martedì 28 agosto 2012

Internet: totalitarismo digitale?


L’INGANNO CORRE IN RETE



Sapete cos’è un fake? È un utente dalla falsa identità che orienta la discussione in un forum o in un blog su Internet. E un troll? È un utente reclutato appositamente per provocare gli interlocutori e avvelenare il dibattito su Internet. E un influencer? Un utente utilizzato per influenzare gli altri. Sono tutte figure ben conosciute da chi usa la rete con finalità di orientamento dell’opinione pubblica, per motivi politici o di marketing. Sono meccanismi ben noti, ad esempio, al pubblicitario Davide Casaleggio, fratello di Gianroberto con cui ha fondato la Casaleggio Associati, l’agenzia pubblicitaria che ha organizzato il look telematico di Beppe Grillo. Davide ha scritto nel 2008 un libro intitolato Tu sei rete in cui spiega le tante possibilità di impiego di Internet a fini benefici, ma anche di marketing o di orientamento della pubblica opinione. “La vita e l’evoluzione delle reti” scrive Davide Casaleggio nel suo libro (e nel suo blog: http://www.casaleggio.it/2008/12/tu_sei_rete.php) “seguono leggi […] precise e la conoscenza di queste regole ci permette di utilizzare le reti a nostro vantaggio. Tutto è diventato una rete da studiare, modellare, modificare”.

Diffusione di Internet nel mondo

Doug Engelbart oggi
Negli anni Novanta, quando Internet cominciò a svilupparsi, molti dei suoi estimatori e sacerdoti profetizzarono un mondo più libero e più democratico grazie all’avvento della Rete. L’invenzione del linguaggio html è del 1990; la scomparsa di Arpanet, sostituita dal Web, del 1991; tra il ’90 e il ’96 si collegarono in rete 10 milioni di computer in tutto il mondo; oggi sono oltre 2 miliardi. Nel 1997 Douglas Engelbart – ricercatore dello Stanford Research Institute e inventore del mouse - sosteneva con enfasi che “in 20 o 30 anni potremo tenere nelle nostre mani una quantità di conoscenza elettronica pari a quella contenuta in una città, o addirittura nel mondo intero” (cit. in Carlo Gubitosa, Hacker, scienziati e pionieri, Roma, Stampalternativa, 2007, p.93).


Edgar Morin
Questi toni enfatici a proposito di Internet non sono venuti meno neppure in seguito. Il sociologo Edgar Morin nel 2009 affermò che Internet è facilitatore e promotore di una coscienza planetaria, di un sentimento di appartenenza alla cittadinanza della Terra: Internet, secondo Morin, può risolvere il “problema della Pace” (vedi: http://www.meetthemediaguru.org/index.php/11/edgar-morin-la-coscienza-planetaria-di-internet/).
Nicholas Negroponte – cofondatore di Wired, tra i più noti guru di Internet, autore di Being digital – di recente ha usato espressioni simili: in un'intervista sul Corriere della sera (14 gennaio 2012) ha detto: “E’ Internet il vero promotore di pace, anzi, come dico sempre è un’arma di educazione alla pace, perché ha più voce in assoluto lui che qualsiasi altro, tutti leggono Internet! […] merita il Nobel per la Pace molto più del Presidente Usa”.


Wired e Negroponte hanno sostenuto
la candidatura di Internet per il Nobel
per la pace 2010
Inoltre non sono pochi coloro che continuano a sostenere che la Rete è rivoluzionaria, poiché libererebbe gli individui e li metterebbe in condizione di partecipare attivamente alla vita sociale. Clay Shirky, docente alla New York University e ascoltato editorialista del New York Times, sostiene che senza Internet non ci sarebbero state la Primavera araba, Occupy Wall Street e il movimento degli indignados. 


Una manifestazione di Occupy Wall Street
Credo sia indiscutibile il potere che si esprime attraverso Internet, perciò non starò qui a metterlo in discussione. Dietro la Rete c’è l’opinione di almeno metà della popolazione mondiale, se non di più. Il punto, però, è proprio questo: che tipo di potere è? È un potere controllabile? È assolutamente privo di limiti, e quindi ab solutus, al di sopra di ogni legge? E ancora: Chi può utilizzarlo? Per quali fini?
Non mi metterò a giocare con la dietrologia e con il complottismo, malattie sempre più diffuse (proprio grazie ad Internet) a causa delle quali si finisce per vedere dietro ogni affermazione che appare sui mass media la longa manus dei servizi segreti o dei “poteri forti”. Intendo invece gettare in faccia al “popolo di Internet” il pericolo che deriva dalla sua stessa esistenza.

Popolo o folla?
Guardaroba...
Il popolo di Internet, infatti, non è un vero popolo. Non c’è dietro di lui una tradizione, né una serie di valori consolidati, una quotidiana frequenza di relazioni con le medesime istituzioni, con la medesima lingua, con i medesimi simboli. Da questa condivisione sono nate, storicamente, le forme della politica attraverso cui i popoli si sono governati. Dalla rivoluzione francese in poi la politica è esistita laddove vi è stato un popolo, ovvero una comunità dotata di una identità abbastanza stabile da costituire uno Stato nazionale. Il popolo di Internet, al contrario, è piuttosto simile ad un gruppo di acquirenti di un supermercato che si trovano a condividere un’ esperienza temporanea e casuale: quella dell’acquisto di una data merce. Terminata l’esperienza, la condivisione viene meno e i vincoli temporanei creati con gli altri si dissolvono. L’identità di questo popolo non è definibile, poiché varia in continuazione e si frammenta in un moto vorticoso, rendendo impossibile la sua definizione. È quindi un “popolo” privo di identità, che non costituisce una vera comunità politica. È una forma di socialità che Bauman chiama “comunità di guardaroba”: una comunità simile a quella degli spettatori di un teatro che si radunano nel guardaroba per consegnare o per ritirare il cappotto. Le comunità di guardaroba, dice Bauman, sono “comunità fantasma, comunità illusorie, comunità ad hoc […] quel genere di comunità cui ci si sente uniti semplicemente stando là dove stanno gli altri, oppure ostentando distintivi o altri segni di intenzioni, stili o gusti comuni: comunità a tempo determinato (o almeno dichiaratamente temporanee) da cui ‘si esce’ non appena la folla si disperde, pur restando liberi di andarsene anche prima, in qualsiasi momento, se l’interesse iniziale si è affievolito”. Una comunità che non comporta responsabilità oggettive, (come accade invece per i popoli veri), poiché totalmente assoggettata a qualcosa di impalpabile e di mutevole: il “gusto” soggettivo (Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, [2007], tr. it. Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 139-140).
Gustave Le Bon (1842-1931)

