loro primo apparire, sembravano un’invenzione rivoluzionaria, una novità che avrebbe portato, si diceva, la democrazia e la società dentro le vecchie strutture scolastiche. Le centrali della propaganda ideologica dell’epoca, ovvero i partiti, si mossero all’unisono per non lasciarsi sfuggire l’occasione di penetrare nei dibattiti e nelle riunioni che iniziarono a tenersi nelle aule di tutto il Paese.

Liceo Classico Parini (Milano), inizio anni Settanta
Grazie ai Decreti Delegati, infatti, si cominciò a officiare da quell’anno, nelle scuole di tutta Italia, un rito analogo a quello che si svolgeva nell’agone politico nazionale: lo scontro ideologico, condotto a colpi di antifascismo, di Costituzione, di “arco costituzionale” e così via. Lo scopo era vincere le elezioni per i pochi posti di rappresentante, dei genitori e degli studenti, negli Organi Collegiali. Tra questi il più ambito era il Consiglio d’Istituto, laddove, si diceva, si sarebbe decisa la “politica della scuola”. Perciò gruppi attivi di studenti e di genitori si riunivano, talvolta insieme, per mettere a punto le liste dei candidati e, soprattutto, per pensare e per scrivere i programmi “politici” con cui si presentavano i candidati. Nelle case dei genitori più impegnati fioccavano riunioni carbonare per comporre i programmi, scegliere i candidati, decidere il motto della lista. Le competizioni elettorali assomigliavano a quelle della politica nazionale, poiché veniva combattuta da liste contrapposte identificabili, in modo inequivocabile, grazie a precisi segnali ideologici: il riferimento ad una serie di parole-simbolo (libertà, democrazia, classe operaia, Costituzione, società, lavoro, antifascismo o anticomunismo…); oppure il richiamo a personaggi politici del passato più o meno recente (Gramsci, Nenni, De Gasperi, Togliatti, Papa Giovanni, Dossetti…); oppure ancora l’uso di motti espliciti (“immaginazione al potere”; “no alla scuola dei padroni”; “vietato vietare”…). Tutto questo armamentario di simboli, dicevo, serviva a dichiarare in quale luogo dello schieramento politico collocare la lista, se a destra, se al centro, se a sinistra. In genere tra le liste dei genitori vincevano quelle di centro, d’ispirazione parrocchiale-cattolica, e quelle di sinistra social-comuniste: i seggi erano spartiti tra questi due schieramenti, come accadeva, grosso modo, nel Parlamento nazionale. Tra le liste degli studenti, invece, vincevano (e a mani basse) quelle di sinistra: noi studenti eravamo tutti più o meno ideologizzati verso quella direzione. Forti, ma non abbastanza da riuscire a vincere, erano le liste ispirate al cattolicesimo moderato; del tutto minoritarie quelle di destra estrema, organizzate da gruppi di studenti che ruotavano attorno al Movimento sociale italiano. Queste ultime erano insignificanti dal punto di vista numerico, ma la loro esistenza era sufficiente a far credere, a noi studenti di sinistra, che fosse in atto un colpo di Stato neofascista.



Ritorniamo a quell’autunno del ’75. Ricordo benissimo, come fosse ieri, una riunione in casa mia tenutasi per la preparazione della lista di sinistra dei genitori. L’avevano convocata una signora molto combattiva (la chiameremo Maria), militante del Pci in un vicino paese della Vallesina, e mio padre, allora simpatizzante del Partito comunista, sebbene “critico” – come lui amava definirsi - nonché attivista sindacale. La signora Maria aveva anni di esperienza politica alle spalle, era stata anche amministratrice nel suo comune ed un suo parente era deputato in Parlamento. Tutta la sua famiglia, sebbene ricca, era nota per essere un clan “rosso” e per aver condotto epiche battaglie contro molti avversari politici in tante sedi: consigli regionali, provinciali e comunali, assemblee cittadine, riunioni di quartiere e persino di condominio. Averla dalla nostra parte era quasi una garanzia di successo. Gli altri genitori presenti erano più o meno prossimi all’area di sinistra: un signore che si proclamava “laico e repubblicano”; una professoressa (ma lì presente in qualità di madre) “seguace di Pannella”; un commerciante che si professava “ateo e progressista”; una signora, casalinga, che si presentò come “madre dalle vedute larghe e femminista”.
 
