domenica 18 novembre 2012

Corruzione politica e corruzione civile.


I cittadini italiani sono migliori dei politici corrotti?

Francesco Belsito
Franco Fiorito ("Er Batman")




Vincenzo Maruccio
Luigi Lusi

Francesco Belsito, Luigi Lusi, Franco Fiorito: il primo tesoriere della Lega nord, il secondo della Margherita, il terzo del Pdl. Dovremmo aggiungere a questa lista anche i nomi di Filippo Penati, ex Presidente di centro-sinistra della Provincia di Milano, e, da qualche giorno, quello di Vincenzo Maruccio, ex capogruppo dell’Idv alla regione Lazio, nonché anche lui tesoriere del suo partito. Molti altri, purtroppo, dovremmo aggiungerne, ma restiamo su questi esempi. Se si escludono Lusi e Penati, un po’ più anziani degli altri che ho nominato, si tratta di politici giovani, appartenenti a partiti sorti dopo gli anni ’90, provenienti da brevi esperienze politiche e in qualche caso da attività professionali. Hanno inoltre un’altra caratteristica in comune: sono stati democraticamente eletti dal popolo. Fiorito, nelle elezioni amministrative del 2010, è risultato addirittura il consigliere regionale più votato nel Lazio. Tutti, com’è noto, sono indagati per appropriazione indebita di denaro pubblico che avrebbero utilizzato per scopi personali: automobili, ville, feste, viaggi costosi, abiti firmati, pranzi e cene in ristoranti rinomati, oggetti di lusso e persino gioco d’azzardo e donnine allegre.

Filippo Penati
Il pool di Mani pulite
La vecchia classe dirigente italiana, quella della Prima Repubblica, è stata spazzata via quasi per intero dal ciclone di Tangentopoli del 1992. Quella tempesta ha decretato la fine della Dc, del Psi, del Psdi, del Pri; mentre il Pci, per altre ragioni, era già stato sepolto dalle macerie del Muro di Berlino. I vecchi nomi della politica italiana, presenti sulla scena pubblica da oltre 30 anni, alcuni anche di più, scomparvero, inghiottiti dai processi di “Mani pulite”, dalla corruzione, dagli scandali. Da quel terremoto è emerso il nuovo sistema politico italiano, ovvero una nuova classe politica, nuovi partiti, nuovi volti spesso più giovani. Certo, qualche “dinosauro” della vecchia stagione è sopravvissuto al ciclone, ma per lo più il panorama si è modificato profondamente, tanto da indurre stampa e televisione a parlare di Seconda Repubblica. L’espressione non è mai stata del tutto appropriata poiché, come si sa, la nostra Carta costituzionale è rimasta pressoché la stessa, salvo alcune parziali modificazioni. Ma quel che è accaduto dopo il 1992 è stato ugualmente sufficiente per giustificare la definizione: i vecchi politici non c’erano più, i meccanismi di selezione del personale politico erano cambiati, le norme elettorali modificate dalla legge Mattarella del 1993 (il cosiddetto “Mattarellum”, come lo chiamò Giovanni Sartori).
Berlusconi nel 1994, anno della "discesa in campo"
con la fondazione di Forza Italia

Ma soprattutto era cambiata una cosa. I nuovi partiti e i nuovi leader si presentarono come rappresentanti della società civile, non della casta dei politici. Dicevano di essere i testimonial di coloro che lavorano e producono, dell’Italia sana, quella che si arrabatta ogni giorno con il lavoro, con l’esiguità del denaro, con le tasse. La politica della Seconda Repubblica si mostrava insomma come più vicina alla gente comune, ai cittadini medi, al popolo. Simboli di questa novità furono soprattutto Forza Italia e la Lega nord, ma anche i movimenti e le formazioni politiche sorte in seguito, dall’Idv al Movimento 5 stelle. Berlusconi, soprattutto, si presentò come “uno di noi”, un uomo della società civile, non del Palazzo, uno che si era costruito da solo, che aveva lavorato faticosamente per accumulare la propria fortuna e per arrivare al successo: un “presidente operaio”, come diceva uno degli slogan della Casa delle libertà nelle elezioni del 2001.
Manifesto elettorale del 2001
Così, dalla metà degli anni Novanta in poi la politica italiana è stata caratterizzata da un nuovo spirito pubblico che ne ha legittimato i leader: improvvisamente non è più contato, per ottenere consenso, aver frequentato le scuole di partito o le associazioni ecclesiastiche; non ha avuto più importanza l’esibizione di un pedigree antifascista; non è servito aver seguito il cursus honorum attraverso i vari livelli della politica, dall’amministrazione comunale a quella regionale. Da quel momento in poi ha avuto importanza poter vantare successi di altro tipo, poter esibire altri generi di patenti: provenire dalle libere professioni e dal “popolo delle partite Iva”, avere svolto lavori comuni, sia pure ben remunerati (il medico, il notaio, il dentista, l’ingegnere, l’avvocato, il magistrato, il giornalista, il dirigente d’azienda), oppure avere esperienza di comunicazione e magari avere avuto successo attraverso la televisione. Non a caso sono entrati massicciamente in politica addetti alle pubbliche relazioni e pubblicitari, ma anche attori, cantanti, comici, disc jockey e animatori di villaggi turistici. La società civile, appunto, sembrava volersi prendere la sua rivincita nei confronti di quella politica paludata, di quei professionisti del maneggio elettorale che occupavano la scena pubblica almeno dagli anni Sessanta e Settanta. Una nuova retorica e una nuova mitologia si impose nel discorso politico: “essere un uomo di successo”, saper comunicare, avere un’ attività, contare qualcosa nel mondo della produzione, o della finanza, o del giornalismo, o della pubblicità, o delle professioni. Queste le nuove credenziali che venivano richieste ai nuovi politici.

Ebbene, a distanza di venti anni possiamo cominciare a tirare le somme di questa trasformazione. Cosa ha prodotto? Ha migliorato la politica italiana o no? L’ingresso della società civile negli austeri palazzi della politica ha saputo innovare e rendere più libera, più democratica la politica? E soprattutto: l’ha resa più pulita? Gli eventi accaduti di recente devono farci rispondere “no” a tutte queste domande. La politica è più inaccessibile di ieri, la casta dei politici ancor più privilegiata di ieri, la corruzione ancor più diffusa e radicata di ieri. Ma c’è un’aggravante rispetto a ieri: nella Seconda Repubblica i politici assomigliano di più agli italiani che li hanno eletti, sono parte di quella società civile che li ha delegati a governare, provengono da ambienti molto vicini a quelli frequentati dagli elettori. Dall’azienda di famiglia alla libera professione, dallo stadio alla discoteca, dai concorsi di bellezza alle tv locali, dal quartiere di periferia a quello dello shopping di lusso: questi gli ambienti da cui proviene la nuova classe politica della Seconda Repubblica; provenienza che ne fa un distillato, un campione rappresentativo delle trasformazioni avvenute nella società italiana dagli anni Novanta in poi.
Joseph De Maistre (1753-1821)

“Ogni nazione ha il governo che si merita”, scrisse con saggia amarezza il filosofo conservatore Joseph De Maistre all’inizio del XIX secolo. Questa affermazione è tanto più vera in un sistema democratico, dove il cittadino può scegliere i partiti e gli uomini che lo governeranno. Si dirà che in Italia il voto di preferenza è stato sottratto agli italiani dalla legge Calderoli del 2005 (il noto “Porcellum” che sostituì il “Mattarellum”): forse questo è vero per Lusi e, in parte, per Belsito; ma che dire di Fiorito che nel 2001 è stato eletto direttamente dalla popolazione come sindaco di Anagni? Che dire del fatto che, malgrado la condanna del 2005 da parte della Corte dei Conti, per avere usato soldi pubblici in attività auto promozionale, sia stato eletto consigliere regionale del Lazio nel 2005 e poi rieletto nel 2010, quest’ultima volta addirittura con grande successo di voti, come dicevo all’inizio? E infine: che dire di quei consigli regionali, come quello del Lazio disciolto di recente, in cui i rimborsi spese elargiti ai partiti di ogni colore superano di gran lunga le spese del Parlamento e del Quirinale? I consiglieri regionali non sono imposti dalle liste bloccate dei partiti, ma vengono eletti dai cittadini con voto di preferenza.