Le comunità di Internet, specie quelle che si formano attorno ai social network, hanno qualcosa in comune con la folla descritta da Gustave Le Bon ne La Psicologia delle folle (1895): eterogenee, irrazionali, impulsive, acefale. Per governarle e sfruttarne il potere distruttivo, spiegò Le Bon, occorre un meneur de foules, un leader-manipolatore capace di suscitare sentimenti forti, emozioni, immagini irrazionali che, molto meglio delle argomentazioni logiche, possono trasformarsi in azione diretta. “Esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con il ragionamento”: queste le doti di un vero capo di folle eterogenee (Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, [1895], tr. it. Milano, Mondadori, 1982, p. 54). Affermazione, ripetizione, contagio sono le leggi fondamentali dell’imitazione di comportamenti e sentimenti da parte dei membri di una folla anonima ed eterogenea. Questo dice Le Bon.

In effetti, se si leggono gli interventi dei commentatori dei blog dei grandi quotidiani nazionali o redatti dai personaggi più seguiti su Internet si notano: violenza verbale, ricorso all’insulto, uso frequente di luoghi comuni al posto dei dati di fatto, allergia nei confronti dei ragionamenti lucidi, incapacità ad ascoltare e a soppesare il parere altrui e, infine, completa sottomissione al Verbo di qualche sacerdote di turno. Le Bon avrebbe commentato così: “non sono i fatti in se stessi che colpiscono l’immaginazione popolare, ma il modo in cui si presentano. Questi fatti devono produrre, per condensazione […], un’immagine avvincente che riempia e ossessioni la mente. Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle, vuol dire conoscere l’arte di governare” (G. Le Bon, op. cit., p. 69). Le folle di Internet sono particolarmente volubili e occasionali, quindi molto manipolabili.


Ma ciò che dovrebbe preoccupare ancora di più è un ulteriore aspetto: l’irrealtà del cyberspazio. Sì, capisco che sto per dire una cosa che tutti reputano così banale da non meritare un secondo di attenzione: Internet è realtà virtuale, direte voi, chi non lo sa? C’è da preoccuparsi per questo? Bè, secondo me un po’ di timore questo aspetto dovrebbe suscitarlo. Chi vi dice che dietro le parole che state leggendo ci sia davvero io? E chi vi dice che io sia davvero chi dico di essere? Chi vi dice che tra i commentatori di un qualsiasi forum aperto in Rete non si nasconda un provocatore dietro un innocuo nickname? E i dati esibiti in Rete da chiunque (anche quelli utilizzati dal sottoscritto in precedenti post), chi lo dice che siano reali e non inventati di sana pianta per influenzare chi legge? Quale garanzia di credibilità può dare tutto l’immenso patrimonio di conoscenze disperso nella Rete? A parte i dati forniti da istituzioni reali che possono essere accusate di mentire se scoperte a falsificare qualche informazione, come posso sapere chi e perché ha messo in circolazione certi dati se dietro ogni identità si può celare qualcuno che non è ciò che dichiara di essere, o addirittura se ogni identità potrebbe non corrispondere ad una persona reale?

Marshall McLuhan (1911-1980)
Il problema della credibilità di Internet non è certamente nuovo. Se ne occupano da tempo gli studiosi di mass media, poiché questo è il problema fondamentale di qualsiasi mezzo di comunicazione di massa. È un interesse che risale almeno al 1967, quando Marshall McLuhan, il famoso sociologo canadese autore di importanti studi sui mass media, affermò che “il mezzo è il messaggio”, ovvero che è la forza di persuasione della struttura di un mezzo di comunicazione, non i contenuti che esso trasmette, ad avere influenza sui suoi utilizzatori. All’epoca del dominio della televisione si diceva: “l’ha detto la tv”, quindi è credibile. Oggi si dice: “l’ho visto su youtube”; oppure: “l’ho letto su facebook”. Quindi è credibile.


Insomma, il problema della credibilità dei mezzi di comunicazione non è nato con Internet. Di recente, tuttavia, la questione sta tornando al centro dell’attenzione di molti a causa dell’enorme successo dei social network e della loro pervasiva diffusione sociale. Sul Corriere della sera, ad esempio, se ne sono occupati Carlo Vulpio (La Rete è un trucco, in La Lettura, supplemento al Corriere della sera del 1° luglio 2012) e Massimo Sideri (Tutte le bugie di Facebook, in La Lettura, supplemento al Corriere della sera del 19 agosto 2012). Anche la recentissima polemica sui follower di Beppe Grillo su Twitter (follower che sarebbero in gran parte falsi secondo Marco Camisami Calzolari, esperto di comunicazione digitale e docente allo IULM: vedihttp://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/22/scontro-tra-grillo-e-camisani-per-twitter-professore-5-stelle-mi-minacciano/301593/ha risvegliato l’interesse sulla questione.

Vulpio, nell’articolo che ho ricordato, afferma che ciò che conta, per chi vuole diffondere un qualsiasi messaggio in Rete, è conoscere il tipping point, cioè il momento in cui quel messaggio comincia ad essere assorbito dai frequentatori di Internet; ciò che conta, in quel preciso momento, è poter dire: “zitti tutti, lo ha detto la Rete. La fonte di democrazia suprema”. “Poco importa”, prosegue Vulpio, “se poi quella Rete non esiste e quella che viene spacciata per iperdemocrazia dal basso è una democrazia rovesciata, cioè un’illusione di democrazia. […] Poco importa, infine, se l’intera realtà e quindi anche gli esseri umani sono considerati soltanto un unico, grande sistema informativo, una Rete di reti – questo il nuovo dogma – in cui ciò che rileva sono i numeri, la folla, anzi l’ideologia della folla, disancorata dalla realtà reale perché ormai completamente e fideisticamente immersa in quella virtuale”. Sembra fargli eco l’articolo di Sideri: “la patologia di Facebook”, conclude l’autore, “altro non è che la patologica propensione dell’essere umano alle piccole menzogne quotidiane, elevate all’ennesima potenza grazie ad Internet”. Insomma, il “villaggio globale” che McLuhan profetizzò negli anni Sessanta è oggi sotto i nostri occhi, negli spazi virtuali della Rete: in essi si muovono folle anonime e irritabili, facilmente condizionabili e volubili. Per avere la loro superficiale attenzione non c’è bisogno di essere un abile leader dotato di qualità carismatiche, come sosteneva Le Bon: basta fingersi chi non si è e diffondere in Rete un fake (letteralmente: un falso).

