mercoledì 25 luglio 2012

Il giovanilismo e il Sessantotto


2a  PARTE: Giovanilismo e contestazione: il Sessantotto in Italia

Buongiorno a tutti! Sono stato a respirare l'aria delle Dolomiti e mi sono preso una vacanza da internet, perciò non ho aggiornato il blog per qualche giorno. Ora sono tornato e riprendo dal punto in cui ero giunto la settimana scorsa. Stavo parlando della nascita del giovanilismo all'inizio del Novecento e di come questa ideologia si sia modificata durante il fascismo e poi nel corso degli anni Cinquanta.

Monselice, ottobre 1968: manifestazione di studenti delle scuole superiori,
il cui obiettivo era ottenere dal Comune luoghi d'incontro per i giovani della cittadina
(ringrazio per l'informazione il signor Maurizio De Marco)
Le cose cambiano ancora negli anni Sessanta con la contestazione giovanile. Un preannuncio di questa ci fu nel 1966 presso l’Istituto universitario di scienze sociali di Trento, dove gli studenti avevano dato vita a due occupazioni. Poi, tra il novembre 1967 e il gennaio 1968, prendono il via le agitazioni alla Cattolica di Milano; nei mesi seguenti il movimento si diffuse in altri atenei. Inizialmente esso rimase confinato nelle università, tanto che le richieste divennero via via sempre più corporative, cioè strettamente connesse alle esigenze dello studente: si richiese l’esame di gruppo, l’autogiudizio, il voto “politico” e così via. 
Manifestazione a Genova
Proprio a causa di questa iniziale impronta corporativa, il movimento dalle università si estese alle scuole medie superiori (al Liceo D’Azeglio di Torino gli studenti chiesero il voto collettivo dato dall’intera classe oltre che dall’insegnante; gli argomenti di interrogazione scelti dagli studenti; la piena libertà di assemblea nell’istituto). La radicalità corporativa ovviamente portò alla rottura dell’iniziale collaborazione con i docenti: molti di questi giudicavano i programmi scolastici inadeguati alle trasformazioni in atto, ma dovettero constatare che con gli argomenti radicalmente corporativi degli studenti non era possibile alcun tipo di dialogo.
Assemblea di studenti universitari a Milano, 1968
Le chiusure corporative degli studenti portarono il movimento studentesco a privilegiare i momenti dell’occupazione e dell’assemblea per due ragioni: da un lato perché tali strumenti davano alla condizione dello studente, per sua natura transitoria, l’apparenza di una comunità stabile, di un corpo coeso e compatto che doveva proporsi addirittura come modello di trasformazione per tutta la società; dall’altro lato perché l’assemblea era il luogo per eccellenza dell’espressione e dell’affermazione personale, di quella affermazione che la società sembrava negare. L’assemblearismo divenne così il luogo dello sfoggio delle retoriche e dei discorsi ideologici fini a se stessi; dall’assemblearismo all’affermazione del leaderismo il passo fu breve, perciò le assemblee si riempirono di piccoli capi che davano la garanzia di un’azione più efficace e più unitaria; infine il linguaggio retorico si orientò verso le teorie marxiste che apparivano allora quelle più radicalmente contestatrici dell’ordine costituito. 
Mario Capanna, uno dei primi leader del movimento
studentesco, parla durante una manifestazione a Milano
I documenti redatti nel corso delle assemblea parlavano di università che si appropriavano del plusvalore degli studenti, di mercificazione dello studente, di docenti che equivalevano ai mezzi di produzione e di studenti che equivalevano alle merci. Un linguaggio che venne subito salutato con entusiasmo dagli esponenti della sinistra e che consentì al movimento di uscire dal corporativismo delle rivendicazioni studentesche e di conquistare la ribalta del dibattito politico nazionale. A questo punto il movimento del Sessantotto divenne un fenomeno di contestazione contro l’intera società e in esso si mescolarono motivazioni economiche, ideali e sociali, producendo un vero e proprio melting pot ideologico e politico.
Manifestazione a Milano nei primi mesi del 1968:
 i temi ideologici sono già evidenti
La ragione per cui la contestazione uscì dalle aule universitarie e scolastiche è nel fatto che essa era prodotta dalla contraddizione tra i valori di affermazione e di prestigio, pubblicizzati dalla società del boom economico, e le reali possibilità offerte da quella società.
Primavera del 1968: manifestazione di studenti a Genova
Questa contraddizione si era generata in tutto il sistema formativo italiano dopo le riforme scolastiche del centro sinistra. Esse stavano facendo crescere culturalmente la società italiana: l’introduzione dell’obbligo scolastico fino a 14 anni (1962) portò ad un notevole incremento degli alunni nella scuola media; fra 1961 e 1966 la progressiva liberalizzazione degli accessi universitari fece crescere del 60% il numero degli immatricolati. La massificazione della scuola, però, produsse presto non pochi problemi. Innanzitutto problemi di spazio, poiché le scuole e soprattutto gli atenei italiani avevano strutture più consone ad un sistema scolastico elitario. Inoltre, dalla fine del decennio, gli studenti cominciarono a rendersi conto che frequentare la scuola e l’università non significava necessariamente avere la strada aperta verso una professione di prestigio ed economicamente vantaggiosa, malgrado lo sviluppo economico della società sembrasse promettere proprio questo. Gli anni del boom economico, infatti, stavano terminando e si cominciavano ad intravedere difficoltà di inserimento nel lavoro da parte dei giovani diplomati e laureati; a sua volta la ristrettezza degli sbocchi professionali rendeva più sgradite la selezione e le difficoltà incontrate per laurearsi. Il salto di competenze, di capacità personale, di sacrificio, di conoscenze che lo studio universitario richiedeva sembrava essere molto difficile da compiere per coloro che provenivano da condizioni sociali ed economiche disagiate.
Gli scontri di Valle Giulia, a Roma, nel marzo 1968
Perciò fu più la scoperta di non poter raggiungere il benessere che il rifiuto del benessere a provocare la contestazione studentesca e giovanile; e tale difficoltà a raggiungere il benessere cozzava con le plateali promesse fatte dalla società dei consumi che sembrava consentire a tutti la ricchezza. Insomma, non venne respinto il benessere, ma la falsa promessa che ne faceva la società, cosa che appariva tanto più contraddittoria quanto più si sosteneva, e i governi di centro sinistra proprio questo sostenevano, che il talento apriva la strada al successo. Il Sessantotto sembra essersi originato da questo divario tra aspettative e promesse da un lato, reali possibilità di soddisfarle dall’altro. Da questa contraddizione nacque il desiderio di una società alternativa in cui le capacità creative di ognuno sarebbero state soddisfatte senza la dura competizione richiesta dalla società borghese: di qui la richiesta di ridurre le difficoltà dei percorsi scolastici; di qui il desiderio di una società collettivista, il cui sogno alimentò la contestazione contro la cultura dominante, in cui alla competizione tra meritevoli si sostituissero l’uguaglianza e il diritto di chiunque ad affermare il proprio modo d’essere. (2 – continua)