La casta è corrotta, almeno in buona parte. Non fornisce buoni esempi, è vero. Ma dalla società civile italiana arrivano forse lezioni di etica pubblica? Sarebbe da illusi sostenerlo: la società civile italiana è troppo di frequente al di sotto della sufficienza in fatto di moralità civile. Come si spiegherebbe, diversamente, la fabbrica dei falsi invalidi che pesa sui conti pubblici, secondo l’Inps, per circa 1,5 miliardi di euro l’anno (si veda ad esempio Repubblica, 1 febbraio 2012)? E come potremmo spiegare altrimenti la diffusione capillare dell’evasione fiscale che rappresenta ormai il 18% del Pil (si veda ad esempio Il Sole24ore, 15 giugno 2012)? Come spiegare l’illegalità diffusa che, come ho scritto nel post del 29 giugno scorso, si apprende già sui banchi di scuola, laddove vi sia indulgenza nei confronti dello studente che copia? Come spiegare, insomma, l’irritazione che spesso gli italiani mostrano nei confronti di tutto ciò che è regola, controllo e sanzione?
Evasione fiscale e sommerso in Italia (dal Corriere della sera)
Le recenti vicende di corruzione dicono molto della realtà politica nostrana. Ma purtroppo dicono molto anche dello stato in cui versa la moralità pubblica degli italiani. Forse ha ragione chi dice che occorre ricostruire tutto in Italia. Solo che la ricostruzione dovrebbe partire dal basso, dai cittadini che la popolano. Una valutazione, questa, che non troverà facilmente accoglienza presso i politici e il pubblico italiani, perché poco indulgente e priva di intenti populisti; in breve è una valutazione troppo realista. E il realismo politico, in Italia, non ha mai avuto grande fortuna.

mercoledì 14 novembre 2012

La legge truffa del 1953. E oggi?


Riforma elettorale: una nuova “legge truffa”?

Alcide De Gasperi (1881-1954)

21 gennaio 1953: la Camera dei Deputati italiana approva la legge n. 148, contenente norme di riforma della legge elettorale proporzionale in senso maggioritario.
2 giugno 1946: referendum istituzionale
ed elezione dell'Assemblea costituente

La legge elettorale della Repubblica italiana risaliva a pochi anni prima, poiché nel marzo 1946, con il Decreto legislativo luogotenenziale n. 74, era entrata in vigore la legge con cui si sarebbero tenute le elezioni del 2 giugno successivo, insieme al referendum istituzionale nel quale gli italiani avrebbero scelto tra repubblica e monarchia. Il sistema elettorale che quel decreto prevedeva era largamente proporzionalista, mentre la legge del 1953 introduceva il criterio maggioritario: il partito (o la coalizione) che avesse ottenuto almeno il 50% più 1 dei voti validi avrebbe avuto il 64,5% dei seggi, ovvero un premio di circa il 14,5%.
Piero Calamandrei (1889-1956)

Come molti ricorderanno, la sinistra si oppose con forza alla legge del 1953, contestando al governo De Gasperi, che l’aveva proposta e sostenuta, non solo il contenuto della norma, ma anche il modo con cui essa era stata deliberata. Alla legge si oppose anche l’estrema destra (il Partito Nazionale Monarchico e il Movimento Sociale Italiano) e furono in forte imbarazzo con i propri partiti anche alcuni esponenti di formazioni moderate che sostenevano la normativa: Piero Calamandrei e Tristano Codignola, ad esempio, si opposero alla legge ed entrarono in conflitto con il Partito Socialista Democratico al quale appartenevano; per la stessa ragione Ferruccio Parri uscì dal Partito Repubblicano e insieme a Calamandrei fondò Unità Popolare, formazione politica che aveva lo scopo di avversare il nuovo sistema maggioritario.

Il simbolo di Unità popolare
In effetti le modalità di approvazione della legge n. 148 furono al limite della correttezza istituzionale, se non proprio della legalità. Infatti, poiché alla Camera si discusse a lungo e si mostrarono in tutta la loro estensione i pareri contrari e i dubbi, al Senato il governo e l’Ufficio di Presidenza fecero in modo di accorciare il dibattito; poi, approfittando della festività della domenica delle Palme, in cui tradizionalmente i lavori venivano sospesi, si passò al voto con l’assenza di molti deputati e senatori, ottenendo così il varo della legge. La DC aveva bisogna che la norma venisse approvata in tempo per le elezioni del giugno seguente e, temendo una perdita di consensi dopo il periodo di governo centrista che durava dal 1948, intendeva presentarsi alle elezioni senza correre il rischio di perdere la guida assoluta dell’esecutivo. Fu Calamandrei, a quanto pare, ad usare per primo l’espressione “legge truffa” per riferirsi alla legge maggioritaria, alludendo con tale espressione al modo con cui era stata approvata, ma soprattutto al contenuto di essa: il principio maggioritario era considerato dall’illustre costituzionalista come un vulnus per la democrazia, un attacco al principio di rappresentanza, una minaccia per la libertà.

Un manifesto del Pci contro la "legge truffa"
Il PCI e il PSI si gettarono a corpo morto nella mobilitazione contro la legge, accusarono De Gasperi di aver attuato un colpo di Stato e di voler instaurare una dittatura ottenendo, attraverso il premio maggioritario, il controllo assoluto del Parlamento. Il rischio di tornare al ventennio fascista, secondo l’opposizione, era reale e imminente, perciò occorreva una fortissima mobilitazione contro il governo e contro la DC. La sinistra evocò lo spettro della legge Acerbo, quella che nelle elezioni del 1924 aveva consentito al Partito Fascista di vincere le elezioni, utilizzando anche la violenza e le intimidazioni in aggiunta al rilevante premio di maggioranza che quella norma consentiva (2/3 dei seggi al partito che raggiungeva il 25% dei suffragi). Così, la campagna elettorale del 1953 fu assai dura e i toni che vi si impiegarono furono da guerra civile: il PCI paventò il rischio della dittatura, la DC quello dell’anarchia. Ma le cose andarono diversamente: alle elezioni del 7-8 giugno la DC, alleata con il PSDI, il PRI, il PLI, il Partito sardo d’Azione e la Sudtiroler Volkspartei ottenne il 49,8% dei voti; la sola DC perse quasi il 9% dei suffragi rispetto al 1948; il PCI e il PSI aumentarono i loro voti portando in Parlamento 35 deputati in più rispetto al 1948; ma aumentarono anche i suffragi delle forze di estrema destra, i monarchici e il MSI. Nel complesso furono le forze moderate di centro e centro-sinistra ad uscire sconfitte; vinsero invece le forze estreme, sia di destra sia di sinistra.
Un momento della campagna elettorale
del 1953 immortalato da una copertina
della Domenica del Corriere