Fine anni Settanta: attivisti di Lotta continua
Alla riunione vi erano anche due studenti: una ragazzina che frequentava la prima classe del Liceo, occhialuta, bruttina, ma arrabbiatissima; ed io. La ragazza si era da poco avvicinata al gruppo denominato “Il Collettivo”, sorto da qualche mese dentro la scuola, che riuniva studenti di estrema sinistra: il gruppo aveva una sua piccola sede, leader noti nel nostro paesello, contatti con altri simili raggruppamenti nelle città vicine. In quegli anni formazioni come questa esistevano quasi in ogni angolo d’Italia, spesso erano costituite da poche decine di studenti. Questi, una volta diventati maggiorenni, di solito esprimevano il loro voto, in occasione delle elezioni politiche, per partiti rumorosi ma piccoli, così piccoli che i loro iscritti e simpatizzanti erano spregiativamente denominati, dalla sinistra ufficiale, “gruppettari”: il Partito di unità proletaria, Avanguardia operaia, Democrazia proletaria, Nuova sinistra unita e così via. Studenti come quelli del “Collettivo” erano, insomma, “gruppettari” che rappresentavano una spina nel fianco (sinistro) del Pci. Erano molto critici nei confronti dei leader comunisti, talvolta violentemente critici, poiché si ispiravano al marxismo rivoluzionario e al leninismo in modo esplicito, rifiutando la cosiddetta “svolta revisionista” operata dal Partito comunista italiano nel corso dei primi anni Settanta, sotto la guida di Berlinguer. Ricordo gli slogan contro il segretario del Pci che urlavamo alle manifestazioni studentesche organizzate da Lotta continua: “Berlinguer, sei come un ravanello, rosso fuori, bianco nel cervello!”. Gruppi come “Il Collettivo” erano considerati pericolosi anche per l’intesa che alcuni dei suoi membri coltivavano con quelle aree che le autorità ritenevano eversive. E che in seguito, purtroppo, tali si sarebbero rivelate.
 
Enrico Berlinguer (1922-1984): segretario
del Pci dal 1972
Anch’io mi ero fatalmente avvicinato al “Collettivo” e partecipavo alle sue riunioni, dove si parlava di politica, di rivoluzione, di società senza classi. Ho detto “fatalmente” perché, proprio in quell’anno, mi ero scoperto interessato alla politica e avevo cominciato a professarmi “marxista e basta”, senza altri aggettivi. Fatale, perciò, ovvero inevitabile, fu il mio incontro con quel gruppo che si professava rivoluzionario e quindi, ai miei occhi, marxista ortodosso. Politica, rivoluzione, marxismo… Naturalmente credevo di conoscere i significati di queste parole e, soprattutto, pensavo che in quel gruppo ne sapessero ancor di più. Perciò, curioso e affamato com’ero di informazioni e di protagonismo, presi a frequentarlo con l’ingenua fede del neofita, con la sprovveduta impazienza del principiante convinto di avere scoperto una verità, di aver visto una luce di cui gli adulti, conservatori “a prescindere”, non si erano mai accorti. E quella verità intendevo rivelare al mondo prima possibile, poiché il mondo, ne ero convinto, non vedeva l’ora di pendere dalle mie labbra.
Se quella verità si fosse affermata, pensavo, il mondo sarebbe stato più libero: chi rifiuterebbe di essere più libero, mi chiedevo? Tutti amano la libertà, tutti aspirano ad essa. Non mi sfiorava minimamente il dubbio che vi fosse qualche contraddizione tra il marxismo e la libertà, né che qualcuno fosse disposto ad uccidere per affermare la mia stessa verità. La nostra provincia pareva ancora lontana da certe manifestazioni di violenza, isola felice e protetta dal perbenismo, dalle mamme apprensive e dai papà progressisti. Neppure mi sfiorava il dubbio che per qualcuno potesse esistere qualcosa di più desiderabile della libertà; che per qualcuno fosse il potere, non la libertà, ad essere davvero seducente. E che per il potere si potesse deviare dalla verità, anzi che si potesse mentire. In quella riunione dell’ottobre 1975 l’avrei scoperto.
 
Il Manifesto di Marx-Engels in una
delle storiche edizioni degli Editori Riuniti
Pubblicazione di Stampa Alternativa
sul Sessantotto
Torniamo ad essa, quindi. La riunione aveva tutte le carte in regola per apparire, agli occhi di noi studentelli, come una cellula rivoluzionaria, simile a quelle di cui si parlava nei libri degli Editori Riuniti, tra i quali ve ne erano sulla storia del biennio rosso, dell’occupazione delle fabbriche, dei primi consigli di fabbrica. Oppure nei libri di Stampa alternativa dove si raccontavano le vicende del Mitico Sessantotto, che appariva ai nostri occhi come un modello, seppure fosse da tutti ritenuto un epos inimitabile… Ecco, nella mia fantasia eccitata da qualche letturina di propaganda, quella riunione, sebbene vi si dovessero decidere solo il programma della lista e i nomi dei candidati agli organi collegiali della scuola, appariva proprio come un soviet, come un raduno del maggio francese, come un incontro clandestino tra rivoluzionari. (1 – continua)

Opuscolo di Lotta continua dell'inizio
degli anni Settanta

mercoledì 3 luglio 2013

Democrazia e mondo islamico: piazza Tahrir contro Morsi

Egitto: cosa vuol dire democrazia per Morsi?