Mario Capanna durante una manifestazione del movimento studentesco

Valle Giulia, 2 marzo 1968




martedì 17 luglio 2012

Giovani e giovanilismo dal punto di vista storico


GIOVANI E GIOVANILISMO: 
QUANDO SI E’ INIZIATO A PARLARNE?



1a PARTE: Dal futurismo ai teddy boys

 Nel momento in cui i giovani diventano un problema, nel momento in cui la cultura comincia ad occuparsene nascono le “ideologie giovaniliste”. Da quel momento, queste ideologie hanno fornito diverse immagini della gioventù e diverse idee sul ruolo che i giovani dovrebbero avere nella società. Da quale momento accade tutto ciò? Da quando i giovani divengono un problema?

È nel corso del Novecento che i giovani divengono un problema. Prima di allora, essere giovane corrispondeva ad una fascia di età, una dimensione anagrafica da superare rapidamente per non tardare l’assunzione delle responsabilità dell’adulto. Certo, gioventù è sempre stata sinonimo di energia e di freschezza, di vitalità e di speranza; ma prima del Novecento era anche sinonimo di dipendenza, di assenza di libertà e di poca autonomia nelle scelte. Ogni individuo, una volta divenuto adulto, ricordava l’età giovanile con nostalgia, ma non pensava che essa potesse stare sullo stesso piano dell’indipendenza e della libertà dell’età adulta. Dal Novecento in poi, invece, il giovane diviene sempre più indipendente e conquista sempre più libertà, rendendo così invidiabile la sua condizione da parte di chi non è giovane. Così i giovani diventano oggetto di attenzione della cultura, del potere, dei movimenti politici, dell’industria dei consumi. E quella del giovane diviene una condizione esistenziale, poiché per la società contemporanea si può essere giovani per tutta la vita, indipendentemente dall’età.
Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944),
 uno dei primi "giovanilisti"

È così che nel Novecento nasce l’ideologia giovanilista: pur nella diversità delle proposte che i vari giovanilismi avanzeranno, essi avranno in comune un atteggiamento di benevola condiscendenza o di aperto sostegno nei confronti di tutto ciò che viene rivendicato e proposto dai giovani che, per il fatto stesso di essere giovane, merita di essere affermato e appoggiato. Atteggiamento, questo, che trova sostegno nelle ideologie politiche, ma anche nell’opportunismo e nel conformismo culturale.
Il numero di Le Figaro in cui venne pubblicato
 il Manifesto del futurismo

Nell’Italia del primo Novecento attraversata dai fermenti delle avanguardie culturali, come il futurismo, giovinezza è sinonimo di modernità e di velocità: qualità esibite polemicamente contro ciò che è giudicato passato e vecchio, per opporsi alla società costituta e sostenere il rinnovamento. Entusiasmo, tecnologia, brivido della velocità sono ad esempio i requisiti della giovinezza del Manifesto del futurismo di Marinetti (1909); il nuovo canone di bellezza è questo, non quello della simmetria e della regolarità: l’automobile ruggente è “più bella della Vittoria di Samotracia”, dice il Manifesto. Poco più tardi, nel 1921, echeggiando il futurismo, la canzonetta di Blanc fatta propria dal fascismo dirà: “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza / giovinezza, giovinezza tu ci dai la libertà”.

Giuseppe Blanc ( 1886-1969 ): musicò la canzone Giovinezza
(su parole di Salvator Gotta) che divenne inno ufficiale del Partito Nazionale Fascista

Il fascismo incanala questo ribellismo disordinato verso uno scopo politico funzionale al regime. Così, l’attivismo delle avanguardie si trasforma in organizzazione militare giovanile: la Gioventù del Littorio, le associazioni dei Balilla, quelle delle Giovani Italiane. Accanto all’organizzazione vi è il culto del corpo, celebrato nelle associazioni sportive e ricreative che servono, assieme a quelle militari, ad addestrare e disciplinare i giovani, a rinsaldare tra loro i vincoli di cameratismo, a prepararli ad affrontare l’impegno più grande: la costruzione del primato della nazione attraverso la guerra e la conquista. Tale modello ideologico di giovane viene esteso all’intera società: tutti devono apparire giovani, forti, addestrati, pronti ad agire contro il nemico senza tante chiacchiere. Il fascismo, insomma, con lo sport, l’associazionismo e la guerra incanala l’energia indisciplinata e il disordine ideale delle avanguardie degli anni Dieci: il giovanilismo passa dal disordine all’ordine.

Esibizione fascista dei balilla


Ricorda con rabbia, dramma
teatrale di John Osborne
Teddy boys anni Cinquanta
Nel dopoguerra e negli anni Cinquanta si assiste al processo opposto: il ritorno del giovanilismo al disordine. Il clima democratico, l’avvio del benessere, le speranze suscitate dalla ricostruzione consentono l’assorbimento di modelli di comportamento controcorrente. Il giovane degli anni Cinquanta assorbe le mode culturali americane: i teddy boys, gli jukebox, gli orari anomali, i luoghi di ritrovo. Non ha velleità politiche come accadrà nel decennio seguente, né intende fare del suo comportamento un modello di rinnovamento sociale, ma è già “fuori controllo” e “a parte”, si sente un ribelle perché si distingue dalla restante società. È un generico ribellismo nutrito da letture elitarie che riflettono questo stato d’animo: Il giovane Holden di Salinger è del 1951, La Valle dell’Eden di Steinbeck è del 1952, Ricorda con rabbia di Osborne e del 1956. Il giovane ribelle degli anni Cinquanta non è politicizzato, né vede nell’organizzazione politica una salvezza; anzi appare come abbandonato dall’organizzazione che nei decenni precedenti aveva mostrato per lui grande interesse. Il ribellismo degli anni Cinquanta tende alla separazione, al distacco fra giovani e società, piuttosto che all’impegno politico e all’elaborazione di un progetto di rinnovamento sociale. (1 – continua)
Jerome David Salinger (1919-2010) e la copertina del
romanzo The catcher in the rye, tradotto in italiano
con il titolo Il giovane Holden       
Manifesto del film La valle dell'Ede(interpretato da un altro mito di quella generazione, James Dean)
tratto dall'omonimo romanzo di John Steinbeck