James Surowiecki
Secondo James Surowiecki (il giornalista del New Yorker divenuto famoso negli Usa per la teoria sulla “saggezza della folla”) la massa anonima di Internet sarebbe in grado di fornire adeguate risposte ad ogni problema, molto meglio di come farebbe un team di esperti (cfr. J. Surowiecki, La saggezza della folla, [2004], tr.it. Roma, Fusi Orari, 2007). La democrazia dal basso, insomma, sarebbe per Surowiecki superiore a qualsiasi competenza e a qualsiasi studio. Ciò che viene dalla folla avrebbe sempre qualità superiori, dovrebbe essere sempre recepita come Verità. A questa teoria ha risposto di recente Jaron Lanier, ingegnere informatico, un tempo guru della “Silicon Valley”, profeta negli anni Ottanta di una società migliore grazie ad Internet, inventore dell’espressione “realtà virtuale, progettista di Second Life. Lanier ha scritto nel 2010 il volume Tu non sei un gadget (tr. it. Milano, Mondadori, 2010) in cui analizza con lucidità, e persino con crudeltà, le illusioni degli anni Ottanta e Novanta diffuse dagli informatici sulla capacità di Internet di rendere il mondo libero e felice. Egli mette in guardia contro le aberrazioni cui ha condotto la telematica, compresa l’erronea convinzione “fondata sulla leggenda che il sapere collettivo sia inevitabilmente superiore alla conoscenza del singolo esperto e che la quantità di informazioni, superata una certa soglia, sia destinata a trasformarsi automaticamente in qualità”. Secondo Lanier, si starebbe sviluppando attraverso Internet una sorta di collettivismo digitale dai tratti totalitari che, seppure non possa prendere vita e diventare una creatura sovrumana (come crede Larry Page, fondatore di Google), certo ha però la capacità ipnotica di un leader in grado di subordinare a sé le volontà individuali. In particolare, afferma Lanier, tale pericolo è evidente con l’avvento del Web 2.0 (lo sviluppo della Rete basato sulla collaborazione sito-utente: Youtube, Wikipedia, ma soprattutto i social network).
Jaron Lanier

Forse dovremmo cominciare a chiederci se a causa di Internet non sia a rischio di estinzione l’uomo come specie pensante. Altro che calendario Maya! Quando il Moloch di Internet ci divorerà, qualcuno sarà felice di sprofondare nelle sue viscere, purché l’evento venga postato su Facebook. La sua personalità individuale verrebbe annullata, certo, ma, per dirla con le parole di Andy Warhol, avrebbe avuto il suo quarto d’ora di celebrità.






Il Moloch

giovedì 23 agosto 2012

Farla finita con l'Europa?


USCIRE DALL'EURO E FARLA FINITA CON L’EUROPA?
Uno scenario fantapolitico.

Ma davvero vogliamo farla finita con l’Europa? Davvero vogliamo uscire dall’euro e far sì che ognuno, ogni stato nazionale voglio dire, segua la propria politica, interna ed estera, come vuole? E proprio questo che vogliamo?

25 marzo 1957: la firma dei Trattati di Roma con cui nasceva la CEE

Il cancelliere tedesco
Konrad Adenauer (1876-1967),
Robert Schuman (1886-1963)
Presidente del primo
Parlamento europeo
Intendiamoci: non sono mai stato entusiasta dell’Europa unita fin qui realizzata. Nata nel 1957 con i Trattati di Roma, per impedire (non dimentichiamolo) la ricaduta in guerre e totalitarismi, per generare un contesto di prosperità e libertà in un continente devastato da più di 30 anni di dittature e guerre, l’Europa federale sognata da Jean Monnet e Robert Schuman, da Konrad Adenauer e Paul-Henri Spaak, da Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli è diventata nel tempo una sovrastruttura burocratica, interessata a creare un mercato di merci e capitali protetto rispetto all’esterno, libero al suo interno ma sostanzialmente privo di reale potere politico. 

Jean Monnet (1888-1979),
Primo presidente della CECA
Altiero Spinelli (1907-1986), Commissario
europeo dal 1973 al 1976

Così, il direttorio di Bruxelles che ha governato la UE è divenuto sempre più lontano dai sentimenti della gente comune, sempre più in conflitto con i loro interessi reali, sempre più sottratto alle forme del controllo democratico. A parte la libera circolazione di merci, capitali e persone, l’altra realizzazione di questo caravanserraglio della burocrazia europea è stata la moneta unica, salutata dai tecnocrati alla vigilia del XXI secolo come la soluzione a tutti i nostri mali. 
La sede del Parlamento europeo a Bruxelles

Chi scrive non era entusiasta allora di questa costruzione puramente economico-finanziaria, né lo è ora: la moneta unica non ci ha reso più europei, né hanno saputo farlo il mercato e la libertà di muoversi senza passaporto in lungo e in largo per il continente. Probabilmente ci sono profonde ragioni storico-culturali per cui non siamo diventati europei, ragioni ricordate in modo acuto da Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale del Corriere della sera del 25 luglio scorso (Un’antica diversità. Europa tedesca e mediterranea, vedilo qui: http://archiviostorico.corriere.it/2012/luglio/25/ANTICA_DIVERSITA_Europa_Tedesca_Mediterranea_co_9_120725096.shtml). Italiani, spagnoli, portoghesi, greci da un lato sono profondamente diversi tra loro e ancora di più lo sono rispetto a francesi, tedeschi, inglesi, scandinavi e olandesi dall’altro. Siamo profondamente diversi nella cultura, nei valori, negli interessi economici e nell’organizzazione sociale. Forse è anche un bene che queste differenze rimangano e forse è persino poco auspicabile un potere che controlli un intero continente, poiché non potrebbe che essere lontano, burocratico, tecnocratico. Più è esteso il territorio su cui un potere ha giurisdizione, più è difficile, per chi vive in esso, tenere quel potere sotto il controllo di procedure democratiche. Per tutte queste ragioni ho sempre rivolto molte critiche alla costruzione europea fin qui realizzata, e ho sempre accolto con scetticismo la promessa della cittadinanza europea e l’insopportabile retorica politically correct che l’ha accompagnata negli ultimi 30 anni.
La sede del Parlamento europeo a Strasburgo

Eppure, oggi dovremmo riconoscere che i rischi connessi con la fine dell’Unione europea, o anche soltanto con l’avvio di una sua parziale disgregazione, potrebbero essere molto gravi. Proviamo ad utilizzare un po’ di immaginazione e vediamo quel che potrebbe accadere se un simile scenario si avverasse. Costruiamo uno scenario fantapolitico sulla base delle conoscenze delle passate e delle recenti crisi economiche e politiche. Vediamo.