Piazza Tahrir nel 2011

Piazza Tahrir, di nuovo. In queste ore è scaduto in Egitto l’ultimatum che l’esercito ha imposto al presidente Morsi. Se domani scoppierà una guerra civile sarà perché il presidente, che è anche esponente importante dei Fratelli Musulmani, non avrà voluto cedere. “Sono pronto a difendere la democrazia anche con la vita”, ha dichiarato ieri sera Morsi alla televisione: un messaggio drammatico che fa presagire eventi sanguinosi.

Piazza Tahrir oggi
Che la primavera araba, salutata inizialmente come la rivoluzione che avrebbe saputo coniugare Islam e libertà, moschea e twitter, non si stava avviando verso una strada davvero democratica abbiamo già avuto modo di osservarlo in altre realtà: dalla Libia alla Tunisia, dalla Siria al Marocco, le sollevazioni popolari del 2011 non hanno ancora soddisfatto le aspettative di libertà e democrazia in cui l’Occidente aveva sperato. In particolare in Egitto, la deposizione di Mubarak, avvenuta nel febbraio di due anni fa, sembrò per un istante illudere l’Europa e gli Stati Uniti: libere elezioni, libera competizione elettorale, libertà di espressione anche per le opposizioni democratiche e laiche. Poi, le elezioni sancirono la vittoria di Morsi, candidato dei Fratelli Musulmani: un islamista al potere fu la doccia fredda che non ci si attendeva.
 
Il Presidente egiziano Mohamed Morsi durante il suo
recente, drammatico appello in tv
Ora il pallino del gioco è tornato nelle mani dell’esercito, da decenni baluardo della laicità in molti paesi islamici (ad esempio in Turchia, ma anche in Siria). Certo, l’esercito non promette né libertà né democrazia, ma, forse, una dittatura militare; magari temporanea, in attesa che le acque si plachino, che i primi provvedimenti governativi diano speranza alle plebi impoverite dalla crisi e dall’inerzia di Morsi: ma sarebbe pur sempre una dittatura. Non dimentichiamo che è Morsi il presidente democraticamente eletto, proprio colui che oggi, in piazza Tahrir, è contestato e rifiutato dalle folle.

La situazione egiziana ripropone un dilemma che puntualmente si ripresenta ad ogni sommovimento che attraverso il mondo islamico: il modello occidentale di democrazia è davvero attuabile in quel mondo? Sono conciliabili l’idea e la prassi della libertà e dell’esercizio del voto in regioni dove non è mai esistita una solida tradizione democratica? È possibile impiantare nell’Islam una radice di democrazia liberale occidentale? Sono dubbi legittimi, se si pensa che dall’Egitto alla Siria, dall’Iran al Pakistan le minoranze liberaldemocratiche, se vi sono, sono state sistematicamente intimorite o ridotte al silenzio; la partecipazione popolare ai cambiamenti è stata utilizzata per sostenere dittature aspre e sanguinarie; la religione è servita come giustificazione per fondare dispotici regimi teocratici. Dittature laiche e governi teocratici, infine, hanno spesso avuto in comune il tratto dell’antioccidentalismo. Se si eccettua la Turchia (dove, per altro, il governo di Erdogan ha compiuto una decisa sterzata in senso antiliberale), tutti gli altri paesi popolati da musulmani presentano, in maggiore o minore misura, questi caratteri.
 
I recenti scontri in piazza Tahrir hanno già
provocato molte vittime
In Occidente, in Europa soprattutto, siamo sempre pronti ad etichettare i cambiamenti che avvengono in queste regioni come democratici, solo perché sono riusciti a coinvolgere milioni di manifestanti. La primavera araba, sviluppatasi all’insegna di twitter, ha suscitato l’illusione che il mondo islamico si stesse democratizzando e che il potere taumaturgico della rete l’avrebbe definitivamente liberato da ogni forma di oppressione, religiosa, economica, militare. Nella realtà le cose sono andate in modo diversissimo: le rivoluzioni hanno scatenato odi e vendette (vedi per la Siria la vicenda che ho ricordato nel post del 14 giugno scorso); il voto a suffragio universale ha consegnato i governi a partiti poco o per niente liberali; i diritti civili sono continuamente calpestati non solo dai governi emersi dai tumulti, ma dalle stesse folle ubriacate dagli slogan e dalla violenza. Human Rights Watch ha denunciato un centinaio di stupri avvenuti in Egitto tra domenica e lunedì, violenze perpetrate da uomini comuni che hanno approfittato della confusione generale.

