giovedì 23 agosto 2012

Farla finita con l'Europa?


USCIRE DALL'EURO E FARLA FINITA CON L’EUROPA?
Uno scenario fantapolitico.

Ma davvero vogliamo farla finita con l’Europa? Davvero vogliamo uscire dall’euro e far sì che ognuno, ogni stato nazionale voglio dire, segua la propria politica, interna ed estera, come vuole? E proprio questo che vogliamo?

25 marzo 1957: la firma dei Trattati di Roma con cui nasceva la CEE

Il cancelliere tedesco
Konrad Adenauer (1876-1967),
Robert Schuman (1886-1963)
Presidente del primo
Parlamento europeo
Intendiamoci: non sono mai stato entusiasta dell’Europa unita fin qui realizzata. Nata nel 1957 con i Trattati di Roma, per impedire (non dimentichiamolo) la ricaduta in guerre e totalitarismi, per generare un contesto di prosperità e libertà in un continente devastato da più di 30 anni di dittature e guerre, l’Europa federale sognata da Jean Monnet e Robert Schuman, da Konrad Adenauer e Paul-Henri Spaak, da Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli è diventata nel tempo una sovrastruttura burocratica, interessata a creare un mercato di merci e capitali protetto rispetto all’esterno, libero al suo interno ma sostanzialmente privo di reale potere politico. 

Jean Monnet (1888-1979),
Primo presidente della CECA
Altiero Spinelli (1907-1986), Commissario
europeo dal 1973 al 1976

Così, il direttorio di Bruxelles che ha governato la UE è divenuto sempre più lontano dai sentimenti della gente comune, sempre più in conflitto con i loro interessi reali, sempre più sottratto alle forme del controllo democratico. A parte la libera circolazione di merci, capitali e persone, l’altra realizzazione di questo caravanserraglio della burocrazia europea è stata la moneta unica, salutata dai tecnocrati alla vigilia del XXI secolo come la soluzione a tutti i nostri mali. 
La sede del Parlamento europeo a Bruxelles

Chi scrive non era entusiasta allora di questa costruzione puramente economico-finanziaria, né lo è ora: la moneta unica non ci ha reso più europei, né hanno saputo farlo il mercato e la libertà di muoversi senza passaporto in lungo e in largo per il continente. Probabilmente ci sono profonde ragioni storico-culturali per cui non siamo diventati europei, ragioni ricordate in modo acuto da Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale del Corriere della sera del 25 luglio scorso (Un’antica diversità. Europa tedesca e mediterranea, vedilo qui: http://archiviostorico.corriere.it/2012/luglio/25/ANTICA_DIVERSITA_Europa_Tedesca_Mediterranea_co_9_120725096.shtml). Italiani, spagnoli, portoghesi, greci da un lato sono profondamente diversi tra loro e ancora di più lo sono rispetto a francesi, tedeschi, inglesi, scandinavi e olandesi dall’altro. Siamo profondamente diversi nella cultura, nei valori, negli interessi economici e nell’organizzazione sociale. Forse è anche un bene che queste differenze rimangano e forse è persino poco auspicabile un potere che controlli un intero continente, poiché non potrebbe che essere lontano, burocratico, tecnocratico. Più è esteso il territorio su cui un potere ha giurisdizione, più è difficile, per chi vive in esso, tenere quel potere sotto il controllo di procedure democratiche. Per tutte queste ragioni ho sempre rivolto molte critiche alla costruzione europea fin qui realizzata, e ho sempre accolto con scetticismo la promessa della cittadinanza europea e l’insopportabile retorica politically correct che l’ha accompagnata negli ultimi 30 anni.
La sede del Parlamento europeo a Strasburgo

Eppure, oggi dovremmo riconoscere che i rischi connessi con la fine dell’Unione europea, o anche soltanto con l’avvio di una sua parziale disgregazione, potrebbero essere molto gravi. Proviamo ad utilizzare un po’ di immaginazione e vediamo quel che potrebbe accadere se un simile scenario si avverasse. Costruiamo uno scenario fantapolitico sulla base delle conoscenze delle passate e delle recenti crisi economiche e politiche. Vediamo.

Supponiamo che l’Italia (o la Grecia, o la Spagna, o il Portogallo: insomma uno dei paesi più deboli dell’Europa occidentale) esca dall’eurozona; dopo l’uscita si tornerebbe alla moneta nazionale precedente, la lira nel caso dell’Italia. 
In azzurro la zona euro
La moneta sarebbe debolissima, ovviamente, perché l’uscita dall’euro è avvenuta appunto per l’incapacità di sostenere i parametri relativi ai rapporti deficit-pil e debito pubblico-pil. La debolezza della moneta renderebbe poco redditizi gli investimenti dall’estero, sicché gli investitori stranieri scapperebbero a gambe levate, lasciando centinaia di aziende sul lastrico. Rimarrebbero gli investitori nostrani: poiché la competitività delle aziende italiane sul piano internazionale è bassissima, a questi non rimarrebbe che chiedere alla Banca d’Italia di svalutare ulteriormente la lira, producendo un’inflazione a due cifre, simile o peggiore di quella degli anni Settanta, per recuperare un po’ di capacità competitiva. Risultato di questa operazione: abbattimento drastico del potere d’acquisto degli stipendi, assenza totale di investimenti in innovazione e ricerca (poiché – come accaduto già 40 anni fa – si preferirebbe contare sul basso costo dei nostri prodotti causato dalla svalutazione, piuttosto che sulla loro qualità), aumento del ritardo competitivo dell’Italia rispetto alle nazioni più sviluppate. Naturalmente il mercato a disposizione dei nostri prodotti sarebbe ristrettissimo: pochissimo export e molte importazioni, dato che la mancanza di fonti energetiche ci condannerebbe a continuare ad importare petrolio e carbone a costi altissimi a causa della debolezza della lira. Praticamente la nostra industria venderebbe prodotti di scarsissima qualità quasi esclusivamente a squattrinati clienti italiani. Bassa produzione e bassissima produttività genererebbero un gettito fiscale miserrimo: servizi pubblici, sistemi del welfare, stipendi dei dipendenti pubblici si ridurrebbero fino quasi a scomparire. Per sostenersi, la spesa pubblica dovrebbe aumentare la tassazione in modo spietato e soprattutto ricorrere all’aumento del debito pubblico, promettendo tassi di interesse su BOT e BTP superiori a quelli degli anni Settanta. Sarebbe così distrutta la possibilità di investire in Borsa e verrebbe eliminata di fatto ogni forma di mercato finanziario. Le nostre aziende dovrebbero ridursi a piccole manifatture artigianali a gestione familiare, poiché non potrebbero reggere i costi degli investimenti senza un sistema finanziario capace di anticipare i capitali.

Queste trasformazioni economiche, in un contesto in cui la globalizzazione continuerebbe a richiedere grandi capacità concorrenziali, avrebbe presto conseguenze politiche di rilievo. Anche senza ipotizzare un effetto domino (l’uscita dell’Italia potrebbe causare quella della Spagna, del Portogallo e della Grecia; a queste seguirebbero Francia, Olanda, Belgio e Germania…), potrebbe accadere quanto segue: o alcune regioni italiane si staccherebbero dal resto della nazione, sperando di poter contare su minori costi e maggiore efficienza; o si cercherebbe di fronteggiare le difficoltà economiche nazionali introducendo elevatissimi dazi doganali per colpire tutte le merci importate. 

