giovedì 25 aprile 2013

"Lo vuole il Popolo!"


Prima parte – Il voto ha espresso
una chiara volontà popolare?


“Lo vogliono i cittadini”. “Lo vuole la Rete”. “Lo vogliono gli italiani”. “Lo vuole la gente”. Questo è il ritornello che nelle ultime settimane ho sentito ripetere continuamente da chi sosteneva che “dalle elezioni di febbraio è emersa una volontà di cambiamento”.

Già quest’ultima affermazione mi è sempre suonata enfatica, anzi una vera e propria forzatura del risultato elettorale. In realtà dall’esito delle urne non è affatto emerso un dato che dicesse: “gli italiani vogliono il cambiamento”. Un quarto circa ha scelto Bersani, un quarto Grillo, un quarto Berlusconi e un quarto, non dimentichiamolo, non ha scelto nulla, perché non ha votato. Questo è il nuovo che il voto avrebbe espresso? A me sembra piuttosto che l’Italia si sia divisa in quattro parti; e che dentro ciascuna di queste parti vi sia un po’ di tutto, dalla rabbia alla speranza, dalla paura alla rassegnazione, dal desiderio di conservazione a quello di cambiamento. Insomma, dal voto è emersa molta incertezza. Tornerò tra un attimo su questo punto, secondo me fondamentale, dell’incertezza.


Anche in occasione della scelta del candidato al Quirinale abbiamo assistito all’uso retorico dell’espressione “lo vogliono gli italiani”, sbandierata ai quattro venti da alcuni soggetti. Essa è servita a costruire un autentico ricatto mediatico sferrato tramite internet. Il M5S ha sostenuto più volte al giorno, dall’inizio del mese di aprile, che “la Rete” sarebbe stata capace di scegliere il candidato “grillino” da proporre come Presidente. Con l’espressione Rete intendeva naturalmente “gli italiani”, “la nazione tutta”, “il popolo tutto”. La “Rete”, per il Movimento 5 Stelle, coincide con la nazione intera, contrapposta al Palazzo. Oggi sappiamo (vedi qui), per disarmante ammissione dello stesso Vate-Grillo, che alle cosiddette “Quirinarie” hanno votato 28.500 persone, il 40 % in meno degli aventi diritto. E anche questi ultimi, se avessero votato tutti, sarebbero stati comunque pochissimi: solo 48.200, poco più dei voti presi da Tabacci alle primarie del Pd del novembre 2012. Ma torniamo ai voti espressi, i 28.500: non solo essi rappresentano lo 0,1 % degli elettori italiani, ma i votanti non hanno neppure espresso un volere unanime, poiché hanno disseminato quella cifra lillipuziana su ben 10 candidati, Grillo compreso. E quanti hanno votato per Rodotà, la cui candidatura ha contribuito a spaccare il Pd? Aprite bene le orecchie: 4.667. Sì, avete capito bene: meno di 5000 italiani; meno di un paesino della valle Esina; meno dello 0,02 % degli elettori dell’intera nazione. Questo sarebbe il “volere del popolo”?
 
La scelta del candidato 5 Stelle denominata come "Elezioni del Presidente
della Repubblica-Votazioni on line"

Qualche giorno fa Angelo Panebianco sul Corriere della sera ha scritto queste parole: “c’è purtroppo in giro troppo pressapochismo istituzionale (mescolato a malafede). C’è, in primo luogo, in settori dell’opinione pubblica, una diffusa incomprensione dell’abc della democrazia. Quando si dice che la democrazia è procedura si intende dire che solo se si danno procedure formali chiare, pubbliche e rispettate si può, prima di tutto, misurare il consenso di cui gode il rappresentante. È la certezza delle procedure che ci tutela contro coloro che pretendono di parlare a nome del ‘popolo’ avendo alle spalle, o manipolando, piccole minoranze più o meno organizzate […]. È questo, prima di tutto, che fa della democrazia rappresentativa l’unica forma possibile di democrazia, la sola che impedisca la prevaricazione dei piccoli numeri (le minoranze intense orientate da capipopolo che nessuno ha eletto) ai danni dei grandi numeri (il grosso degli elettori)” (A. Panebianco, La Repubblica è sospesa nel vuoto, Corriere della sera, 20 aprile 2013).



Far passare lo 0,02% dell’elettorato come “il volere del popolo”, o anche soltanto, con espressione non meno retorica, “il volere della Rete” è appunto prevaricazione bella e buona. Una pretesa tirannica, fondata su una balla colossale ammannita dal feticcio “Rete”. In realtà, elezioni di febbraio, scelta dei candidati per il Quirinale e, infine, la stessa elezione del Presidente sono tutti risultati che mostrano divisione, incertezza, incapacità ad intravedere una strada per uscire dall’impasse, latitanza di soluzioni, sbandamento: in una parola, confusione. Il popolo italiano (e i suoi rappresentanti, com’è ovvio) è confuso e disorientato, tutt’altro che proteso verso un mitico “nuovo mondo”. È proprio in frangenti storici come questo che si scopre come il sistema rappresentativo abbia virtù che altri sistemi non possiedono: nessuno sa cosa sia il nuovo, ma presumibilmente ciascuno possiede un “pezzetto” di verità; di qui la necessità di dialogare, di confrontarsi e, ebbene sì, di trattare.
 
Franceschini contestato mentre cenava (sabato 20 aprile)
La trattativa è l’anima di ogni sistema democratico, l’unico ad accettare come basilare l’assunto che “nessuno possiede tutta intera la verità” e, perciò, l’unico che riconosca il conseguente corollario di questo assunto, ovvero: “ciascuno può contribuire ad avvicinarsi al vero”. In una situazione di incertezza come questa riconoscere la validità di queste regole è quanto mai importante: o si dialoga e si tratta, oppure si passa la parola alla prevaricazione, all’intimidazione, alla violenza squadrista (come quella di cui stava per restare vittima Dario Franceschini qualche sera fa, a Roma). (1-continua)

venerdì 19 aprile 2013

Chi ha paura della Corea? Conclusione.


La “guerra dimenticata” tra le due Coree.
Seconda parte: gli esiti del conflitto. I rischi odierni.
 
Bombardamento americano dei ponti sullo Yalu, nel 1950
Lin Piao (1907-1971)


Douglas Mac Arthur decise di avanzare ancora, verso il territorio cinese, il 24 novembre 1950; 48 ore più tardi i cinesi, al comando di Lin Piao (uno dei prestigiosi comandanti della “lunga marcia” del 1934-35), forti di 300.000 uomini, spianarono le postazioni tenute dai marines e, a costo di pesantissime perdite, avanzarono come un rullo compressore, aprendo un varco tra il X Corpo dei marines e l’VIII Armata: gli americani dovettero arretrare, e solo grazie alla cortina di fuoco delle navi al largo e alla copertura area riuscirono faticosamente ad attestarsi di nuovo sul 38° parallelo, tenendolo a stento.
 