Supponiamo che l’Italia (o la Grecia, o la Spagna, o il Portogallo: insomma uno dei paesi più deboli dell’Europa occidentale) esca dall’eurozona; dopo l’uscita si tornerebbe alla moneta nazionale precedente, la lira nel caso dell’Italia. 
In azzurro la zona euro
La moneta sarebbe debolissima, ovviamente, perché l’uscita dall’euro è avvenuta appunto per l’incapacità di sostenere i parametri relativi ai rapporti deficit-pil e debito pubblico-pil. La debolezza della moneta renderebbe poco redditizi gli investimenti dall’estero, sicché gli investitori stranieri scapperebbero a gambe levate, lasciando centinaia di aziende sul lastrico. Rimarrebbero gli investitori nostrani: poiché la competitività delle aziende italiane sul piano internazionale è bassissima, a questi non rimarrebbe che chiedere alla Banca d’Italia di svalutare ulteriormente la lira, producendo un’inflazione a due cifre, simile o peggiore di quella degli anni Settanta, per recuperare un po’ di capacità competitiva. Risultato di questa operazione: abbattimento drastico del potere d’acquisto degli stipendi, assenza totale di investimenti in innovazione e ricerca (poiché – come accaduto già 40 anni fa – si preferirebbe contare sul basso costo dei nostri prodotti causato dalla svalutazione, piuttosto che sulla loro qualità), aumento del ritardo competitivo dell’Italia rispetto alle nazioni più sviluppate. Naturalmente il mercato a disposizione dei nostri prodotti sarebbe ristrettissimo: pochissimo export e molte importazioni, dato che la mancanza di fonti energetiche ci condannerebbe a continuare ad importare petrolio e carbone a costi altissimi a causa della debolezza della lira. Praticamente la nostra industria venderebbe prodotti di scarsissima qualità quasi esclusivamente a squattrinati clienti italiani. Bassa produzione e bassissima produttività genererebbero un gettito fiscale miserrimo: servizi pubblici, sistemi del welfare, stipendi dei dipendenti pubblici si ridurrebbero fino quasi a scomparire. Per sostenersi, la spesa pubblica dovrebbe aumentare la tassazione in modo spietato e soprattutto ricorrere all’aumento del debito pubblico, promettendo tassi di interesse su BOT e BTP superiori a quelli degli anni Settanta. Sarebbe così distrutta la possibilità di investire in Borsa e verrebbe eliminata di fatto ogni forma di mercato finanziario. Le nostre aziende dovrebbero ridursi a piccole manifatture artigianali a gestione familiare, poiché non potrebbero reggere i costi degli investimenti senza un sistema finanziario capace di anticipare i capitali.

Queste trasformazioni economiche, in un contesto in cui la globalizzazione continuerebbe a richiedere grandi capacità concorrenziali, avrebbe presto conseguenze politiche di rilievo. Anche senza ipotizzare un effetto domino (l’uscita dell’Italia potrebbe causare quella della Spagna, del Portogallo e della Grecia; a queste seguirebbero Francia, Olanda, Belgio e Germania…), potrebbe accadere quanto segue: o alcune regioni italiane si staccherebbero dal resto della nazione, sperando di poter contare su minori costi e maggiore efficienza; o si cercherebbe di fronteggiare le difficoltà economiche nazionali introducendo elevatissimi dazi doganali per colpire tutte le merci importate. 

Nel primo caso le regioni secessioniste sarebbero inevitabilmente attratte da organismi statali più vasti e contigui dal punto di vista geografico: Lombardia, Veneto, Friuli e Trentino si unirebbero con Francia, Austria, Germania o Slovenia; il centro-sud farebbe coalizione con qualche compagine statale mediterranea (Spagna, Grecia; oppure Egitto, Libia, Tunisia, Marocco, Algeria…). L’Italia, insomma, scomparirebbe, con giubilo dei leghisti e di quanti negli ultimi 40-50 anni hanno inveito contro il sentimento di appartenenza alla nazione. Nel secondo caso, quello dei dazi doganali, la nostra nazione salverebbe per un po’ l’unità, ma l’economia diventerebbe simile a quella del Giappone prima della rivoluzione industriale: isolata dal resto del mondo, povera, tradizionalista, depressa; capace di produrre merci a bassissimo contenuto tecnologico e poco remunerative. Potrebbe anche capitare che, sollecitate dal comportamento duramente isolazionista dell’Italia, le altre nazione rispondano con un analogo isolazionismo, elevando anch’esse forti dazi sulle importazioni: l’economia globalizzata cesserebbe di esistere e al suo posto avremmo un sistema di mercati segmentati, come negli anni Trenta del Novecento, gli uni contro gli altri, pronti a scannarsi pur di salvare uno 0,1 % di pil.

Lo sbocco molto probabile di uno scenario come questo (apocalittico, lo ammetto, ma non del tutto irrealistico) sarebbe la guerra: il ricorso alle armi e alla vecchia “politica di potenza” sarebbe infatti l’ultima risorsa per nazioni ormai svincolate da qualsiasi obbligo di solidarietà e bisognose comunque di cercare le risorse per mantenersi. La guerra tornerebbe in Europa e si allargherebbe al resto del mondo ancora una volta come 70 anni fa.

È uno scenario pessimistico quello che ho dipinto. Ma, come dicevo, non così irrealistico. Nella storia situazioni di crisi, arresto e arretramento della civiltà, anche più tragiche di quella da me descritta, si sono verificate spesso, e sempre in modo imprevisto. Davvero crediamo di essere pronti ad affrontare un simile rischio?
I simboli di Alba dorata, il movimento
 nazionalista e nazista
diffusosi in Grecia di recente
Credo che ci sia solo un modo per evitare un esito così drammatico alla crisi che stiamo vivendo: rafforzare le strutture federali dell’Europa, non indebolirle o, peggio, dissolverle nei rinascenti nazionalismi aggressivi.