Ovviamente il premio di maggioranza non scattò, seppure solo per pochissimi voti (poco più di 50 mila). La DC, da partito di maggioranza assoluta qual era stato nel 1948, divenne partito di maggioranza relativa: perciò continuò a governare, ma da quel momento non poté più farlo da sola, bensì in coalizioni sempre più vaste e sempre più instabili. La volontà di De Gasperi di evitare, grazie alla legge maggioritaria, l’instabilità degli esecutivi naufragò completamente, obbligando la DC ad aprirsi ad alleanze con la destra monarchica e missina. La legge n. 148 venne poi abrogata nel 1954.
Certo, oggi sappiamo che il fallimento della legge maggioritaria portò, dopo i conflitti generati dall’ingresso nella maggioranza del Msi e dei monarchici (dal 1957 al 1960), verso il centro-sinistra del 1962, quando il PSI entrò nell’esecutivo insieme alla DC. Ma la precarietà dei governi e la difficoltà a trovare compromessi tra i partiti da quel momento divennero la regola della politica nella prima Repubblica.

La vicenda della legge truffa mi è venuta in mente ascoltando il dibattito, tuttora in corso, sulla riforma elettorale. Oggi è il PD di Bersani, erede di quel PCI che nel 1953 si oppose alla legge maggioritaria, a chiedere a gran voce un sistema proporzionale con un forte correttivo in senso maggioritario. Cosa c’entra con la legge del 1953? Bé, valutate voi: allora il premio maggioritario che la legge 148 proponeva era del 14,5% a favore del partito che otteneva il 50% più uno dei voti validi; oggi il PD propone di attribuire la maggioranza assoluta a quel partito (o coalizione) che ottenga circa il 40% dei voti. Non solo: al partito che non dovesse raggiungere quella soglia, il PD propone di assegnare un “premietto” del 10%, sicché, se venisse accettata questa idea, con un terzo dei voti si potrebbe ottenere quasi la metà dei seggi! E pensare che la legge truffa è ancora oggi presentata, nelle opere degli storici di sinistra, come parte di una più vasta strategia della DC di “restringere le libertà civili […], rafforzare la legge e l’ordine, […] limitare i diritti degli estremisti”, strategia di cui “la legge elettorale fu l’elemento più importante”: così scrive Paul Ginsborg, storico di sinistra molto amato dagli intellettuali progressisti che frequentano gli Istituti di storia della Resistenza, nella sua Storia d’Italia 1943-1996. Famiglia, società, Stato (Torino, Einaudi, 1998, p. 168).

Lo storico Paul Ginsborg
Sia ben inteso: non vi è nulla di male nel cambiare opinione, né nell’affermare oggi quel che ieri veniva imputato ad altri come attacco alla democrazia. I tempi cambiano, le necessità della politica mutano con essi. Ma mi piacerebbe sentire qualche intellettuale di sinistra riconoscere che la proposta di De Gasperi non era un colpo di Stato, ma il tentativo, per usare le parole oggi utilizzate da Bersani, di garantire stabilità e “governabilità” ad un paese in preda a conati insurrezionali sia di estrema destra sia di estrema sinistra. Se questo riconoscimento vi fosse, allora potremmo dire che la nostra memoria storica sta cominciando ad essere condivisa e pacificata.

Infine, trovato l’accordo sul nostro passato, occorrerebbe ricordare a quanti stanno discutendo la riforma elettorale che un eventuale premio di maggioranza si può dare solo al partito (o coalizione) che ha ottenuto un vasto consenso, almeno del 45-50%: altrimenti sì, che si potrebbe evocare lo spettro della legge Acerbo! Chi ha un quarto o un terzo dei voti validi non può attribuirsi la maggioranza assoluta dei seggi. Se così dovesse accadere, ricorderemmo la nuova legge elettorale come una rediviva “legge truffa”. Ma lo riconoscerebbero anche gli intellettuali di sinistra? Ne dubito.

martedì 6 novembre 2012

L'Italia tra celebrazioni e fine della nazione.


È già iniziata la calata degli Hyksos?

Dino Cofrancesco
Dino Cofrancesco è docente di Filosofia politica all’Università di Genova. Pensatore di cultura liberale, i suoi libri e i suoi articoli sono spesso controcorrente e anticonformisti. Nel numero di luglio-agosto della rivista Nuova storia contemporanea è intervenuto con un graffiante articolo a commentare la conclusione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia (Dino Cofrancesco, Gli Hyksos sono arrivati (ora), in Nuova storia contemporanea, n. 4 luglio-agosto 2012, pp. 97-100). L’articolo è provocatorio già nell’avvio: “Le celebrazioni del 150° anniversario dell’ Unità d’Italia – vi si legge - si sono concluse e, come prevedevano i più pessimisti, il risultato di tanti festeggiamenti, rievocazioni, cerimonie ufficiali è stato il gran cumulo di cenere prodotta dai numerosi fuochi di retorica paglia”.

