giovedì 13 settembre 2012

Ideologia del terrore e islamismo politico: prima parte


1a parte: LA “PRIMAVERA ARABA”, L’ATTENTATO DI BENGASI E LE ILLUSIONI DELL’OCCIDENTE


L'ambasciatore statunitense Chris Stevens, ucciso
nell'attentato di Bengasi il 12 settembre

Stevens morente mentre alcuni funzionari
cercano di salvarlo

L’attentato terroristico di Bengasi del 12 settembre, in cui hanno perso la vita l’ambasciatore statunitense Chris Stevens e altri tre funzionari dell’ambasciata, è stato un brusco risveglio per l’Occidente. In Europa e a Washington ci si era illusi che le elezioni libiche di luglio, in cui hanno vinto i moderati mentre gli islamisti radicali sono stati sconfitti, avrebbero portato pace e democrazia in un paese sconvolto da mesi di guerra civile. Ma oggi, dopo l’attentato, appare più chiaro quanto molti osservatori andavano ripetendo da tempo: il governo di coalizione libico, guidato dal filoccidentale Mahmud Jibril, controlla a mala pena Tripoli, mentre il resto del territorio è nelle mani di bande più o meno politicizzate, più o meno legate alle fazioni estremiste dell’islamismo fondamentalista. Quanto accaduto in Libia, unito alle conseguenti manifestazioni de Il Cairo, sembra dirci che la “primavera araba”, espressione inventata dai mass media occidentali, è un mito che ha poco a che vedere con la realtà che si sta profilando nei paesi musulmani attraversati dalle proteste del 2010-2011.



Muhammar Gheddafi, il leader libico catturato e ucciso
dai ribelli nell'ottobre del 2011
Tali proteste erano iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia e si erano poi diffuse, nel corso del 2011, in Egitto, Libia, Yemen (paesi nei quali i ribelli sono riusciti a deporre i capi di governo: rispettivamente Ben Alì, Mubarak, Gheddafi e Abdullah Saleh). Poi l’onda della protesta ha lambito la Giordania (dove la monarchia si è salvata, ma è stata costretta a promettere un piano di riforme) e l’Arabia Saudita (dove il re Abd Allah, per rimanere al suo posto, ha represso le manifestazioni e ha promesso qualche riforma); è giunta con forza in Bahrain e Gibuti, dove vi sono stati durissimi scontri tra forze dell’ordine e manifestanti; si è abbattuta con violenza in Algeria, dove i conflitti sono stati anche più sanguinosi; infine, più di recente, ha colpito la Siria, dove lo scontro tra ribelli e governo ha mietuto già migliaia di vittime e ogni giorno si fa più cruento. Nel frattempo anche Iraq, Kuwait, Libano, Marocco, Mauritania, Oman e Sudan sono stati scossi dalla rivolta. Sono ancora vive nella nostra memoria le scioccanti immagini della cattura e dell’uccisione del leader libico Gheddafi da parte dei ribelli; tuttora sono in corso scontri in molti dei paesi che ho nominato e in altri si stanno aprendo fronti di conflitto armato; dalla Siria, infine, giungono tutti i giorni terrificanti bollettini di guerra.
Sirte, 20 ottobre 2011: il corpo straziato di Gheddafi
Se questa è la situazione, perché l’espressione “primavera araba” sarebbe un mito, come prima l’ho definita? Perché questa espressione riflette più le speranze e le aspettative di noi occidentali che le reali richieste dei ribelli, e tanto meno riflette la direzione che gli eventi stanno prendendo nei maggiori paesi attraversati dalla protesta. In occidente, specie in Europa, si è voluto vedere in questa ribellione il segno dei tempi: i popoli arabi – questa è la lettura che hanno dato i mass media occidentali (soprattutto siti e blog di Internet) – vogliono la libertà, vogliono il diritto di voto, vogliono il diritto al lavoro, odiano le dittature dei leader al governo, corrotti e incapaci, vogliono, in una parola, la modernità. Prova principale dell’esistenza di queste aspettative, prova esibita spesso dai giornali e dalle televisioni, sarebbe il fatto che i ribelli hanno usato i social network per mobilitarsi, per organizzarsi, per tenere desta la fiamma della rivolta. Attraverso la Rete essi avrebbero appreso la modernità e ora, con coraggio, chiederebbero alle loro istituzioni cambiamenti radicali, e sarebbero pronti a voltare pagina se le riforme non arrivassero. Insomma, i popoli arabi sarebbero più coraggiosi dei popoli europei che continuano a sopportare governi corrotti e liberticidi che impongono loro tasse, tasse e ancora tasse…

È vero che tra le cause delle rivolte ci sono state la corruzione e il dispotismo dei governi contestati o rovesciati; è vero che i social network hanno giocato un ruolo importante nel comunicare e diffondere le parole d’ordine della ribellione; è vero infine che anche la disperazione deve essere annoverata tra le cause, soprattutto l’incremento del costo del grano che ha letteralmente affamato buona parte delle popolazioni magrebine e mediorientali. Ma riguardo agli esiti della “primavera araba” le conclusioni dei mass media occidentali sono state eccessivamente ottimiste.

Il neoeletto Presidente egiziano
Mohamed Morsi
Le cose, infatti, sono assai diverse dalle previsioni delle opinioni pubbliche europea e nordamericana. In nessuno dei governi nuovi che i ribelli hanno portato al potere vi è tuttora traccia di una svolta “moderna” in senso occidentale (ad esempio democrazia liberale, libero mercato, welfare, libertà d’opinione e di culto, pari diritti tra uomo e donna, libertà d’insegnamento); in alcuni, anzi, si sono manifestati segnali opposti, o perlomeno contrastanti con la modernità, poiché le forze che li sostengono sono pericolosamente vicine al fondamentalismo islamico. Nel più popoloso e influente paese attraversato dalle rivolte, l’Egitto, si sono tenute elezioni politiche (in un clima tutt’altro che liberale) che nel giugno di quest’anno hanno portato al potere Mohamed Morsi, leader dell’ala politica del più importante movimento islamista egiziano, i Fratelli musulmani. Ebbene a tutt’oggi, malgrado alcuni segnali di conciliazione, non si sa se Morsi abbia reali poteri o se sia nelle mani delle fazioni più estremiste del movimento, o di quelle dei generali della precedente giunta militare che governò provvisoriamente l’Egitto dopo la deposizione di Mubarak. Ma soprattutto non si sa quale politica questo governo voglia avviare, se di modernizzazione o di ritorno ad un intransigente tradizionalismo: paradossalmente, l’esercito e le tendenze dittatoriali dei suoi generali sembrano costituire un argine contro l’islamismo fondamentalista; i Fratelli musulmani, invece, contrari alla dittatura militare, sono più vicini al fondamentalismo (cfr. Alessandro Accorsi, I Fratelli musulmani alla prova del governo, in Limes online, 6/7/2012).