Che cosa vuol dire democrazia per popoli come quello egiziano o quello libico? Siamo sicuri che questo termine significhi, oltreché “potere del popolo”, quel che significa per noi occidentali, ovvero stato di diritto, rispetto dei diritti civili, tutela delle minoranze, accettazione della diversità, in qualsiasi forma essa si manifesti? Siamo sicuri che i valori democratici a cui oggi si appella Morsi non significhino piuttosto eliminazione di ogni opposizione minoritaria, in nome del “volere popolare”? Non sembri esagerata questa interpretazione: proprio oggi il Corriere della sera ci dà notizia che Mohamed al-Zawahiri, fratello del capo attuale di Al-Qaeda (Ayman al-Zawahiri) ha emesso una fatwa contro gli oppositori di Morsi, autorizzando così i suoi seguaci, i jihadisti salafiti, a combattere contro costoro con ogni mezzo. Come dire: gli oppositori e i critici del governo Morsi, poiché osano sfidare il voto popolare, avranno la morte.
 
Manifestante durante la
"primavera araba" del 2011
Non bastano né internet né il voto per trasformare in cultura politica occidentale una civiltà intrisa di fanatismo religioso, ancora ignara del valore dei diritti civili, insensibile al problema della libertà e all’esigenza della sua tutela. Due anni fa twitter ha illuso molti in occidente. Oggi costoro dovranno risvegliarsi dal sonno dogmatico: in Egitto, tra qualche ora, potremmo trovarci di fronte ad una macabra conta dei morti.

domenica 30 giugno 2013

Esame di Stato: i soliti vecchi problemi...

Un esame sempre più inefficace


È passato un anno e sono di nuovo alle prese con gli stessi problemi: l’inefficacia e l’inutilità dell’esame di Stato. L’anno scorso ho segnalato errori e inefficienze dell’esame finale della scuola media superiore, e a quei post rinvio chi fosse interessato (vedi post del 20/6/2012, del 27/6, del 29/6, dell'1/7 e del 5/7). Quest’anno, oltre a ribadire quegli argomenti, intendo mettere in luce un aspetto particolare delle prove cui sono sottoposti gli studenti: l’assoluta inservibilità del colloquio orale.



Com’è noto, si tratta della prova conclusiva dell’intero percorso dell’esame di Stato. Forse è anche quella più temuta dagli studenti, per varie ragioni. Innanzitutto perché il colloquio richiede (dovrei dire: richiederebbe) una vasta preparazione su nozioni e argomenti relativi a una decina di materie. In secondo luogo perché un colloquio, a differenza di un testo scritto, è rivelatore (ma anche in questo caso dovrei usare il condizionale) di aspetti della personalità e dell’intelligenza di chi parla che non sempre emergono dalla scrittura, tanto meno dalle prove scritte dell’esame di Stato. Infine, perché parlare di fronte a un tribunale di commissari, schierati dall’altra parte dei tavoli, mette sempre più in difficoltà i nostri giovani, abituati come sono a comunicare in modo indiretto, nascondendosi dietro i linguaggi stereotipati degli strumenti tecnologici e dei social media. Eppure, come spiegherò, i timori degli studenti sono spesso infondati, o perlomeno sproporzionati rispetto alla reale difficoltà della prova orale.

Perché dico questo? Per quattro buone ragioni. La prima: il tempo assegnato alla verifica della preparazione in ciascuna disciplina è irrisorio. La seconda: l’argomento a piacere scelto dal candidato, con cui il colloquio deve iniziare, è spesso un disinvolto volo pindarico sul nulla; di frequente, inoltre, è quasi interamente scaricato da internet. La terza: l’elefantiaca burocrazia che occorre seguire, per giustificare la conduzione del colloquio e motivare le valutazioni espresse, è una camicia di Nesso che rende impossibile una seria discussione sulla reale preparazione dei candidati. La quarta: le valutazioni espresse sono mediamente più elevate di quelle che ogni insegnante darebbe ai suoi studenti durante l’anno scolastico.