L'offensiva cinese è rappresentata dalla linea rossa tratteggiata
Per tutto il mese di dicembre 1950, le navi, gli aerei e gli elicotteri americani continuarono ad evacuare personale militare e civili mettendoli in salvo, mentre la Cina continuava a far affluire truppe attraverso la Corea del Nord per inseguirli. Il 4 gennaio 1951 gli inarrestabili cinesi, sebbene esausti e decimati, occuparono Seul e la tennero fino a marzo. Le forze delle Nazioni Unite (dall’aprile 1951 al comando del generale Matthew Ridgway: Truman sostituì Mac Arthur perché considerato troppo impulsivo e temerario), riorganizzatesi, scatenarono la controffensiva tra gennaio ed aprile del 1951, riuscendo a riprendere la capitale sudcoreana e a difendere, questa volta stabilmente, il 38° parallelo. Gli opposti schieramenti si fronteggiarono per altri due anni in una logorante guerra di posizione, finché, constata l’impossibilità per ambo le parti di avere ragione dell’avversario e di riunificare le due Coree, si giunse all’armistizio, firmato il 27 luglio 1953 a Panmunjeon.
 
Soldati Usa riconquistano Seul
Taejon (Corea del Sud) rasa al suolo dai combattimenti

L’armistizio pose fine alle ostilità, ma non risolse la questione della divisione delle Coree. La successiva Conferenza di Ginevra (aprile-giugno 1954) fallì il tentativo di riconciliare il Nord e il Sud; Cina e Stati Uniti non si impegnarono per cercare una soluzione, mostrando di essere soddisfatti del risultato conseguito. Perciò, sebbene non ratificata da un vero e proprio trattato di pace, la Corea rimase ancora una volta disunita de facto. Seul e Pyongyang non riconobbero la divisione e accettarono solo per causa di forza maggiore le condizioni imposte dall’armistizio. La guerra, insomma, quanto al destino dei coreani, non aveva cambiato nulla, malgrado gli oltre due milioni di morti, gran parte dei quali costituiti da civili.
 
Bombe al napalm usate dall'aviazione Usa presso Hanchon
(Corea del Nord), maggio 1951
La USS Forrestal, in servizio dal 1955

Riguardo allo sviluppo della guerra fredda, invece, la vicenda coreana ebbe importanti conseguenze. Gli Stati Uniti capirono che l’Asia andava presidiata (mantennero nella Corea del Sud 40.000 uomini, arsenali nucleari e soprattutto aerei e navi), capirono che la supremazia marittima nel Pacifico era di vitale importanza nella sfida planetaria con il comunismo (oltre all’espansione comunista in Europa orientale, oltre al successo della rivoluzione in Cina, stavano divampando guerriglie comuniste nelle Filippine, in Malesia, in Indocina e nella Birmania; Taiwan, intanto, era diventata una sorta di Berlino dell’Estremo Oriente). Così, Washington avviò un massiccio programma di costruzione di grandi unità navali, tra cui spiccavano le portaerei della classe Forrestal (60.000 tonnellate di stazza, autonomia di quasi 10.000 miglia, 20 nodi di velocità, capacità di imbarco di 90 velivoli, con rapidità di decollo attorno agli 8 aerei al minuto, compresi i bombardieri atomici). Sulla base di questa revisione strategica, com’è noto, gli Usa passarono dalla dottrina di politica estera basata sul containment a quella del roll-back, dal contenimento al contrattacco.
 
Carri armati statunitensi usano i lanciafiamme presso
il fiume Han (Corea del Sud), marzo 1951
Cambiamenti ve ne furono anche sul fronte opposto, anche se allora non ne trapelò notizia. Si è saputo solo nel corso degli anni Novanta che la vicenda coreana corruppe definitivamente i rapporti tra Stalin e Mao, già non molto distesi dal 1949, malgrado le apparenze. Il leader cinese, fin dal suo avvento al potere, non aveva voluto riconoscere alla Russia il ruolo di Stato guida nella rivoluzione comunista mondiale, e la questione della Corea finì per radicalizzare le reciproche diffidenze. Stalin, infatti, non avrebbe voluto impegnarsi nel conflitto, perché lo riteneva controproducente, pericoloso e, come sembra aver detto personalmente a Kim-Il Sung, “un’operazione del tutto fallimentare”. Dei telegrammi intercorsi tra Mao, Stalin e il leader coreano si è avuta notizia solo a partire dal 1992, in Italia ne diede notizia il Corriere della sera (vedi: Seth Faison, Guerra di Corea. I segreti di Mao, in Corriere della sera, 27 febbraio 1992, p. 8). Perciò oggi sappiamo con maggior precisione quel che allora alcuni osservatori sospettavano, senza averne le prove (e per questo non vennero ascoltati dalla Casa Bianca): ovvero che la decisione di attaccare la Corea del Sud venne presa da Mao in accordo con Kim Il-Sung perché il leader cinese, da poco al potere, era preoccupato che la vicinanza americana in Asia avrebbe finito non solo per sostenere gli avversari del regime comunista ma anche per rovesciarne il governo a Pechino. Fu un calcolo sbagliato, come abbiamo visto, sia perché gli Stati Uniti non disponevano della forza necessaria per contrastare il comunismo in Asia, ed erano anzi del tutto impreparati a questa eventualità, sia perché lo stesso Mac Arthur aveva giudicato le forze cinesi troppo stanche, a causa della recente rivoluzione, per tentare un’impresa pericolosa come l’apertura di un conflitto in Corea. Un calcolo sbagliato che costò centinaia di migliaia di vittime e che finì per ottenere il risultato opposto a quello sperato da Mao: questi intendeva debellare la presenza capitalista e occidentale in Asia per spianare la strada alla rivoluzione; la guerra di Corea e il suo esito rafforzarono invece la presenza nordamericana in tutta la regione, Pacifico compreso.
 
Civili sudcoreani trucidati dall'esercito della Corea del Nord
in ritirata (Kum Bong San, ottobre 1950)

Kim Jong-il, leader della
Corea del Nord dal 1994 al 2011
Oggi il rischio di una nuova guerra in Corea si sta ripresentando. Da anni il regime comunista nordcoreano (guidato dal 1994 da Kim Jong-il, figlio di Kim Il-Sung), fa la voce grossa contro la Corea del Sud e contro gli Stati Uniti; dal 2006 (anno del primo test nucleare nordcoreano), sappiamo che quel paese possiede la bomba atomica ed ha avviato un programma di armamento nucleare del proprio esercito; da anni sappiamo che Pyongyang si fa beffe degli accordi internazionali sul disarmo atomico (ne ha sottoscritto uno nel 2007, ma poi ha effettuato altri due esperimenti nucleari, nel 2009 e quest’anno, a febbraio); da anni sappiamo che il regime della Corea del Nord ha affamato la propria popolazione, sottomettendola in modo brutale, per far fronte alle spese che questi armamenti comportano; sappiamo, infine, che dal 2009 si è unilateralmente ritirata dall’armistizio del 1953, affermando così la propria intenzione di voler riaprire le ostilità. Dal 17 dicembre 2011, quando morì Kim Jong-il, la guida del paese è nelle mani di Kim Jong-un (figlio del leader precedente: la Corea del Nord è un regime comunista dinastico), il quale sente la necessità di dar forza e visibilità ad un potere che sta traballando: le denunce internazionali contro il regime, l’irritazione di Pechino verso la politica nucleare nordcoreana, la stanchezza della popolazione sembrano corrodere sempre di più la forza del dittatore che oggi più che mai appare isolato. Ma tale situazione non deve suggerire ottimistiche conclusioni, dal momento che un colpo di coda del regime, proprio perché disperatamente alla ricerca di consenso, potrebbe sempre verificarsi.
 