L'ayatollah Ruhollah Khomeyni (1902-1989), guida
della rivoluzione iraniana del 1979
Non è la prima volta che nel mondo islamico si presentano simili paradossi: quando nel 1979 in Iran venne deposto il governo, laico ma dispotico e corrotto, dello Scià Reza Pahlavi, e andò al potere la rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeyni, nel mondo occidentale si salutò l’evento come l’inizio di un’era democratica e di rinnovamento. Come è andata a finire lo sappiamo tutti: applicazione della legge coranica, dominio degli imam sulle istituzioni, trionfo del fondamentalismo. Le riforme dello Scià, laiche e moderne, vennero tutte abolite. La rivoluzione islamica iraniana per l’Occidente fu uno shock che, unito all’incremento del prezzo del petrolio, suonò come una tromba di guerra contro le libertà moderne. Altro abbaglio venne dalla politica estera di Saddam Hussein, presidente dell’Iraq a partire sempre dal 1979: questi, laico e di religione islamica sunnita, pronunciò parole di fuoco contro i musulmani sciiti da poco al potere nel vicino Iran, sicché parve un baluardo contro il rischio del dilagare del fondamentalismo. Per questo, fidandosi di lui, Saddam Hussein venne sostenuto e armato dagli Stati Uniti, perché aiutasse l’Occidente ad arginare con le armi la diffusione del fanatismo khomeinista nel Medio Oriente. Come è andata a finire l’abbiamo visto tutti: Saddam si è rivoltato contro quell’Occidente che l’aveva armato durante la lunga guerra contro l’Iran (1979-1988) ed è diventato, lui che era laico, più pericoloso dei fanatici islamisti iraniani.
Saddam Hussein (1937-2006) presidente dell'Iraq
dal 1979 al 2003, quando venne deposto dall'invasione
anglo-americana (Seconda guerra del Golfo)

Allo stesso modo oggi, dopo aver creduto che tra le folle islamiche si sarebbe diffusa la democrazia occidentale per effetto delle loro rivolte, ci risvegliamo dal sonno e ci troviamo davanti alle immagini di piazze libiche ed egiziane (ma anche di altri luoghi, ad esempio nello Yemen, in Afganistan) dove ancora si bruciano le bandiere degli Stati Uniti, dove si urla fanaticamente che occorre punire i blasfemi che hanno osato nominare Maometto, dove si chiede a gran voce la guerra santa contro l’Occidente. Odio, violenza, fanatismo e intolleranza, altro che democrazia dei social network! 

Manifestanti antiamericani a Il Cairo mentre bruciano la bandiera degli Stati Uniti

Il pastore protestante Terry Jones, tra i promotori
del film L'innocenza dei musulmani
Che l’attentato di Bengasi sia stato provocato da una reazione contro il reverendo Terry Jones e contro il film L’innocenza dei musulmani (sul quale si veda Corriere della sera online: “L’innocenza dei musulmani”. Il film che infiamma Egitto e Libia, 12/9/2012), o che esso sia stato già da tempo preparato da Al Qaeda, poco importa: il comportamento delle piazze islamiche, la facilità con cui transitano in esse i messaggi dei fondamentalisti, la capacità di questi messaggi di mobilitarle dimostrano che non bastano le connessioni ad Internet per portare la democrazia dove non c’è mai stata la libertà. Le notizie peggiori, come ricorda Massimo Gaggi sul Corriere della sera di oggi, vengono proprio dall’Egitto, più ancora che da Bengasi: è in Egitto che l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, ha assunto dei rischi enormi abbandonando Mubarak e appoggiando i Fratelli musulmani e Morsi nella speranza che si arrivasse ad un’apertura democratica e moderna. Cosa è accaduto invece? Che Morsi non solo ha chiesto agli Usa di punire gli autori del film accusato di blasfemia, non solo non ha speso grandi parole per condannare l’attentato di Bengasi, ma tutt’oggi continua a parlare dell’11 settembre come di “un’oscura macchinazione” (cfr. Massimo Gaggi, “Li abbiamo liberati, ci hanno traditi”. L’America riflette sui nuovi alleati, in Corriere della sera, 13/9/2012).

Manifestanti antiamericani 
Siamo stati vittime di un altro abbaglio? La “primavera araba” veicolata da Internet ha portato democrazia nei paesi arabi o ha semplicemente rafforzato l’islamismo radicale e violento (come ipotizza Angelo Panebianco: Lo sguardo miope dell’Occidente: il giorno dopo l’11 settembre, in Corriere della sera, 13/9/2012)? E anche se le rivolte avessero prodotto democratizzazione nei paesi arabi, è auspicabile per l’Occidente che in questi paesi vi sia democrazia senza libertà? Non ci accorgiamo che una democratizzazione illiberale può essere peggiore di una dittatura militare (cfr. ibidem)? Diciamolo: noi occidentali capiamo poco del mondo mediorientale, della religione islamica e soprattutto della traduzione politica del messaggio religioso, il cosiddetto “islamismo”. Per evitare di essere preda di miti e di prendere ancora abbagli dovremmo capire bene cosa significano certe parole per gli islamisti radicali: cosa vuol dire per loro “religione”? Cosa vuol dire “politica”? E “Stato”? Esiste qualcosa di simile alla nostra parola “libertà” nelle loro lingue? Dedicherò i prossimi post a questi argomenti, cominciando proprio dai Fratelli musulmani e dalla loro ideologia. (1 – continua)

Il simbolo dei Fratelli musulmani

mercoledì 5 settembre 2012

Balle in Rete: Hollande e i suoi miracoli


Le bufale sui miracoli di Hollande


Sarà arrivata anche a voi l’email che presentava con tono entusiasta l’operato del Presidente francese François Hollande nei primi due mesi di governo. Ha fatto il giro delle caselle di posta elettronica italiane più o meno intorno alla metà di luglio. Forse ha fatto più di un giro: a me, ad esempio, è arrivata ben quattro volte, da quattro diversi mittenti, nell’arco di una settimana. Forse vale la pena riportarne il testo per intero, così come mi è arrivata:


“Ecco cosa ha fatto Hollande (non parole, fatti....) in 56 giorni di governo.