giovedì 12 luglio 2012

Chi si ricorda della new economy? - seconda parte


Seconda parte: i crac finanziari



La bolla speculativa della fine degli anni Novanta esplose nel corso del 2000 e i crac finanziari cominciarono a fioccare tra 2000 e 2001. Vediamo qualche esempio. La società RCN, fondata nel febbraio 2000 da Paul Allen (braccio destro di Bill Gates) con l’intento di diffondere collegamenti internet domestici a banda larga, verso la fine del 2001 aveva perso 10 volte il suo valore (la storia delle traversie finanziarie e giudiziarie della RCN è oggi narrata dallo stesso Allen nell’e-book Idea Man. Io, Bill Gates e altre storie. Autobiografia del cofondatore di Microsoft, Milano, Rizzoli Etas, 2011). La Liberty media di John Malone vide andare in bancarotta due società fondate per la diffusione di internet, la Icg e la Teligent. La At home e la Net2-Phone, create dal colosso americano At&t di Michael Armstrong, furono più volte prossime al fallimento a partire dal 2001, tanto da mettere in difficoltà la stessa At&t che nel 2004 ha dovuto vendere la sua divisione di rete mobile: poi, nel 2005, l’intero colosso di San Antonio fu venduto alla SBC (che gli diede il nome attuale di At&t Inc.). Webvan, uno dei portali internet dell’e-commerce più idolatrati nel 2000 (consentiva di fare la spesa via internet), con la famosa bancarotta del 2001 travolse manager famosi, illustri banche d’affari, finanzieri e aziende che avevano puntato su esso per la diffusione del commercio elettronico. Nel 2009 l’azienda, ormai decotta e svalutata, venne acquistata da AmazonFresh che dovette rivedere e delimitare profondamente il servizio offerto.

In Italia il più grosso buco nell’acqua del 2000-2001 è stato forse ePlanet, la società di telecomunicazioni (cellulari, satellite, internet, banda larga) fondata da Angelo Moratti, Paolo Merloni, Luigi Orsi Carbone, Andrea Rocca: per mesi sull’orlo della bancarotta, subì negli anni successivi al 2001 un drastico ridimensionamento aziendale per potersi salvare. Ma altri insuccessi gravissimi hanno conosciuto Seat Pagine Gialle (nel 2001 perse l’89,2% del valore che possedeva al momento del suo collocamento sul mercato), Tim (- 64,5%), Tiscali (- 94,1%), Freedomland (- 93,5%), e.Biscom (- 85,2%), I.Net (- 83,4%) e la tanto acclamata Finmatica, nata nel 1998 dal nulla, nei sottoscala di Salerno, per merito di un paio di ingegneri elettronici che preparavano software e fornivano servizi internet alle aziende. Collocata in Borsa a nemmeno un anno dalla nascita, Finmatica guadagnò rialzi enormi fino al termine del 2000, tanto da venire salutata come modello italiano della new economy; nel 2002 aveva perso il 92,26% del suo valore iniziale, nel 2004 dovette dichiarare il fallimento e portare i libri contabili in tribunale (dati tratti da: CorrierEconomia, supplemento al Corriere della Sera del 10 settembre 2001; Da e.Biscom a Finmatica, tutte le bolle della new economy made in Italy, in http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Da-eBiscom-a-Finmatica-tutte-le-bolle-della-new-economy-made-in-Italy_50524394.html). Scandali e fallimenti che sono stati dimenticati perché oscurati da quello della Parmalat, scoppiato nel  2003, più noto degli altri ma sorto come quelli nella medesima atmosfera di frenetica euforia tecnologico-finanziaria.
Bernie Ebbers all'epoca del successo
borsistico di World Com

Un esempio notissimo di fallimento avvenuto nelle attività legate alla new economy è quello di Bernie Ebbers, di cui si occupò la stampa di tutto il mondo. Ex lattaio del Mississippi, Ebbers era il tipico self-made man che dal nulla era riuscito a creare un impero riunendo nelle proprie mani, dal 1994 in poi, 75 medie e piccole società delle telecomunicazioni di tutto il mondo. Nacque così World Com che, nel campo della telefonia mobile e della connessione ad internet, fece concorrenza per qualche anno a giganti come Enron (di Ken Lay), Vodafone (di Chris Gent), Vivendi (di Jean-Marie Messier). Perciò Ebbers è stato considerato per mesi un profeta della new economy, modello del nuovo imprenditore che avrebbe trasformato il mondo attraverso le nuove tecnologie, guardato dai giovani americani come esempio da imitare. In effetti la sua società, tra 1997 e 1999, vide crescere il valore delle azioni del 180%: il mercato borsistico, fiducioso nei confronti di questa nuova azienda che prometteva grande innovazione tecnologica e grande convenienza per l’utenza, sostenne una bolla speculativa di enormi proporzioni, nella convinzione di veder crescere il valore del proprio investimento. Ma la crisi del mercato delle telecomunicazioni, iniziata nel corso del 2000, travolse Ebbers al punto tale che nel 2002 il consiglio di amministrazione della sua società dovette licenziarlo: licenziato dai suoi stessi dipendenti! Si scoprì poco dopo che egli stesso aveva artificiosamente alimentato la bolla speculativa, acquistando azioni della sua impresa per aumentare la fiducia degli operatori nei confronti di World Com: un giochetto che era costato alla società, nel solo 2000, ben 366 milioni di dollari. Nel 2002 emerse che la società aveva perpetrato una colossale frode contabile di quasi 4 miliardi di dollari per far risultare i conti in attivo, contando per anni su compiacenti coperture politiche dell’amministrazione Clinton e di quella Bush jr. Alla bancarotta seguì così un umiliante processo concluso nel 2006, quando Ebbers iniziò a scontare la condanna a 25 anni in una prigione federale della Louisiana.