Ciò che da sempre trasforma un anonimo ammasso di uomini in cittadini, che in modo solidale condividono e rispettano norme comuni, è la presenza di istituzioni politiche, ovvero di uno Stato. L’assenza di vere istituzioni politiche federali sovrane ha reso inevitabilmente l’Unione Europea sottomessa ai veti delle potenze via via egemoni nel continente: la Francia, la Gran Bretagna e, soprattutto, la Germania. Perché esista uno Stato sovrano, dotato della capacità coercitiva di far rispettare le proprie decisioni, deve esistere il monopolio della forza legittima. Quest’ultimo, a sua volta, è il prodotto di una comune organizzazione difensiva: progetto, quello di costruire una Comunità Europea di Difesa, che, com’è noto, naufragò negli anni Cinquanta e mai più venne ripreso e discusso. Finché è durata la guerra fredda forse esso era superfluo, visto il ruolo svolto in quel contesto dalla Nato. Ma oggi, a distanza di oltre 20 anni dalla fine della guerra fredda, l’Europa deve dotarsi di una propria forza militare comune, se vuole avere il potere reale di uno Stato federale sovrano: infatti, la delicatezza politica che tale iniziativa avrebbe, obbligherebbe i cittadini europei ad accettare l’esistenza di strutture politiche sovranazionali alle quali gli Stati nazionali dovrebbero cedere gran parte della propria sovranità. Con l’acquisto della piena sovranità, la UE otterrebbe due risultati: innanzitutto sottrarrebbe al governo tedesco e alla Bundesbank il potere di veto che di fatto oggi hanno in ogni decisione finanziaria (ad esempio lo scudo anti-spread, l’acquisto dei titoli di Stato delle singole nazioni da parte della Bce, l’emissione di Eurobond e così via); in secondo luogo avrebbe reali poteri di programmazione economico-finanziaria a beneficio di tutti i membri della Comunità.

Qualsiasi decisione si debba prendere in questo momento per risolvere la crisi dei debiti sovrani di Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, quella decisione deve essere presa da istituzioni federali forti: per uscire dalla crisi, che ci piaccia o no, dobbiamo avere più Europa, non meno Europa.

sabato 18 agosto 2012

Conclusione: i giovani tra incertezza, solitudine e indifferenza


6a e ultima parte. Conclusione: i giovani di oggi tra incertezza, solitudine e indifferenza.



I dati Iard visti l'altra volta contraddicono la vulgata conformistica che dagli anni Sessanta sentiamo ripetere continuamente dai mass media, ovvero che sono le condizioni economiche a rendere difficile l’ingresso nella vita adulta. Certo, la crisi economica attuale ha reso difficile l’acceso al lavoro (particolarmente in Italia dove le tutele nei confronti del lavoro avvantaggiano quasi esclusivamente le generazioni passate) e forse, se continuerà la spirale negativa, anche le sicurezze che finora le famiglie hanno saputo garantire ai giovani potrebbero essere minacciate in modo grave; ma anche quando le cose andavano bene certi comportamenti giovanili erano presenti, come se essi fossero una tendenza culturale di fondo, poco sensibile al variare delle condizioni materiali. Insomma, se il disagio giovanile c’è, non è più nella direzione del disagio materiale che si deve guardare: forse questo discorso poteva avere un senso 50 anni fa, di certo non oggi. I rapporti Iard insistono piuttosto su tre dimensioni dei giovani di oggi: incertezza, solitudine, indifferenza.

 L’incertezza viene non tanto dalla difficoltà ad inserirsi nel mondo produttivo, ma dalle caratteristiche che questo mondo oggi propone ai giovani: esso richiede disponibilità a modificarsi, a ridefinire continuamente le proprie competenze, a spostarsi da un lavoro all’altro e da un luogo all’altro; l’instabilità lavorativa è da intendersi come temporaneità, brevità delle esperienze, velocità e rapidità nell’adattarsi ad una nuova situazione, capacità di assumere il rischio. Da questa instabilità deriva quella affettiva, la difficoltà a creare relazioni umane e sentimentali durevoli, che servono per costituire un nucleo familiare. Il sociologo Zygmunt Bauman ha definito questa forma di precarietà “modernità liquida”.

La solitudine deriva dalla sensazione di muoversi in un mondo che non promette più molte protezioni sociali, e nel quale non vi sono più neppure molte figure di riferimento alle quali affidarsi per le scelte: scuola, istituzioni, famiglia non sembrano soddisfare l’esigenza del giovane di avere qualcuno su cui contare per decidere. Attenzione: non si tratta di una mancanza della famiglia dal punto di vista delle sue responsabilità economiche, ma semmai della mancanza del ruolo educativo della famiglia. La famiglia è molto presente dal punto di vista materiale, svolge un ruolo di soddisfazione dei bisogni materiali e di consumo dei giovani, anzi spesso sollecita e incentiva bisogni e consumi. Ma i genitori di oggi, almeno quelli che hanno figli con meno di 15 anni, tendono a sfuggire al loro ruolo di modello comportamentale e a quello di guida educativa. I genitori, più sono giovani, meno sono presenti dal punto di vista educativo, ruolo considerato vecchio e non al passo con i tempi: anche i genitori preferiscono, al vecchio ruolo dell’educatore, l’affermazione della propria personalità in altri ambiti, come lo sport, il fitness, il divertimento, la tecnologia, i viaggi, le vacanze e così via. Sono genitori, quindi, che si sono assimilati ai giovani, mentre un tempo erano i giovani che chiedevano di essere assimilati al mondo dei genitori. Questa latitanza educativa della famiglia si somma ad una generale latitanza del ruolo degli adulti nella società odierna: essendosi dilatata a dismisura la nozione di giovane, e raccogliendo essa al suo interno praticamente quasi tutte le classi di età, forse con la sola esclusione, per ora, degli ultrasettantenni, è ovvio che nessuno si qualifichi più come adulto e in tal modo è venuta meno la funzione dell’adulto: quella funzione che dà stabilità, sicurezza, saggezza, equilibrio, oltreché protezione. Per tutte queste ragioni sono in crescita i giovani che denunciano una condizione di solitudine.

Infine l’indifferenza. Anche qui occorre fare attenzione: i giovani di oggi non sono indifferenti ai valori in senso assoluto, ma semmai interpretano i valori, anche quelli più tradizionali, in senso ultra-individuale. Al primo posto, nella gerarchia dei valori dei giovani di oggi vi sono quelli connessi alla vita individuale: amicizia, amore, famiglia, carriera e lavoro, autorealizzazione, ottenimento di una vita confortevole e agiata. Subito dopo vi sono i valori di tipo evasivo, collegati alle attività sportive, allo svago e al tempo libero, al divertirsi e al godersi la vita in modo spensierato. Per ultimo vi sono i valori legati alla vita collettiva e all’impegno personale: solidarietà, libertà, democrazia, patria; attività politica, impegno religioso, impegno sociale, studio e interessi culturali. I valori che interessano di più, quindi, sono quelli collegati alla sfera della socialità ristretta e della vita privata, a scapito soprattutto dell’impegno collettivo. 