Ha abolito il 100% delle auto blu e le ha messe all’asta; il ricavato va al fondo welfare da distribuire alle regioni con il più alto numero di centri urbani con periferie dissestate. Ha fatto inviare un documento (dodici righe) a tutti gli enti statali dipendenti dall’amministrazione centrale in cui comunicava l’abolizione delle “vetture aziendali” sfidando e insultando provocatoriamente gli alti funzionari, con frasi del tipo “un dirigente che guadagna 650.000 euro all’anno, se non può permettersi il lusso di acquistare una bella vettura con il proprio guadagno meritato, vuol dire che è troppo avaro, o è stupido, o è disonesto. La nazione non ha bisogno di nessuna di queste tre figure”. Touchè. Via con le Peugeot e le Citroen. 345 milioni di euro risparmiati subito, spostati per creare (apertura il 15 agosto 2012) 175 istituti di ricerca scientifica avanzata ad alta tecnologia assumendo 2.560 giovani scienziati disoccupati “per aumentare la competitività e la produttività della nazione”. Ha abolito il concetto di scudo fiscale (definito “socialmente immorale”) e ha emanato un urgente decreto presidenziale stabilendo un’aliquota del 75% di aumento nella tassazione per tutte le famiglie che, al netto, guadagnano più di 5 milioni di euro all’anno. Con quei soldi (rispettando quindi il fiscal compact) senza intaccare il bilancio di un euro ha assunto 59.870 laureati disoccupati, di cui 6.900 dal 1 luglio del 2012, e poi altri 12.500 dal 1 settembre come insegnanti nella pubblica istruzione. Ha sottratto alla Chiesa sovvenzioni statali per il valore di 2,3 miliardi di euro che finanziavano licei privati esclusivi, e ha varato (con quei soldi) un piano per la costruzione di 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari avviando un piano di rilancio degli investimenti nelle infrastrutture nazionali. Ha istituito il “bonus cultura” presidenziale, un dispositivo che consente di pagare tasse zero a chiunque si costituisca come cooperativa e apra una libreria indipendente assumendo almeno due laureati disoccupati iscritti alla lista dei disoccupati oppure cassintegrati, in modo tale da far risparmiare soldi della spesa pubblica, dare un minimo contributo all’occupazione e rilanciare dei nuovi status sociale. Ha abolito tutti i sussidi governativi a riviste, rivistucole, fondazioni, e case editrici, sostituite da comitati di “imprenditori statali” che finanziano aziende culturali sulla base di presentazione di piani business legati a strategie di mercato avanzate. Ha varato un provvedimento molto complesso nel quale si offre alle banche una scelta (non imposizione): chi offre crediti agevolati ad aziende che producono merci francesi riceve agevolazioni fiscali, chi offre strumenti finanziari paga una tassa supplementare: prendere o lasciare. Ha decurtato del 25% lo stipendio di tutti i funzionari governativi, del 32% di tutti i parlamentari, e del 40% di tutti gli alti dirigenti statali che guadagnano più di 800 mila euro all’anno. Con quella cifra (circa 4 miliardi di euro) ha istituito un fondo garanzia welfare che attribuisce a “donne mamme singole” in condizioni finanziarie disagiate uno stipendio garantito mensile per la durata di cinque anni, finché il bambino non va alle scuole elementari, e per tre anni se il bambino è più grande. Il tutto senza toccare il pareggio di bilancio. Risultato: ma guarda un po’ SURPRISE!! Lo spread con i bund tedeschi è sceso, per magia. E’ arrivato a 101 (da noi viaggia intorno a 470). L’inflazione non è salita. La competitività re la produttività nazionale è aumentata nel mese di giugno per la prima volta da tre anni a questa parte. Hollande è un genio dell’economia?

FATE GIRARE!!!”


Oggi sappiamo che il testo di questa email è nato all’interno di qualche social network e da lì qualcuno l’ha fatto rimbalzare nel resto della Rete. Poi, attraverso i blog, attraverso Facebook e Twitter e grazie alla catena di Sant’Antonio delle email (vecchio sistema che funziona sempre) ha adescato, a quanto pare, centinaia di migliaia di internauti creduloni. Sì, creduloni, perché ciò che sta scritto in quell’email è semplicemente falso. Una delle tante bufale che girano in internet, una balla spaziale che ha fatto cadere in errore persino qualche giornalista esperto (vedi il caso di Leonardo Coen di Repubblica che nel suo blog, in un primo momento, ha dato credito alla notizia, poi, dopo alcune verifiche, si è accorto della falsità delle informazioni e ha fatto precipitosamente marcia indietro: vedi Hollande, la bufala dei tagli e la figuraccia di Repubblica, in Excite, Pazzo Web, 18/7/2012).

Chi ha creduto a questa falsa notizia deve possedere, ovviamente, l’accesso a Internet e collegarsi con una certa frequenza ai social network; ma deve anche possedere qualche nozione di economia e di politica, per capire di cosa si stava parlando nell’email, deve essere abbastanza informato sulle questioni relative al fiscal compact, allo spread e ai costi della politica: insomma, molto probabilmente possiede un grado di istruzione medio-alto. Ad esempio, coloro che hanno inviato a me la lettera sono tutte persone laureate. Un breve sondaggio tra amici e colleghi che hanno ricevuto la stessa mail mi ha confermato l’intuizione: a farla girare non sono individui sprovveduti, ma persone con livello di istruzione medio-superiore o universitario e in genere mostrano una discreta attenzione nei confronti dell’attualità politica.
Paolo Attivissimo, cacciatore di bufale in Rete

Della bufala su Hollande si sono occupati ormai in molti: Gian Antonio Stella su Sette (numero del 30 agosto 2012), il supplemento del Corriere della sera; Beatrice Mautino su Wired.it (vedi ad esempio: Le auto blu di Hollande, come nasce una bufala del genere, in Wired.it del 4 settembre 2012); Giuditta Mosca sul quotidiano Il Sole24ore (vedi I miracoli di Hollande, sul web spopola la bufala su Le President, in Il Sole24ore.it del 18 luglio 2012); e, infine, Paolo Attivissimo (I miracoli d’Hollande, 17 luglio 2012) che, nel suo blog Il Disinformatico, dà la caccia da anni a bufale come questa e smaschera continuamente teorie del complotto campate in aria e inganni circolanti in Rete. Vi rinvio a queste fonti per trovare puntuali demolizioni delle balle raccontate su Hollande. Sulle quali tornerò tra un attimo.