Nel primo caso le regioni secessioniste sarebbero inevitabilmente attratte da organismi statali più vasti e contigui dal punto di vista geografico: Lombardia, Veneto, Friuli e Trentino si unirebbero con Francia, Austria, Germania o Slovenia; il centro-sud farebbe coalizione con qualche compagine statale mediterranea (Spagna, Grecia; oppure Egitto, Libia, Tunisia, Marocco, Algeria…). L’Italia, insomma, scomparirebbe, con giubilo dei leghisti e di quanti negli ultimi 40-50 anni hanno inveito contro il sentimento di appartenenza alla nazione. Nel secondo caso, quello dei dazi doganali, la nostra nazione salverebbe per un po’ l’unità, ma l’economia diventerebbe simile a quella del Giappone prima della rivoluzione industriale: isolata dal resto del mondo, povera, tradizionalista, depressa; capace di produrre merci a bassissimo contenuto tecnologico e poco remunerative. Potrebbe anche capitare che, sollecitate dal comportamento duramente isolazionista dell’Italia, le altre nazione rispondano con un analogo isolazionismo, elevando anch’esse forti dazi sulle importazioni: l’economia globalizzata cesserebbe di esistere e al suo posto avremmo un sistema di mercati segmentati, come negli anni Trenta del Novecento, gli uni contro gli altri, pronti a scannarsi pur di salvare uno 0,1 % di pil.

Lo sbocco molto probabile di uno scenario come questo (apocalittico, lo ammetto, ma non del tutto irrealistico) sarebbe la guerra: il ricorso alle armi e alla vecchia “politica di potenza” sarebbe infatti l’ultima risorsa per nazioni ormai svincolate da qualsiasi obbligo di solidarietà e bisognose comunque di cercare le risorse per mantenersi. La guerra tornerebbe in Europa e si allargherebbe al resto del mondo ancora una volta come 70 anni fa.

È uno scenario pessimistico quello che ho dipinto. Ma, come dicevo, non così irrealistico. Nella storia situazioni di crisi, arresto e arretramento della civiltà, anche più tragiche di quella da me descritta, si sono verificate spesso, e sempre in modo imprevisto. Davvero crediamo di essere pronti ad affrontare un simile rischio?
I simboli di Alba dorata, il movimento
 nazionalista e nazista
diffusosi in Grecia di recente
Credo che ci sia solo un modo per evitare un esito così drammatico alla crisi che stiamo vivendo: rafforzare le strutture federali dell’Europa, non indebolirle o, peggio, dissolverle nei rinascenti nazionalismi aggressivi.

Ciò che da sempre trasforma un anonimo ammasso di uomini in cittadini, che in modo solidale condividono e rispettano norme comuni, è la presenza di istituzioni politiche, ovvero di uno Stato. L’assenza di vere istituzioni politiche federali sovrane ha reso inevitabilmente l’Unione Europea sottomessa ai veti delle potenze via via egemoni nel continente: la Francia, la Gran Bretagna e, soprattutto, la Germania. Perché esista uno Stato sovrano, dotato della capacità coercitiva di far rispettare le proprie decisioni, deve esistere il monopolio della forza legittima. Quest’ultimo, a sua volta, è il prodotto di una comune organizzazione difensiva: progetto, quello di costruire una Comunità Europea di Difesa, che, com’è noto, naufragò negli anni Cinquanta e mai più venne ripreso e discusso. Finché è durata la guerra fredda forse esso era superfluo, visto il ruolo svolto in quel contesto dalla Nato. Ma oggi, a distanza di oltre 20 anni dalla fine della guerra fredda, l’Europa deve dotarsi di una propria forza militare comune, se vuole avere il potere reale di uno Stato federale sovrano: infatti, la delicatezza politica che tale iniziativa avrebbe, obbligherebbe i cittadini europei ad accettare l’esistenza di strutture politiche sovranazionali alle quali gli Stati nazionali dovrebbero cedere gran parte della propria sovranità. Con l’acquisto della piena sovranità, la UE otterrebbe due risultati: innanzitutto sottrarrebbe al governo tedesco e alla Bundesbank il potere di veto che di fatto oggi hanno in ogni decisione finanziaria (ad esempio lo scudo anti-spread, l’acquisto dei titoli di Stato delle singole nazioni da parte della Bce, l’emissione di Eurobond e così via); in secondo luogo avrebbe reali poteri di programmazione economico-finanziaria a beneficio di tutti i membri della Comunità.

Qualsiasi decisione si debba prendere in questo momento per risolvere la crisi dei debiti sovrani di Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, quella decisione deve essere presa da istituzioni federali forti: per uscire dalla crisi, che ci piaccia o no, dobbiamo avere più Europa, non meno Europa.

sabato 18 agosto 2012

Conclusione: i giovani tra incertezza, solitudine e indifferenza


6a e ultima parte. Conclusione: i giovani di oggi tra incertezza, solitudine e indifferenza.



I dati Iard visti l'altra volta contraddicono la vulgata conformistica che dagli anni Sessanta sentiamo ripetere continuamente dai mass media, ovvero che sono le condizioni economiche a rendere difficile l’ingresso nella vita adulta. Certo, la crisi economica attuale ha reso difficile l’acceso al lavoro (particolarmente in Italia dove le tutele nei confronti del lavoro avvantaggiano quasi esclusivamente le generazioni passate) e forse, se continuerà la spirale negativa, anche le sicurezze che finora le famiglie hanno saputo garantire ai giovani potrebbero essere minacciate in modo grave; ma anche quando le cose andavano bene certi comportamenti giovanili erano presenti, come se essi fossero una tendenza culturale di fondo, poco sensibile al variare delle condizioni materiali. Insomma, se il disagio giovanile c’è, non è più nella direzione del disagio materiale che si deve guardare: forse questo discorso poteva avere un senso 50 anni fa, di certo non oggi. I rapporti Iard insistono piuttosto su tre dimensioni dei giovani di oggi: incertezza, solitudine, indifferenza.

 L’incertezza viene non tanto dalla difficoltà ad inserirsi nel mondo produttivo, ma dalle caratteristiche che questo mondo oggi propone ai giovani: esso richiede disponibilità a modificarsi, a ridefinire continuamente le proprie competenze, a spostarsi da un lavoro all’altro e da un luogo all’altro; l’instabilità lavorativa è da intendersi come temporaneità, brevità delle esperienze, velocità e rapidità nell’adattarsi ad una nuova situazione, capacità di assumere il rischio. Da questa instabilità deriva quella affettiva, la difficoltà a creare relazioni umane e sentimentali durevoli, che servono per costituire un nucleo familiare. Il sociologo Zygmunt Bauman ha definito questa forma di precarietà “modernità liquida”.