Il sito dell'esperimento nucleare sotterraneo nordcoreano
del febbraio 2013: l'immagine satellitare è  stata resa
pubblica da Google Earth

Kim Jong-un, l'attuale
dittatore della Corea del Nord
Il 4 aprile scorso, infatti, Kim Jong-un ha dichiarato che la Corea del Nord è in “stato di guerra” con il Sud. L’allarme si è subito diffuso in tutte le regioni dell’Estremo Oriente: persino il Giappone, solitamente molto defilato e silenzioso sulle questioni di politica estera, dopo essere stato esplicitamente minacciato da Pyongyang, ha dovuto schierare i missili Patriot per difendersi da eventuali aggressioni. Il Presidente Obama, a sua volta, ha affermato di essere pronto a reagire se verrà attaccato un suo alleato in Asia. Insomma, la situazione è potenzialmente esplosiva. Tanto più che il 15 aprile sono cominciati i festeggiamenti per il 101° anniversario della nascita di Kim Il-Sung, immortalato dalla costituzione nordcoreana come “Presidente Eterno”: occasione, quella delle celebrazioni, per esibire muscoli da parte di un leader non ancora osannato dal popolo come lo è stato il nonno. Quali misure adottare per scongiurare il rischio che la situazione sfugga di mano? I colloqui aperti sabato 13 aprile tra la Cina e gli Stati Uniti sembrano lasciare ancora un margine di speranza, poiché Pechino e Washington, stando a quanto si sa finora, vorrebbero la stessa cosa: evitare il conflitto, denuclearizzare la Corea del Nord (vedi Corriere della sera online del 13 aprile 2013).
 
Le due Coree oggi
Ma la storia della guerra del 1950 ci insegna che una previsione azzardata, un calcolo sbagliato possono far precipitare gli eventi verso lo scontro armato. Sebbene isolato, il regime di Pyongyang non deve essere sottovalutato. Le democrazie liberali occidentali, che si appoggiano sulla propria opinione pubblica per decidere come comportarsi quando ne va della vita e sicurezza dei propri cittadini, hanno un problema in più da affrontare rispetto alle dittature: sanno che i cittadini si opporrebbero al coinvolgimento del proprio paese in una guerra. Perciò devono cercare a tutti i costi il dialogo, anche se dall’altra parte vi è un dittatore autocrate che non solo non ama conversare, ma che di solito straccia gli accordi appena sottoscritti. La storia si ripete sempre quando democrazie e dittature si confrontano sul piano della forza: le democrazie sono più esposte e corrono molti più rischi. Per questa ragione, quando si verificano simili situazioni (come negli ultimi 20 anni è accaduto nei confronti di Milosevic, di Saddam Hussein, dei Talebani afghani, della Siria), ovvero quando un regime tirannico antioccidentale sfida apertamente gli Stati Uniti anche a costo di provocare un conflitto, è con dolore che ogni sincero amante della pace apprende che non vi è traccia di proteste, in occidente, da parte dei movimenti pacifisti. Per i quali, evidentemente, la minaccia di guerra va combattuta solo se è Washington a ventilarla, mentre se si tratta di uno Stato totalitario si tace, e si aspetta che a commettere il passo falso siano i maledetti yankees.

Il conflitto coreano del 1950-’53 è diventato nel tempo una “guerra dimenticata”, una delle tante, una di quelle che nessuno ama ricordare. Schiacciata tra gli eventi della seconda guerra mondiale e quelli della guerra del Vietnam (più ricordata, quest’ultima, perché più facilmente utilizzabile in chiave ideologica), la guerra di Corea è rimasta per decenni sconosciuta agli stessi sudcoreani. Ricerche e sondaggi condotti negli ultimi anni in Corea del Sud hanno rivelato che molti giovani non solo non conoscono l’esistenza di questa guerra, ma, se ne sanno qualcosa, ne attribuiscono la responsabilità dello scoppio al Sud e agli Stati Uniti (cfr. ad esempio Pino Cazzaniga, “Dimenticata” ma non finita la guerra fra Nord e Sud Corea, in Asianews.it, 27/6/2009). La potenza della macchina propagandistica nordcoreana, cinese e, in parte, anche vietnamita, ha saputo penetrare in profondità nella società sudcoreana, plasmandone memorie e coscienze.
 
Fosse comuni di civili sudcoreani trucidati dall'esercito
della Corea del Nord mentre si ritirava (Taejon, settembre 1950)

George Santayana (1863-1952)
Gli Stati Uniti non hanno mai amato ricordare quella guerra, perché è stata la prima che non sono riusciti a vincere; l’Urss e la Cina perché le loro responsabilità erano troppo grandi e troppo gravi per giustificare gli eventi cruenti che ne scaturirono (non mi soffermo sulle fosse comuni trovate al termine della guerra nella Corea del Sud: piene di militari e di civili, segni del passaggio dell’esercito di Kim Il-Sung). In Europa l’intellighenzia marxista, dominante nelle Università e nel mondo editoriale per almeno due-tre decenni, glissò spesso sulla questione, preferendo ad essa la guerra del Vietnam, vicenda che sembrava adattarsi meglio al credo manicheo delle sinistre occidentali. Così, poiché della guerra coreana si è quasi persa la memoria, oggi, di fronte ai rischi che quella regione sta di nuovo correndo, di fronte ai rischi che forse tutto il mondo sta di nuovo correndo, diventa inevitabile ricordare il discusso monito di George Santayana (1863-1952): “coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Le parole del filosofo ispano-americano, scritte all’inizio del Novecento, suonerebbero profetiche, se dovessimo tornare a contare i morti, come accadde nei lontani anni Cinquanta, in quelle sperdute e piovose lande monsoniche da tutti dimenticate.
(p.s.: Gran parte delle belle e drammatiche immagini utilizzate in questo post sono pubblicate dal sito boston.com/bigpicture, il quale, nel 2010, ha dedicato uno spazio intero alla guerra del 1950-'53, in occasione del sessantesimo anniversario del conflitto: spazio intitolato, significativamente, Remembering the Korean War, 60 years ago. Nel sito sono rinvenibili altre straordinarie fotografie. Voglio ringrazio gli autori del sito per aver messo a disposizione di tutti questo eccezionale materiale.)