Prima di tornare alla nostra questione, infatti, vorrei consegnare al Moloch di Internet (nella speranza che gli vadano di traverso) queste considerazioni che sono l’ideale prosecuzione di quanto ho detto nell’ultimo post, quello del 28 agosto (L'inganno corre in Rete). Ciò che gira in Internet, lo ribadisco, spesso non è affidabile. Chi diffonde notizie false spesso non cita alcuna fonte, eppure trova sempre schiere di persone disposte a credergli sulla parola, solo perché il canale che utilizza è Facebook, Twitter o, più semplicemente, la posta elettronica. La credulità non ha età, prescinde dal titolo di studio e persino dalla enormità della balla raccontata. Ad esempio girano in Rete informazioni, spesso diffuse dai blogger, secondo le quali l’Aids non esisterebbe, ma sarebbe un’invenzione delle case farmaceutiche (di recente si è saputo che anche Beppe Grillo ha affermato di credere a questa balla: vedi Pietro Greco, Grillo e la negazione dell’Aids. È l’ora del “populismo sanitario”, L’Unità, 2 settembre 2012; questo articolo, insieme a quello di Beatrice Mautino, Beppe Grillo e il negazionismo, Wired.it, 23 maggio 2012, è un’ottima rassegna delle bufale e delle balle pseudoscientifiche e complottiste messe in circolazione da Grillo attraverso la Rete); che l’11 settembre non si sarebbe verificato (vedere il blog di Paolo Attivissimo per una panoramica completa sulle bufale relative all’attentato alle Torri gemelle del 2001); che quel giorno sulle Twin Towers vi era un ufo (cfr. ibidem); che Leonardo da Vinci era un extraterrestre e che nel famoso Cenacolo si celerebbe il volto di un extraterrestre (vedi, ad esempio, Youtube); che gli antichi Egizi costruirono le piramidi grazie all’aiuto degli alieni (vedi Mondoufo su Leonardo.it), che persino Gesù sarebbe un ufo (vedi, ad esempio, il blog noiegliextraterrestri.blogspot.it).


Naturalmente di creduloni disposti a credere a queste come ad altre balle ve ne sono sempre stati, anche prima di Internet. Il negazionismo, ad esempio, ha riguardato in passato materie come l’Olocausto (anche oggi c’è chi lo nega) o come la missione Apollo 11 e relativo sbarco sulla Luna (rinvio sempre all’aggiornatissimo blog di Paolo Attivissimo e ai libri di Massimo Polidoro, autori che, tra l’altro, collaborano con il CICAP). Analogamente, da secoli circolano teorie complottiste e dietrologie fantasiose per spiegare eventi difficili da capire: nel medioevo si credeva agli untori per spiegare la peste; si vedevano fate e streghe laddove si verificavano fenomeni inspiegabili per la cultura del tempo; si sosteneva che i mari tempestosi fossero abitati da mostri terribili… Dall’età moderna in poi si è diffusa la teoria del “complotto ebraico” contro la civiltà cristiana, complotto a cui sono stati via via addebitati eventi come le pestilenze, le guerre di religione, le crisi economiche (specie quella del 1929), le due guerre mondiali e persino la stessa Shoah. Com’è noto, a queste teorie del complotto si sono ispirati i dittatori del Novecento per attuare e giustificare politiche repressive e di sterminio.


Niente di nuovo sotto il sole, quindi? No, il nuovo c’è, un nuovo che invita ad un’attenzione maggiore rispetto al passato. Il nuovo di oggi è Internet, perché capace di generare un “io collettivo” di straordinaria potenza, di fronte alla quale rischiamo di essere tutti sprovveduti. E, come dicevamo prima, non bastano i titoli di studio a salvarci. Lo aveva già notato Le Bon alla fine dell’Ottocento: quando moltissimi individui sono riuniti in gruppo, non vi è differenza tra una folla di asini e una di accademici di Francia. Internet è il catalizzatore delle folle contemporanee, ciò che gira nel suo enorme ventre può divorare il buon senso e l’intelligenza di chiunque. Quando una notizia è appresa attraverso i suoi canali sembra che vengano meno tutti i principi di cautela che in altre occasioni utilizzeremmo per non essere presi per il naso. Inoltre, più la notizia è stramba, più essa si mostra capace di alludere ad un mistero irrisolto, e più essa dona all’utente che la diffonde il crisma della modernità e della trasgressione: chi la fa circolare cerca il suo momento di celebrità e spera che la rivelazione della verità, che soltanto lui ritiene di conoscere, possa donargli una fama da rock star. Internet è capace di solleticare a tal punto la volubilità e la frustrazione delle folle contemporanee da spingere milioni di individui ad inventare notizie di sana pianta e a spacciarle in Rete come Verbo.

Torniamo ad Hollande. C’era, in questo caso, un principio di cautela che si poteva usare di fronte a quella email? Certo che c’era! Bastava chiedersi come mai, di quegli incredibili trionfi politici del Presidente francese, non un solo giornale d’Oltralpe facesse menzione; nessuno, neppure quelli del Partito socialista, il partito di Hollande, che, pure, avrebbero avuto tutto l’interesse a pubblicizzare le eroiche riforme del suo leader; neppure il sito Internet del governo francese che pubblica le norme emanate dall’esecutivo e, come nel caso dei giornali socialisti, avrebbe avuto tutto l’interesse a divulgare simili informazioni. Beatrice Mautino, la già citata giornalista di Wired.it, ha persino telefonato ai suoi colleghi a Parigi per chiedere loro se sapessero qualcosa di queste riforme, ed essi sono letteralmente caduti dalle nuvole… Insomma, di fronte all’enormità della notizia bastava esercitare un po’ di sano scetticismo prima di abboccare. Ma la tentazione di apparire il Vendicatore dei torti subiti dal popolo è evidentemente troppo forte per certi navigatori di Internet, tanto da fagocitare in un sol boccone il loro buon senso e il loro scetticismo. “Annullamento della personalità cosciente, predominio della personalità inconscia, orientamento determinato dalla suggestione e dal contagio dei sentimenti e delle idee in un unico senso, tendenza a trasformare immediatamente in atti le idee suggerite, tali sono i principali caratteri dell’individuo in una folla. Egli non è più se stesso, ma un automa, incapace di essere guidato dalla propria volontà” (Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, [1895], tr. it. Milano, Mondadori, 1982, p. 39).


Internet può essere pericoloso se lasciamo che il fascino del mezzo annulli la nostra capacità di giudizio. Ma può essere “umanizzato”, a patto di non rinunciare ad usare la ragione e il dubbio metodico cartesiano, almeno quando serve (ma serve spesso). FATE GIRARE!!

martedì 28 agosto 2012

Internet: totalitarismo digitale?


L’INGANNO CORRE IN RETE



Sapete cos’è un fake? È un utente dalla falsa identità che orienta la discussione in un forum o in un blog su Internet. E un troll? È un utente reclutato appositamente per provocare gli interlocutori e avvelenare il dibattito su Internet. E un influencer? Un utente utilizzato per influenzare gli altri. Sono tutte figure ben conosciute da chi usa la rete con finalità di orientamento dell’opinione pubblica, per motivi politici o di marketing. Sono meccanismi ben noti, ad esempio, al pubblicitario Davide Casaleggio, fratello di Gianroberto con cui ha fondato la Casaleggio Associati, l’agenzia pubblicitaria che ha organizzato il look telematico di Beppe Grillo. Davide ha scritto nel 2008 un libro intitolato Tu sei rete in cui spiega le tante possibilità di impiego di Internet a fini benefici, ma anche di marketing o di orientamento della pubblica opinione. “La vita e l’evoluzione delle reti” scrive Davide Casaleggio nel suo libro (e nel suo blog: http://www.casaleggio.it/2008/12/tu_sei_rete.php) “seguono leggi […] precise e la conoscenza di queste regole ci permette di utilizzare le reti a nostro vantaggio. Tutto è diventato una rete da studiare, modellare, modificare”.