La solitudine deriva dalla sensazione di muoversi in un mondo che non promette più molte protezioni sociali, e nel quale non vi sono più neppure molte figure di riferimento alle quali affidarsi per le scelte: scuola, istituzioni, famiglia non sembrano soddisfare l’esigenza del giovane di avere qualcuno su cui contare per decidere. Attenzione: non si tratta di una mancanza della famiglia dal punto di vista delle sue responsabilità economiche, ma semmai della mancanza del ruolo educativo della famiglia. La famiglia è molto presente dal punto di vista materiale, svolge un ruolo di soddisfazione dei bisogni materiali e di consumo dei giovani, anzi spesso sollecita e incentiva bisogni e consumi. Ma i genitori di oggi, almeno quelli che hanno figli con meno di 15 anni, tendono a sfuggire al loro ruolo di modello comportamentale e a quello di guida educativa. I genitori, più sono giovani, meno sono presenti dal punto di vista educativo, ruolo considerato vecchio e non al passo con i tempi: anche i genitori preferiscono, al vecchio ruolo dell’educatore, l’affermazione della propria personalità in altri ambiti, come lo sport, il fitness, il divertimento, la tecnologia, i viaggi, le vacanze e così via. Sono genitori, quindi, che si sono assimilati ai giovani, mentre un tempo erano i giovani che chiedevano di essere assimilati al mondo dei genitori. Questa latitanza educativa della famiglia si somma ad una generale latitanza del ruolo degli adulti nella società odierna: essendosi dilatata a dismisura la nozione di giovane, e raccogliendo essa al suo interno praticamente quasi tutte le classi di età, forse con la sola esclusione, per ora, degli ultrasettantenni, è ovvio che nessuno si qualifichi più come adulto e in tal modo è venuta meno la funzione dell’adulto: quella funzione che dà stabilità, sicurezza, saggezza, equilibrio, oltreché protezione. Per tutte queste ragioni sono in crescita i giovani che denunciano una condizione di solitudine.

Infine l’indifferenza. Anche qui occorre fare attenzione: i giovani di oggi non sono indifferenti ai valori in senso assoluto, ma semmai interpretano i valori, anche quelli più tradizionali, in senso ultra-individuale. Al primo posto, nella gerarchia dei valori dei giovani di oggi vi sono quelli connessi alla vita individuale: amicizia, amore, famiglia, carriera e lavoro, autorealizzazione, ottenimento di una vita confortevole e agiata. Subito dopo vi sono i valori di tipo evasivo, collegati alle attività sportive, allo svago e al tempo libero, al divertirsi e al godersi la vita in modo spensierato. Per ultimo vi sono i valori legati alla vita collettiva e all’impegno personale: solidarietà, libertà, democrazia, patria; attività politica, impegno religioso, impegno sociale, studio e interessi culturali. I valori che interessano di più, quindi, sono quelli collegati alla sfera della socialità ristretta e della vita privata, a scapito soprattutto dell’impegno collettivo. 

Anche il lavoro o la carriera non sono apprezzati per se stessi, o perché in essi si vede un mezzo concreto per fornire il proprio contributo alla civiltà e al suo progresso, non vi è una diffusa etica del lavoro tra i giovani di oggi: lavoro e carriera sono apprezzati perché servono per avere i mezzi necessari per ottenere ciò che veramente conta, ovvero la vita di relazione con gli amici, il divertimento, il consumo, obiettivi al cui raggiungimento si affida l’autorealizzazione personale. I valori collettivi, come la libertà o la democrazia, o quelli relativi all’impegno sociale, come la solidarietà, non mancano nell’universo etico dei giovani, ma sono visti non tanto come virtù civiche che comportano qualche sacrificio, né come conquiste collettive, ma come valori che servono a definire meglio la propria individualità: essi appaiono come diritti da far valere verso gli altri, non come dovere verso gli altri. 
Anche i valori collettivi, insomma, sono declinati in senso ultraindividuale, servono per la difesa della propria socialità ristretta, per definire meglio il proprio contorno sociale, quello in cui si vive, il nucleo delle proprie relazioni primarie, il proprio bozzolo. Se vi è adesione ad ideologie forti, come la simpatia verso partiti estremi o movimenti di contestazione radicale, tali scelte appaiono più come nicchie mitologiche in cui rifugiarsi per trovarvi certezze e protezione; ugualmente dicasi per la scelta religiosa (quasi l’80% si dichiara cattolico): essa appare come un modo per rafforzare la propria identità personale, per trovarvi conforto e sicurezza, per cercarvi solidarietà umana e amicale, insomma per stare meglio. Né l’impegno politico, né quello religioso vengono visti come scelte obbliganti verso la società e verso gli altri tali da impegnare il singolo a scelte di rinuncia o di sacrificio personale, scelte che vengono percepite come “uno stare peggio, uno stare male”. Quindi, più che di indifferenza verso i valori, bisognerebbe parlare per i giovani di oggi di trionfo della sfera personale e individuale dei valori, sfera che si dirige fortemente verso l’egotismo (ovvero verso il giudicare il benessere personale l’unico criterio di giudizio morale e criterio di orientamento dell’azione). Ne consegue un insieme di atteggiamenti e di orientamenti che sembra sempre più rinserrarsi nella ristretta cerchia degli affetti sicuri, delle certezze che derivano solo dallo stare insieme a chi condivide gli stessi giudizi, gli stessi orientamenti, le stesse mode, gli stessi gusti, lo stesso ambiente sociale.
Anche l'uso di internet non sfugge alla tendenza di ricerca dello svago:
questo grafico, tratto da una ricerca del Pew Reserch Center, mostra il
comportamento degli utenti americani di internet diviso per classi di età. Il 53%
dei giovani tra 18 e 29 anni usa internet per lo più per svago.
Incertezza, solitudine e indifferenza spiegano il rapido diffondersi, amplificato dai mezzi di comunicazione, di atteggiamenti eccessivi e smodati da un lato e dall’altro della ricerca continua del gruppo, del branco, della compagnia. La prima cosa è il risultato del desiderio di affermazione e di protagonismo, mete ritenute irrinunciabili per l’autorealizzazione e per l’affermazione all’interno del proprio gruppo; la seconda, scambiata erroneamente dagli adulti come “capacità di socializzazione”, corrisponde alla ricerca di sicurezza, di sostegno e di certezze che non ci si sente in grado di costruire da soli, basandosi sulle proprie forze e capacità.
Sono dati poco incoraggianti, soprattutto perché ci mostrano una gioventù sempre più edonistica, sempre più sfiduciata nei confronti delle istituzioni e dei valori collettivi, sempre più conformista rispetto ai mass media, sempre più relativista in fatto di valori (il 54% dei giovani nel 6° rapporto afferma che “nessuna scelta è mai per sempre”), eppure sempre più alla ricerca di sicurezze assolute e sempre più incapace di progettare il proprio futuro, sia perché la dimensione del presente immediato è quella che le interessa, sia perché è disorientata da un mondo che si allarga sempre più e che sembra non dare alcuna garanzia riguardo al futuro, mentre le generazioni precedenti hanno goduto di molte certezze.
Franco Garelli