Il problema del tempo. La legge e la prassi hanno definito lo standard della durata del colloquio. Questo deve infatti svolgersi, come afferma l’Ordinanza ministeriale (O.M. n. 13 del 24 aprile 2013, art. 16), “in un’unica soluzione temporale” che deve comprendere tre fasi: l’inizio, “con un argomento o con la presentazione di esperienze di ricerca e di progetto, anche in forma multimediale, scelti dal candidato” (la prassi ha assegnato a questa fase circa 10 minuti); la prosecuzione, che “deve vertere su argomenti di interesse multidisciplinare”, coinvolgere “le diverse discipline” e riferirsi in modo “costante e rigoroso ai programmi e al lavoro didattico realizzato nella classe durante l’ultimo anno di corso” (ivi, art. 16, commi 2 e 3; la prassi ha assegnato a questa fase circa 35-40 minuti: è il colloquio vero e proprio, ovvero l’interrogazione sulle singole discipline); la conclusione che, “d’obbligo”, deve consistere nella “discussione degli elaborati delle prove scritte” (comma 2; la prassi ha assegnato a quest’ultima fase circa 10 minuti). Altri 5-10 minuti scarsi sono utilizzati dalla commissione per decidere la valutazione del colloquio, poiché la norma stabilisce che essa va definita “nello stesso giorno nel quale il colloquio viene espletato” (comma 9).

In tal modo l’interrogazione sulle singole discipline si riduce a circa 4 minuti a materia. Quale profondità può avere un simile colloquio? Che altro si potrà sondare, in pochi minuti, se non qualche magra nozioncina, strappata a fatica da studenti ai quali non si lascia nemmeno il tempo di controllare l’ansia? Provate ad ascoltare un esame orale: tra le interruzioni del commissario, che interviene per correggere gli strafalcioni più scandalosi, i silenzi dello studente che cerca la risposta nella sua memoria, le pressioni dei presidenti che, ansiosamente, tentano di far rispettare i tempi, sì e no il candidato riesce a proferire, in ciascuna disciplina, 200-300 parole, congiunzioni e pronomi compresi.

A questo esito siamo arrivati soprattutto a causa della prassi: la legge è vaga, ma la prassi è molto concreta. Non ho mai conosciuto commissioni d’esame disposte a interrogare per 2 ore ciascun candidato, al fine di rendere più convincente ed efficace la verifica. Lo standard dell’ora è più o meno diffuso in tutta la penisola, anche per ragioni pratiche: esso consente di esaminare 5 candidati al giorno (numero massimo previsto dalla norma: O.M. cit., art. 12, comma 10), di terminare entro il 18 luglio (come previsto dall’O.M.: art. 22, comma 6), di preservare le energie degli esaminatori che, nelle tre settimane di lavori d’esame, sgobbano davvero, affrontando talvolta giornate di 10-12 ore filate, come nei giorni dedicati alla correzioni delle prove scritte.
 
Esempio di "tesina": mi perdonerà il suo autore
per la citazione...
L’argomento a piacere. Volete sapere come si nobilita il nulla, gabellandolo per una seria e approfondita indagine scientifica? Ascoltate le cosiddette “tesine” dei candidati all’esame di Stato. Eccezion fatta per pochi apprezzabili casi, gli argomenti scelti dal candidato per l’avvio del colloquio sono generalmente velleitari e in qualche caso manifestano una certa supponenza, o, meglio, la pretesa di essere accolti dal mondo come una rivelazione. I pochi lavori meritevoli di attenzione sono, non a caso, i più semplici, o almeno quelli che nascono da interessi reali: una volta un candidato catturò l’attenzione della commissione spiegando, con chiarezza esemplare, le leggi fisiche che consentono di produrre bolle di sapone con una cannuccia e del fil di ferro, strumenti utilizzati dallo studente durante l’esposizione. In quasi tutti gli altri casi i lavori prodotti pescano nel bacino infinito degli stereotipi della cultura massificata, con il loro corredo di luoghi comuni: la mafia e le responsabilità della politica; la crisi dell’io e l’alienazione nella società industriale; lo sfruttamento dei paesi del Terzo Mondo e i crimini dell’occidente; le piaghe dell’alcolismo e del tabagismo e gli interessi delle multinazionali; i cambiamenti climatici e le colpe del mondo più ricco; il conformismo culturale e le responsabilità della televisione; internet e le sue mistiche potenzialità liberatorie… Insomma, un repertorio di buonismo, di retorica terzomondista (piuttosto datata, per la verità, ma sempre diffusa tra le giovani generazioni), di idee politically correct. Un’indagine seria su come questi lavori vengono preparati non è stata mai effettuata; ma sono convinto che, qualora venisse realizzata, rivelerebbe che almeno due terzi di essi sono scaricati da internet, divenuta ormai l’unica fonte di informazione per gli studenti. Raramente l’elaborazione delle cosiddette “tesine” prevede, a monte, la lettura integrale di un libro; la lettura di due libri, poi, è davvero un evento eccezionale.