Anche il lavoro o la carriera non sono apprezzati per se stessi, o perché in essi si vede un mezzo concreto per fornire il proprio contributo alla civiltà e al suo progresso, non vi è una diffusa etica del lavoro tra i giovani di oggi: lavoro e carriera sono apprezzati perché servono per avere i mezzi necessari per ottenere ciò che veramente conta, ovvero la vita di relazione con gli amici, il divertimento, il consumo, obiettivi al cui raggiungimento si affida l’autorealizzazione personale. I valori collettivi, come la libertà o la democrazia, o quelli relativi all’impegno sociale, come la solidarietà, non mancano nell’universo etico dei giovani, ma sono visti non tanto come virtù civiche che comportano qualche sacrificio, né come conquiste collettive, ma come valori che servono a definire meglio la propria individualità: essi appaiono come diritti da far valere verso gli altri, non come dovere verso gli altri. 
Anche i valori collettivi, insomma, sono declinati in senso ultraindividuale, servono per la difesa della propria socialità ristretta, per definire meglio il proprio contorno sociale, quello in cui si vive, il nucleo delle proprie relazioni primarie, il proprio bozzolo. Se vi è adesione ad ideologie forti, come la simpatia verso partiti estremi o movimenti di contestazione radicale, tali scelte appaiono più come nicchie mitologiche in cui rifugiarsi per trovarvi certezze e protezione; ugualmente dicasi per la scelta religiosa (quasi l’80% si dichiara cattolico): essa appare come un modo per rafforzare la propria identità personale, per trovarvi conforto e sicurezza, per cercarvi solidarietà umana e amicale, insomma per stare meglio. Né l’impegno politico, né quello religioso vengono visti come scelte obbliganti verso la società e verso gli altri tali da impegnare il singolo a scelte di rinuncia o di sacrificio personale, scelte che vengono percepite come “uno stare peggio, uno stare male”. Quindi, più che di indifferenza verso i valori, bisognerebbe parlare per i giovani di oggi di trionfo della sfera personale e individuale dei valori, sfera che si dirige fortemente verso l’egotismo (ovvero verso il giudicare il benessere personale l’unico criterio di giudizio morale e criterio di orientamento dell’azione). Ne consegue un insieme di atteggiamenti e di orientamenti che sembra sempre più rinserrarsi nella ristretta cerchia degli affetti sicuri, delle certezze che derivano solo dallo stare insieme a chi condivide gli stessi giudizi, gli stessi orientamenti, le stesse mode, gli stessi gusti, lo stesso ambiente sociale.
Anche l'uso di internet non sfugge alla tendenza di ricerca dello svago:
questo grafico, tratto da una ricerca del Pew Reserch Center, mostra il
comportamento degli utenti americani di internet diviso per classi di età. Il 53%
dei giovani tra 18 e 29 anni usa internet per lo più per svago.
Incertezza, solitudine e indifferenza spiegano il rapido diffondersi, amplificato dai mezzi di comunicazione, di atteggiamenti eccessivi e smodati da un lato e dall’altro della ricerca continua del gruppo, del branco, della compagnia. La prima cosa è il risultato del desiderio di affermazione e di protagonismo, mete ritenute irrinunciabili per l’autorealizzazione e per l’affermazione all’interno del proprio gruppo; la seconda, scambiata erroneamente dagli adulti come “capacità di socializzazione”, corrisponde alla ricerca di sicurezza, di sostegno e di certezze che non ci si sente in grado di costruire da soli, basandosi sulle proprie forze e capacità.
Sono dati poco incoraggianti, soprattutto perché ci mostrano una gioventù sempre più edonistica, sempre più sfiduciata nei confronti delle istituzioni e dei valori collettivi, sempre più conformista rispetto ai mass media, sempre più relativista in fatto di valori (il 54% dei giovani nel 6° rapporto afferma che “nessuna scelta è mai per sempre”), eppure sempre più alla ricerca di sicurezze assolute e sempre più incapace di progettare il proprio futuro, sia perché la dimensione del presente immediato è quella che le interessa, sia perché è disorientata da un mondo che si allarga sempre più e che sembra non dare alcuna garanzia riguardo al futuro, mentre le generazioni precedenti hanno goduto di molte certezze.
Franco Garelli

Anni fa Franco Garelli, un sociologo italiano, andando un po’ controcorrente, scrisse che l’uso del termine disagio riferito ai giovani è diventato di moda in Italia, una sorta di imperativo culturale, uno stereotipo che si deve seguire per essere ascoltati (Franco Garelli, Stereotipi sui giovani e questione educativa, in Il Mulino, n. 385, a. XLVIII, settembre-ottobre 1999, pp. 871-881). La conseguenza più deleteria di questa moda è che essa finisce per sollecitare in tutti (istituzioni, educatori, famiglia mass media) un eccesso di protezione e di prudenza nei confronti dei giovani che non aiuta la loro maturazione: rinvio delle scelte, inserimento morbido e ovattato nella società, tutela per evitare ogni rischio e ogni difficoltà, tutto ciò in Italia è diventato obbligatorio proporlo ogni volta che si parla dei giovani perché, si dice, così li si aiuta a superare il disagio della loro condizione. Invece in questo modo, afferma Garelli, il “disagio” si produce davvero, poiché l’eccesso di prudenza e di protezione favorisce la deresponsabilizzazione e la passività sociale. Con questo Garelli non vuol dire che i giovani non abbiano problemi da risolvere, ma che questi problemi sono tutti risolvibili e non sono differenti da quelli che da sempre ha affrontato il giovane per diventare adulto. Il disagio, quindi, è risolvibile. In altre società, ad esempio quelle anglosassoni, i giovani sono sollecitati da messaggi e imperativi culturali come “lasciare casa in fretta”, tagliare il cordone ombelicale con la famiglia di origine, non per ripudiarla ma per costruire un proprio cammino di vita e di esperienza. Da noi, invece, domina la prudenza e la tendenza a proteggere a tempo indeterminato i propri figli: così si crea dipendenza, si prolunga l’adolescenza, si ritardano le scelte adulte, si genera passività e abulia, indifferenza e noia. Una condizione che produce a sua volta quell’insofferenza rabbiosa e maleducata che, non indirizzata verso mete costruttive, può sfociare in conati improvvisi di violenza distruttiva e autodistruttiva: resa particolarmente pericolosa dai molti mezzi su cui oggi possono contare i giovani, e dalla tendenza all’assoluzione che caratterizza sia il sistema educativo che quello della comunicazione. Garelli conclude con una proposta: che gli adulti facciano davvero gli adulti e la smettano di scimmiottare gli adolescenti, poiché il problema di fondo, in Italia, è proprio questo: l’estinzione della categoria sociologica dell’adulto.