Diffusione di Internet nel mondo

Doug Engelbart oggi
Negli anni Novanta, quando Internet cominciò a svilupparsi, molti dei suoi estimatori e sacerdoti profetizzarono un mondo più libero e più democratico grazie all’avvento della Rete. L’invenzione del linguaggio html è del 1990; la scomparsa di Arpanet, sostituita dal Web, del 1991; tra il ’90 e il ’96 si collegarono in rete 10 milioni di computer in tutto il mondo; oggi sono oltre 2 miliardi. Nel 1997 Douglas Engelbart – ricercatore dello Stanford Research Institute e inventore del mouse - sosteneva con enfasi che “in 20 o 30 anni potremo tenere nelle nostre mani una quantità di conoscenza elettronica pari a quella contenuta in una città, o addirittura nel mondo intero” (cit. in Carlo Gubitosa, Hacker, scienziati e pionieri, Roma, Stampalternativa, 2007, p.93).


Edgar Morin
Questi toni enfatici a proposito di Internet non sono venuti meno neppure in seguito. Il sociologo Edgar Morin nel 2009 affermò che Internet è facilitatore e promotore di una coscienza planetaria, di un sentimento di appartenenza alla cittadinanza della Terra: Internet, secondo Morin, può risolvere il “problema della Pace” (vedi: http://www.meetthemediaguru.org/index.php/11/edgar-morin-la-coscienza-planetaria-di-internet/).
Nicholas Negroponte – cofondatore di Wired, tra i più noti guru di Internet, autore di Being digital – di recente ha usato espressioni simili: in un'intervista sul Corriere della sera (14 gennaio 2012) ha detto: “E’ Internet il vero promotore di pace, anzi, come dico sempre è un’arma di educazione alla pace, perché ha più voce in assoluto lui che qualsiasi altro, tutti leggono Internet! […] merita il Nobel per la Pace molto più del Presidente Usa”.


Wired e Negroponte hanno sostenuto
la candidatura di Internet per il Nobel
per la pace 2010
Inoltre non sono pochi coloro che continuano a sostenere che la Rete è rivoluzionaria, poiché libererebbe gli individui e li metterebbe in condizione di partecipare attivamente alla vita sociale. Clay Shirky, docente alla New York University e ascoltato editorialista del New York Times, sostiene che senza Internet non ci sarebbero state la Primavera araba, Occupy Wall Street e il movimento degli indignados. 


Una manifestazione di Occupy Wall Street
Credo sia indiscutibile il potere che si esprime attraverso Internet, perciò non starò qui a metterlo in discussione. Dietro la Rete c’è l’opinione di almeno metà della popolazione mondiale, se non di più. Il punto, però, è proprio questo: che tipo di potere è? È un potere controllabile? È assolutamente privo di limiti, e quindi ab solutus, al di sopra di ogni legge? E ancora: Chi può utilizzarlo? Per quali fini?
Non mi metterò a giocare con la dietrologia e con il complottismo, malattie sempre più diffuse (proprio grazie ad Internet) a causa delle quali si finisce per vedere dietro ogni affermazione che appare sui mass media la longa manus dei servizi segreti o dei “poteri forti”. Intendo invece gettare in faccia al “popolo di Internet” il pericolo che deriva dalla sua stessa esistenza.

Popolo o folla?
Guardaroba...
Il popolo di Internet, infatti, non è un vero popolo. Non c’è dietro di lui una tradizione, né una serie di valori consolidati, una quotidiana frequenza di relazioni con le medesime istituzioni, con la medesima lingua, con i medesimi simboli. Da questa condivisione sono nate, storicamente, le forme della politica attraverso cui i popoli si sono governati. Dalla rivoluzione francese in poi la politica è esistita laddove vi è stato un popolo, ovvero una comunità dotata di una identità abbastanza stabile da costituire uno Stato nazionale. Il popolo di Internet, al contrario, è piuttosto simile ad un gruppo di acquirenti di un supermercato che si trovano a condividere un’ esperienza temporanea e casuale: quella dell’acquisto di una data merce. Terminata l’esperienza, la condivisione viene meno e i vincoli temporanei creati con gli altri si dissolvono. L’identità di questo popolo non è definibile, poiché varia in continuazione e si frammenta in un moto vorticoso, rendendo impossibile la sua definizione. È quindi un “popolo” privo di identità, che non costituisce una vera comunità politica. È una forma di socialità che Bauman chiama “comunità di guardaroba”: una comunità simile a quella degli spettatori di un teatro che si radunano nel guardaroba per consegnare o per ritirare il cappotto. Le comunità di guardaroba, dice Bauman, sono “comunità fantasma, comunità illusorie, comunità ad hoc […] quel genere di comunità cui ci si sente uniti semplicemente stando là dove stanno gli altri, oppure ostentando distintivi o altri segni di intenzioni, stili o gusti comuni: comunità a tempo determinato (o almeno dichiaratamente temporanee) da cui ‘si esce’ non appena la folla si disperde, pur restando liberi di andarsene anche prima, in qualsiasi momento, se l’interesse iniziale si è affievolito”. Una comunità che non comporta responsabilità oggettive, (come accade invece per i popoli veri), poiché totalmente assoggettata a qualcosa di impalpabile e di mutevole: il “gusto” soggettivo (Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, [2007], tr. it. Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 139-140).
Gustave Le Bon (1842-1931)

Le comunità di Internet, specie quelle che si formano attorno ai social network, hanno qualcosa in comune con la folla descritta da Gustave Le Bon ne La Psicologia delle folle (1895): eterogenee, irrazionali, impulsive, acefale. Per governarle e sfruttarne il potere distruttivo, spiegò Le Bon, occorre un meneur de foules, un leader-manipolatore capace di suscitare sentimenti forti, emozioni, immagini irrazionali che, molto meglio delle argomentazioni logiche, possono trasformarsi in azione diretta. “Esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con il ragionamento”: queste le doti di un vero capo di folle eterogenee (Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, [1895], tr. it. Milano, Mondadori, 1982, p. 54). Affermazione, ripetizione, contagio sono le leggi fondamentali dell’imitazione di comportamenti e sentimenti da parte dei membri di una folla anonima ed eterogenea. Questo dice Le Bon.