L’insostenibile peso della burocrazia. L’intera vita della commissione d’esame è condizionata dall’ossessione dei verbali. L’Ordinanza ministeriale afferma che “la verbalizzazione deve descrivere sinteticamente ma fedelmente le attività della commissione e chiarire le ragioni per le quali si perviene a determinate conclusioni, in modo che il lavoro di ciascuna commissione possa risultare trasparente in tutte le sue fasi e nella sua interezza e che le deliberazioni adottate siano pienamente e congruamente motivate” (art. 20, comma 2). Il timore di incappare in una contestazione o in un ricorso ha reso questa attività eccessivamente complessa, anche se il contenuto dei verbali è ormai in formato elettronico e, dall’anno scorso, è disponibile persino on line. Ma l’informatizzazione non ha tolto alle procedure burocratiche il loro peso: quasi trenta verbali da compilare, per un totale di circa 40-50 pagine, a seconda dei casi e degli imprevisti; ad essi sono allegati tabelle, griglie e schede in quantità industriale. L’attenzione dei segretari e dei presidenti persino per le virgole contenute nei verbali, al fine di non lasciare nulla di incompleto e di immotivato, sembra quasi paranoica. Dio non voglia, poi, che vi siano discordie tra i commissari nel momento dell’attribuzione dei voti, perché in questo caso le valutazioni alternative dovrebbero avere il loro corredo di “motivate argomentazioni”. In tal modo gran parte del tempo e delle energie vengono risucchiate dall’attività della verbalizzazione, anziché da una distesa discussione sui risultati delle prove.



Esempio di "griglia di valutazione"
Le valutazioni. Il sacrosanto principio della trasparenza ha finito per partorire il mostro della burocrazia bizantina, osservabile soprattutto nel materiale utilizzato per la valutazione delle prove. Questo materiale è il prodotto di un lavorio intenso di “sottobosco”, condotto negli anni dagli insegnanti di tutte le scuole, attraverso il quale sono state create griglie di valutazione, indicatori, punteggi grezzi, pesi e contrappesi, per rendere rapida, oggettiva e, quindi, incontestabile la valutazione delle singole prove. Va da sé che uno degli aspetti fondamentali di tali strutture “docimologiche” consiste nell’essere “favorevole al candidato”; sicché, la sufficienza non corrisponde al 60% del punteggio disponibile, ma in genere al 50%, al fine di ottemperare a quanto previsto dalla norma: “La commissione d'esame dispone di 30 punti per la valutazione del colloquio. Al colloquio giudicato sufficiente non può essere attribuito un punteggio inferiore a 20” (O.M. cit., art. 16, comma 8). Se vigesse una proporzionalità diretta rispetto alla scala dei voti in decimi, la sufficienza dovrebbe essere 18/30… Stessa cosa, naturalmente, accade per le prove scritte valutate in quindicesimi: a una prova giudicata sufficiente “non può essere attribuito un punteggio inferiore a 10” (art. 15, comma 5). Anche in questo caso, se si fosse considerata una proporzione diretta rispetto ai voti in decimi, la sufficienza sarebbe stata 9/15… A questo elemento di favore nei confronti del candidato, si aggiunge spesso, nella valutazione del colloquio, un atteggiamento di indulgenza che sembra confermare quanto denunciai lo scorso anno: l’esame tende a ratificare i risultati degli scrutini di ammissione, perciò di fronte ad un orale poco sicuro e poco brillante condotto da uno studente che ha percorso l’intero quinquennio con serietà, impegno e buoni risultati, è ovvio che i commissari interni spingano per una valutazione “comprensiva”, mentre gli esterni (spesso ma non sempre) evitano di mettersi di traverso.



Lo scorso anno sostenni una “micro-campagna” per l’abolizione dell’esame di Stato (di questo esame, effettuato con le attuali modalità e con il consueto atteggiamento di indulgenza); quest’anno non solo ribadisco l’opinione, ma propongo che si compia un piccolo passo verso quella direzione: l’abolizione, almeno, del colloquio orale. Se è vero, come qualcuno sostiene, che tutto l’esame di Stato avrebbe un valore simbolico-iniziatico, e che per tanto dovrebbe essere mantenuto anche se inefficace, allora non dovremmo attribuire punteggi, dovremmo abolire la burocrazia, dovremmo svolgere l’intero percorso in un paio di giorni. Ma se l’esame deve restare con l’attuale valore di legge e con le attuali caratteristiche, allora, almeno, dovremmo semplificarne la struttura. E la prima semplificazione possibile consiste appunto nell’eliminazione dell’inutile colloquio orale. A meno che non lo si voglia trasformare in una seria, rigorosa, selettiva prova finale: ma è questo che vogliono gli italiani?


giovedì 20 giugno 2013

Lo showdown nel M5S

Siamo all’agonia del movimento?