Il Memorial di New York in onore dei caduti della
"guerra dimenticata"


lunedì 15 aprile 2013

Chi ha paura della Corea del Nord?



63 anni fa “la guerra dimenticata” tra le due Coree. 
Prima parte: l’inizio del conflitto

 
Giugno 1950: truppe corazzate nordcoreane pronte all'invasione della Corea del Sud

25 giugno 1950, ore 4,00 del mattino, penisola di Corea, lungo il 38° parallelo: una piovosa domenica di inizio estate, umida come solo può esserlo in una regione monsonica. Dieci divisioni di fanteria nordcoreane ed una corazzata, munita di carri armati T-34 di fabbricazione sovietica, superano il confine e dilagano nella Corea del Sud. L’esercito nordcoreano, ben addestrato, forte di 350.000 sodati e in stato di allerta dal febbraio di quell’anno, non incontrerà quasi resistenza: le deboli forze sudcoreane (meno di 100.000 effettivi male armati e soprattutto male addestrati) vennero travolte in poco più di due giorni. Seul, la capitale della Corea del Sud, cadde il 28 giugno.
 
La divisione della Corea al termine
della seconda guerra mondiale

Al termine della seconda guerra mondiale la Corea era risultata divisa in due, lungo il 38° parallelo. Infatti la penisola, annessa al Giappone già da prima del conflitto mondiale, nell’estate del 1945 era stata invasa da due eserciti: da sud dall’esercito americano che stava combattendo dal 1941 contro il Giappone nel Pacifico e nell’Estremo Oriente; da nord dall’Armata Rossa sovietica che era entrata in guerra contro il Sol Levante solo da pochi giorni, dopo che gli americani avevano sganciato le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Fino a quel momento, infatti, l’Urss aveva rispettato il patto di non aggressione e neutralità sottoscritto con il Giappone nell’aprile del 1941. Il patto aveva validità quinquennale, ma l’8 agosto del ’45, due giorni dopo la bomba su Hiroshima, Stalin infranse unilateralmente l’accordo e si decise ad attaccare i giapponesi laddove essi erano più vulnerabili, ovvero nei territori asiatici annessi dal Giappone durante il conflitto. Perciò in tre settimane l’Armata rossa occupò la Manciuria, parte dell’isola di Sachalin, le isole Curili e, appunto, la Corea. La violazione del patto era stata prevista a Yalta (febbraio 1945), ma avrebbe dovuto produrre l’invasione sovietica del Giappone entro tre mesi dalla fine delle ostilità in Europa: invasione che Stalin non prese mai in considerazione, lasciando fino alla fine agli americani l’intero onere del duro confronto con il Giappone.
 
Churchill, Roosevelt e Stalin
alla Conferenza di Yalta (febbraio 1945)
L’occupazione della Corea da parte sovietica si fermò dunque intorno al 38° parallelo, dove i soldati russi e quelli americani si incontrarono a metà agosto. Quando il Giappone finalmente si arrese (settembre 1945) la divisione delle due Coree era ancora provvisoria: le potenze vincitrici erano d’accordo che sarebbe durata fino all’insediamento di un governo nazionale. Ma nel frattempo, purtroppo, era scoppiata la guerra fredda che congelò la situazione coreana fino a farla diventare definitiva. Nel 1947 l’Onu fissò per l’anno successivo le date per lo svolgimento delle elezioni in Corea, ma Urss e Stati Uniti si radicalizzarono nella reciproca inimicizia proprio nel corso del ’47: l’Urss, perciò, impedì ai funzionari delle Nazioni Unite di entrare nella Corea del Nord per controllare il regolare svolgimento delle elezioni; gli Stati Uniti posero la Corea del Sud sotto amministrazione militare (retta dal generale John Hodge) fino alla proclamazione ufficiale del governo sudcoreano, avvenuta dopo le votazioni del luglio 1948 che proclamarono presidente Syngman Rhee. Il 15 agosto 1948, sicché, nasceva ufficialmente la Repubblica di Corea (del Sud, con capitale Seul); in risposta a ciò, il 9 settembre l’Urss impose Kim Il-Sung come Primo Ministro della Repubblica Democratica Popolare di Corea (del Nord, con capitale Pyongyang). La divisione era così ratificata de facto, anche se de iure né le Nazioni Unite, né i due governi coreani la riconobbero. Anche Urss e Usa non la riconobbero, ma la accettarono come inevitabile conseguenza di quel che stava accadendo in Europa. Con la differenza che gli Stati Uniti, impegnati nel Vecchio Mondo a seguire la dottrina Truman del containment, abbandonarono Seul quasi del tutto, completando l’evacuazione della Corea del Sud entro il giugno del 1949; i sovietici, invece, continuarono a restare nella Corea del Nord come “consiglieri” e, a partire dal 1949, affidarono a Mao Tse-tung, al potere in Cina dall’ottobre di quell’anno, il compito di armarla e di sostenerla nell’impresa di conquistare la parte meridionale.
 
Kim Il-Sung (1912-1994)
Com’è ormai noto, la guerra di Corea scoppiata nel 1950 era stata meticolosamente preparata dai nordcoreani grazie alle risorse messe loro a disposizione dall’Urss e dalla Cina. I due colossi comunisti erano allora ancora amici (proprio nel dicembre 1949, un viaggio di Mao a Mosca aveva prodotto la firma di un accordo di collaborazione politico-militare tra Russia e Cina), e la loro cooperazione nella vicenda coreana, in realtà più apparente che reale, rivelò al mondo che la guerra fredda era arrivata anche in Estremo Oriente, che il mondo comunista si stava espandendo velocemente, non solo in Europa orientale ma anche in Asia. Gli Stati Uniti, impegnati nella ricostruzione europea, erano del tutto impreparati a questa evento: non solo non avevano previsto la vittoria del comunismo in Cina, ma ora, nel giugno del 1950, si accorsero di avere sottovalutato anche la questione della Corea. Continuarono a non rendersi conto di quanto stava accadendo per diversi giorni dopo l’aggressione nordcoreana: le due divisioni statunitensi (la 24 ͣ  e la 25 ͣ), inviate per dare man forte ai sudcoreani, si rivelarono del tutto inadeguate: costituite per lo più da reclute, sostenute da un’insufficiente copertura aerea e del tutto prive di protezione navale, cercarono di rallentare l’avanzata dei T-34 con i bazooka, i quali non servivano a nulla contro la corazza dei carri sovietici. Americani e sudcoreani, soverchiati di numero, isolati e terrorizzati, si arresero oppure fuggirono di fronte all’impetuosa avanzata nemica. I corrispondenti dei giornali, come ricordò anni fa Galli della Loggia ne Il mondo contemporaneo (Il Mulino, Bologna 1982, p. 170), “parlavano senza mezzi termini di una ‘Dunquerque americana’”. A luglio le residue forze sudcoreane e americane erano chiuse nel perimetro di Pusan, nell’estremità meridionale della Corea del Sud.
 