Anni fa Franco Garelli, un sociologo italiano, andando un po’ controcorrente, scrisse che l’uso del termine disagio riferito ai giovani è diventato di moda in Italia, una sorta di imperativo culturale, uno stereotipo che si deve seguire per essere ascoltati (Franco Garelli, Stereotipi sui giovani e questione educativa, in Il Mulino, n. 385, a. XLVIII, settembre-ottobre 1999, pp. 871-881). La conseguenza più deleteria di questa moda è che essa finisce per sollecitare in tutti (istituzioni, educatori, famiglia mass media) un eccesso di protezione e di prudenza nei confronti dei giovani che non aiuta la loro maturazione: rinvio delle scelte, inserimento morbido e ovattato nella società, tutela per evitare ogni rischio e ogni difficoltà, tutto ciò in Italia è diventato obbligatorio proporlo ogni volta che si parla dei giovani perché, si dice, così li si aiuta a superare il disagio della loro condizione. Invece in questo modo, afferma Garelli, il “disagio” si produce davvero, poiché l’eccesso di prudenza e di protezione favorisce la deresponsabilizzazione e la passività sociale. Con questo Garelli non vuol dire che i giovani non abbiano problemi da risolvere, ma che questi problemi sono tutti risolvibili e non sono differenti da quelli che da sempre ha affrontato il giovane per diventare adulto. Il disagio, quindi, è risolvibile. In altre società, ad esempio quelle anglosassoni, i giovani sono sollecitati da messaggi e imperativi culturali come “lasciare casa in fretta”, tagliare il cordone ombelicale con la famiglia di origine, non per ripudiarla ma per costruire un proprio cammino di vita e di esperienza. Da noi, invece, domina la prudenza e la tendenza a proteggere a tempo indeterminato i propri figli: così si crea dipendenza, si prolunga l’adolescenza, si ritardano le scelte adulte, si genera passività e abulia, indifferenza e noia. Una condizione che produce a sua volta quell’insofferenza rabbiosa e maleducata che, non indirizzata verso mete costruttive, può sfociare in conati improvvisi di violenza distruttiva e autodistruttiva: resa particolarmente pericolosa dai molti mezzi su cui oggi possono contare i giovani, e dalla tendenza all’assoluzione che caratterizza sia il sistema educativo che quello della comunicazione. Garelli conclude con una proposta: che gli adulti facciano davvero gli adulti e la smettano di scimmiottare gli adolescenti, poiché il problema di fondo, in Italia, è proprio questo: l’estinzione della categoria sociologica dell’adulto.

Essere adulto vuol dire sapersi assumere responsabilità, naturalmente, ma soprattutto essere un modello forte per i giovani, ed esserlo praticando i valori che si predicano: un insegnante, un genitore, un allenatore sportivo che predicano onestà, rigore, impegno, sacrificio e che poi si muovono e si comportano come i propri figli e alunni, scansando impegno e sacrifico attraverso mille furberie, diventano figure scialbe, prive di forza, incapaci di proporsi per la propria esemplarità, perché si confondono con i modelli giovanili. Insomma, è l’adulto che manca nella società italiana, poiché quelli che anagraficamente dovrebbero svolgere questo ruolo risultano, come dice Garelli, “emotivamente inadatti”. Inutile fare corsi e progetti sulle problematiche educative che riguardano i giovani (l’educazione sessuale, l’educazione alla legalità, l’educazione al rispetto degli altri…): sono tutti interventi per lo più informativi, nati dall’opinione diffusa che per educare a quei problemi “occorra parlarne”, come se l’informazione sia già un fatto educativo. Mentre l’educazione emerge, quando emerge, da un lungo processo di contatto con adulti che cercano di seguire valori nella vita quotidiana, dalla osservazione dei loro comportamenti: se stimolati da queste persone, i giovani impareranno poi a cercare da soli il modo per dare forma alla propria volontà di realizzazione, anziché cercare di fare un’improbabile rivoluzione che, avendo come obiettivo implicito quello di essere ancora più coccolati e di ricevere ancora più indulgenza giovanilistica, è destinata ad essere sempre “spuntata”.
Giovani "indignados" alle recenti manifestazioni avvenute in Spagna
Se proprio i giovani italiani di oggi volessero essere rivoluzionari “duri e puri”, l’unica rivoluzione che mi sento di suggerir loro è di imparare ad essere autonomi, di saper far da soli, di non temere l’assunzione delle responsabilità: comportamenti che implicano sia la capacità di rinunciare alle comodità che il mondo degli adulti può offrire loro, sia quella di sapersi liberare dall’obbligo conformistico di seguire inebetiti le mode del momento. Autonomia e libertà comportano la forza, quando serve, di essere controcorrente. Gli adulti italiani, da parte loro, dovrebbero impegnarsi di più nell’educazione dei propri figli, impegno che implica l’essere pronti a sanzionare comportamenti sbagliati, l’essere pronti a dire di “no” quando serve. Ma soprattutto implica la capacità di praticare i valori, di sapersi distinguere dai giovani, di sapere riconoscere e accettare le proprie responsabilità, liberandosi dall’ossessione di inseguire le mode giovanili per ingannare il tempo che passa e per non fare i conti con la propria età. I giovani hanno il diritto (e forse anche il dovere) di confrontarsi e di scontrarsi con gli adulti, ovvero con chi è distinto e diverso dal proprio mondo. Gli adulti hanno il dovere (e forse anche il diritto) di insegnare e di far rispettare regole e norme di comportamento, senza le quali non esisterebbe alcun tipo di società. Il conflitto tra generazioni è già in questa semplice ma vitale dialettica, senza andare alla ricerca di ideologie “giovaniliste” per amplificarlo o per esorcizzarlo. E ogni conflitto generazionale dovrebbe terminare con i giovani che sostituiscono i vecchi e con questi ultimi che sanno farsi da parte quando arriva il momento. Se vogliamo essere un “paese normale” in cui convivano giovani, adulti e vecchi dobbiamo sbrigarci a comprendere queste semplici leggi. Prima che sia troppo tardi.

lunedì 13 agosto 2012

Giovani e giovanilismo: gli ultimi trent'anni

Chiedo due volte scusa ai miei (eroici) lettori. Scusa per aver lasciato trascorrere così tanto tempo dall'ultimo aggiornamento; scusa per un errore inserito nell'ultimo post pubblicato. Per il primo fatto forse posso invocare un'attenuante, ovvero gli impegni personali che non mi hanno consentito di seguire il blog come avrei voluto. Per il secondo fatto, l'errore inserito nel post del 5 agosto, vedete voi se assolvermi o meno: al termine di quell'articolo avevo scritto che la prossima parte sulla questione dei giovani (quella che pubblico oggi) sarebbe stata l'ultima; invece avrei dovuto scrivere "penultima". Insomma, oltre a quella di oggi dovrete sorbirvi un'altra parte! Ma, come dicevo all'inizio, so che siete eroici... 


