sabato 8 giugno 2013

Prism: lo spionaggio telematico

Libertà o sicurezza?

 
Lo scoop del Guardian del 6 giugno scorso

Le rivelazioni del britannico Guardian del 6 giugno scorso, cui sono seguite, il giorno successivo, quelle del Wall Street Journal e del Washington Post, stanno portando alla luce la dimensione assunta dalle intercettazioni spionistiche effettuate dall’Nsa e dall’Fbi negli Stati Uniti d’America (per le notizie relative vedi ad esempio il Corriere della sera on line qui e qui).


Si tratta di un’attività di controllo e archiviazione di conversazioni e dati privati circolanti sulle linee telefoniche dei principali provider statunitensi (Verizon, At&t, Sprint), nonché nelle chat, nei motori di ricerca internet e, a quanto sembra, anche su Youtube. Persino i movimenti delle carte di credito di milioni di individui sarebbero stati spiati. Il tutto è avvenuto per effetto di un programma di controterrorismo denominato “Prism”: varato dall’amministrazione Bush, è stato adottato anche dal governo di Obama che sembrerebbe averne fatto un uso abnorme. Come scrive Andrea Stroppa sull’Huffington Post, Prism “darebbe accesso immediato all’Nsa e all’Fbi ai server ed ai dati personali degli utenti dei nove colossi più importtanti della rete: Microsoft, Yahoo!, Google, Facebook, PalTalk, Aol, Skype, Youtube e Apple” (A. Stroppa, Prism: la dura verità, l’uscita che non esiste, ma anche un insegnamento, Huffington Post, 7/6/2013). Niente privacy su internet, ma neppure nelle conversazioni via etere e via cavo effettuate con un qualsiasi dispositivo telefonico (sugli aspetti tecnici di Prism cfr. Maurizio Molinari, Dalle cimici ai metadati, la cyber-intelligence sta tutta in un algoritmo, in La Stampa, 8/6/2013).



Che il problema della riservatezza sia il più delicato nell’uso della rete, credo che ormai sia noto a tutti i suoi utilizzatori. Che una grande potenza come gli Stati Uniti, impegnata da decenni nel conflitto contro il terrorismo e nelle questioni, altrettanto delicate, della sicurezza dei suoi cittadini, fosse intenzionata a controllare e spiare la vita di milioni di individui, anche insospettabili, lo sappiamo almeno da quando George Bush jr. ha ottenuto dal Congresso, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il via libera al Patriot Act che rafforzò i poteri di Cia, Fbi e, appunto, Nsa. Sapevamo anche che altrettanto stavano facendo, sia pure con minor dispiego di mezzi, molti altri paesi soggetti alla minaccia terroristica.

Il Presidente Obama durante la
conferenza stampa di ieri, 7 giugno
Ciò che invece spesso fingiamo di non sapere è che in ogni paese del mondo una parte rilevante delle operazioni di controllo e di prevenzione del crimine, nonché di difesa del territorio e della sicurezza nazionali, è costituita da quelle attività che gli americani chiamano covered, ovvero segrete e, in quanto tali, svolte con modalità che sono talvolta, se non sempre, semilegali o addirittura contra legem. Quel che voglio dire è che persino un progetto di protezione della sicurezza nazionale deliberato regolarmente da un organo legislativo, come sembrerebbe essere Prism (lo ha ribadito ieri il Presidente Obama: vedi qui), persino un simile programma, per quanto scelto e deliberato attraverso un percorso rispettoso della legge e dei diritti dei cittadini, nel momento della sua esecuzione deve essere sottratto all’attenzione del pubblico e dei mezzi di comunicazione, pena il suo fallimento. Per sua stessa natura, un progetto di controllo delle identità sospette non può essere trasparente, né l’operato di chi lo attua può essere sottoposto ad un referendum popolare quotidiano. Ed è proprio per questa natura segreta che l’attività degli organi di polizia e di spionaggio rischia di violare i limiti della riservatezza individuale, poiché accumulerebbero così tante informazioni da costituire una minaccia per la libertà e per l’indipendenza dei singoli.


Non sto elogiando il governo degli Stati Uniti per il progetto in questione, né intendo imbarcarmi nell’impresa di scrivere l’apologia delle azioni di intelligence più o meno “coperte”. Ma non posso evitare di chiedermi se accettare la presenza di cani da guardia, che si muovono nell’ombra e su un terreno confinante con il crimine, non sia una tragica conseguenza del complesso sistema di comunicazione che abbiamo costruito negli ultimi 30 anni. Come può garantire la propria difesa una nazione se le informazioni che circolano sul suo territorio, e al di fuori di esso, possono trovare migliaia di canali aperti e liberi, attraverso i quali potrebbero farsi strada i messaggi e i comportamenti più pericolosi? Come è possibile garantire l’incolumità di tutti in un mondo in cui tutti comunicano come e con chi vogliono, trasferendo dati di qualsiasi tipo, in qualsiasi luogo del pianeta? È ancora possibile parlare di sicurezza in un simile mondo? O meglio: è ancora possibile conciliare la tutela della sicurezza con quella delle libertà individuali?
 