Le principali fasi della guerra

Il Gen. Douglas Mac Arthur (1880-1964)

Fu a questo punto che gli Stati Uniti si svegliarono. Il generale Douglas Mac Arthur, che nella seconda guerra mondiale aveva guidato le forze aeronavali americane fino alla liberazione delle isole del Pacifico, e che ora era stato nominato dall’Onu comandante della forza militare delle Nazioni Unite con il compito di respingere l’attacco nordcoreano, prese in mano la situazione e cambiò strategia. Adottando le stesse iniziative che qualche anno prima gli avevano consentito di sconfiggere i giapponesi, il 13 settembre del 1950 concentrò le forze davanti ad Incheon (261 navi, tra cui 4 portaerei) e bombardò per 24 ore le retrovie nordcoreane, consentendo lo sbarco alla 1ͣ divisione marines (formata questa volta dai veterani di Guadalcanal e Okinawa). Nello stesso momento le truppe statunitensi rimaste a Pusan, e debitamente rafforzate dal mare, ruppero l’assedio e contrattaccarono, puntando verso nord: in 4 giorni 50.000 nordcoreani rimasero intrappolati in un’enorme sacca e abbandonati dal grosso del loro esercito che si affrettò a ripassare il 38° parallelo, inseguito dai soldati di Mac Arthur. L’audace operazione americana aveva tagliato in due le forze nemiche, costringendole a ritirarsi; in pochi giorni la situazione si era completamente rovesciata, la guerra sembrava ormai vinta. Non solo, infatti, l’aggressione nordcoreana era stata respinta e la Corea del Sud liberata, ma le forze delle Nazioni Unite (che, non dimentichiamolo, erano costituite da reparti di ben 15 paesi, non soltanto da americani) si gettarono all’inseguimento dei nordcoreani ed entrarono nella Corea del Nord, occuparono Pyongyang il 19 ottobre 1950 e giunsero il 27 al confine con la Cina, lungo il fiume Yalu, oltre il quale le residue forze di Kim Il-Sung si rifugiarono. La Corea era stata riunificata, o così almeno sembrò agli occidentali.
 
Un momento dello sbarco di Incheon


Ma le cose erano sul punto di cambiare nuovamente, e di riservare all'opinione pubblica mondiale un altro colpo di scena. I cinesi, preoccupati del tracollo nordcoreano e soprattutto di avere gli americani a due passi dal confine, fecero affluire lungo lo Yalu massicci contingenti di truppe che oltrepassarono il fiume la notte del 27 ottobre. Commenta ancora Galli della Loggia: “In questo modo gli americani si trovarono per la prima volta davanti ad un problema che negli anni successivi si sarebbe ripresentato regolarmene in occasione dei conflitti cosiddetti limitati tra potenze europee ed eserciti, di guerriglia e non, in varie parti del mondo: il problema dei ‘santuari’, secondo l’espressione coniata allora dallo stesso Mac Arthur, vale a dire di un paese confinante, formalmente estraneo alle operazioni militari, che però ne rappresenta il serbatoio di alimentazione essenziale” (op. cit., p. 171). Fu per queste ragioni che Mac Arthur chiese a Washington e alle Nazioni Unite di poter bombardare i ponti sullo Yalu, nonché il “diritto d’inseguimento” del nemico per tre minuti di volo entro il confine cinese: il primo permesso venne accordato (fino a metà fiume!), il secondo venne categoricamente respinto da Truman e dagli alleati. Mac Arthur, se non voleva abbandonare la posizione raggiunta, a questo punto aveva solo due possibilità: o tenere il fronte resistendo alle ondate di cinesi che si sarebbero abbattute sulle sue postazioni (si stavano ammassando oltre 800.000 sodati cinesi oltre il confine) oppure continuare ad avanzare nella speranza di dissuadere o addirittura respingere l’avanzata delle truppe di Mao. Il 24 novembre decise per questa seconda opzione e fu una rovina. (1-continua)

Mac Arthur al comando dello sbarco di Incheon
 
Il confine tra le due Coree, il famoso 38° parallelo, all'epoca della guerra

sabato 6 aprile 2013

La democrazia diretta è un bene? Terza parte



Terza parte: Critica della “web democracy” referendaria



Secondo Sartori, come nel caso della parola democrazia anche in quello del concetto di autogoverno è facile arrivare ad una definizione astratta. Esso indica la capacità di “governare se stessi da sé” (G. Sartori, Democrazia cos’è, cit., p. 50). Tale forma di governo sarà quindi tanto più efficace ed intensa quanto meno esteso, in senso spaziale, è l’ambito del suo esercizio. L’intensità sarà massima, ad esempio, quando l’autogoverno si esercita su stessi come singoli individui; va degradando mano a mano che lo si esercita su più soggetti distribuiti in un ampio spazio; diventa minima quando l’estensione dei soggetti e dello spazio che essi occupano è massima. Anche l’estensione temporale non va sottovalutata: massime sono l’efficacia e l’intensità dell’autogoverno quando la sua durata è breve e carica dell’entusiasmo della novità o della drammaticità del momento (come nei momenti di tensione bellica o rivoluzionaria); minime mano a mano che ci si allontana dall’istante iniziale della costituzione dell’autogoverno, e questo comincia a diventare routine (ivi, pp. 50-52).

L’autogoverno non coincide necessariamente con la democrazia diretta. Quest’ultima, spiega Sartori, vuol dire “democrazia senza rappresentanti e senza rappresentanza”. Inoltre la democrazia diretta implica “anche immediatezza di interazioni, un rapporto diretto, faccia a faccia, o quasi, tra partecipanti (veri)” (ivi, p. 83). Ora, queste due caratteristiche danno luogo all’autogoverno quando le dimensioni dei gruppi che lo esercitano sono relativamente modeste: si può avere in un’assemblea, ad esempio, costituita da poche centinaia di persone; probabilmente nel demos delle città-stato greche, formato da “qualche migliaio di cittadini radunati in piazza” (ibidem). In questi esempi vi è “interazione” tra i componenti dei gruppi, poiché essi si vedono, gli uni osservano gli altri, ciascuno può parlare con gli altri. Si tratta di casi, insomma, nei quali è possibile, per quanto difficile, che i singoli discutano, affermino opinioni, o magari le cambino ascoltando gli argomenti degli altri. Ma se l’interazione non c’è, a causa dell’estensione del gruppo che tenta di autogovernarsi senza rappresentanti, allora viene meno “la democrazia illuminata dalla discussione che precede la decisione” e, con essa, cessa l’autogoverno. Rimane la democrazia diretta (ovvero democrazia senza rappresentanza, come si è detto), ma essendo esercitata da/su gruppi molto estesi (decine, centinaia di migliaia o milioni di individui) essa tende a diventare, come già spiegato nei due precedenti post, una tirannia. Democrazia senza discussione, senza mediazioni, senza possibilità di rappresentare differenze e minoranze, vale la pena ripeterlo, è uguale a dittatura.