5a parte - Gli ultimi 30 anni: il giovane diviene categoria sociologica

Non è un caso che, finito il movimento del ’77, inizi, nei comportamenti giovanili, il cosiddetto “riflusso nel privato”, ovvero la coltivazione del consumo, il perseguimento dell’affermazione personale, il narcisismo. Il termine “giovane” diviene definitivamente una categoria sociologica poiché, come dicono le ricerche sociali sulla condizione giovanile condotte dagli anni Ottanta in poi, ormai è giovane il dodicenne che vive con ansia i temi e i problemi prima appartenenti ad un’età più avanzata (relazioni sessuali, autonomia di vita, consumi); ma lo è anche il quarantenne che non vuole integrarsi nella vita adulta e ne rifiuta riti e istituzioni: il matrimonio, la stabilità di coppia, la routine del lavoro. Il lavoro in genere non è visto come luogo di affermazione personale, ma come passaggio obbligato per ottenere i mezzi economici che servono per il consumo e per il divertimento, vere mete esistenziali della nuova condizione giovanile.
Fitness e divertimento: mete esistenziali per giovani e giovanilisti di oggi
Così, la condizione del giovane si è enormemente estesa, andando ben oltre la soglia dei 50 anni, poiché il sistema delle comunicazioni di massa (pubblicità, il cinema, la televisione, internet) e le pratiche quotidiane da esso divulgate (lo sport, l’igienismo, il fitness, il culto del corpo, la cosmesi ecc.) impongono la giovinezza come modo dell’apparire, come superficie fisica, come qualità dell’aspetto, non come classificazione anagrafica. Si è giovani se nel modo di apparire, di atteggiarsi, di vestire, di parlare, di pensare si è diversi rispetto agli anziani, categoria con la quale oggi nessuno vuole più identificarsi. Questa è la diversità del giovane la quale diviene categoria sociologica indicante un certo tipo di individuo, trasgressivo, dinamico, relativista nei valori, aggressivo e un pochino arrogante. Dagli anni Cinquanta in poi la condizione giovanile ha fatto passi da gigante: prima ribelle, poi contestatrice, quindi marginale e diversa; ora la diversità giovanile è divenuta un valore aggiunto capace di generare successo, poiché la capacità di trasgressione che un giovane può portare in un’attività produttiva si trasforma in guadagno immediato. Marginale, oggi, è la società “vecchia”: non solo e non tanto gli anziani (che, anzi, numericamente sono in continuo aumento nelle società occidentali: vedere le piramidi della popolazione italiana in fondo all'articolo) ma soprattutto ciò che è regolare, ordinato, consequenziale e che pretende di trasmettere un sapere tradizionale: per questo scuola, famiglia, politica, istituzioni sono poco amate da chi è giovane e da chi si ritiene ancora tale, anche se ha superato la soglia dei cinquant’anni.

Ma allora il disagio giovanile non esiste? Cerchiamo di capirlo leggendo alcune indicazioni contenute nel 5°, nel 6° e nel 7° rapporto Iard, basati su ricerche condotte rispettivamente nel 2002, nel 2006 e nel 2010 (il 7° rapporto relativo al 2010 non è stato ancora pubblicato; parti di esso si possono trovare in internet, ad es. in http://www.degiovanimento.com/download/rapporto.pdf). L’istituto Iard (http://www.istitutoiard.it/), nato a Milano nel 1961, esegue ogni 4 anni, dal 1984, un’indagine nazionale sulla condizione giovanile in Italia; i risultati di questa indagine vengono pubblicati dalla casa editrice Il Mulino di Bologna con il titolo Rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia (per il sesto rapporto del 2006 vedere la scheda di presentazione in http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&ISBNART=11895). I rapporti Iard sono rivolti a genitori, educatori, operatori e politici che si confrontano quotidianamente con i giovani. 
Il sesto Rapporto Iard
pubblicato da Il Mulino
Dagli ultimi due rapporti emerge che i giovani italiani non sono emarginati o sradicati, ma sono in perfetta sintonia con il loro tempo, anzi le tendenze che si manifestano nelle classi di età prese in considerazione (dai 15 ai 34 anni) si diffondono in tutta la popolazione italiana. Tendenze comuni all’intera popolazione italiana sono ad esempio: la ricerca dell’autorealizzazione attraverso il consumo; il ruolo importante assunto dallo svago per stabilire relazioni e identità; infine la lenta transizione verso l’età adulta, lentezza amplificata dall’allungamento dei tempi di permanenza nel sistema dell’istruzione (fino a vent’anni i giovani che escono dal sistema scolastico sono una minoranza), dalla tendenza a rimanere fino oltre la soglia dei trent’anni nella stessa abitazione con i genitori (solo il 30% dei giovani tra 25 e 29 anni esce dalla casa dei genitori; ben un terzo dei giovani tra 30 e 34 anni vive ancora con i genitori), dalle difficoltà connesse con l’accesso nel mondo del lavoro. 
In Italia 1/3 dei giovani tra i 30 e i 34 anni vive ancora con i genitori
Il dato relativo alla disoccupazione giovanile va preso con cautela, perché la situazione del lavoro giovanile è cambiata più volte negli ultimi trent’anni. Dal 1996 al 2006 la disoccupazione giovanile è diminuita: i giovani lavoratori tra 18 e 20 anni in quel periodo sono raddoppiati (nel ’96 ne lavorava solo il 10%, nel 2006 21%); di quelli tra 21 e 29 anni nel 2006 ne lavorava il 39% e i giovani tra 30 e 34 anni costituivano in quell’anno il 57% della forza lavoro. In quel decennio la tendenza del mercato del lavoro è stata di assorbimento della forza lavoro giovanile, non di espulsione. 
Oggi, invece, le cose sono cambiate: dall’inizio dell’attuale crisi (2008) al corrente anno, sono stati i giovani a pagare in Italia il prezzo più elevato, dal momento che la disoccupazione di coloro che hanno un’età compresa tra i 15 e i 24 anni ha superato il livello record del 36%. Il sistema economico, in momenti di estrema difficoltà come quello che stiamo vivendo, tende a tutelare i lavoratori con più esperienza e maggiore anzianità, piuttosto che investire in innovazione e gioventù, fattori di crescita ma anche di rischio. Anche negli altri paesi europei, sia pure con differenze dovute al livello di sviluppo e alle politiche seguite, si vive una situazione simile. In Italia la disoccupazione giovanile appare più allarmante perché nel nostro paese l'età media in ogni ambito lavorativo è la più elevata della UE, e la stessa classe dirigente appare come una gerontocrazia impermeabile al ricambio generazionale. Strano paese il nostro: nessuno ama l'appellativo di "vecchio", tutti si sentono "giovani", ma i giovani veri non hanno spazio... 

Malgrado i cambiamenti del mercato del lavoro, ciò che tra i giovani non è cambiata è la tendenza a ritardare il momento della procreazione di un figlio: oggi, a causa della crisi, i tempi per la formazione di una famiglia si sono ovviamente allungati, ma già nel periodo 1996-2006, quando i tempi per trovare un lavoro, una volta usciti dalla scuola, erano molto più brevi, rimanevano sempre lunghi quelli che trascorrevano tra l’acquisizione di un lavoro e la formazione della famiglia: segno evidente che sono le responsabilità della vita adulta ad essere spostate sempre più avanti nel tempo. Le cinque tappe della transizione alla vita adulta (conclusione degli studi, ingresso nel mondo del lavoro, uscita di casa, formazione di una nuova famiglia, nascita di un figlio), insomma, si sono allungate molto e si rende sempre più evidente la tendenza a procrastinare le scelte della tappa successiva. Non a caso gli ultimi rapporti Iard (in particolare il VI del 2006) sottolineano che i giovani italiani si dichiarano sostanzialmente soddisfatti della loro vita attuale (circoscritta al “piccolo” dell’ambiente familiare e al benessere immediato e quotidiano che questo è in grado di garantire), mentre vedono la sfida del crescere come un evento lontano che interesserà forse gli anni successivi all’università. (5 – continua. La prossima sarà l’ultima parte: giuro)

La piramide della popolazione italiana: confronti tra 1911, 2001, 2011



domenica 5 agosto 2012

Il giovanilismo e il movimento del '77

4a parte: Il giovanilismo e il movimento del Settantasette: dall’impegno politico al trionfo dell’autonomia

Si è spesso tentato di stabilire un’analogia se non addirittura una continuità tra il ’68 e il ’77, come se il primo avesse in qualche modo preparato o influenzato il secondo. Influenze, come è ovvio, ve ne sono state, ma i due movimenti, in realtà, sono profondamente diversi.