Purtroppo il caso di World Com non fu isolato, poiché tra 2000 e 2002 tutte le società legate alla new economy anche se non erano ancora sul lastrico non navigavano in buone acque: dal maggio-giugno 2000 al maggio 2002 il valore di un’azione di Yahoo passò da $ 113,2 a $ 8; di Amazon da 58 a 19,47; di Intel da 57 a 28,6; di Ericcson da 23,7 a 2,38; di Microsoft da 83,6 a 53,26; di Symantec da 70 a 33,6; di Hewlett Packard da 75 a 20; di At&T da 47 a 12; di IBM da 110 a 85. L’indice del NASDAQ, cresciuto nel gennaio 2000 oltre i 5000 punti (record mai più raggiunto in seguito: oggi si trova sotto i 3000 punti), nel maggio 2002 si trovava intorno a quota 1650 (dati presi da Michele Farina, Chi è il più stupido della new economy?, in Sette, n° 20, supplemento al Corriere della sera del 16 maggio 2002, pp. 102-104). A questo fosco panorama si aggiunse nel 2001 il fallimento della compagnia petrolifera Enron il cui colossale crac travolse migliaia tra dipendenti, investitori e politici e produsse un famoso scandalo provocato dalla scoperta di ciò che vi era dietro la bancarotta: corruzione, bilanci truccati, connessioni tra politica ed economia, illegalità, raggiri e truffe politico-finanziarie. La vicenda riguardò una multinazionale di un settore, quello dell’energia, tutt’altro che new; tuttavia, come si comprese alla sua conclusione, essa era stata originata dalla faciloneria gestionale generata dal clima di euforia finanziaria che accompagnò la rivoluzione informatica di fine XX-inizio XXI secolo. Dopo il grave scandalo negli Stati Uniti si cominciò a discutere seriamente di “etica degli affari”.
Philip Kaplan, programmatore "creativo", blogger, musicista

Tra 2000 e 2002 sono diventati talmente tanti i casi di fallimenti di società legate alla new economy, nate dal nulla e cresciute grazie all’irrazionale fiducia del pubblico e dei risparmiatori, che negli Stati Uniti un giovane programmatore, Philip Kaplan, realizzò proprio in quegli anni un sito internet in cui si divertì a catalogare tutti i casi di società della new economy travolte dopo un’iniziale e illusoria crescita. Il nome del sito non lasciava spazio ad equivoci: si chiamava fuckedcompany.com, ovvero “compagnie trombate.com”. Al sito seguì anche un libro (intitolato F’d companies) in cui Kaplan raccontò la storia dei 150 più clamorosi fallimenti della new economy.


Sono passati 10-12 anni da tutti questi eventi. Oggi nessuno ama ricordare l’ingenuo entusiasmo con cui allora si parlava di new economy, perché in troppi hanno azzardato previsioni che, puntualmente, non si sono avverate. Oggi, inoltre, le difficoltà delle economie occidentale provengono anche dalla spietata, e spesso sleale, concorrenza delle aziende cinesi in settori molto tradizionali, come il tessile, il meccanico, la componentistica di base: sarebbe fuori luogo invocare un’economia new in una congiuntura come questa in cui le aziende manifatturiere old style sono costrette a licenziare centinaio di dipendenti. Certo, di imprese che investono nei settori delle telecomunicazioni digitali ce ne sono ancora molte e sicuramente ve ne saranno in futuro. Ma il mondo non è stato reso migliore da esse, la pace non è sbocciata come un fiore laddove si è investito in telematica; gli uomini non sono diventati più altruisti laddove si è seguita la finanza creativa; l’umanità non appare neppure più felice dopo che quasi tutto il mondo è stato interconnesso come Negroponte e Bill Gates desideravano. Di quegli anni rampanti e di quei personaggi senza scrupoli che li hanno alimentati ci è rimasto ben poco, oltre alla consapevolezza di quanto sia sciocco illudersi di potere risolvere facilmente i problemi del mondo grazie ad internet e al mercato borsistico. Questi sono mezzi, non fini in sé; scambiare gli uni con gli altri è una facile tentazione ma è molto pericolosa: la realtà, quella vera, non quella virtuale, è sempre pronta a punirci per le nostre balordaggini. La realtà è sempre old, very old.

martedì 10 luglio 2012

Chi si ricorda della new economy?



Il mito della new economy


Prima parte: la new economy e la bolla speculativa del 2000

La crisi economica attuale, iniziata nel 2008 negli Stati Uniti con il crac del mercato dei mutui sub-prime e poi aggravatasi nel 2011 con la crisi dei debiti sovrani europei, ha forse un’origine nel fenomeno della globalizzazione. Quest’ultimo, a sua volta, ha origini lontane, nella internazionalizzazione degli affari iniziata dopo la seconda guerra mondiale. Oggi tutti, o quasi tutti, si sono scoperti critici della globalizzazione e in Europa c’è persino chi invoca il ritorno al protezionismo doganale per contrastarne gli effetti. Eppure, non più tardi di 10-12 anni fa, vi era un mito opposto ad occupare lo spazio della discussione pubblica: quello della new economy. Qualcuno se la ricorda?

Nicholas Negroponte, informatico statunitense,
fondatore di MediaLab, cofondatore di Wired, autore
nel 1995 del best seller Being Digital
A causa della globalizzazione, e delle opportunità di sviluppo e di guadagno che questa sembrava promettere, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio l’opinione pubblica occidentale fu attraversata da un brivido travolgente: tecnologia telematica, finanza, inventiva, genialità, velocità sembrarono essere i “nuovi valori” della società del futuro. Internet sembrava promettere felicità, benessere e pace nel mondo; la soluzione di ogni problema sembrava provenire dal connubio tra informatica e finanza creativa; il termine globalizzazione suscitava più simpatie che astio tra le nuove generazioni e i giovani, affascinati da queste novità, erano spinti a non considerare più l’arricchimento personale come immorale ma, al contrario, come la giusta ricompensa dell’applicazione del proprio ingegno nei settori più avanzati della moderna economia globale, ovvero l’informatica e la finanza. I guru di questa new wave, come Nicholas Negroponte, sostenevano che presto il vecchio mondo dell’economia “materiale”, sarebbe stato sostituito da un nuovo universo economico “immateriale”, orbitante all’interno delle connessioni telematiche, un mondo in cui uomo e computer avrebbero interagito in modo sempre più efficace e sempre più rapido.
 Non solo la new economy sarebbe stata migliore rispetto alla vecchia economia, non solo sarebbe stata più moderna grazie alla nuova tecnologica, ma avrebbe costruito un mondo meno inquinato e moralmente più pulito, un mondo più giovane, più civile e più pacifico. Questi i miti che circolavano in quei decenni: dalla tecnologia telematica e dalla creatività finanziaria ci si attendeva la risoluzione dei problemi del mondo. La vecchia cultura umanistica non sarebbe servita più a nulla; ogni problema sarebbe stato risolto grazie a due soli strumenti: internet e mercato borsistico.