L’autore può forse sembrare troppo crudele da queste prime battute. In effetti è vero che di retorica ne è stata versata molta durante quelle celebrazioni, tuttavia non solo ciò è inevitabile che accada in occasione di simili ricorrenze, ma è anche vero che, forse, qualcosa più della cenere esse potrebbero aver lasciato: oggi, più di qualche decennio fa, non è più una vergogna sventolare il tricolore; oggi, più degli anni Sessanta e Settanta, i giovani non sembrano tenere in considerazione chi usa ancora l’epiteto “fascista” per coloro che si definiscono patriottici; oggi, più degli anni trascorsi, è ritenuto prioritario da almeno tre quarti della popolazione italiana preservare l’Unità della nazione: ci sono molti sondaggi che lo provano. Se questo cambiamento è avvenuto, ciò si deve anche alle cerimonie e alla retorica che hanno ricondotto nel discorso pubblico la parola nazione, che hanno legittimato di nuovo il suo uso, dopo decenni di demonizzazione e di oblio.
Un momento della Notte Tricolore (17 marzo 2011): l'Altare
della Patria illuminato con i colori della bandiera italiana
Giuseppe Mazzini
Eppure, l’opinione di Cofrancesco è condivisibile, e il suo discorso merita di essere seguito fino in fondo. Innanzitutto, l’autore critica l’uso distorto e unilaterale della memoria risorgimentale: “stando ai discorsi ufficiali, ai convegni, ai cortei dinanzi ai monumenti della patria, l’unità nazionale la dobbiamo, soprattutto, ai due Giuseppe, Mazzini e Garibaldi: sullo sfondo resta ancora il gran conte, Camillo Benso di Cavour, mentre quasi nessuno ha reso gli onori che pur si dovevano al re galantuomo, Vittorio Emanuele II […]”. Ma soprattutto, aggiunge Cofrancesco, restano ancora fuori dai discorsi ufficiali i cattolici moderati (non soltanto i Gioberti, i Rosmini, i Manzoni, i Capponi, i Lambruschini, ma anche i Balbo, i Minghetti, i Ricasoli, i Mamiani), ovvero l’unico ceto colto e illuminato che possedeva l’Italia e che si impegnò per educare gli italiani e per fare dell’Italia una nazione all’altezza dei tempi. Insomma, si sarebbe celebrato del Risorgimento la pars destruens, quella dei rivoluzionari, più che l’impegno di quegli attori che costituirono il reale nerbo della nazione; si è preferito celebrare Mazzini, nonostante le sue fallite rivoluzioni, la sua presunta modernità e il suo presunto europeismo ante litteram, piuttosto che l’iniziativa di quel ceto operoso e concreto che affrontò i reali problemi della nazione. Ciò è accaduto, afferma Cofrancesco, perché abbiamo celebrato i nostri 150 anni senza chiederci “chi siamo stati, chi siamo, chi vogliamo essere”: “ci siamo richiamati ai valori alti e forti della modernità senza chiederci quali valori costituiscono la nostra identità più profonda e quali vogliamo conservare e trasmettere intatti alle nuove generazioni: abbiamo festeggiato la nascita di una creatura di cui ci siamo compiaciuti unicamente per la sua somiglianza (supposta) a tutte le altre nazioni dell’Occidente”.
Promozione dei corsi in lingua inglese alla Sapienza
E qui, secondo il nostro autore, comincerebbero i nostri problemi: una nazione che festeggia la sua nascita, ma disprezza la propria la propria lingua; una nazione che celebra i suoi natali ma evita di parlare di quella parte della propria storia che pure costituisce la sua identità; una nazione che ricorda solo alcuni dei suoi avi, quelli più à la page, amati anche all’estero. Allora non c’è da stupirsi, ricorda Cofrancesco, se alla Sapienza di Roma, che pure è stata in prima linea durante le celebrazioni, le lezioni di molti curricula si tengono in inglese; non c’è da stupirsi se molti degli intellettuali che vi operano rinunciano ad esprimersi nella propria lingua per scrivere saggi solo in inglese; non c’è da stupirsi se tra il finanziamento pubblico di un corso di studi su Dante ed uno sul filosofo statunitense John Rawls (1921-2002), in Italia avrebbe la precedenza quest’ultimo proprio perché “non-italiano”. “Tra l’avventuriero delle lettere che ha imparato bene l’inglese, è riuscito a infilarsi in qualche università americana e può vantare al suo attivo dieci (superficialissime) opere in inglese e un oscuro studioso che pubblica un nuovo Principe, non inferiore a quello di Machiavelli, ma lo pubblica in italiano, in un numero limitato di copie e per un piccolo editore di Casale Monferrato, in base alla filosofia modernista della Pubblica Istruzione, si dovrebbe, senz’altro, anteporre il primo nell’assegnazione di una cattedra universitaria”.
Se le cose stanno così, allora è vero che ciò che si è detto durante le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità è stata solo retorica: se proprio il mondo della cultura, cioè quel mondo che dovrebbe elaborare, riempire di contenuti e consegnare alle nuove generazioni l’immagine della nazione, se proprio questo mondo disprezza la nazione e quasi se ne vergogna, allora vuol dire che non c’è più speranza per la lingua, l’identità, la tradizione, la cultura italiane. Tutto ciò è già sommerso dal diluvio linguistico-culturale anglosassone, trasportato e imposto dall’intrattenimento di massa e dal linguaggio della telematica. L’italiano e l’Italia hanno i giorni contati: l’imperialismo culturale tecnologico-anglosassone ne sta già facendo strame.
English for life o...
Ma c’è un altro aspetto della questione ancor più paradossale. Lascio che sia Cofrancesco a spiegarlo: “i modernizzatori, quelli che sognano asili infantili in cui sarà obbligatorio parlare in inglese, appartengono a una political culture che detesta l’America profonda dei primi film di Clint Eastwood, dei cow boys, dei fondamentalisti religiosi, dei farmer delle Grandi Pianure, e dei movimenti populisti antitasse. L’unica America a essi congeniale è quella wasp (bianca, anglosassone, protestante) ma soltanto quando vota per i democratici o esprime, nei costosissimi college della costa orientale, una classe intellettuale newdealer, keynesiana, liberal. Il grande paese dei texani, dei Reagan, dei Barry Goldwater, per gli anglomani nostrani, è populismo becero, una minaccia per la democrazia e per la civiltà. Se non esprimono dirigenze politiche di sinistra, gli Stati Uniti perdono le loro simpatie, anche se poi esse continuano a intrattenere cordiali rapporti di collaborazione, a tutti i livelli, con la parte sana della Nation”.
Questi modernizzatori, quindi, appartengono ad un’elite democratica e progressista, nemica della cultura di massa, del capitalismo selvaggio e della globalizzazione intesa come dominio delle multinazionali e delle banche. In realtà gli appartenenti a questa nuova classe (che Cofrancesco chiama anche degli “anglo-innovatori”) “hanno interiorizzato proprio la quintessenza del modello sociale da loro più detestato”, poiché per essi è più importante la quantità che la qualità: “allorché dicono che l’aver scritto un saggio in italiano, che non sia stato tradotto in inglese – e che, quindi, non possa venir letto (in teoria) da un grande numero di persone – è come non aver scritto niente, non si rendono conto di porsi nell’ordine di idee del ‘numero è potenza’. Solo che, in questo caso, i ‘numeri’ ce li hanno gli altri e a noi tocca il destino dei sudditi coloniali dei bwana bianchi”. Per questa jet set importante è parlare in inglese e usare il tablet, indipendentemente da ciò che si sa e che si dice; importante è non perdere tempo a leggere i Promessi sposi.
...o Promessi sposi?
Probabilmente tra di voi ci sarà chi giudica queste opinioni di Cofrancesco fuori dalla realtà e un tantino pessimiste. Davvero la nostra storia e la nostra lingua corrono il rischio di essere dimenticate proprio a causa delle politiche di modernizzazione che retoricamente si oppongono all’imperialismo delle multinazionali ma che, concretamente, favoriscono un più subdolo e potente imperialismo culturale? Non so dare una risposta definitiva a queste domande, ma la questione sollevata dall’articolo di Cofrancesco merita molta attenzione e su essa tornerò ancora nei miei post. Intanto concludo con un riferimento alla mia personale esperienza. Nella mia quasi trentennale professione di insegnante ho conosciuto molti Presidi o, come si dovrebbe dire oggi, Dirigenti scolastici. Quasi tutti di vedute democratiche e progressiste. Durante le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia i più innovatori e intraprendenti tra essi si sono attivati per non lasciarsi sfuggire l’occasione di prendere parte alla kermesse: hanno organizzato mostre, laboratori di storia, convegni, progetti su questo o quell’aspetto del Risorgimento, soprattutto declinato in senso localistico. Essere presenti nel corso delle celebrazioni ha significato molto per questi Dirigenti: ha significato far notare la scuola, lasciare un segno, farsi conoscere; ma anche attirare finanziamenti, pubblici e privati, per le suddette attività. C’è qualcosa di male in questa logica? Forse sì, forse no. Ma molti di quelli che conosco, per lo più democratici e progressisti come dicevo, fino a qualche mese prima tormentavano i loro insegnanti di storia ripetendogli il noto refrain: “non perdete tempo con le guerre d’indipendenza, piuttosto spiegate il global warming!”. Terminate le celebrazioni risorgimentali, durante le quali hanno contribuito alla grande ingozzata di “Mazzini e mazziniani nelle Marche” o “Garibaldi e camicie rosse in Abruzzo”, sono tornati alla carica e hanno ripreso a rintronare nelle orecchie dei loro docenti: “non perdete tempo con il Risorgimento, piuttosto spiegate l’attuale crisi economica!”.
Calata degli Hyksos?
Gli “hyksos” dominarono, o forse invasero, l’Egitto tra XVIII e XVI secolo a.C. Il termine si usa, oltre il suo significato originario, per indicare un’improvvisa e inattesa invasione che produce scompiglio, decadenza, barbarie. Benedetto Croce usò l’espressione per definire il fascismo come “malattia morale”: un’improvvisa e inattesa decadenza spirituale che assalì l’Italia e il suo popolo. Gli hyksos di oggi passerebbero attraverso il valico aperto dal progressismo culturale e dalla scuola democratica? Riflettiamoci, prima di trovarci a camminare tra le rovine.

sabato 3 novembre 2012

Veline. Dal fascismo a Grillo?