Chiedo preventivamente scusa ai miei affezionati lettori: non si dovrebbe mai proclamare “l’avevo detto!”, perché suona presuntuoso. Ma stavolta mi scappa proprio di dirlo: l’avevo scritto nel post del 26 febbraio (Le elezioni del 24 febbraio. Errori e populismi) e in quello del 10 marzo (Grillo e il M5S: cosa vogliono davvero?). Avevo scritto che il M5S andava incontro a dissensi interni e a gravi spaccature, a causa del suo arrogante rifiuto di allearsi con altri partiti per governare; e, in secondo luogo, avevo scritto che il problema di questo movimento era costituito da Grillo, non dall’inesperienza dei deputati. Anzi, ho invitato più volte i neoeletti e la base dei Cinquestelle a ribellarsi al loro incontinente e autoritario leader, a liberarsi della zavorra costituita dalla sua inconcludente violenza verbale. Ora sembra che le mie previsioni fossero azzeccate.
L'ex senatrice 5Stelle Adele Gambaro

Dico questo (con malcelato orgoglio, lo riconosco), perché non solo i giornalisti lo scrivono finalmente in modo aperto, ma anche la senatrice Gambaro, da poche ore espulsa dal M5S, l’ha affermato esplicitamente nella sua coraggiosa e sciagurata intervista rilasciata a Sky24, dopo la sconfitta alle elezioni amministrative: “Stiamo pagando i toni di Beppe Grillo, dei post del suo blog. […] il problema del Movimento è Grillo” (cfr. sky.it). In realtà, Tersite è stato facile profeta: i segnali provenienti dai pentastellati parlavano da soli. Per il futuro prossimo è invece più difficile esprimersi.

L'intervista della sen. Gambaro a Sky24

L'on. Paola Pinna intervistata da Piazzapulita
Non so, al momento attuale, come finirà la bagarre interna al movimento. Per ora, si sa che il voto on line della base 5Stelle si è espresso con il 65% a favore dell’espulsione della Gambaro (vedere Corriere.it), e ciò è un segnale ulteriore di divisione. Non sappiamo come finirà il caso dell’altra deputata temeraria, Paola Pinna, la quale, in un’intervista rilasciata alla Stampa il 18 giugno (e ribadita in tv, a Piazzapulita), ha affermato che il clima creato nel M5S dai metodi di Grillo e dei suoi fedelissimi è da “psicopolizia”: “Se non sei d’accordo dicono che è per soldi o perché sei del Pd: ti delegittimano” (cfr. Corriere.it). Non sappiamo, infine, se questi dissensi interni condurranno davvero ad una spaccatura del movimento, anche se, su tutti questi avvenimenti, sia i deputati sia la rete sono già profondamente divisi. In ogni caso, e a costo di ripetermi, fin da ora traggo alcune inevitabili conclusioni dai quattro mesi di esperienza parlamentare del partito di Grillo.


Innanzitutto sembra fallito il progetto di rendere la politica del tutto trasparente utilizzando la rete: il mito dello streaming si è rivelato un buon argomento di propaganda, ma quasi impossibile da utilizzare nelle modalità urlate da Grillo, ovvero universalmente, sempre e ovunque in ogni sede politico-istituzionale. La politica ha aspetti che non possono, per loro natura, essere sottoposti alla visione diretta del pubblico, pena il verificarsi di quello che io chiamo “effetto Grande Fratello” (mi riferisco all’orrido reality show andato in onda per anni sulle reti Mediaset): ovvero la distorsione della realtà, l’insincerità degli atteggiamenti, la falsità delle affermazioni vendute come verità e come realtà oggettiva. Sotto i riflettori e davanti ad una telecamera ogni politico reciterebbe un ruolo a beneficio del proprio consenso, a svantaggio della franchezza e dell’onestà. Ancor più persuasivo è il fatto che la maggioranza dei deputati (l’altro ieri), e Grillo stesso (in occasione dei suoi incontri con i gruppi parlamentari), scelgano sistematicamente di non usare lo streaming quando si tratta di rendere trasparenti le loro decisioni: prova evidente della debolezza della proposta e dell’infondatezza dei suoi presupposti. La rete non è francescana, né anticapitalista (come asserito da Grillo-Casaleggio nel libro Siamo in guerra); l’espulsione via web della Gambaro, avvenuta senza dare a questa alcuna possibilità di difesa, come ricorda Federico Mello sull’Huffington Post, ha ucciso “la libertà di critica che muore sotto gli applausi scroscianti della Rete” (F. Mello, Così muore la libertà, sotto gli applausi scroscianti della Rete, Huffington Post, 19/6/2013). Non è vero che in rete “uno vale uno”: Grillo e Casaleggio “valgono” più degli altri utenti, “sono più uguali degli altri”, per usare la nota espressione orwelliana.