La violenta contestazione, attuata dagli studenti dell'Autonomia, contro
Luciano Lama nel febbraio 1977
Gli scontri di Bologna, marzo 1977
Iniziamo dalle analogie. Anche nel movimento del ’77 vi furono clamorose contestazioni politiche (memorabile fu la contestazione subita dal segretario generale della CGIL Luciano Lama all’Università La Sapienza di Roma, nel febbraio 1977); ed anche scontri di una certa entità, soprattutto in alcune città sedi universitarie: Roma fu sconvolta da autentiche guerriglie urbane nel marzo e nell’aprile del 1977 (negli scontri morì la studentessa Giorgiana Masi), quando fece la sua comparsa un nuovo mito della farneticazione contestataria, la P38, l’arma cult degli “anni di piombo”; Milano fu messa a ferro a fuoco nel maggio; a Bologna si dovette far uso di mezzi blindati per arginare la violenza, specie durante gli scontri del marzo 1977, dove morì lo studente Francesco Lorusso, esponente di Lotta continua.
Un'immagine simbolo degli anni di piombo: l'ex-terrorista
Giuseppe Memeo durante gli scontri di Milano, maggio 197
 Nelle università di Bologna, Roma e Milano si sviluppò il movimento “Autonomia studentesca” affiancato da “Autonomia operaia”, ambienti politici che alimentarono la cosiddetta “lotta armata”, ovvero il terrorismo rosso attuato da formazioni clandestine come Proletari Armati per il Comunismo e Azione Rivoluzionaria; infine, alcuni esponenti dell’area delle “autonomie” (Oreste Scalzone, Franco Piperno, Franco Berardi – il famoso Bifo di Radio Alice – e soprattutto Toni Negri) condivisero apertamente o parteciparono direttamente all’attività terroristica di formazioni armate già esistenti, come Prima Linea, Unità Comuniste Combattenti, Nuclei Armati Proletari, Brigate Rosse.). Lo sviluppo del movimento del ’77, insomma, coincise con il culmine degli “anni di piombo”.



Indiani metropolitani, 1977


Indiani metropolitani, 1977
Eppure, nonostante questi collegamenti con organizzazioni politiche e formazioni terroristiche, il movimento del ’77 fu più un’avanguardia culturale che politica: l’autonomia si esprimeva con la creazione di centri sociali, di iniziative colorite e rumorose (si pensi ai cosiddetti “indiani metropolitani”) che intendevano mostrare solo il sentimento dell’insofferenza e dell’antagonismo contro ogni tipo di regola, di organizzazione, di pensiero, di obiettivo politico. Da questo punto di vista si vede la diversità con il ’68: se questo era impegnato nella politica e quindi organizzato, il ’77 fu invece antipolitico, poiché esprimeva solo insofferenza e la esibiva come vessillo della diversità giovanile rispetto al sistema. Il ’77 fece della diversità e persino della marginalità un valore. È vero che tale atteggiamento finì per avere una rilevanza politica, perché all’antagonismo giovanile guardarono un po’ tutte le forze organizzate della sinistra per capire come attirarne il consenso e incanalarne la rabbia verso forme di rappresentanza politica; tuttavia, non era la politica l’interesse prioritario del ’77, bensì l’espressione e la produzione di cultura.

Indiani metropolitani a Bologna

"Esproprio proletario" a Roma, 1977

La cultura del ’77, che si esprime in un certo numero di riviste e di manifestazioni artistiche, è un po’ una summa dei giovanilismi dei decenni precedenti. Il gusto per gli sperimentalismi linguistici e per le contaminazioni linguistiche deriva dallo sperimentalismo delle avanguardie del primo Novecento e dallo stesso ’68; dagli anni ’50 deriva il gusto per l’associazione, che porta alla nascita dei centri sociali come luoghi di aggregazione giovanile; dal futurismo e dal fascismo il gusto per lo sberleffo e per la provocazione gratuita. A tenere uniti questi atteggiamenti c’è la “legge del desiderio”: ogni desiderio del giovane è legittimo, si diceva nel ’77, perché liberatorio e antisistema per il fatto stesso di esprimersi. Così ecco le manifestazioni violente di espressione dei desideri giovanili: “l’autoriduzione del prezzo” praticata nei ristoranti, “l’esproprio proletario” praticato nei supermercati, nei magazzini, nelle librerie, lo sfondamento per entrare nei concerti rock senza pagare, la falsificazione dei biglietti di viaggio sui mezzi pubblici o di quelli per entrare allo stadio. In tutto ciò non c’è impegno, né volontà di rinnovamento della società, anzi ogni progetto viene rifiutato perché produce sistema e potere: perciò alla lotta organizzata si preferisce la sopravvivenza ai margini, il rifiuto del lavoro e della famiglia, la negazione di qualsiasi ordine e disciplina.  È innegabile che questi temi derivino anche dal ’68: ma mentre allora vi era il desiderio di riorganizzare il mondo su basi nuove, nel ’77 l’idea stessa della riorganizzazione è rifiutata; si preferisce decostruire, de-organizzare (non a caso una delle filosofie di riferimento è il decostruttivismo di Jacques Derrida che nega la realtà e la fondatezza di ogni gerarchia e di ogni ordine nel linguaggio e nel pensiero).
Il filosofo francese Jacques Derrida (1930-2004)
Come era accaduto per la cultura del ’68, però, anche quella del ’77 finì per essere assorbita dal sistema e sarebbe diventata essa stessa “il sistema”. Si trattava infatti di una cultura che, pur contestando il capitalismo, non disprezzava il consumo e intendeva cavalcarlo con “creatività” per sfruttarne quelle potenzialità che potevano liberare i desideri giovanili, ritenuti, chissà perché, sempre “antisistema”. Insomma, si trattava di una cultura che, pur affermando di essere in conflitto con la società capitalistica, era invece implicitamente in sintonia con essa: quest’ultima spingeva sempre di più al consumo disimpegnato, senza preoccupazioni, senza rimorsi, narcisistico, senza preoccuparsi del modo con cui la ricchezza si poteva continuare a produrre e la si poteva mantenere, un consumo de-responsabilizzato; allo stesso modo il movimento del ’77 spingeva verso la negazione di ogni ordine e di ogni regola, per lasciare lo spazio alla creatività individuale, all’anticonformismo provocatorio, all’originalità, all’imposizione del desiderio individuale come fonte di ogni diritto. Proprio ciò alimenta il mercato nel “capitalismo avanzato” degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta: il disimpegno, l’attenzione narcisistica al sé, il consumo senza pensiero e senza rimorsi.