La velina del Movimento 5 Stelle



“Veline”, durante il fascismo, erano detti i fogli dattiloscritti su carta velina che il Ministero della cultura popolare (MinCulPop) diramava ai giornali: essi contenevano diposizioni e ordini, impartiti alle direzioni e alle redazioni dei quotidiani, circa le notizie che si dovevano o che non si dovevano pubblicare e sul modo di dare ad esse maggiore o minore enfasi. Con una sola battitura il regime ne preparava molte copie utilizzando appunto più fogli di carta velina, tra i quali veniva frapposta la carta carbone. Una volta scritto l’ordine, esso era consegnato ai giornali che erano tenuti ad osservare scrupolosamente le disposizioni, pena la censura oppure il sequestro del numero in edicola; nei casi estremi si giungeva alla soppressione del giornale. In tal modo il regime, dopo aver chiuso, a partire dalle “leggi fascistissime” del 1925-26, molti quotidiani e molte riviste e aver in tal modo zittito con la forza la voce delle opposizioni, poteva lasciar sopravvivere la stampa “non ostile”, tenendola però al guinzaglio, impartendole ordini, attraverso le veline, su cosa e su come scrivere.
Comunicazione del MinCulPop al Duce (fonte:
Tutto un mondo da rifare, blog di  Simone Starace;
ringrazio l'autore del blog per aver reso
disponibile l'immagine)

Le Veline inventate da Striscia la notizia (o meglio dalla verve immaginifica di Antonio Ricci) non erano altro, in fin dei conti, che divertenti e sexy metafore dei dispacci dell’epoca fascista: come questi ultimi, infatti, le veline del programma televisivo portavano le notizie, consegnandole ai conduttori della trasmissione. Questo accadeva nei primi anni di Striscia la notizia, prima che le Veline si limitassero a sgambettare e a sculettare: attualmente tra coloro che assistono al programma dubito che vi sia qualcuno che sappia o che si ricordi l’originario significato del termine “velina”. Potenza del mezzo televisivo.

Torniamo all’epoca fascista. Dicevo che gli ordini impartiti dalle veline del regime contenevano disposizioni sulle notizie che dovevano essere o non essere pubblicate, ma anche sul linguaggio da usare nella stesura degli articoli. Qualche esempio credo che valga più di ogni descrizione.

“Oggi mattina 31 maggio è stato rinvenuto cadavere bambina (…) con evidenti tracce stupro sgozzamento. (…) Astenersi dare eccessiva pubblicità truce delitto (…)” (velina del 31 maggio 1925).
“Vanno assolutamente eliminati i disegni di figure artificiosamente dimagrite e mascolinizzate, che rappresentano il tipo di donna della decadente società occidentale” (velina del 1931).
“Le fotografie di avvenimenti e panorami italiani devono essere esaminate dal punto di vista del loro effetto politico. Così se si tratta di folle, scartare le fotografie con spazi vuoti; se si tratta di nuove strade, zone monumentali ecc. scartare quelle che non danno buona impressione di ordine, di attività, di traffico ecc.” (velina del 1931).
“Il Corriere della sera e il Mattino hanno pubblicato due disegni riproducenti il Duce: uno è piaciuto, l’altro no. Vale quindi, anche per i disegni, la norma vigente per le fotografie e cioè che debbono essere precedentemente presentate all’Ufficio stampa del Capo del Governo per avere l’autorizzazione alla pubblicazione” (velina del 21 ottobre 1933).
“Il sottosegretario Ciano ha deplorato l’abitudine dei giornali di pubblicare fotografie, corrispondenze e titoli come questi: Freddo intenso a Roma; Napoli sotto la neve; La neve a Palermo. In questo modo si sviano le correnti turistiche del paese” (velina del 29 gennaio 1935).
“Si fa assoluto divieto di pubblicare fotografie di carattere sentimentale e commovente di sodati in partenza, che salutano i loro cari” (velina dell’11 luglio 1935).
“Non pubblicare nelle corrispondenze notizie dei bombardamenti dei nostri aerei nell’Africa Orientale” (velina del 7 dicembre 1935).
“Non interessarsi mai di nessuna cosa che riguardi Einstein” (velina del 26 dicembre 1936).
“Giornalisti e fotografi si astengano dall’avvicinare i Duchi di Windsor” (velina del 18 luglio 1938).
“I giornali eseguano una costante revisione d tutte le fotografie di parate militari, passo romano, presentazione alle armi, sfilate giovanili e premilitari, pubblicando esclusivamente quelle dalle quali risultano allineamenti impeccabili” (velina del 26 agosto 1938).
“Ignorare la Francia. Non scrivere nulla su questo paese. Criticare invece sempre e comunque l’Inghilterra. Non prendere per buono nulla che ci venga da quel paese” (velina del 13 giugno 1939).
“Si rinnova ai giornali il divieto di inserzione di pubblicità ebraica, anche se mortuaria” (velina del 26 maggio 1943).

Questi sono soltanto alcuni semplici esempi reperibili anche in rete; altri si possono trovare leggendo la biografia su Mussolini di Renzo De Felice, oppure i seguenti libri: Giancarlo Ottaviani, Le veline del MinCulPop. Aspetti della propaganda fascista, Milano, Todariana Editrice, 1999; Riccardo Cassero, Le veline del Duce. Come il fascismo controllava la stampa, Milano, Sperling & Kupfer, 2004; Nicola Tranfaglia, La stampa del regime. 1932-1943. Le veline del Minculpop per orientare l’informazione, Milano, Bompiani, 2005.

Gli esempi che ho riportato mostrano come il fascismo fosse attento non solo ai contenuti delle notizie, ma anche alla forma e al linguaggio con cui esse erano presentate. Del resto è nota l’attenzione dei totalitarismi alle forme della comunicazione di massa, poiché per essi è importante controllare le modalità di trasmissione delle idee e delle informazioni: il Grande Fratello del romanzo di Orwell ha addirittura inventato la “neolingua” (contro la cosiddetta "archelingua") per uniformare il linguaggio e, attraverso esso, il pensiero degli uomini, in modo da debellare nel profondo nella psiche ogni possibilità di opposizione. Il conformismo del linguaggio nasconde sempre una profonda incapacità di utilizzare liberamente la mente, è indice di assenza di libertà di opinione e di giudizio.