In effetti, se si leggono gli interventi dei commentatori dei blog dei grandi quotidiani nazionali o redatti dai personaggi più seguiti su Internet si notano: violenza verbale, ricorso all’insulto, uso frequente di luoghi comuni al posto dei dati di fatto, allergia nei confronti dei ragionamenti lucidi, incapacità ad ascoltare e a soppesare il parere altrui e, infine, completa sottomissione al Verbo di qualche sacerdote di turno. Le Bon avrebbe commentato così: “non sono i fatti in se stessi che colpiscono l’immaginazione popolare, ma il modo in cui si presentano. Questi fatti devono produrre, per condensazione […], un’immagine avvincente che riempia e ossessioni la mente. Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle, vuol dire conoscere l’arte di governare” (G. Le Bon, op. cit., p. 69). Le folle di Internet sono particolarmente volubili e occasionali, quindi molto manipolabili.


Ma ciò che dovrebbe preoccupare ancora di più è un ulteriore aspetto: l’irrealtà del cyberspazio. Sì, capisco che sto per dire una cosa che tutti reputano così banale da non meritare un secondo di attenzione: Internet è realtà virtuale, direte voi, chi non lo sa? C’è da preoccuparsi per questo? Bè, secondo me un po’ di timore questo aspetto dovrebbe suscitarlo. Chi vi dice che dietro le parole che state leggendo ci sia davvero io? E chi vi dice che io sia davvero chi dico di essere? Chi vi dice che tra i commentatori di un qualsiasi forum aperto in Rete non si nasconda un provocatore dietro un innocuo nickname? E i dati esibiti in Rete da chiunque (anche quelli utilizzati dal sottoscritto in precedenti post), chi lo dice che siano reali e non inventati di sana pianta per influenzare chi legge? Quale garanzia di credibilità può dare tutto l’immenso patrimonio di conoscenze disperso nella Rete? A parte i dati forniti da istituzioni reali che possono essere accusate di mentire se scoperte a falsificare qualche informazione, come posso sapere chi e perché ha messo in circolazione certi dati se dietro ogni identità si può celare qualcuno che non è ciò che dichiara di essere, o addirittura se ogni identità potrebbe non corrispondere ad una persona reale?

Marshall McLuhan (1911-1980)
Il problema della credibilità di Internet non è certamente nuovo. Se ne occupano da tempo gli studiosi di mass media, poiché questo è il problema fondamentale di qualsiasi mezzo di comunicazione di massa. È un interesse che risale almeno al 1967, quando Marshall McLuhan, il famoso sociologo canadese autore di importanti studi sui mass media, affermò che “il mezzo è il messaggio”, ovvero che è la forza di persuasione della struttura di un mezzo di comunicazione, non i contenuti che esso trasmette, ad avere influenza sui suoi utilizzatori. All’epoca del dominio della televisione si diceva: “l’ha detto la tv”, quindi è credibile. Oggi si dice: “l’ho visto su youtube”; oppure: “l’ho letto su facebook”. Quindi è credibile.


Insomma, il problema della credibilità dei mezzi di comunicazione non è nato con Internet. Di recente, tuttavia, la questione sta tornando al centro dell’attenzione di molti a causa dell’enorme successo dei social network e della loro pervasiva diffusione sociale. Sul Corriere della sera, ad esempio, se ne sono occupati Carlo Vulpio (La Rete è un trucco, in La Lettura, supplemento al Corriere della sera del 1° luglio 2012) e Massimo Sideri (Tutte le bugie di Facebook, in La Lettura, supplemento al Corriere della sera del 19 agosto 2012). Anche la recentissima polemica sui follower di Beppe Grillo su Twitter (follower che sarebbero in gran parte falsi secondo Marco Camisami Calzolari, esperto di comunicazione digitale e docente allo IULM: vedi: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/22/scontro-tra-grillo-e-camisani-per-twitter-professore-5-stelle-mi-minacciano/301593/) ha risvegliato l’interesse sulla questione.

Vulpio, nell’articolo che ho ricordato, afferma che ciò che conta, per chi vuole diffondere un qualsiasi messaggio in Rete, è conoscere il tipping point, cioè il momento in cui quel messaggio comincia ad essere assorbito dai frequentatori di Internet; ciò che conta, in quel preciso momento, è poter dire: “zitti tutti, lo ha detto la Rete. La fonte di democrazia suprema”. “Poco importa”, prosegue Vulpio, “se poi quella Rete non esiste e quella che viene spacciata per iperdemocrazia dal basso è una democrazia rovesciata, cioè un’illusione di democrazia. […] Poco importa, infine, se l’intera realtà e quindi anche gli esseri umani sono considerati soltanto un unico, grande sistema informativo, una Rete di reti – questo il nuovo dogma – in cui ciò che rileva sono i numeri, la folla, anzi l’ideologia della folla, disancorata dalla realtà reale perché ormai completamente e fideisticamente immersa in quella virtuale”. Sembra fargli eco l’articolo di Sideri: “la patologia di Facebook”, conclude l’autore, “altro non è che la patologica propensione dell’essere umano alle piccole menzogne quotidiane, elevate all’ennesima potenza grazie ad Internet”. Insomma, il “villaggio globale” che McLuhan profetizzò negli anni Sessanta è oggi sotto i nostri occhi, negli spazi virtuali della Rete: in essi si muovono folle anonime e irritabili, facilmente condizionabili e volubili. Per avere la loro superficiale attenzione non c’è bisogno di essere un abile leader dotato di qualità carismatiche, come sosteneva Le Bon: basta fingersi chi non si è e diffondere in Rete un fake (letteralmente: un falso).

James Surowiecki
Secondo James Surowiecki (il giornalista del New Yorker divenuto famoso negli Usa per la teoria sulla “saggezza della folla”) la massa anonima di Internet sarebbe in grado di fornire adeguate risposte ad ogni problema, molto meglio di come farebbe un team di esperti (cfr. J. Surowiecki, La saggezza della folla, [2004], tr.it. Roma, Fusi Orari, 2007). La democrazia dal basso, insomma, sarebbe per Surowiecki superiore a qualsiasi competenza e a qualsiasi studio. Ciò che viene dalla folla avrebbe sempre qualità superiori, dovrebbe essere sempre recepita come Verità. A questa teoria ha risposto di recente Jaron Lanier, ingegnere informatico, un tempo guru della “Silicon Valley”, profeta negli anni Ottanta di una società migliore grazie ad Internet, inventore dell’espressione “realtà virtuale, progettista di Second Life. Lanier ha scritto nel 2010 il volume Tu non sei un gadget (tr. it. Milano, Mondadori, 2010) in cui analizza con lucidità, e persino con crudeltà, le illusioni degli anni Ottanta e Novanta diffuse dagli informatici sulla capacità di Internet di rendere il mondo libero e felice. Egli mette in guardia contro le aberrazioni cui ha condotto la telematica, compresa l’erronea convinzione “fondata sulla leggenda che il sapere collettivo sia inevitabilmente superiore alla conoscenza del singolo esperto e che la quantità di informazioni, superata una certa soglia, sia destinata a trasformarsi automaticamente in qualità”. Secondo Lanier, si starebbe sviluppando attraverso Internet una sorta di collettivismo digitale dai tratti totalitari che, seppure non possa prendere vita e diventare una creatura sovrumana (come crede Larry Page, fondatore di Google), certo ha però la capacità ipnotica di un leader in grado di subordinare a sé le volontà individuali. In particolare, afferma Lanier, tale pericolo è evidente con l’avvento del Web 2.0 (lo sviluppo della Rete basato sulla collaborazione sito-utente: Youtube, Wikipedia, ma soprattutto i social network).
Jaron Lanier