Così, a partire dagli anni Novanta le azioni emesse dalle aziende che producevano alta tecnologia conobbero un aumento notevole di valore, talvolta al di là di ogni aspettativa ottimistica, perché poterono contare sulla fiducia che il pubblico accordava alle imprese che lavoravano nel campo della telefonia mobile e di internet. Un’inarrestabile ondata di entusiasmo e di ottimismo produsse un’impennata rapidissima, senza precedenti, del valore delle azioni emesse da ogni azienda che potesse vantare qualche relazione con la tecnologia delle telecomunicazioni. Al punto tale che in alcuni mercati borsistici si è dovuto separare l’indice delle azioni collegate a quelle aziende da quello delle azioni collegate ad altri tipi di imprese: già negli anni Ottanta, ad esempio, a Wall Street vi era il listino dei titoli trattati telematicamente, il NASDAQ, che si è separato dal listino principale della Borsa di New York ed anche dal Dow Jones (listino dei 30 principali titoli trattati). Simili listini sono nati negli anni Novanta un po’ in tutte le Borse. Così in Italia è nato il Numtel (Nuovo Mercato delle telecomunicazioni), listino delle aziende della telecomunicazione, che si è staccato dal MiB (listino ufficiale di Milano Borsa), dal MiBtel (come il MiB, ma fondato sulla contrattazione telematica) e dal MiB30 (il Dow Jones italiano). Per questo il pubblico, i mass media e gli operatori economici hanno cominciato a parlare di new economy, intendendo con questo termine tutto il mercato finanziario e l’apparato produttivo collegato alle aziende che operavano in quei settori tecnologici. Difficile negare che abbia contribuito alla nascita di tale ottimismo il mito di internet a cui prima mi riferivo: come dicevo, a questo mito molti, specie tra le nuove generazioni, hanno attribuito compiti e finalità miracolose, quali la possibilità di rendere l’umanità più libera, più ricca, più felice.

In effetti molti di coloro che nel mondo diedero fiducia alle azioni delle aziende start up che investivano nel fenomeno di internet (le cosiddette dot-com) sono riusciti a fare dei buoni affari, alcuni si sono arricchiti, in qualche caso anche in modo notevole (negli USA divennero noti i casi di alcuni giovanissimi utenti di internet che, operando in borsa da casa, misero insieme colossali fortune). Ma la chimera della fortuna proveniente dalla new economy durò poco: nel breve volgere di alcuni mesi (dal marzo del 2000) molte delle aziende a cui era stata accordata troppa fiducia cominciarono a mostrare segni di cedimento; alcune non riuscirono a far fronte alle spese e ai debiti contratti; non poche dovettero chiudere. Accadde con la new economy la stessa cosa che era accaduta nel 1637 in Olanda a causa dell’euforia provocata dal commercio dei tulipani; la stessa cosa accaduta nel 1719 in Europa con la speculazione sui titoli della Mississippi Company; la stessa accaduta nel 1929 a New York con il Dow Jones di Wall Street; la stessa, infine, che sarebbe accaduta nel 2008 con l’entusiasmo per i mutui sub prime. Insomma la new economy mostrò di avere tutti i limiti della old economy, il cui comportamento è noto agli economisti da oltre due secoli: le aziende capitalistiche nate e cresciute troppo in fretta, grazie all’eccessiva e infondata fiducia che il pubblico e gli investitori gli accordano, rischiano di gettare sul lastrico milioni di investitori e di bruciare immense ricchezze non appena il mercato reale a cui si rivolgono i loro prodotti mostra qualche segnale, anche timido, di incertezza. È sempre stata questa, del resto, la conseguenza delle speculazioni finanziarie.

Di nuovo, in questa crisi, c’era il fatto che la crescita esagerata dei titoli delle aziende che operavano su internet o per internet fu dapprima facilitata e poi messa in crisi proprio dalla velocità della rete telematica globale. Le connessioni telematiche, infatti, avevano avuto conseguenze rivoluzionarie nei mercati borsistici poiché, collegando in tempo reale tutte le Borse del mondo, facevano sì che i mercati finanziari non chiudessero mai e operassero per 24 ore al giorno, tenendo in tal modo sotto costante controllo l’andamento economico delle aziende e delle nazioni. Non solo: la telematica aveva reso possibile a chiunque l’intervento nel mercato finanziario, anche senza mediatori. Sicché ogni piccolo risparmiatore, dotato di un computer e di una connessione ad internet, poteva operare nelle Borse di tutto il mondo, comprare e vendere azioni e obbligazioni, e contribuire così a modificare sensibilmente l’andamento dei titoli.
Tuttavia, proprio questi aspetti rivoluzionari rendevano i mercati finanziari molto fragili, sia perché soggetti alle influenze di milioni di operatori sparsi in tutto il mondo (tra i quali vi erano, ovviamente, soggetti capaci di spostare milioni di dollari in poche ore: banche, grandi aziende, Stati), sia perché la connessione di tutti i mercati finanziari provocava la diffusione in tempi assai rapidi delle speculazioni finanziarie e delle crisi: se a Singapore si verificava un’impennata di fiducia nei confronti di alcuni titoli azionari, e quindi un aumento del loro valore, essa si ripercuoteva in tempi rapidi a Tokyo, in Europa e a New York; ma allo stesso tempo un cedimento dei titoli azionari a Singapore si poteva ripercuotere nell’arco di poche ore in tutte le Borse del mondo, con effetti moltiplicatori che ne amplificavano le conseguenze. I problemi sorti e osservati allora sono presenti, come sappiamo, anche nell’attuale mercato borsistico: un’eredità degli anni Novanta che oggi appare ancor più pericolosa. (continua)

giovedì 5 luglio 2012

Ultimo post sull'esame di Stato: lo teniamo o lo aboliamo?