George Orwell (1903-1950), autore di 1984

Per queste ragioni è allarmante la notizia comparsa qualche giorno fa sui giornali italiani (cfr. ad esempio Matteo Cruccu, Il vademecum del perfetto giornalista (secondo il Movimento Cinque Stelle), in Corriere della sera, 29 ottobre 2012) riguardo all’ultima trovata dell’inesauribile Movimento 5 Stelle, ovvero l’allegra (e pericolosa, come vedremo tra un attimo) brigata di Grillo & Company. Di che si tratta? Di questo: l’Ufficio stampa del Movimento 5 Stelle ha inviato alle redazioni dei quotidiani italiani un’email che non sarebbe improprio definire una “velina”. Vale la pena riportarla per intero, con le stesse enfasi (grassetto, colore rosso, maiuscolo) presenti nel testo originale:


“Spettabile redazione,

sempre più spesso da oggi in poi, tratterete argomenti relativi al Movimento 5 Stelle, che si propone come forza DAL BASSO, come movimento di CITTADINI in prestito alla politica PRO TEMPORE, INCENSURATI,, che RIFIUTANO OGNI PRIVILEGIO, che decidono COLLEGIALMENTE e i cui ELETTI  sono solo dei PORTAVOCE  di decisioni di gruppo. Un movimento il cui obiettivo fondamentalmente è fungere da strumenti per la libera partecipazione di tutti i cittadini alla politica. In sintesi cittadini che votano cittadini.

Alla luce dell’enorme cambiamento proposto dal Movimento 5 Stelle è necessario che il VOCABOLARIO di riferimento usato dai media sia coerente e corretto.

Per questa ragione è indispensabile che tutti voi giornalisti, redattori, caporedattori e direttori poniate la massima attenzione ad EVITARE PAROLE CHE NON APPARTENGONO ALLA REALTA’ DEL MOVIMENTO.

Parole come PARTITO e LEADER sono pertinenti alla politica tradizionale, quindi ALTRO da noi. Sono parole incompatibili e fuorvianti rispetto alla nostra realtà di partecipazione e condivisione.

È corretto riferirsi al MoVimento 5 stelle come a una FORZA POLITICA e agli eletti come PORTAVOCE.

Ci rendiamo conto che non sarà facile evitare di cadere nell’abitudine di scrivere “il m5s è il primo PARTITO in Sicilia” come ha fatto oggi il Sole, ma contiamo sulla vostra collaborazione affinché siate voi i primi a proporre il NUOVO GLOSSARIO adatto alla portata del cambiamento che il M5s propone.

Chiudiamo ricordando che la parola GRILLINI è scorretta e anche un po’ offensiva, in quanto riduttiva e verticistica. Grillo è il megafono al nostro servizio e non il nostro leader.
Noi siamo ATTIVISTI, gli attivisti del Movimento 5 stelle o, per brevità, ATTIVISTI 5 STELLE.

(solo per il Sole 24 Ore) Con l’occasione ovviamente vi chiediamo di modificare al più presto il titolo di questo articolo http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-10-28/scarsa-affluenza-elezioni-siciliane-200209.shtml?uuid=Ab8QSkxG&fromSearch

Vi ringraziamo per la vostra attenzione e collaborazione.

Ufficio Stampa Lista CiVica 5 Stelle Milano”

L'email inviata dall'Ufficio stampa del M5S alle redazioni dei quotidiani

Naturalmente (e per fortuna) Il Sole24Ore non solo non ha modificato il titolo dell’articolo giudicato scandaloso dai grillini, ma ha anche risposta con una nota della redazione, affermando che “in Italia, fino a prova contraria, esiste ancora la libertà di stampa, cui la nostra Costituzione dedica l’articolo 21 che sancisce tra le altre cose che ‘la stampa non può essere soggetta ad autorizzazione o censure’. Pertanto – conclude il commento del quotidiano – pubblichiamo con piacere la mail inviata dal Movimento 5 stelle di Milano anche se, francamente, colpiscono i toni vagamente intimidatori della nota” (Le strane lezioni di giornalismo del Movimento 5 stelle, Il Sole24Ore, 29 ottobre 2012).
L'articolo 21 della Costituzione

Nella velina dell’Ufficio stampa del partito di Grillo colpiscono le insistenze sul linguaggio che deve essere, si direbbe, politically correct (cioè conformista); colpisce anche l’arroganza di quel “tratterete” della riga iniziale, un termine davvero prefettizio, usato come se a scriverlo fosse un’autorità indiscutibile che nessuno, tanto meno un quotidiano, può illudersi di contestare o di ostacolare. Colpisce, infine, quel tono fanatico da “rivoluzionari duri e puri” che fa rabbrividire: il Movimento 5 Stelle viene presentato come depositario di una Verità che solo ai suoi “attivisti” sarebbe stata rivelata, e quindi questi hanno il dovere di imporre agli altri, noi comuni uomini meschini che non siamo stati gratificati della rivelazione, quel cambiamento di linguaggio e di pensiero che essi ritengono giusto. Chi non condivide quel linguaggio sarà costretto con la forza ad utilizzarlo? C’è da temerlo, visto il tono minaccioso della missiva, un tono degno di un Saint Just, di un Robespierre, per non scomodare ancora Mussolini, Hitler o Stalin.

Dopo la lettura dell’email mi sono posto queste domande: si tratta di un invito o di un avvertimento? Cosa accadrà alla libertà di stampa in Italia se i “grillini” andranno al potere? Si rendono conto gli italiani della straordinaria somiglianza tra il linguaggio usato nelle veline fasciste e quello utilizzato da questo “glossario cinque stelle”? Dobbiamo attenderci, nel prossimo futuro, che le foto e gli articoli, le notizie e i titoli passino prima per l’Ufficio stampa di Grillo “per avere l’autorizzazione alla pubblicazione”, come diceva la velina ducesca dell’ottobre 1933 che ho riportato sopra? Sono domande legittime (devono riconoscerlo anche quegli anonimi commentatori di questo blog che, ogni volta che mi occupo di Grillo, mi scrivono insulti), poiché il M5S sta ottenendo un successo elettorale dopo l’altro (l’ultimo in Sicilia, qualche giorno fa) e la possibilità di trovarselo al governo l’anno prossimo diventa concreta ogni giorno che passa. Ci ritroveremo con un despota a Palazzo Chigi che, forte del consenso popolare, metterà il bavaglio ad ogni espressione difforme dal “Grillo-pensiero”? Suggerirei agli italiani che nutrono simpatie per questo movimento di studiare la storia prima di recarsi alle urne: anche Mussolini e Hitler andarono al potere per vie legali ed elettorali. Una volta ottenuto un vasto consenso popolare, un potere dispotico non avrebbe più alcun ostacolo per sottomettere al proprio volere il linguaggio e il pensiero delle folle anonime.




giovedì 25 ottobre 2012

Ideologia del terrore e islamismo: conclusione


Ideologia del terrore e islamismo politico.
Sei spunti di riflessione conclusivi.

Manifestazione di donne musulmane a Londra

Cosa ci insegna questo lungo percorso attraverso la storia dell’islamismo contemporaneo? Quali indicazioni possiamo trarre da essa? Come risposte a queste domande, propongo questi sei spunti di riflessione.