Una delle irridenti copertine de Il Male
rivista che pubblicò dal 1977 al 1982
Non è un caso, quindi, che, come era accaduto per il ’68, anche per il ’77 le proposte più politicizzate del movimento si spensero e rimase invece, come sua eredità, uno stile di vita, un’etica che sarà fatta propria dall’intero corpo sociale, che conquistò addirittura il mercato. Le riviste più lette del movimento, quelle più anticonformiste che avevano fatto dello scherno e dell’irrisione il loro modo di comunicare, e cioè Il Male e Frigidaire, ebbero uno strepitoso successo editoriale e lanciarono un nuovo modo di fare satira che oggi vediamo ampiamente usato dalla televisione e che impazza su internet (si pensi allo stile di Striscia la notizia o a quello di Le iene, oppure ai siti e ai blog di irrisione e satira che spopolano tra i giovani che navigano in rete). Molti di coloro che lavorarono in queste anticonformiste riviste d’opposizione si sono poi affermati nel mondo dei mass-media nei decenni successivi ed oggi alcuni sono persino personaggi di successo (si pensi ai grafici e disegnatori Andrea Pazienza, Filippo Scòzzari, Sergio Angeletti – noto per anni con lo pseudonimo Angese – nonché Vauro Senesi – noto come Vauro). Lo stile comunicativo dissacrante e derisorio si diffonde nelle radio libere (di cui la già citata Radio Alice è stato solo uno degli innumerevoli esempi) e nelle prime tv libere: tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta si colloca l’inizio della liberalizzazione delle frequenze radiofoniche e televisive, poiché le sentenza della Corta Costituzionale che avviarono la libera comunicazione via etere sono del 1974 e del 1976. Si impongono poi i megaconcerti rock e i raduni giovanili che divulgano nuove mode musicali del tutto disimpegnate sul piano politico, ma contro corrente perché prive di ordine e di senso (il rock demenziale, il rap, la break dance, il rave party). Nasce persino una serie di nuove professioni tutte esercitate all’insegna dell’autonomia e dell’indipendenza: il film maker indipendente che produce cortometraggi al di fuori delle grandi industrie di produzione cinematografica (ma avrà così tanto successo di mercato che non pochi di costoro diventeranno dei veri e propri produttori di cinema); il designer creativo nato come writer nei sobborghi, dove scarabocchiava i muri con le bombolette spray, poi reclutato dalle amministrazioni comunali per creare murales nei parchi pubblici, e infine pagato dall’industria di moda per creare nuove forme per gli abiti e per gli accessori d’abbigliamento; il pubblicitario creativo (si pensi al fotografo Oliviero Toscani il cui stile comunicativo deve molto alla cultura della provocazione del ’77); l’operatore culturale che produce attività effimere per le “estati culturali” organizzate da tutti i comuni dagli anni Settanta in poi; e ancora: il disegnatore di moda, l’artista postmoderno, il procacciatore di sponsorizzazioni, l’animatore di locali e così via.
Il fotografo Oliviero Toscani (1942)
Insomma, il movimento del ’77 è rimasto come stile comunicativo, uno stile che disprezza ogni criterio di organizzazione logica e utilizza, in un miscuglio ipnotico, immagini, musica, parole, esibizione del corpo, spinta a eccedere. Così, da un lato l’autonomia assunta come valore dal movimento del ’77 diviene un’etica che contribuisce a generare la nuova classe di piccoli imprenditori dinamici e spregiudicati che si afferma dalla fine degli anni Settanta; dall’altro, lo stile comunicativo del ’77 è fatto proprio nei decenni seguenti da tutto l’universo dei mass media. Eterogenesi dei fini: nato come contestazione antisistema e anticapitalista, il movimento del ’77 diede al capitalismo nuova linfa per uscire dalla lunga crisi economica degli anni Settanta. (4 – continua. La prossima sarà l'ultima parte)
Alcune copertine di Frigidaire, rivista nata nel 1980. Qui sotto:
un writer "legalizzato", al servizio del Comune di Ravenna

domenica 29 luglio 2012

Giovanilismo e cultura della contestazione nel '68


3a  PARTE: Il giovanilismo del Sessantotto. La cultura della contestazione in Italia

Le principali fonti di ispirazione culturale del Sessantotto italiano (ma il discorso non sarebbe molto diverso per quello francese o per quello statunitense) furono il marxismo e, appunto in Italia, l’antifascismo, sebbene entrambi siano stati interpretati in modo molto libero. Influssi più importanti vennero dal terzomondismo, dal mito della Cina maoista, dalla Scuola filosofica di Francoforte.



Franz Fanon (1925-1961), psichiatra e filosofo
francese (nativo della Martinica)
Il terzomondismo attecchì poiché tra le popolazioni del Terzo Mondo i giovani del ’68 vi vollero vedere il simbolo della ribellione ai valori della civiltà occidentale che essi stavano criticando. Quei popoli erano per i contestatori occidentali il proletariato del Terzo Mondo di cui aveva parlato Frantz Fanon ne I dannati della Terra (1961: qui a fianco la copertina di una recente edizione francese), il proletariato che “tirava fuori la roncola” quando si parlava di cultura occidentale; l’africano, l’asiatico, il nero divennero ai loro occhi i simboli dell’oppresso che si ribella rivendicando il proprio diritto ad esserci e a far valere le proprie esigenze. Insomma vi videro se stessi e vi si identificarono.
Tazebao cinese di propaganda della
rivoluzione culturale