In secondo luogo si è infranto il proposito di fare del M5S la testa d’ariete che avrebbe sfondato il muro di cinta della politica, cambiando radicalmente il rapporto tra istituzioni e cittadini. Il movimento si è infatti chiuso a riccio su se stesso, geloso della propria presunta diversità e della propria presunta purezza, ritenute ben più importanti delle riforme di cui l’Italia ha bisogno. Di qui l’attenzione maniacale per la rendicontazione delle spese, la polemica sulle diarie, l’attesa spasmodica per il “Restitution day”, fissato per il 16 giugno e per ora saltato e non più celebrato, il rifiuto categorico a mescolarsi con “gli altri” (i partiti, i giornali, le televisioni), la fiducia esclusiva nel “popolo della rete”, il controllo poliziesco sulle affermazioni dei deputati, puntualmente censurati (e soggetti a procedura di espulsione) se si azzardano a criticare il Grillo-pensiero.


In terzo luogo, conseguenza di questo stato di cose, non si è mai risolto il problema della democrazia interna al movimento, anzi, la questione non è mai stata percepita come meritevole di attenzione da parte del leader. Tutta l’organizzazione del M5S, infatti, si basa su una delega in bianco sottoscritta dai candidati, al momento della loro affiliazione, a favore della coppia Grillo-Casaleggio. Il che significa compattezza attorno ai capi e rifiuto di qualsiasi dialettica interna, poiché i grillini, con quell’atto di sottomissione, hanno accettato la “visione del mondo” di Grillo, rinunciando alla propria libertà di opinione. Come ricorderanno i lettori più attenti, che il programma del M5S non fosse proprio un programma, ma appunto una metafisica “visione del mondo”, che si sarebbe dovuta precisare in seguito, lo dichiarò lo stesso Grillo nella famosa intervista rilasciata a Time nel marzo 2013 (di cui mi sono occupato nel post del 10.3): “Lo stiamo ancora discutendo. […] Dateci tempo. […] Non è un piano politico. È una visione del mondo”, rispose il comico al giornalista che gli chiedeva di illustrare i punti del programma con cui M5S si era da poco presentato alle elezioni. Gli affiliati, quindi, non hanno sottoscritto un programma, ma appunto un’ ideale, uno scopo spirituale, una fede che solo Grillo è autorizzato a declinare in proposte operative. Le stesse procedure di espulsione, presentate come l’alfa e l’omega della democrazia diretta solo perché avvengono on line, sono in realtà partecipate da poche migliaia di persone (cfr. ancora Corriere.it o Repubblica.it: per il caso Gambaro hanno votato 19700 persone su oltre 48000 aventi diritto, meno della metà; a favore dell’espulsione si sono espressi in 13000: nemmeno l’immaginazione di un sessantottino potrebbe definire costoro “il popolo del web”!).


In quarto ed ultimo luogo, congelando i propri voti e rendendoli indisponibili per qualsiasi politica, Grillo ha impedito alla propria creatura di incidere sulle scelte, di spingere per il cambiamento, di proporre traguardi riformatori all’altezza delle promesse fatte durante la campagna elettorale.


L’esperienza grillina, insomma, potrebbe avere imboccato il viale del tramonto. Se dovesse finire del tutto, di essa rimarrebbe poco di positivo (nel senso di propositivo, affermativo, favorevole); resterebbe invece molto di negativo (nel senso di opposto, avverso, ostile): la rabbia di milioni di italiani scontenti della politica, le urla catastrofiste di Grillo, le brutte figure di alcuni parlamentari, l’autoreferenzialità del movimento, le assonanze della sua ideologia con quelle totalitarie. Il mito della democrazia diretta svanirebbe tanto rapidamente quanto frettolosamente è stato accettato da un quarto dell’elettorato italiano. Il dispotismo di un leader bilioso, risentito contro i mass media e contro l’establishment, avrebbe ucciso nella culla il suo stesso figlio. Domani, se il M5S scomparirà, sarà un po’ più difficile parlare di rinnovamento della politica: di fronte a certe sparate propagandiste è possibile che gli italiani diventino un po’ più diffidenti verso chi propone “il nuovo”. È possibile, cioè, che si diffonda un sentire politico più conservatore. E se questo sarà l’esito della breve esperienza grillina, non possiamo dichiararci soddisfatti: perché proprio il nuovo serve oggi all’Italia, un nuovo che sia giovane, forte, ottimista, credibile. Ma soprattutto realistico.