Il rilievo più frequente a questo ragionamento, rilievo che in questi ultimi anni è stato utilizzato dai sostenitori della web democracy, è che le tecnologie odierne consentirebbero di superare la difficoltà costituita dal numero, garantendo due aspetti della democrazia diretta-autogovernante: l’interazione tra i singoli (quindi la discussione “illuminata” sarebbe salva); la partecipazione continua dei cittadini alle decisioni da prendere, attraverso il meccanismo del “referendum quotidiano”. Anche ammettendo che la discussione sia garantita e avvenga con trasparenza e correttezza (questione su cui tornerò poi), ciò che appare discutibile è proprio il meccanismo referendario. Seguiamo ancora il ragionamento di Sartori.

Indipendentemente dal sistema istituzionale adottato, quando si prende una decisione politica si possono avere “decisioni a somma positiva”, “a somma nulla” e “a somma negativa” (ivi, pp. 84-85). Si ha la prima quando tutti gli interessati dalla decisione ne sono avvantaggiati: tutti guadagnano qualcosa, o sono comunque soddisfatti per la decisione presa. Si ha la somma nulla quando chi vince, vince tutto, e chi perde, perde tutto. In questo caso “la vincita corrisponde esattamente alla perdita: io vinco quel che l’altro perde” (ivi, p. 85). Si ha decisione a somma negativa, infine, quando tutti ne vengono danneggiati o quando tutti perdono.


Il referendum è un meccanismo decisionale a somma nulla: “ogni volta si approva o respinge una proposta prefissata, e ogni volta ne esce un gruppo vincitore e un gruppo sconfitto. Divorzio sì o divorzio no; nucleare sì o nucleare no; e così via. […] se tutto (o il più) va in decisione referendaria, è il sistema nel suo complesso che diventa a somma nulla […]” (ibidem). Si potrebbe obiettare che anche nelle elezioni dei parlamenti avviene la stessa cosa: o il mio voto elegge un rappresentante, o va perduto. Sì, è vero, risponde Sartori, ma nella democrazia rappresentativa non si esaurisce ogni decisione nel momento del voto con cui si eleggono i rappresentanti, poiché questi, una volta eletti, “si parlano, discutono, negoziano, ‘scambiano’ concessioni reciproche, e sono pertanto in condizione di concordare soluzioni a somma positiva (per i loro rappresentati)” (ibidem). Nella democrazia referendaria, invece, ogni decisione è isolata, non c’è negoziato su di essa, non c’è modo di mediarla o di correggerla, o di integrarla con altre proposte. E, una volta presa, le altre proposte, sconfitte, escono dal novero delle decisioni possibili.



Veniamo ora al punto della trasparenza e della correttezza della discussione. Anche ammettendo che si riesca a far precedere ogni decisione da una discussione in chat, o attraverso i commenti di un blog, chi è che effettua la sintesi di essa, confezionando una proposta conclusiva? Chi gli ha affidato questo ruolo? Si tratta di un rappresentante eletto? Perché, allora, eleggerne uno solo? Che meriti ha rispetto ad altri per avere il potere di stabilire le agende dei quesiti da proporre? Poiché è chiaro che costui avrebbe un potere immenso: non solo di selezionare le proposte su un certo argomento, ma anche di dare priorità agli argomenti da sottoporre a referendum e, infine, di formulare le domande su di essi. Ed è noto che “una stessa domanda, a seconda di come viene formulata, facilmente oscilla nelle risposte di un 20 per cento: così un 60 per cento approva il diritto alla vita, ma poi uno stesso 60 per cento approva il suo contrario, e cioè il diritto all’aborto (il che significa che un 20 per cento si è impasticciato nel rispondere)” (ivi, p. 86). “Insomma, - conclude Sartori – la democrazia referendaria centuplica i rischi di manipolazione e di imbroglio del demos ben al di là di quanto già riesca al demagogo di cui abbiamo esperienza” (ibidem). Ancora più elevato è tale rischio se il moderatore-selezionatore del dibattito via web non è noto, non si sa come e perché operi, non agisce alla luce del sole, bensì nel chiuso di una stanza davanti ad un computer-server che può manovrare come meglio crede.



Ma non sono finiti qui i problemi della democrazia diretta referendaria. È importante anche comprendere le possibili conseguenze e le implicazioni di un sistema decisionale a somma nulla. La prima, continua Sartori, è che “la somma nulla tende a aggravare i conflitti: se chi perde, perde tutto, allora la sconfitta è cocente; e se la cosa si ripete giorno per giorno può diventare intollerabile” (ibidem). La seconda, connessa alla prima (e già discussa nei miei post precedenti) è che “la democrazia referendaria instaura, di fatto, un principio maggioritario assoluto che viola il principio (fondamentalissimo) del rispetto della minoranza” (ibidem). Come ho già spiegato, il principio del rispetto delle minoranze è calpestato laddove le decisioni siano prese in base al diritto della maggioranza di prendersi tutto. Terza implicazione, “il problema della pubblica opinione è tutto da riproporre” (ibidem), poiché in una democrazia referendaria è di vitale importanza non solo che l’opinione del pubblico sia bene informata sulla questione su cui è chiamata a deliberare, ma soprattutto che sia un’opinione di qualità. Scrive a questo proposito Sartori: “chi decide da sé – non per sé, si badi, ma per tutti – deve sapere su cosa decide, e deve anche padroneggiare il problema sul quale decide. […] Al cospetto della democrazia referendaria non possiamo più fingere che l’informazione sia competenza” (ivi, p. 87). Mentre in una democrazia rappresentativa è sufficiente che vi sia “un’opinione” per esprimere il proprio voto (ricordiamo che in filosofia l’opinione – doxa – è l’opposto di scienza – epistéme), in una democrazia referendaria, dove ogni voto richiesto è relativo sempre a questioni complesse, non è più sufficiente avere “un’opinione”, ma occorre avere padronanza scientifica delle questioni per cui si decide, o per lo meno “cognizione di causa”. Anche se si avesse il modo e il tempo di leggere un’intera enciclopedia sul problema sul quale dobbiamo esprimerci, non è detto che questo basti: riusciremmo, poi, a mettere a frutto un simile “arsenale di nozioni”, come dice Sartori, per decidere come votare?