Un intellettuale cinese percosso dalle
Guardie rosse durante la rivoluzione
culturale cinese (1966-'68)
Allo stesso modo videro la Cina di Mao. Mentre il modello sovietico pareva troppo integrato nella logica della spartizione imperialistica, la Cina sembrava fuori dagli schemi, anch’essa simbolo della rivolta dell’oppresso contro il sistema. Il comunismo cinese, poi, aveva due caratteri che parevano giustificare questa mitizzazione: il ruolo che vi avevano avuto i contadini, simbolo ancor più evidente della condizione dell’oppresso, e il ruolo che vi ebbe, proprio tra 1967 e 1968, la “rivoluzione culturale” attuata da Mao con la quale, a prezzo di gravissime violenze e della quasi totale paralisi dello Stato e della produzione, il leader cinese tolse dalle mani dei burocrati del partito comunista il controllo della Cina, mettendolo dapprima in quelle delle fanatiche “guardie rosse” costituite proprio dagli studenti e dal proletariato urbano, e poi dei militari di Lin-Piao. La rivoluzione culturale cinese è un esempio tipico di come gli eventi del resto del mondo venissero deformati dallo schermo dell’ideologia costruita dai contestatori del ’68: mentre in Cina le guardie rosse facevano strage di intellettuali, per gli intellettuali italiani che condividevano la contestazione giovanile la rivoluzione culturale di Mao appariva come il luogo in cui l’intellettuale cessava di essere subalterno al sistema e diveniva protagonista della trasformazione del mondo. Dai “Quaderni piacentini” ai “Quaderni rossi” (riviste nate negli anni Sessanta nell’ambito della cultura marxista) si salutò la rivoluzione culturale non solo come la rivolta dei giovani contro gli apparati, e dell’oppresso contro il potere, ma anche dell’intellettuale contro il sistema. Si trattò di un mito che non aveva alcuna corrispondenza con gli eventi reali capitati in Cina. Tuttavia, anche con i protagonisti di quegli eventi i giovani italiani si identificarono, attribuendo loro i propri desideri e le proprie aspettative: il desiderio di diventare protagonisti, di essere liberi, di agire come volevano.
Herbert Marcuse (1898-1979) filosofo e sociologo tedesco autore, tra l’altro, di Eros e civiltà (1955) e de L’uomo a una dimensione (1964) opere che ebbero grande risonanza nel movimento di contestazione del 1968
Connesso con il mito terzomondista e con quello cinese, vi era il tema, derivato dalla Scuola di Francoforte e in particolare da Herbert Marcuse, della polemica contro il potere: non questo o quel potere, ma il potere inteso come struttura e sistema che produce, invariabilmente, esclusione e repressione. Per i contestatori del ’68, occorreva combattere il potere ovunque si annidasse: in famiglia nella persona del padre, in fabbrica nella persona del manager o dell’imprenditore, in ospedale nella persona del medico, a scuola o all’università nella persona del professore. Su tale questione si ebbe l’allontanamento dal pensiero di Marx che invece collega il potere al sistema di produzione, non alla posizione sociale o culturale ricoperta dall’’individuo nella società. L’immagine marcusiana del potere risolveva il problema dell’esclusione dal godimento del benessere: i contestatori dicevano che se un sistema sviluppato, come quello italiano, non riusciva a garantire a tutti il benessere, ciò era per colpa del potere; ma se questo fosse stato abbattuto la società sarebbe cambiata. Inoltre tale concezione rendeva più facile la lotta: non era più necessario il partito unico teorizzato da Lenin per fare la rivoluzione, perché bastava moltiplicare le lotte in ogni luogo della società: dalla famiglia alla fabbrica, dalla scuola all’ufficio. La rivoluzione si poteva fare ovunque senza dipendere da un unico centro politico, ma ovunque serviva organizzazione: il ’68 non disprezzò la forma organizzativa del partito e per questo generò molte sigle e moltissime organizzazioni politiche (da Lotta continua a Potere operaio): insomma, moltiplicò le organizzazioni e l’impegno politico in tutti i luoghi in cui vi era il potere.
Don Lorenzo Milani (1923-1967) con attorno alcuni dei
bambini della scuola di Barbiana: dall'esperienza educativa
di Barbiana nacque Lettera a una professoressa (1967) che
influenzò molto il movimento studentesco di contestazione

Sul tema della lotta al potere che esclude i deboli, il movimento del ‘68 si trovò in sintonia con una parte della cultura cattolica: con quella che si identificava con don Lorenzo Milani e con il suo libro Lettera a una professoressa.
In questo libro intellettuali del movimento sessantottino, come Elvio Fachinelli e Marco Boato, vi vollero vedere la condanna di tutta la cultura borghese e della scuola italiana in particolare, ritenuta classista. Il rifiuto della cultura borghese purtroppo coincideva con il rifiuto nei confronti della cultura laica e moderna in nome del diritto dei poveri e degli ignoranti ad esprimere la propria diversità culturale, in nome del diritto dei “pierini” – come scrisse don Milani - ad opporsi ai “primi della classe”. In queste posizioni del ’68 si manifestarono alcuni dei suoi aspetti più inquietanti: l’avversione alla cultura borghese nascondeva l’avversione alla modernità, alla democrazia liberale, al pensiero laico, al pluralismo delle opinioni.
 
È da aspetti come questi che nacquero i frutti più avvelenati del movimento, ad esempio il fanatismo, l’intolleranza, la violenza e le bombe molotov. Ma ancora più importante fu un altro fatto: i contestatori non si avvidero che dietro l’argomento della lotta contro il potere e contro il sistema si celavano il desiderio di protagonismo e di affermazione individuale: desideri legittimi che sono il prodotto del processo di emancipazione dei comportamenti dalla sfera della tradizione e dalle gerarchie, un processo che è parte della storia della secolarizzazione della società moderna. Ma l’individualismo rivendicato nel ’68, poiché attribuì ogni colpa al potere e al sistema, condusse alla netta separazione tra diritti e responsabilità individuali. Poiché tutte le colpe della difficoltà ad affermarsi furono attribuite alla società, il singolo apparve sempre sotto la luce dell’oppresso, e quindi mai responsabile dei suoi atti. Fu la deresponsabilizzazione dell’individuo a generare lo slogan del ’68 “vietato vietare”, slogan che divenne un’etica diffusa: ogni divieto andava combattuto perché espressione di potere; ogni  atto individuale di protesta, invece, andava sempre giustificato; e se questo produceva effetti perversi, la colpa era comunque della società, mai del singolo.
Il sociologo Omar Calabrese (1949-2012)
Appare condivisibile, quindi, il giudizio che negli anni Ottanta ha formulato sulla gioventù del Sessantotto Omar Calabrese, il noto sociologo italiano che partecipò a quegli eventi: l’ideologia radicale e rivoluzionaria fu un esito del bisogno di soggettività e di protagonismo che il giovane di quel decennio manifestava. Bisogno che, a sua volta, nasceva dal fatto che il mercato si era accorto dei giovani e voleva renderli i primi promotori dei consumi di massa; i giovani, dal canto loro, volevano accedere a questi consumi e quindi rivendicarono il loro ruolo di protagonisti nella società. Per questo, conclude Calabrese, le proposte politiche del ’68 sono quasi tutte fallite, poiché si ispiravano ad ideologie collettiviste, quindi poco appropriate ad esaltare la libertà assoluta del singolo: quelle proposte altro non erano che paraventi, i quali nascondevano il bisogno di protagonismo dei giovani. Al contrario, la radicale mutazione dei comportamenti sociali e di consumo che il ’68 ha prodotto, questa sì che è rimasta, al punto tale che la società odierna si è profondamente “sessantottizzata” (Omar Calabrese, Appunti per una storia dei giovani in Italia, in AA.VV., La vita privata. Vol. V: Il Novecento, a cura di Philippe Aries e Georges Duby, Roma-Bari, Laterza, 1988, pp. 79-106, in particolare pp. 95-99). I nuovi valori del ’68 si sono infatti diffusi e imposti a livello di massa, coinvolgendo tutte le classi di età: l’anticonformismo, la ricerca dell’alternativa in ogni campo (dal lavoro alla politica), l’esibizione delle proprie scelte sessuali, l’ostentazione della creatività e della sperimentazione che divengono requisiti fondamentali per essere moderni, la parità non solo tra i sessi ma tra tutti i comportamenti sessuali e tra tutte le forme di convivenza, e infine la trasgressione come scelta culturale necessaria per esaltare la libertà del singolo. Questa nuova etica diventò nel breve volgere di un paio di decenni patrimonio di un’intera società, o quasi. E poiché essa possedeva l’attributo di giovane, dopo il ’68, un’intera società, o quasi, non avrebbe trovato difficoltà a definirsi giovane e a diventare, in tal modo, la vera erede del Sessantotto. (3 – continua)

I Rolling Stones e il loro logo: simboli di trasgressione
e anticonformismo per i giovani degli
anni Sessanta