Primo. Il mondo musulmano è più variopinto di quanto possa apparire, non dimentichiamolo. Esistono gli islamisti, che interpretano la religione islamica come ideologia politica e perseguono un’utopia fondamentalista attraverso la violenza; esistono però musulmani pacifici e desiderosi solo di vivere, lavorare, allevare una famiglia e, ogni tanto, dedicare del tempo al culto. Allo stesso modo, esistono Stati tradizionalisti che applicano la sharia (Iran, Arabia saudita), ma anche Stati popolati da milioni di musulmani che hanno intrapreso il difficile cammino della separazione della legge civile da quella coranica: Turchia, Pakistan, Iraq, Afghanistan, quasi tutti i paesi islamici presenti in Africa. Anzi, la maggioranza dei paesi islamici è sostanzialmente laica, persino la Siria, paese nel quale il governo dispotico sta mietendo vittime a migliaia per reprimere la rivolta in corso. Infine, in occidente, mescolati con abitanti di altre confessioni, con agnostici, con atei vi sono ormai decine di milioni di musulmani che lavorano onestamente, studiano con impegno e desiderano solo vivere in pace con il loro prossimo. Ripeto: gli islamisti non sono l’Islam, non coincidono con la totalità dei musulmani, ne costituiscono soltanto una ristretta minoranza, pericolosa, certo, molto pericolosa e molto ben organizzata e diffusa, ma pur sempre una ristretta minoranza.
L’Islam, quindi, può convivere con la democrazia liberale, a patto che rinunci ad essere ideologia totalitaria, a patto che rinunci a diventare “islamismo”. Se la religione si separerà dalla politica, se saprà diventare religione del cuore e dell’interiorità, come in parte sta già accadendo, se saprà insomma completare quel cammino di scissione dalla legge civile che Qutb condannava e temeva, non vedo perché questa grande religione monoteista non possa convivere con i diritti individuali dell’Occidente. In parte, dicevo, sta già avvenendo in molti paesi musulmani, ma molta strada rimane ancora da percorrere per la piena conquista dei diritti civili: per le donne, soprattutto, ma anche per l’infanzia, la libertà di culto e di opinione, la tutela del pluralismo culturale.


Secondo. Noi occidentali dobbiamo essere cauti nell’uso di certe categorie concettuali che hanno un senso se riferite alla nostra storia, ma potrebbero non averne affatto in quella dell’Islam, o averne uno del tutto diverso. Ad esempio per noi oggi non può esistere la democrazia senza la libertà; ma è così anche per i paesi musulmani? L’esportazione della democrazia in regioni come Iran, Afghanistan, Pakistan, e domani forse Iran e Siria, siamo sicuri che produrrà, come accaduto da noi, quel “tessuto politico, giuridico, culturale, sociale fatto di diritti individuali e collettivi, eguaglianza tra i generi, separazione tra i poteri, pluralismo, affermazione del diritto positivo?” (Renzo Guolo, L’Islam è compatibile con la democrazia?, Roma-Bari, Laterza, 2004, p. VIII). Non potrebbe produrre invece, come sta accadendo, una “democrazia senza democratici”, una “democrazia illiberale”? (cfr. Fareed Zakaria, Democrazia senza libertà: in America e nel resto del mondo, 2003, tr. it. Milano, Rizzoli, 2004). Non dimentichiamo che tutti i governi dispotici dei paesi musulmani che si sono succeduti dal secondo dopoguerra ad oggi hanno fatto appello al consenso delle masse, hanno portato in piazza milioni di persone, hanno dato spazio a folle tumultuanti e rivoluzionarie, armate non solo di parole e slogan ma quasi sempre di kalashnikov, bombe a mano e lanciarazzi Stinger. Del resto la stessa storia europea lo insegna: la democrazia può convivere con il dispotismo delle masse; solo con il tempo (e dopo catastrofi colossali come due guerre mondiali, i lager e i gulag) noi europei abbiamo compreso che diritti civili (cioè libertà) e democrazia devono camminare insieme.

Terzo. Le categorie marxiste per interpretare i fenomeni storici non sono più adeguate, e forse non lo sono mai state. Le rivoluzioni, i movimenti di massa, le azioni violente, gli attentati, il terrorismo non nascono dalla fame e dalla disperazione economica. Come ricorda Berman nel libro che ho più volte citato, per coloro che ragionano utilizzando Marx, l’equazione è la seguente: se un uomo arriva al punto di farsi saltare in aria con i suoi nemici, se arriva al sacrificio supremo di sé e dei propri figli, vuol dire che è davvero disperato, affamato, ridotto in condizione di abiezione sociale ed economica, quindi un po’ di ragione deve pure averla. Le condizioni economiche, secondo questo ragionamento, determinano il comportamento degli uomini, i quali non hanno colpe se sono violenti: la colpa è di chi li ha ridotti così, la colpa è di chi li sfrutta, di chi li riduce in povertà, di chi ne occupa le terre, ne affama le famiglie, ne stermina la progenie, come scriveva Qutb. Ebbene, questo modo di ragionare non solo è pericoloso, ma soprattutto è sbagliato. Pericoloso perché addossa più o meno esplicitamente ogni colpa soltanto all’Occidente, giustificando così anche gli attentati più sanguinosi di Al Qaeda contro civili inermi e innocenti, molto spesso rappresentati dagli stessi musulmani, uccisi a migliaia negli attentati degli ultimi dieci anni avvenuti a Baghdad e a Kabul. Sbagliato perché sottovaluta completamente il ruolo psicologico del fanatismo ideologico, la capacità della martellante propaganda e della predicazione dell’odio di convincere ad uccidere e a martirizzarsi pur di perseguire gli scopi dell’ideologia. Gli studi di psicologia sociale hanno dimostrato che si può condizionare la volontà di milioni di persone indipendentemente dalla loro condizione socio-economica e indipendentemente dal loro grado di istruzione. Anzi, la storia dell’islamismo insegna che i membri dei gruppi più estremisti non sono dei disperati, non hanno alle loro spalle storie di famiglie affamate e sfruttate: sono più spesso giovani rampolli di famiglie istruite, con tempo e denaro a sufficienza da potersi dedicare alla “guerra santa” ogni giorno, con sufficiente alfabetizzazione da poter capire un complesso discorso teologico-politico, con amicizie altolocate su cui contare in caso di pericolo. Bin Laden era un multimiliardario; al-Zawahiri un medico facoltoso e ben inserito nella società egiziana; i talebani provenivano dalle migliori famiglie di etnia pashtun e il loro capo, il mullah Mahammed Omar, era (o forse è, poiché sembra che ancora operi in Afghanistan) un ulema, cioè uno studioso di religione islamica, di certo non un proletario sfruttato e abbrutito dalla fame. La fame e la disperazione non producono attentati come quello dell’11 settembre 2001 a New York, né quelli accaduti di recente in Libia e in Libano; al più possono dar vita ad una breve jacquerie, facilmente controllabile e reprimibile. Chi muore di fame e subisce ore di sfruttamento brutale non ha la forza per organizzare una strategia del terrore, tanto meno una rivoluzione. Per queste servono convinzione, fanatismo, disponibilità di mezzi, pochi legami stabili con il mondo reale, capacità di scomparire e di riapparire. Un poveraccio non ha queste risorse. 
Predicatori di odio: Abu Hamza al Masri mentre predica a Londra,
a Finsbury Park. Di recente il governo britannico l'ha estradato negli Stati Uniti
La predicazione continua e martellante dell’odio, invece, può suscitare una forza gigantesca dalle viscere dell’inconscio e sfruttarla per le più disparate finalità. Anche in questo caso noi europei dovremmo imparare dalle rivoluzioni accadute nel nostro mondo: la rivoluzione francese non fu iniziata da poveri affamati e disperati, ma da intellettuali aristocratici o borghesi istruiti e ben nutriti; la rivoluzione russa non fu attuata dai contadini, l’unica classe sociale costituita da veri disperati e morti di fame, ma da fanatici istruiti che non avevano mai fatto né il contadino né l’operaio. Una volta preso il potere, inoltre, sterminarono proprio i disperati e i morti di fame, uccidendo milioni di contadini. Hezbollah, Hamas, lo jihadismo non sono il frutto marcio dell’imperialismo occidentale, ma di una brutale campagna di odio, predicato e propagato da profeti di morte che, di recente, usano anche potenti mezzi di comunicazione di massa. La loro predicazione, inoltre, approfittando della tolleranza culturale e del garantismo che regna nel mondo occidentale, giunge fin sotto le finestre di casa nostra: non di rado, infatti, moschee e centri di cultura islamica sorti nelle città occidentali ospitano predicatori che, con i loro discorsi, infiammano gli animi dei fedeli, suscitando odio e violenza.