Forse dovremmo cominciare a chiederci se a causa di Internet non sia a rischio di estinzione l’uomo come specie pensante. Altro che calendario Maya! Quando il Moloch di Internet ci divorerà, qualcuno sarà felice di sprofondare nelle sue viscere, purché l’evento venga postato su Facebook. La sua personalità individuale verrebbe annullata, certo, ma, per dirla con le parole di Andy Warhol, avrebbe avuto il suo quarto d’ora di celebrità.






Il Moloch

giovedì 23 agosto 2012

Farla finita con l'Europa?


USCIRE DALL'EURO E FARLA FINITA CON L’EUROPA?
Uno scenario fantapolitico.

Ma davvero vogliamo farla finita con l’Europa? Davvero vogliamo uscire dall’euro e far sì che ognuno, ogni stato nazionale voglio dire, segua la propria politica, interna ed estera, come vuole? E proprio questo che vogliamo?

25 marzo 1957: la firma dei Trattati di Roma con cui nasceva la CEE

Il cancelliere tedesco
Konrad Adenauer (1876-1967),
Robert Schuman (1886-1963)
Presidente del primo
Parlamento europeo
Intendiamoci: non sono mai stato entusiasta dell’Europa unita fin qui realizzata. Nata nel 1957 con i Trattati di Roma, per impedire (non dimentichiamolo) la ricaduta in guerre e totalitarismi, per generare un contesto di prosperità e libertà in un continente devastato da più di 30 anni di dittature e guerre, l’Europa federale sognata da Jean Monnet e Robert Schuman, da Konrad Adenauer e Paul-Henri Spaak, da Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli è diventata nel tempo una sovrastruttura burocratica, interessata a creare un mercato di merci e capitali protetto rispetto all’esterno, libero al suo interno ma sostanzialmente privo di reale potere politico. 

Jean Monnet (1888-1979),
Primo presidente della CECA
Altiero Spinelli (1907-1986), Commissario
europeo dal 1973 al 1976

Così, il direttorio di Bruxelles che ha governato la UE è divenuto sempre più lontano dai sentimenti della gente comune, sempre più in conflitto con i loro interessi reali, sempre più sottratto alle forme del controllo democratico. A parte la libera circolazione di merci, capitali e persone, l’altra realizzazione di questo caravanserraglio della burocrazia europea è stata la moneta unica, salutata dai tecnocrati alla vigilia del XXI secolo come la soluzione a tutti i nostri mali. 
La sede del Parlamento europeo a Bruxelles

Chi scrive non era entusiasta allora di questa costruzione puramente economico-finanziaria, né lo è ora: la moneta unica non ci ha reso più europei, né hanno saputo farlo il mercato e la libertà di muoversi senza passaporto in lungo e in largo per il continente. Probabilmente ci sono profonde ragioni storico-culturali per cui non siamo diventati europei, ragioni ricordate in modo acuto da Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale del Corriere della sera del 25 luglio scorso (Un’antica diversità. Europa tedesca e mediterranea, vedilo qui: http://archiviostorico.corriere.it/2012/luglio/25/ANTICA_DIVERSITA_Europa_Tedesca_Mediterranea_co_9_120725096.shtml). Italiani, spagnoli, portoghesi, greci da un lato sono profondamente diversi tra loro e ancora di più lo sono rispetto a francesi, tedeschi, inglesi, scandinavi e olandesi dall’altro. Siamo profondamente diversi nella cultura, nei valori, negli interessi economici e nell’organizzazione sociale. Forse è anche un bene che queste differenze rimangano e forse è persino poco auspicabile un potere che controlli un intero continente, poiché non potrebbe che essere lontano, burocratico, tecnocratico. Più è esteso il territorio su cui un potere ha giurisdizione, più è difficile, per chi vive in esso, tenere quel potere sotto il controllo di procedure democratiche. Per tutte queste ragioni ho sempre rivolto molte critiche alla costruzione europea fin qui realizzata, e ho sempre accolto con scetticismo la promessa della cittadinanza europea e l’insopportabile retorica politically correct che l’ha accompagnata negli ultimi 30 anni.
La sede del Parlamento europeo a Strasburgo

Eppure, oggi dovremmo riconoscere che i rischi connessi con la fine dell’Unione europea, o anche soltanto con l’avvio di una sua parziale disgregazione, potrebbero essere molto gravi. Proviamo ad utilizzare un po’ di immaginazione e vediamo quel che potrebbe accadere se un simile scenario si avverasse. Costruiamo uno scenario fantapolitico sulla base delle conoscenze delle passate e delle recenti crisi economiche e politiche. Vediamo.