Qualcuno obietterà che l’epoca attuale ha strumenti potenti di comunicazione, tali da trasformare le nostre società in altrettante comunità della conoscenza. Gli apologeti di internet, com’è noto, sostengono proprio questo (ad esempio James Surowiecki, che ho citato nel post del 28 agosto 2012). Anche ammettendo che essi abbiano un po’ di ragione (e non ne hanno affatto), cosa significherebbe ai fini del nostro problema? Che ogni cittadino, grazie ad internet, saprà valutare quale politica estera convenga adottare nei confronti della Corea del Nord? Che ogni cittadino saprà comprendere un bilancio dello Stato? Che ogni cittadino saprà cosa devono contenere i programmi di insegnamento delle scuole medie? Quante competenze dovrebbe avere ogni cittadino? Dovrebbe essere fiscalista, pedagogista, economista, esperto di bioetica e di strategia militare, nonché sociologo, medico e ingegnere… Tutto ciò in un mondo sempre più interdipendente (proprio a causa di internet) nel quale le decisioni diventano sempre più complesse anche per gli “esperti”. È ovvio che il cittadino medio non potrebbe far fronte a questa richiesta di “cultura della complessità” che la democrazia referendaria pretenderebbe, perciò dovrebbe decidere su questioni complicate affidandosi a “quel che si dice” in rete, ed illudendosi che la propria inesperienza e/o ignoranza del problema sia una virtù, mentre, al contrario, la sua dipendenza da internet (o dalla televisione) lo esporrebbe ad ogni sorta di manipolazione. Per questo Sartori chiude il suo ragionamento così: “Dio ci salvi, allora, dagli inesperti che ci propongono il governo diretto dall’inesperto trionfante, dal cittadino premi-bottone” (ivi, p. 88). Queste parole sono state scritte all’inizio degli anni Novanta; oggi esse, alla luce di quanto sta accadendo in Italia, sembrano risuonare come una profezia.



Prevengo ancora un’obiezione: anche il politico eletto in Parlamento non ha competenze specifiche, anche lui non è un medico e contemporaneamente un sociologo. Vero, ma nel suo partito ha le risorse che gli servono per poter decidere: ha una o più persone che hanno studiato il problema, che ne hanno a lungo discusso con gli esperti, che hanno riferito le loro conclusioni e, quindi, possono consegnare al politico rappresentante una competenza sulla questione su cui sarà chiamato a decidere. Tutto ciò ha richiesto tempo, studio, confronto, risorse: come può un singolo cittadino diventare competente nello stesso modo, tenuto conto che le questioni sulle quali dovrebbe decidere possono essere decine e decine ogni mese? Dovrebbe smettere di lavorare e trasformarsi in un “politico di professione”, cioè proprio in quella figura che gli apologeti della democrazia diretta dipingono come esecrabile e, quindi, da eliminare dalla politica.



Autogoverno, democrazia diretta, web democracy. Dietro ciascuna di queste parole si intravedono zone d’ombra assai pericolose, rischi seri per la libertà di espressione, per l’indipendenza di giudizio e soprattutto per il pluralismo delle opinioni. Non credo che la tecnologia possa illuminare queste zone semioscure e risolvere i problemi che le producono. Anzi, per certi versi l’illusione che, affidandosi alla téchne, si possa attuare una democrazia più vera e compiuta, può aggravare quei problemi, nascondendone l’esistenza, fingendo di averli già superati. Probabilmente è mal posta la domanda di partenza che i sostenitori della democrazia diretta rivolgono oggi alla politica; la domanda giusta non dovrebbe essere: “come fare per consentire a tutti di decidere su ogni questione?”; bensì questa: “come possiamo organizzare le istituzioni politiche affinché i governanti cattivi e incompetenti non facciano troppi danni, e affinché possano essere sostituiti senza spargimento di sangue?”. La domanda giusta, insomma, è quella che nel 1945 si poneva Popper ne La società aperta e i suoi nemici (Armando Editore, Roma 1996, cfr. ad es. p. 174). Non è importante chi deve comandare, e tanto meno il numero di chi comanda; è importante, insegnava Popper, come controllare chi comanda. Più che la partecipazione conta il controllo, poiché, come per la scienza, anche per la politica non si hanno sistemi di governo infallibili, ma solo sistemi in cui è possibile opporsi a chi decide e sistemi in cui non è possibile farlo: nel primo caso avremo una “società aperta” (espressione, secondo Popper, meno ambigua di “democrazia”); nel secondo caso avremo una “società chiusa”, ovvero totalitaria.
 
Karl R. Popper (1902-1994)
Ma anche alla base della società aperta dovranno esserci il sapere, l’equilibrio, la competenza. “La democrazia – afferma Sartori al termine del saggio che ho utilizzato in questo post – è un’apertura di credito all’homo sapiens, a un animale abbastanza intelligente da saper creare e gestire da sé una città buona. Ma se l’homo sapiens è in pericolo, la democrazia è in pericolo” (G. Sartori, op. cit., p. 327). Questo autore, com’è noto, ha indicato spesso nella televisione il principale nemico dell’homo sapiens: la comparsa dell’homo videns, scriveva Sartori, mette a repentaglio l’esistenza dell’animale sapiente, poiché la tv sostituisce al sapere le emozioni del vedere: “la televisione traduce i problemi in immagini; ma se poi le immagini non sono ritradotte in problemi, l’occhio mangia la mente: ché il puro e semplice vedere non ci illumina per nulla su come i problemi siano da inquadrare, proporzionare, affrontare e risolvere. Semmai è vero il contrario: tutto va fuori proporzione, e nemmeno si capisce più quali problemi siano fasulli e quali veri” (ivi, p. 326).





Oggi la comunicazione è ancora dominata dalla tv ma, come sappiamo, è internet che le sta rosicchiando sempre più spazio e appeal: l’homo navigans è migliore dell’homo videns? O sostituirà alla democrazia dell’incompetenza e dell’irrilevanza, creata dalla televisione, una democrazia totalitaria, convinta di essere nel giusto perché sostenuta da miliardi di clic su I like? Inutile fare profezie: meglio impegnarsi fin da ora ad inquinare internet con la cultura, nella speranza che qualcosa di questa rimanga domani a disposizione dell’homo sapiens. Domani, quando l’homo navigans, cliccando su un sì o su un no, deciderà il destino di un continente. (3 - fine)

martedì 2 aprile 2013

La democrazia diretta è un bene? Seconda parte.



Seconda parte: Estinzione dell’esecutivo e tirannia. Opposizione-collaborazione tra democrazia e liberalismo

Il filosofo Roberto Esposito

Scrive Roberto Esposito (tra i più importanti filosofi italiani della politica) che “l’Uno – il Bene, la Giustizia – non è traducibile in politica” (R. Esposito, Dieci pensieri sulla politica, (n.e.) Il Mulino, Bologna 2011, pp. 31-32). E ciò perché la politica è conflitto, molteplicità, divenire: impossibile ridurre ad uno ciò che per definizione è doppio e triplo, ciò che è fluido e inafferrabile. La possibilità di neutralizzare il conflitto, annullando le differenze, è atteggiamento “impolitico”; la politica, invece, è “irriducibilmente discorde” (p. 39).