Abolire l’esame di Stato?


Devo dire che non avrei pensato di riuscire a sollevare così tanto interesse sulla questione dell’esame di Stato. E invece ecco che ricevo commenti da studenti, ex studenti, colleghi, ex colleghi. Certo, si dirà, sono tutti, più o meno, addetti ai lavori. Ma non era proprio questo che lamentavo nel post del 29 giugno (Della “libertà di copiare”), e cioè che proprio tra gli addetti ai lavori non sempre ci fosse la volontà di affrontare questioni come questa? Perciò sono soddisfatto di avere suscitato interesse intorno ai temi dell’esame, della correttezza del suo svolgimento, dell’onestà nell’affrontarlo e nel prepararlo. Ringrazio tutti per gli interventi e per i commenti, e mi scuso se non sono riuscito a rispondere ad ognuno di voi: non è certo per mancanza di interesse, ma solo per mancanza di tempo. Spero che questo post conclusivo sulla questione dell’esame valga anche come risposta ai sensatissimi interventi che ho ricevuto.

Affrontiamo subito il toro per le corna: è utile l’esame di Stato? Me lo chiede esplicitamente Lucas, mio ex studente (commento del 30 giugno al post del 27/6). Modifico un po’ la sua domanda per rendere più esplicito il mio parere: “è utile UN esame, al termine del curriculum di studio di uno studente di media superiore?”. Posta così la domanda, a me pare che la risposta si presenti immediata: è utilissimo! E questo per varie ragioni: perché con un esame conclusivo si può certificare il raggiungimento di un certo livello di preparazione, si può uniformare la formazione di base dei giovani italiani rispetto a valori e standard culturali comuni, perché, infine, in tal modo si può sottoporre un giovane, per la prima volta nella sua vita, ad una seria e difficile prova che può avere un valore civico enorme, di preparazione-introduzione alla vita in una società complessa e in uno Stato di diritto, o, come si preferisce dire oggi, di avviamento alla “cittadinanza democratica”.

Ma, detto questo, altrettanto immediatamente si presentano i rilievi a tali ragioni: un esame sarebbe utilissimo SE fosse svolto come dovrebbe. Probabilmente alcune inefficienze e alcuni difetti dell’esame di Stato dipendono dal suo stesso impianto istitutivo, dalle norme che l’hanno creato, dalle procedure burocratiche che lo fanno funzionare. Il piccolo test che ho preparato nei giorni scorsi, e che potete ancora vedere qui a fianco, ha provato che qualcosa, secondo i partecipanti, si dovrebbe cambiare: sui dieci votanti che hanno preso parte al sondaggio, ben 9 hanno detto che sarebbe bene aumentare il punteggio del credito scolastico. Dieci votanti non sono nulla, è ovvio; eppure, mi permetto di dire, sono convinto che la loro opinione sia condivisa da molti italiani. Anche l’abolizione, o per lo meno la revisione, della terza prova scritta, suggerita da uno dei votanti,  dovrebbe essere presa in considerazione. Accanto a questi punti deboli, poi, ce ne sono sicuramente altri che andrebbero affrontati: il ruolo che ha, nel colloquio orale, l’approfondimento personale – meglio noto come “tesina” – spesso esercizio velleitario di insulsa interdisciplinarità (se non addirittura pessimo esempio di copiatura da internet); i complicati meccanismi di attribuzione dei punteggi; la burocrazia bizantina e farraginosa, e così via. Andrea, insegnante e acuto commentare del blog, ha suggerito una serie di correttivi tecnici molto interessanti (vedere commento del 27 giugno al post dello stesso giorno). Tuttavia non credo che siano questi i problemi principali resi evidenti dall’esame di Stato.

I problemi più gravi nascono dal modo con cui l’esame di Stato è affrontato dagli studenti, dai loro genitori e, soprattutto, dagli insegnanti. Come ho già detto, non serve a nulla un esame che ratifichi un giudizio già espresso dal consiglio di classe; non serve a nulla e a nessuno un esame che non costituisca un serio e rigoroso filtro culturale al termine dei 5 anni di scuola superiore; non serve a nulla e a nessuno, infine, un esame in cui i programmi dichiarati dagli insegnanti non sempre siano stati svolti realmente. Se affrontato in questo modo, l’esame di Stato è del tutto inutile. Ha ragione Stefania, collega e commentatrice di questo blog, nel dire che “tutte le prove servono, se affrontate con serietà” (commento lasciatomi su facebook). Il punto è proprio questo: o decidiamo tutti insieme, una buona volta, di essere seri nell’affrontare l’esame di Stato, o tanto vale abolirlo. Risparmieremmo denaro, tempo, energie fisiche e psicologiche. Ma soprattutto eviteremmo di impartire ai nostri giovani un pessimo insegnamento, ovvero che le prove e gli ostacoli della vita sono ipocrite messinscena che si superano con l’aiuto di qualche compiacente burocrate.
Luigi Einaudi (1874-1961), economista, politico,
nonché Presidente della Repubblica
dal 1948 al 1955

Un’altra collega, Genziana, suggerisce di abolire il valore legale dell’esame di Stato (commento del 4 luglio al post dell’1/7). Sono pienamente d’accordo: se proprio vogliamo tenerci QUESTO esame, se proprio vogliamo continuare a tollerare senza ribellarci il pressapochismo con cui viene gestito, si abolisca almeno il valore legale del titolo di studio (proposta sostenuta molti anni fa da Luigi Einaudi): in questo modo si farebbero emergere le scuole serie e di valore, attraverso una libera concorrenza tra gli studenti diplomati. Ma, occorre subito aggiungere, tutto il sistema dell’istruzione dovrebbe cambiare di conseguenza, dalle scuole medie all’università, e gli insegnanti dovrebbero essere reclutati e pagati in base al merito. Genziana suggerisce una riforma troppo avanzata per una nazione statalista e culturalmente mediocre come la nostra. In attesa che l’Italia sia in grado di realizzare questa riforma einaudiana, secondo me le alternative, riguardo all’esame di Stato, si riducono solo a due: o cambiamo tutti atteggiamento e facciamo funzionare l’esame come dovrebbe, o chiediamo al Ministro e al Parlamento di cancellarlo. In quest’ultimo caso, si potrebbe pensare di far valere il credito rilasciato dalle scuole come punteggio per partecipare ai test di ammissione all’Università: ma dovremmo essere sicuri che tutte le scuole italiane rispettino standard di serietà e rigore, altrimenti, ancora una volta, meglio fare a meno anche di questo punteggio.