Supponiamo che l’Italia (o la Grecia, o la Spagna, o il Portogallo: insomma uno dei paesi più deboli dell’Europa occidentale) esca dall’eurozona; dopo l’uscita si tornerebbe alla moneta nazionale precedente, la lira nel caso dell’Italia. 
In azzurro la zona euro
La moneta sarebbe debolissima, ovviamente, perché l’uscita dall’euro è avvenuta appunto per l’incapacità di sostenere i parametri relativi ai rapporti deficit-pil e debito pubblico-pil. La debolezza della moneta renderebbe poco redditizi gli investimenti dall’estero, sicché gli investitori stranieri scapperebbero a gambe levate, lasciando centinaia di aziende sul lastrico. Rimarrebbero gli investitori nostrani: poiché la competitività delle aziende italiane sul piano internazionale è bassissima, a questi non rimarrebbe che chiedere alla Banca d’Italia di svalutare ulteriormente la lira, producendo un’inflazione a due cifre, simile o peggiore di quella degli anni Settanta, per recuperare un po’ di capacità competitiva. Risultato di questa operazione: abbattimento drastico del potere d’acquisto degli stipendi, assenza totale di investimenti in innovazione e ricerca (poiché – come accaduto già 40 anni fa – si preferirebbe contare sul basso costo dei nostri prodotti causato dalla svalutazione, piuttosto che sulla loro qualità), aumento del ritardo competitivo dell’Italia rispetto alle nazioni più sviluppate. Naturalmente il mercato a disposizione dei nostri prodotti sarebbe ristrettissimo: pochissimo export e molte importazioni, dato che la mancanza di fonti energetiche ci condannerebbe a continuare ad importare petrolio e carbone a costi altissimi a causa della debolezza della lira. Praticamente la nostra industria venderebbe prodotti di scarsissima qualità quasi esclusivamente a squattrinati clienti italiani. Bassa produzione e bassissima produttività genererebbero un gettito fiscale miserrimo: servizi pubblici, sistemi del welfare, stipendi dei dipendenti pubblici si ridurrebbero fino quasi a scomparire. Per sostenersi, la spesa pubblica dovrebbe aumentare la tassazione in modo spietato e soprattutto ricorrere all’aumento del debito pubblico, promettendo tassi di interesse su BOT e BTP superiori a quelli degli anni Settanta. Sarebbe così distrutta la possibilità di investire in Borsa e verrebbe eliminata di fatto ogni forma di mercato finanziario. Le nostre aziende dovrebbero ridursi a piccole manifatture artigianali a gestione familiare, poiché non potrebbero reggere i costi degli investimenti senza un sistema finanziario capace di anticipare i capitali.

Queste trasformazioni economiche, in un contesto in cui la globalizzazione continuerebbe a richiedere grandi capacità concorrenziali, avrebbe presto conseguenze politiche di rilievo. Anche senza ipotizzare un effetto domino (l’uscita dell’Italia potrebbe causare quella della Spagna, del Portogallo e della Grecia; a queste seguirebbero Francia, Olanda, Belgio e Germania…), potrebbe accadere quanto segue: o alcune regioni italiane si staccherebbero dal resto della nazione, sperando di poter contare su minori costi e maggiore efficienza; o si cercherebbe di fronteggiare le difficoltà economiche nazionali introducendo elevatissimi dazi doganali per colpire tutte le merci importate. 

Nel primo caso le regioni secessioniste sarebbero inevitabilmente attratte da organismi statali più vasti e contigui dal punto di vista geografico: Lombardia, Veneto, Friuli e Trentino si unirebbero con Francia, Austria, Germania o Slovenia; il centro-sud farebbe coalizione con qualche compagine statale mediterranea (Spagna, Grecia; oppure Egitto, Libia, Tunisia, Marocco, Algeria…). L’Italia, insomma, scomparirebbe, con giubilo dei leghisti e di quanti negli ultimi 40-50 anni hanno inveito contro il sentimento di appartenenza alla nazione. Nel secondo caso, quello dei dazi doganali, la nostra nazione salverebbe per un po’ l’unità, ma l’economia diventerebbe simile a quella del Giappone prima della rivoluzione industriale: isolata dal resto del mondo, povera, tradizionalista, depressa; capace di produrre merci a bassissimo contenuto tecnologico e poco remunerative. Potrebbe anche capitare che, sollecitate dal comportamento duramente isolazionista dell’Italia, le altre nazione rispondano con un analogo isolazionismo, elevando anch’esse forti dazi sulle importazioni: l’economia globalizzata cesserebbe di esistere e al suo posto avremmo un sistema di mercati segmentati, come negli anni Trenta del Novecento, gli uni contro gli altri, pronti a scannarsi pur di salvare uno 0,1 % di pil.

Lo sbocco molto probabile di uno scenario come questo (apocalittico, lo ammetto, ma non del tutto irrealistico) sarebbe la guerra: il ricorso alle armi e alla vecchia “politica di potenza” sarebbe infatti l’ultima risorsa per nazioni ormai svincolate da qualsiasi obbligo di solidarietà e bisognose comunque di cercare le risorse per mantenersi. La guerra tornerebbe in Europa e si allargherebbe al resto del mondo ancora una volta come 70 anni fa.

È uno scenario pessimistico quello che ho dipinto. Ma, come dicevo, non così irrealistico. Nella storia situazioni di crisi, arresto e arretramento della civiltà, anche più tragiche di quella da me descritta, si sono verificate spesso, e sempre in modo imprevisto. Davvero crediamo di essere pronti ad affrontare un simile rischio?
I simboli di Alba dorata, il movimento
 nazionalista e nazista
diffusosi in Grecia di recente
Credo che ci sia solo un modo per evitare un esito così drammatico alla crisi che stiamo vivendo: rafforzare le strutture federali dell’Europa, non indebolirle o, peggio, dissolverle nei rinascenti nazionalismi aggressivi.

Ciò che da sempre trasforma un anonimo ammasso di uomini in cittadini, che in modo solidale condividono e rispettano norme comuni, è la presenza di istituzioni politiche, ovvero di uno Stato. L’assenza di vere istituzioni politiche federali sovrane ha reso inevitabilmente l’Unione Europea sottomessa ai veti delle potenze via via egemoni nel continente: la Francia, la Gran Bretagna e, soprattutto, la Germania. Perché esista uno Stato sovrano, dotato della capacità coercitiva di far rispettare le proprie decisioni, deve esistere il monopolio della forza legittima. Quest’ultimo, a sua volta, è il prodotto di una comune organizzazione difensiva: progetto, quello di costruire una Comunità Europea di Difesa, che, com’è noto, naufragò negli anni Cinquanta e mai più venne ripreso e discusso. Finché è durata la guerra fredda forse esso era superfluo, visto il ruolo svolto in quel contesto dalla Nato. Ma oggi, a distanza di oltre 20 anni dalla fine della guerra fredda, l’Europa deve dotarsi di una propria forza militare comune, se vuole avere il potere reale di uno Stato federale sovrano: infatti, la delicatezza politica che tale iniziativa avrebbe, obbligherebbe i cittadini europei ad accettare l’esistenza di strutture politiche sovranazionali alle quali gli Stati nazionali dovrebbero cedere gran parte della propria sovranità. Con l’acquisto della piena sovranità, la UE otterrebbe due risultati: innanzitutto sottrarrebbe al governo tedesco e alla Bundesbank il potere di veto che di fatto oggi hanno in ogni decisione finanziaria (ad esempio lo scudo anti-spread, l’acquisto dei titoli di Stato delle singole nazioni da parte della Bce, l’emissione di Eurobond e così via); in secondo luogo avrebbe reali poteri di programmazione economico-finanziaria a beneficio di tutti i membri della Comunità.

Qualsiasi decisione si debba prendere in questo momento per risolvere la crisi dei debiti sovrani di Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, quella decisione deve essere presa da istituzioni federali forti: per uscire dalla crisi, che ci piaccia o no, dobbiamo avere più Europa, non meno Europa.