Essere adulto vuol dire sapersi assumere responsabilità, naturalmente, ma soprattutto essere un modello forte per i giovani, ed esserlo praticando i valori che si predicano: un insegnante, un genitore, un allenatore sportivo che predicano onestà, rigore, impegno, sacrificio e che poi si muovono e si comportano come i propri figli e alunni, scansando impegno e sacrifico attraverso mille furberie, diventano figure scialbe, prive di forza, incapaci di proporsi per la propria esemplarità, perché si confondono con i modelli giovanili. Insomma, è l’adulto che manca nella società italiana, poiché quelli che anagraficamente dovrebbero svolgere questo ruolo risultano, come dice Garelli, “emotivamente inadatti”. Inutile fare corsi e progetti sulle problematiche educative che riguardano i giovani (l’educazione sessuale, l’educazione alla legalità, l’educazione al rispetto degli altri…): sono tutti interventi per lo più informativi, nati dall’opinione diffusa che per educare a quei problemi “occorra parlarne”, come se l’informazione sia già un fatto educativo. Mentre l’educazione emerge, quando emerge, da un lungo processo di contatto con adulti che cercano di seguire valori nella vita quotidiana, dalla osservazione dei loro comportamenti: se stimolati da queste persone, i giovani impareranno poi a cercare da soli il modo per dare forma alla propria volontà di realizzazione, anziché cercare di fare un’improbabile rivoluzione che, avendo come obiettivo implicito quello di essere ancora più coccolati e di ricevere ancora più indulgenza giovanilistica, è destinata ad essere sempre “spuntata”.
Giovani "indignados" alle recenti manifestazioni avvenute in Spagna
Se proprio i giovani italiani di oggi volessero essere rivoluzionari “duri e puri”, l’unica rivoluzione che mi sento di suggerir loro è di imparare ad essere autonomi, di saper far da soli, di non temere l’assunzione delle responsabilità: comportamenti che implicano sia la capacità di rinunciare alle comodità che il mondo degli adulti può offrire loro, sia quella di sapersi liberare dall’obbligo conformistico di seguire inebetiti le mode del momento. Autonomia e libertà comportano la forza, quando serve, di essere controcorrente. Gli adulti italiani, da parte loro, dovrebbero impegnarsi di più nell’educazione dei propri figli, impegno che implica l’essere pronti a sanzionare comportamenti sbagliati, l’essere pronti a dire di “no” quando serve. Ma soprattutto implica la capacità di praticare i valori, di sapersi distinguere dai giovani, di sapere riconoscere e accettare le proprie responsabilità, liberandosi dall’ossessione di inseguire le mode giovanili per ingannare il tempo che passa e per non fare i conti con la propria età. I giovani hanno il diritto (e forse anche il dovere) di confrontarsi e di scontrarsi con gli adulti, ovvero con chi è distinto e diverso dal proprio mondo. Gli adulti hanno il dovere (e forse anche il diritto) di insegnare e di far rispettare regole e norme di comportamento, senza le quali non esisterebbe alcun tipo di società. Il conflitto tra generazioni è già in questa semplice ma vitale dialettica, senza andare alla ricerca di ideologie “giovaniliste” per amplificarlo o per esorcizzarlo. E ogni conflitto generazionale dovrebbe terminare con i giovani che sostituiscono i vecchi e con questi ultimi che sanno farsi da parte quando arriva il momento. Se vogliamo essere un “paese normale” in cui convivano giovani, adulti e vecchi dobbiamo sbrigarci a comprendere queste semplici leggi. Prima che sia troppo tardi.

lunedì 13 agosto 2012

Giovani e giovanilismo: gli ultimi trent'anni

Chiedo due volte scusa ai miei (eroici) lettori. Scusa per aver lasciato trascorrere così tanto tempo dall'ultimo aggiornamento; scusa per un errore inserito nell'ultimo post pubblicato. Per il primo fatto forse posso invocare un'attenuante, ovvero gli impegni personali che non mi hanno consentito di seguire il blog come avrei voluto. Per il secondo fatto, l'errore inserito nel post del 5 agosto, vedete voi se assolvermi o meno: al termine di quell'articolo avevo scritto che la prossima parte sulla questione dei giovani (quella che pubblico oggi) sarebbe stata l'ultima; invece avrei dovuto scrivere "penultima". Insomma, oltre a quella di oggi dovrete sorbirvi un'altra parte! Ma, come dicevo all'inizio, so che siete eroici... 


5a parte - Gli ultimi 30 anni: il giovane diviene categoria sociologica

Non è un caso che, finito il movimento del ’77, inizi, nei comportamenti giovanili, il cosiddetto “riflusso nel privato”, ovvero la coltivazione del consumo, il perseguimento dell’affermazione personale, il narcisismo. Il termine “giovane” diviene definitivamente una categoria sociologica poiché, come dicono le ricerche sociali sulla condizione giovanile condotte dagli anni Ottanta in poi, ormai è giovane il dodicenne che vive con ansia i temi e i problemi prima appartenenti ad un’età più avanzata (relazioni sessuali, autonomia di vita, consumi); ma lo è anche il quarantenne che non vuole integrarsi nella vita adulta e ne rifiuta riti e istituzioni: il matrimonio, la stabilità di coppia, la routine del lavoro. Il lavoro in genere non è visto come luogo di affermazione personale, ma come passaggio obbligato per ottenere i mezzi economici che servono per il consumo e per il divertimento, vere mete esistenziali della nuova condizione giovanile.
Fitness e divertimento: mete esistenziali per giovani e giovanilisti di oggi
Così, la condizione del giovane si è enormemente estesa, andando ben oltre la soglia dei 50 anni, poiché il sistema delle comunicazioni di massa (pubblicità, il cinema, la televisione, internet) e le pratiche quotidiane da esso divulgate (lo sport, l’igienismo, il fitness, il culto del corpo, la cosmesi ecc.) impongono la giovinezza come modo dell’apparire, come superficie fisica, come qualità dell’aspetto, non come classificazione anagrafica. Si è giovani se nel modo di apparire, di atteggiarsi, di vestire, di parlare, di pensare si è diversi rispetto agli anziani, categoria con la quale oggi nessuno vuole più identificarsi. Questa è la diversità del giovane la quale diviene categoria sociologica indicante un certo tipo di individuo, trasgressivo, dinamico, relativista nei valori, aggressivo e un pochino arrogante. Dagli anni Cinquanta in poi la condizione giovanile ha fatto passi da gigante: prima ribelle, poi contestatrice, quindi marginale e diversa; ora la diversità giovanile è divenuta un valore aggiunto capace di generare successo, poiché la capacità di trasgressione che un giovane può portare in un’attività produttiva si trasforma in guadagno immediato. Marginale, oggi, è la società “vecchia”: non solo e non tanto gli anziani (che, anzi, numericamente sono in continuo aumento nelle società occidentali: vedere le piramidi della popolazione italiana in fondo all'articolo) ma soprattutto ciò che è regolare, ordinato, consequenziale e che pretende di trasmettere un sapere tradizionale: per questo scuola, famiglia, politica, istituzioni sono poco amate da chi è giovane e da chi si ritiene ancora tale, anche se ha superato la soglia dei cinquant’anni.