Questo post è il mio ultimo intervento sull’esame di Stato. I miei “venticinque lettori” possono continuare a commentare la questione; se potrò, risponderò. Dai prossimi giorni riprenderò a scrivere di storia, filosofia, letteratura, libri e, di quando in quando, di politica: insomma delle cose che mi interessano di più. Della scuola, tuttavia, tornerò ad occuparmi ancora, e forse anche dell’esame: sono questioni che mi stanno a cuore, sebbene siano meno piacevoli delle altre. Per chiudere questa lunga conversazione sull’esame di Stato, vi chiedo ancora un po’ del vostro tempo: partecipate al nuovo sondaggio qui a fianco (potete fornire anche più di una risposta), consideratelo un piccolo test di democrazia diretta e immaginate di poterlo presentare al Parlamento italiano. Lo manterrò più a lungo dell’altro, per dare modo a più lettori di votare. Grazie a tutti e a presto!




domenica 1 luglio 2012

Terza idea circolante sugli esami: nei programmi, cosa ci metto?


Terza idea che circola sugli esami:

“I programmi svolti devono contenere tanti argomenti, possibilmente appariscenti”


Ci metto anche questo argomento o non lo metto? Questa è la domanda che circola tra gli insegnanti intorno alla data del 15 maggio di ogni anno scolastico. Com’è noto, entro quella data ogni consiglio delle classi quinte delle scuole superiori deve pubblicare il “Documento finale”, ovvero la sintesi, il diario, il consuntivo di quanto è accaduto, di quanto è stato effettuato e di quanto è stato ottenuto nel corso del triennio della classe che si sta per presentare agli esami. Non di ciò che è stato studiato da quella classe, perché questo è contenuto negli allegati del documento finale, allegati costituiti dai programmi svolti nell’ultimo anno di corso dagli insegnanti di ciascuna disciplina. Ed è a proposito di questi che ogni addetto ai lavori si pone la domanda summenzionata: questo argomento lo inserisco o no?


Attenzione, la domanda non è peregrina, non è importante solo per gli insegnanti: su quei programmi e sugli argomenti in essi indicati gli studenti verranno interrogati dalle commissioni d’esame, perciò la questione è di primaria importanza, soprattutto per gli studenti che verranno esaminati dai commissari esterni. Tralascio di discutere l’aspetto legale della faccenda, ovvero se è lecito o no inserire nel programma anche ciò che si prevede di affrontare tra il 15 maggio e la fine delle lezioni. Non me ne vogliano i difensori dei diritti degli studenti, ma francamente non credo che sia una questione interessante e non mi sembra neppure di facile interpretazione, come sanno bene gli esperti di diritto. Secondo me non è pensabile che la legge ci imponga di porre fine ad ogni avanzamento del programma dopo il 15 maggio, ma riconosco più di una ragione a coloro che la pensano così, se non altro perché la norma, sulla questione, appare piuttosto ambigua.
Emblema delle Tigri Tamil

La questione che qui vorrei discutere è un’altra: perché inserire in un programma d’esame un argomento che non si è svolto con sufficiente approfondimento? E soprattutto: perché inserirvi un argomento che non si è svolto affatto? Se si è dedicato mezzora alla crisi degli anni Settanta, vale la pena inserirla nel programma svolto? Se si è solo “accennato” al terrorismo delle Brigate rosse e all’assassinio di Aldo Moro, è opportuno inserire i due argomenti nei programmi svolti?
Oltre dieci anni fa esaminai studenti di un noto Liceo della provincia nel cui programma di storia, dichiarato dal loro insegnante, spiccavano come ultimi argomenti svolti la crisi politica dello Sri Lanka e la questione delle Tigri Tamil: il programma, proprio per questa sua spiccata adesione alle problematiche di attualità (la crisi singalese era allora in pieno svolgimento e sarebbe giunta ad una temporanea conclusione solo qualche anno più tardi), ricevette l’encomio del presidente della commissione d’esame, colpito positivamente dal fatto che gli argomenti svolti dall’insegnante di storia di quella classe coprissero l’intero Novecento e giungessero fino all’ultima questione di politica internazionale.

Bettino Craxi
Durante il colloquio orale domandai ad alcuni studenti di spiegare le cause della crisi singalese, nonché di illustrarne i principali eventi. Le migliori risposte che ricevetti furono stentate rimasticature terzomondiste e luoghi comuni sull’imperialismo occidentale (cose che non c’entravano nulla con la vicenda); le peggiori furono dei goffi tentativi di autodifesa, tutti più o meno di questo tenore: “l’insegnante ha svolto questo argomento nell’ultimo giorno di scuola, dopo aver parlato per mezzora della guerra del Golfo: in testa non mi è rimasto quasi nulla…”. Devo confessare che a questi studenti era rimasto ben poco, in testa, anche della guerra fredda, della coesistenza pacifica, della costruzione dell’Unione europea, dei governi Craxi e di Tangentopoli, tutti argomenti perentoriamente dichiarati nel programma di storia e, con tutta probabilità, affrontati negli ultimi giorni di scuola in poche parole e con molti luoghi comuni. Fu una soddisfazione non da poco osservare il presidente della commissione rimangiarsi le parole precipitosamente pronunciate al momento della prima lettura del programma di storia: talvolta l’apparenza, ancorché spettacolare e smagliante, può essere ingannevole…
Corriere della sera del febbraio 1992:
notizia dei primi arresti per "Tangentopoli"

Fu anche un’esperienza istruttiva. Compresi immediatamente due cose: 1) non si è istituito l’esame di Stato per consentire ad insegnanti narcisisti (perdonatemi se ricorro di nuovo a questo termine) di mettersi in mostra di fronte a commissioni, presidenti e presidi; 2) l’esame è stato istituito per sondare la preparazione degli studenti: se questi sono preparati un po’ di merito sarà anche del loro insegnante.
Come rispondere, quindi, alla domanda del 15 maggio “cosa metto nel programma”? Credo che una risposta di buon senso sia la seguente: si metteranno quegli argomenti su cui si sa di essere rimasto abbastanza da giustificare almeno una domanda da parte dell’esaminatore, anche se si tratta di argomenti poco appariscenti, un po’ demodé, non politically correct. Altri argomenti meglio non metterli, per non esporre gli studenti ad inevitabili figuracce. Meglio poco e fatto bene (o per lo meno "fatto") che tantissimo ma raffazzonato (o, peggio, "non fatto").