Questa discordia “irrappresentabile”, afferma Esposito, è tanto più evidente nella democrazia. In Rousseau il valore della democrazia è la comunità, intesa come corpo organico e unitario, privo di differenziazioni. Il sistema democratico così inteso è talmente tanto difficile da rinvenire nella storia, che lo stesso Rousseau lo definisce al tempo stesso necessario e impossibile. Scrive infatti nel Contratto sociale: “a prendere la parola a rigore, una vera democrazia non è mai esistita né esisterà mai” (J. J. Rousseau, Il contratto sociale, in Id. Opere, a cura di P. Rossi, Sansoni, Firenze 1972, p. 309, citato da Esposito, op. cit., p. 59). Perché la democrazia immaginata dal filosofo ginevrino sarebbe così difficile da realizzare? Perché, spiega Esposito, essa consiste in “quel regime in cui tutti i cittadini, o almeno la maggior parte di essi, sono magistrati e cioè in cui la sovranità coincide tanto capillarmente con la volontà generale da bruciare tutte le scissioni da cui si presenta solcato il corpo politico: tra legislativo ed esecutivo, pubblico e privato, potere e sapere” (p. 60). Per Rousseau c’è vera democrazia solo se ciascuno è “incorporato” nell’Uno della comunità e del potere “in modo che ogni particolare – scriveva Rousseau nell’Emilio – non si creda più uno, ma parte dell’unità e non sia più sensibile che nel tutto” (J. J. Rousseau, Emilio, in Opere cit., p. 351, citato da Esposito, op. cit., p. 60).
 
Jean-Jacques Rousseau (1712-1778)
Qui è il punto dolente della democrazia diretta. “Sembrerebbe dunque – afferma Rousseau – che non si potesse avere una migliore costituzione che quella in cui il potere esecutivo fosse congiunto al legislativo: ma questo proprio rende tale governo insufficiente sotto certi rispetti, perché le cose che devono essere distinte non lo sono, e il principe e il sovrano, essendo la stessa persona, non formano, per così dire, che un governo senza governo” (J. J. Rousseau, Il contratto sociale cit., p. 308, citato da Esposito, op. cit., p. 61). In realtà, commenta Esposito, esiste una forma di governo in cui le duplicità e le molteplicità vengono unificate in Uno, in cui governanti e governati, esecutivo e legislativo, maggioranza e minoranza, palazzo del potere e strada del cittadino, alto e basso sono inscindibili: questo governo è la “tirannide”. “Tirannide – scrive Esposito – è l’unificazione coatta di ciò che deve essere distinto: legislativo ed esecutivo, diritto e giustizia, potere e sapere” (p. 61). Ma questa forma estrema di democrazia compie il rovesciamento della stessa nel suo contrario, producendo, insieme all’estinzione dell’esecutivo e dello Stato, quella della democrazia. “La soppressione dello Stato – scriveva Lenin in Stato e rivoluzione – è anche la soppressione della democrazia, e […] l’estinzione dello Stato è l’estinzione della democrazia” (V. I. Lenin, Stato e rivoluzione (1917), Editori Riuniti, Roma 1970, p. 155, citato da Esposito, op. cit., p. 63).
Lenin (Vladinir Ilic Ulianov, 1870-1924)

Esposito ricorda poi le critiche di Nietzsche, di Weber, di Kelsen e di Schumpeter al mito comunitario della democrazia diretta, basata sulla totale identificazione del corpo sociale con le istituzioni che governano. Per questi autori è anzi da mettere in discussione il concetto stesso di “bene comune” su cui si fondano i miti della comunità e della volontà generale. Se la democrazia ha una possibilità di sopravvivere senza diventare il suo contrario (tirannia) ciò può avvenire solo se accetta che il “corpo sociale” sia attraversato da diversità e fratture non armonizzabili, non riducibili, non neutralizzabili. Solo sottraendo alla democrazia il mito della comunità come corpo unico, essa può rimanere una proposta percorribile sul terreno politico. La democrazia deve restare “vuota di comunità” – per usare l’espressione di Esposito – se vuole tentare di governare il corpo sociale senza schiacciare il volere degli individui che lo costituiscono.



Ma se questo è vero, allora devono permanere le scissioni “classiche” della democrazia liberale: i cittadini non sono il governo e il governo non coincide con i cittadini; l’esecutivo non può coincidere con il legislativo e questo non può pretendere di diventare esecutivo; la giustizia assoluta non è la legge, e la legge non può diventare l’incarnazione della giustizia assoluta; il sapere non può coincidere con il potere e questo non può togliere al primo la sua autonomia sostituendosi alla libera ricerca; singolo e comunità, infine, devono rimanere ben distinti. Corollario di queste affermazioni è che la democrazia deve essere mediata da procedure, voti, controlli, confronti, istituzioni separate: se pretende di essere diretta, elimina gli spazi del dissenso e della diversità, elimina il controllo della minoranza sulla maggioranza. In una parola, si trasforma in dittatura.

Apparentemente, liberalismo e democrazia sembrano essere antitetici: il primo afferma la tutela dell’individuo e delle sue libertà inviolabili; la seconda tutela la comunità riducendo le differenze ad unum. Eppure, a ben vedere, è solo dalla collaborazione tra le due forme di governo che si può realizzare un sistema meno ingiusto dei due singolarmente presi. La democrazia dovrebbe garantire l’uguaglianza davanti alla legge, la solidarietà tra gli individui, la riduzione delle povertà più gravi e più diffuse. Tutto ciò, però, dovrebbe avvenire nel rispetto delle libertà del singolo: la democrazia non deve violare la sfera intima di queste libertà, sia di quelle che riguardano l’agire l’esteriore, sia di quelle che riguardano la coscienza dell’individuo. Allo stesso tempo, l’esercizio di queste libertà da parte del singolo non deve né violare le leggi comuni né mettere in discussione il vincolo di solidarietà che lo lega ai molti.

Perché il collegamento difficile tra liberalismo e democrazia si realizzi e partorisca almeno – mi si conceda la metafora – una “unione di fatto”, se non proprio un “sacro matrimonio”, occorre che si rispettino le forme e le divisioni classiche tra i poteri. La democrazia liberale deve essere “formale”, “procedurale” e basata sulla distinzione tra istituzioni e cittadini, oltreché tra esecutivo, legislativo, giudiziario. Se questo non avvenisse, la democrazia si caricherebbe di valori mitici, come spiega Esposito, proponendosi di realizzare la Giustizia, il Bene, il Volere del Popolo, l’Assoluto. In tal modo, come ho già detto, scivolerebbe nella dittatura, distaccandosi dal liberalismo.

Secondo alcuni (in decisa crescita numerica negli ultimi tempi) queste argomentazioni sarebbero state superate dagli sviluppi della tecnologia: questa, si dice, consentirebbe di realizzare la democrazia diretta e l’autogoverno. Il web, in particolare, permetterebbe di effettuare “referendum quotidiani” (per utilizzare, fuori contesto, la famosa espressione di Ernest Renan: “l'existence d'une nation est […] un plébiscite de tous les jours”: Qu’est-ce qu’une nation?, cap. III, 1882) su ogni questione, facendo coincidere, appunto, il governo con i governati. La democrazia rappresentativa, in tal modo, verrebbe superata da una nuova, più avanzata e più diretta democrazia popolare. Nel prossimo post vedremo se le cose stanno davvero così. (2 – continua)