Predicatori di odio: il predicatore egiziano
Yusuf al Qaradawi, spesso ospite della tv Al Jazeera.
Blofeld, mente e guida della
Spectre nei film di 007

Quarto. Al Qaeda e lo jihadismo mondiale non funzionano come la “Spectre” dei film di James Bond. Non si tratta di organizzazioni verticali e gerarchiche guidate da un solo leader. Non è sufficiente, quindi, decapitare il vertice, ad esempio uccidere Bin Laden, per debellare completamente il terrorismo islamista. Se fosse così, la morte dei molti capi di Al Qaeda avvenuta dal 2001 ad oggi avrebbe dovuto porre termine agli attentati, invece questi non sono neppure diminuiti. Persino l’uccisione di Osama Bin Laden non ha posto fine al terrorismo e al mito della jihad mondiale contro l’Occidente. Questo è accaduto perché Al Qaeda non è solo un’organizzazione, ma è soprattutto un’ideologia: la stessa Cia ormai preferisce parlare di “alqaedismo”, piuttosto che di Al Qaeda. In altre parole, per ogni fanatico sottoposto alla martellante propaganda di odio di qualche mullah, è sufficiente realizzare un attentato per ritenersi affiliato alla rete di Al Qaeda, anche se non ha mai visto né conosciuto i capi dell’organizzazione. Il fenomeno dello jihadismo internazionale assomiglia, mutatis mutandis, al leninismo del primo dopoguerra europeo: non era necessario che i bolscevichi russi sostenessero o finanziassero i tentativi rivoluzionari di Budapest o di Berlino perché in quelle città scoppiassero rivolte comuniste; era più che sufficiente che in Ungheria e in Germania operassero gruppi autonomi che si richiamavamo all’ideologia-madre, quella leninista appunto, per suscitare forze e movimenti rivoluzionari. Non illudiamoci, quindi, non bastano né le operazioni coperte e segrete, tipiche dei film di spionaggio, né le tecnologie sofisticate degli agenti segreti per aver ragione del terrorismo.

Time del 17 settembre scorso
Quinto. Nonostante ciò, Al Qaeda e gli jihadisti non sono invincibili. Di recente abbiamo saputo che in alcuni paesi sono le stesse popolazione islamiche a prendere coscienza dei costi e dei pericoli che comporta ospitare sul proprio territorio organizzazioni terroristiche: gli yemeniti, ad esempio, colpiti nel maggio di quest’anno da un gravissimo attentato compiuto da Ansar al Sharia, gruppo affiliato ad Al Qaeda nella Penisola Araba (AQAP), hanno compreso che la guerra contro il terrore globale non riguarda più soltanto gli Stati Uniti, ma anche loro (cfr. Bobby Ghosh, The end of Al-Qaeda?, in Time, september 17, 2012, pp. 16-23). Nello Yemen, infatti, Al Qaeda, sostenuta a quanto pare da finanziamenti provenienti dall’Iran, mira a separare una parte del territorio, la provincia di Abyan, dal resto della nazione. Perciò il Presidente Mansour Hadi è passato al contrattacco e a giugno le città di Jaar e Zinjibar, da tempo controllate da Ansar al Sharia, sono state riconquistate dall’esercito yemenita: nei combattimenti sono morti non meno di 390 militanti di Al Qaeda. È stato un grande successo nei confronti della rete terroristica globale e dimostra che con mezzi adeguati si possono ottenere risultati importanti. Ovviamente non si può essere troppo schizzinosi: la lotta contro la violenza sanguinaria degli jihaidisti non sempre può essere condotta a colpi di fioretto. Lo sa bene Barack Obama che da gennaio di quest’anno ha ordinato, proprio nello Yemen del sud, ben 20 attacchi di droni, il doppio di quelli ordinati in tutto il 2011.
Mappa dello Yemen

L'attacco di un drone

André Glucksmann

Sesto. Per sconfiggere il terrorismo è necessario che noi occidentali riflettiamo attentamente sulla posta in gioco, che diventiamo consapevoli dei rischi che corrono la libertà e la democrazia in questa guerra globale contro il terrore. Come ricordava qualche anno fa André Glucksmann, il vero problema del rapporto con l’Islam sta nel modo con il quale noi occidentali apprezziamo i valori della nostra civiltà (cfr. A. Glucksmann, Occidente contro Occidente, 2003, tr. it. Torino, Lindau, 2004). Per noi, abituati ad essere liberi e a considerare legittimo ogni modo di pensare, per noi, cresciuti nel più convinto relativismo culturale, può apparire non pericolosa la predicazione dell’odio contro l’Occidente: ognuno, si dice spesso, può dire ciò che vuole. Non ci accorgiamo, in questo modo, che consentiamo a culture intolleranti e persino totalitarie di crescere e di mettere radici nei paesi liberal-democratici, minacciando le basi stesse della convivenza democratica. Noi occidentali non crediamo abbastanza in queste basi (ovvero in valori come la tolleranza, la libertà, i diritti politici e civili) se tolleriamo che i suoi nemici possano prosperare e sollevare contro questi valori la rabbia e la violenza di gruppi che perseguono obiettivi sanguinari e dispotici. Dovremmo essere più accorti nel denigrare l’Occidente e la sua storia, e imparare a difendere le libertà che in esso sono nate attraverso secoli di sofferenze e di errori. La democrazia liberale, ha spiegato Popper (1902-1994), è l’unico sistema inventato dagli albori dell’umanità, in cui è possibile sostituire chi governa senza ricorrere continuamente alla violenza, senza spargimenti di sangue. La democrazia liberale è l’unico sistema che accetta critiche e contestazioni nei confronti di chi governa. Ma tale sistema può sopravvivere ad una sola condizione: che si sia intolleranti contro gli intolleranti, che si sia pronti ad usare la forza contro i nemici della democrazia liberale. Se non si accetta questa condizione, se non si è disposti a battersi per difendere la propria libertà contro i nemici della libertà, prima o poi i sistemi liberal-democratici sono destinati ad essere sconfitti dalle dittature, poiché per il relativismo culturale nessuno ha il diritto di giudicare quale sistema sia migliore. È questo, come ha scritto Popper, il “paradosso della tolleranza”: “la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi” (Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, 1946, tr. it. Roma, Armando, 1996, p. 346).
Karl Raimund Popper

Forza se serve e quando serve; amore per la libertà e per la democrazia. Non credo ci siano armi migliori di queste per sconfiggere il terrorismo islamista e jihadista.