venerdì 29 giugno 2012

Ancora sull'esame di Stato


DELLA "LIBERTA' DI COPIARE"


Marcello Dei insegna Sociologia dell’educazione all’Università di Urbino. Collabora con la rivista Il Mulino (rivistailmulino.it) e con l’omonima casa editrice bolognese ha pubblicato alcuni libri sulla scuola italiana (ad esempio: La scuola in Italia, nel 2007, e la recente nuova edizione di questo volume che ha come sottotitolo Radiografia di un sistema scolastico). Lo scorso anno ha fatto molto discutere il suo Ragazzi, si copia. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane (Il Mulino, Bologna 2001), basato su un’indagine statistica dei comportamenti e delle idee di studenti, genitori e insegnanti italiani.


Oggetto dell’indagine, come si comprende dal titolo, è la cosiddetta libertà di copiare a scuola. Ne vien fuori un panorama allarmante e sconfortante: secondo l’autore non solo in Italia copiano un po’ tutti (figli di borghesi come di operai, studenti del Nord come del Sud), non solo questa attività viene tollerata, giustificata e non di rado incoraggiata dagli adulti, ma essa non lascia alcun rimorso in chi la compie. Tra gli studenti di tutti gli ordini di scuola, infatti, la pratica del copiare viene giudicata con indulgenza e quasi tutti si rifiutano di considerarla una “truffa”: il numero di coloro che giustificano la pratica (quasi l’84% degli studenti delle superiori) è addirittura superiore al numero di coloro che dichiarano di copiare (il 63,9% degli studenti delle superiori).

Se questi dati sono veri, e non ho alcun motivo per non ritenerli tali, c’è da credere che anche durante gli esami di Stato la pratica del copiare sia non solo utilizzata (ogni persona di buon senso sa che è così…), ma persino incentivata dagli adulti. Si dirà: è così ovunque, anche nei paesi più civili del nostro. Risponderò: sì e no. Sì, poiché anche negli Stati Uniti, come lo stesso Dei ricorda nel suo libro, gli studenti dichiarano di copiare; no, perché la questione, in quel paese, sta sollevando un grande allarme sociale e gli adulti, genitori e insegnanti, si dicono molto preoccupati. Ecco, è questo che manca da noi: l’allarme sociale. Pochi in Italia hanno sollevato la questione con forza: tra gli altri, oltre a Marcello Dei, va ricordato il Gruppo di Firenze (gruppodifirenze.blogspot.it). Senza arrivare al punto di auspicare che il copiare venga sanzionato come un qualsiasi reato (come sembra che avvenga in alcuni paesi), in Italia potrebbero almeno discuterne gli addetti ai lavori, cioè gli insegnanti; invece non solo non ne discutono, ma in non pochi casi li ho sentiti giustificare la pratica anche se avviene durante l’esame di Stato, anzi, ancora di più se avviene durante questo.

Il ragionamento di costoro è più o meno il seguente: “l’esame è una presa in giro, tanto vale comportarsi di conseguenza, cioè truffare”. Credo che a ciascun insegnante che abbia almeno 5 anni di servizio nella scuola italiana sia capitato di incontrare colleghi che fanno una o più delle seguenti cose: coprire chi copia durante le prove scritte d’esame, comunicare le domande o gli argomenti della terza prova scritta (il cosiddetto “quizzone”) prima del suo svolgimento, informare gli studenti sulle domande che gli verranno rivolte durante il colloquio orale… Anche in questo caso, come in quello di cui parlavo ieri, è molto probabile che nel produrre questi atteggiamenti giochi un ruolo importante il narcisismo di qualche insegnante: mostrare che i “propri” studenti hanno raggiunto valutazioni elevate fa brillare di luce riflessa anche il docente che li ha preparati.

Ma la questione più importante è un’altra: l’insegnamento che gli studenti ricavano da questi comportamenti è devastante. Perché, d’ora in poi, tutto ciò che lo Stato e le leggi chiederanno a quei giovani come cittadini dovrebbe essere da loro eseguito? Perché mai, dal momento che proprio coloro che per primi dovrebbero osservare quelle norme (i docenti) non le rispettano? Perché osservare le leggi, pagare le tasse, non truffare il prossimo, svolgere il proprio dovere se tanto, prima o poi, si troverà un compiacente funzionario pubblico che ci incoraggerà a trasgredire?
L’aspetto più grave della questione è che dietro le motivazioni di quegli insegnanti, come di molti altri adulti, c’è sempre una motivazione politica: l’esame – essi dicono - è mal fatto per colpa dei politici; la società è corrotta per colpa dei politici; l’accesso al lavoro e alle carriere è nelle mani di qualche lobby organizzata se non addirittura della mafia, e così via. Perciò, per difendersi da questo disfacimento nazionale, la “truffa” viene presentata come una sorta di autodifesa politica, una sorta di ribellione ad un sistema putrefatto e non più modificabile. La truffa e il furto diventerebbero così dei surrogati (all’italiana) della vecchia rivoluzione proletaria.

È chiaro a tutti, credo, che queste motivazioni nelle mani degli studenti diventano dei facili alibi per giustificare la pratica del copiare. E, come dicevo prima, l’effetto educativo è devastante: i nostri giovani non capiranno mai, in tal modo, che il rispetto della legalità è e deve essere precedente, in uno Stato di diritto, ad ogni ideologia politica, ad ogni giustificazione partigiana del proprio comportamento. Non esiste più legalità, in quello Stato di diritto, se ogni cittadino può disporre a proprio piacimento di alibi ideologici e politici per violare la legge. Ci stupiamo, poi, che in Italia percepiscano le pensioni di invalidità i falsi ciechi o che vi siano centinaia di migliaia di evasori fiscali che la fanno franca? Con gli esempi che arrivano ai giovani dagli adulti che dovrebbero educarli, questo risultato è il minimo che possiamo attenderci da loro: piccoli evasori crescono.