Ma allora il disagio giovanile non esiste? Cerchiamo di capirlo leggendo alcune indicazioni contenute nel 5°, nel 6° e nel 7° rapporto Iard, basati su ricerche condotte rispettivamente nel 2002, nel 2006 e nel 2010 (il 7° rapporto relativo al 2010 non è stato ancora pubblicato; parti di esso si possono trovare in internet, ad es. in http://www.degiovanimento.com/download/rapporto.pdf). L’istituto Iard (http://www.istitutoiard.it/), nato a Milano nel 1961, esegue ogni 4 anni, dal 1984, un’indagine nazionale sulla condizione giovanile in Italia; i risultati di questa indagine vengono pubblicati dalla casa editrice Il Mulino di Bologna con il titolo Rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia (per il sesto rapporto del 2006 vedere la scheda di presentazione in http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&ISBNART=11895). I rapporti Iard sono rivolti a genitori, educatori, operatori e politici che si confrontano quotidianamente con i giovani. 
Il sesto Rapporto Iard
pubblicato da Il Mulino
Dagli ultimi due rapporti emerge che i giovani italiani non sono emarginati o sradicati, ma sono in perfetta sintonia con il loro tempo, anzi le tendenze che si manifestano nelle classi di età prese in considerazione (dai 15 ai 34 anni) si diffondono in tutta la popolazione italiana. Tendenze comuni all’intera popolazione italiana sono ad esempio: la ricerca dell’autorealizzazione attraverso il consumo; il ruolo importante assunto dallo svago per stabilire relazioni e identità; infine la lenta transizione verso l’età adulta, lentezza amplificata dall’allungamento dei tempi di permanenza nel sistema dell’istruzione (fino a vent’anni i giovani che escono dal sistema scolastico sono una minoranza), dalla tendenza a rimanere fino oltre la soglia dei trent’anni nella stessa abitazione con i genitori (solo il 30% dei giovani tra 25 e 29 anni esce dalla casa dei genitori; ben un terzo dei giovani tra 30 e 34 anni vive ancora con i genitori), dalle difficoltà connesse con l’accesso nel mondo del lavoro. 
In Italia 1/3 dei giovani tra i 30 e i 34 anni vive ancora con i genitori
Il dato relativo alla disoccupazione giovanile va preso con cautela, perché la situazione del lavoro giovanile è cambiata più volte negli ultimi trent’anni. Dal 1996 al 2006 la disoccupazione giovanile è diminuita: i giovani lavoratori tra 18 e 20 anni in quel periodo sono raddoppiati (nel ’96 ne lavorava solo il 10%, nel 2006 21%); di quelli tra 21 e 29 anni nel 2006 ne lavorava il 39% e i giovani tra 30 e 34 anni costituivano in quell’anno il 57% della forza lavoro. In quel decennio la tendenza del mercato del lavoro è stata di assorbimento della forza lavoro giovanile, non di espulsione. 
Oggi, invece, le cose sono cambiate: dall’inizio dell’attuale crisi (2008) al corrente anno, sono stati i giovani a pagare in Italia il prezzo più elevato, dal momento che la disoccupazione di coloro che hanno un’età compresa tra i 15 e i 24 anni ha superato il livello record del 36%. Il sistema economico, in momenti di estrema difficoltà come quello che stiamo vivendo, tende a tutelare i lavoratori con più esperienza e maggiore anzianità, piuttosto che investire in innovazione e gioventù, fattori di crescita ma anche di rischio. Anche negli altri paesi europei, sia pure con differenze dovute al livello di sviluppo e alle politiche seguite, si vive una situazione simile. In Italia la disoccupazione giovanile appare più allarmante perché nel nostro paese l'età media in ogni ambito lavorativo è la più elevata della UE, e la stessa classe dirigente appare come una gerontocrazia impermeabile al ricambio generazionale. Strano paese il nostro: nessuno ama l'appellativo di "vecchio", tutti si sentono "giovani", ma i giovani veri non hanno spazio... 

Malgrado i cambiamenti del mercato del lavoro, ciò che tra i giovani non è cambiata è la tendenza a ritardare il momento della procreazione di un figlio: oggi, a causa della crisi, i tempi per la formazione di una famiglia si sono ovviamente allungati, ma già nel periodo 1996-2006, quando i tempi per trovare un lavoro, una volta usciti dalla scuola, erano molto più brevi, rimanevano sempre lunghi quelli che trascorrevano tra l’acquisizione di un lavoro e la formazione della famiglia: segno evidente che sono le responsabilità della vita adulta ad essere spostate sempre più avanti nel tempo. Le cinque tappe della transizione alla vita adulta (conclusione degli studi, ingresso nel mondo del lavoro, uscita di casa, formazione di una nuova famiglia, nascita di un figlio), insomma, si sono allungate molto e si rende sempre più evidente la tendenza a procrastinare le scelte della tappa successiva. Non a caso gli ultimi rapporti Iard (in particolare il VI del 2006) sottolineano che i giovani italiani si dichiarano sostanzialmente soddisfatti della loro vita attuale (circoscritta al “piccolo” dell’ambiente familiare e al benessere immediato e quotidiano che questo è in grado di garantire), mentre vedono la sfida del crescere come un evento lontano che interesserà forse gli anni successivi all’università. (5 – continua. La prossima sarà l’ultima parte: giuro)

La piramide della popolazione italiana: confronti tra 1911, 2001, 2011