Time del 13 maggio 2013
La domanda che mi pongo è sentita come vitale negli Stati Uniti, soprattutto dopo l’attentato di Boston. Di recente la rivista Time ha ricostruito la vicenda di Tamerlan Tsarnaev, rimasto ucciso nell’aprile scorso in uno scontro a fuoco con la polizia che tentava di acciuffarlo (cfr Massimo Calabresi & Michael Crowley, Homeland Insecurity. How far should the U.S. go?, in Time, May 13, 2013). Chi era Tamerlan Tsarnaev? Uno degli attentatori della maratona di Boston del 15 aprile, uno dei due fratelli ceceni che hanno piazzato ordigni artigianali (pentole a pressione zeppe di chiodi) lungo Boylston Street, vicino al traguardo della corsa, ordigni la cui esplosione ha provocato la morte di tre persone e il ferimento di altre 200, alcune delle quali sono rimaste gravemente mutilate. Ebbene, Tamerlan, come ha spiegato il Time, aveva seguito un graduale percorso verso la sponda radicale dell’islamismo, tanto da trasformarsi in pochi mesi, da boxer perfettamente integrato nel sistema consumistico nordamericano, in una potenziale minaccia per la sicurezza dei cittadini. I servizi segreti americani lo avevano intercettato già nel 2011 ma, dopo aver seguito le procedure di controllo previste dalla legge, non riscontrando nel suo comportamento politico nulla più che un atteggiamento politico radicale, hanno interrotto ogni indagine, classificando il soggetto come non pericoloso. Anche la sua ribellione dell’agosto 2012 contro la Islamic Society di Boston non passò inosservata, perché Tamerlan apostrofò violentemente l’imam della moschea durante un sermone (che il giovane contestatore riteneva in contrasto con l’Islam) attirando su di sé l’attenzione di molte persone. Eppure anche in quell’occasione non fu sottoposto ad indagine.
 
L'attentato di Boston del 15 aprile scorso
Ma non è finita qui: Tamerlan subito dopo questa sparata aprì un canale Youtube in cui postò parecchi video di promozione dell’attività islamista radicale. In uno di questi si vedevano militanti armati che si addestravano; in un altro si celebrava la sconfitta degli infedeli attraverso la jihad. Le autorità avrebbero potuto intervenire, ma non lo fecero, ritenendo superflua un’indagine nei confronti di un ennesimo radicale islamista che avrebbe potuto appellarsi al primo e al quarto emendamento della Costituzione americana (quelli che garantiscono: la libertà di culto, parola e stampa; la difesa da perquisizioni, arresti e confische irragionevoli). “Un attento agente federale - commentano gli autori dell’articolo del Time - avrebbe potuto ravvisare in questi atteggiamenti un modello di comportamento pericoloso”.
 
Tamerlan Tsarnaev
Quando si è saputo che Tamerlan era già noto alle autorità, si è acceso un rabbioso dibattito a Washington su come utilizzare e condividere certe informazioni, che potrebbero servire nell’azione di prevenzione degli attentati. La vicenda degli attentatori di Boston è sembrata a molti la replica di quel che era accaduto l’11 settembre, quando fallì proprio la comunicazione tra i servizi di intelligence e la magistratura che dovrebbe autorizzare i controlli più delicati. In entrambi i casi nessuno violò la privacy dei soggetti potenzialmente più pericolosi, al fine di approfondire la conoscenza di comportamenti sospetti. Eppure, dopo l’attentato alle Torri gemelle, le leggi sul controterrorismo avevano affidato all’Fbi poteri di investigazione più aggressivi e più penetranti. Come mai nel caso dei fratelli Tsarnaev non hanno funzionato?


Il Time sostiene che con Obama queste leggi non sono venute meno, ma la nuova amministrazione ha inaugurato nei confronti del mondo islamico, specie nei confronti dei musulmani viventi in  America, una diversa strategia, basata sulla conquista della loro fiducia, sul dialogo e sulla cooperazione, al fine di prevenire il terrorismo piuttosto che reprimerlo. Inoltre, per effettuare operazioni “sotto copertura”, un agente dell’Fbi oggi deve chiedere il permesso ad una speciale commissione di Washington che rilascia di rado questo genere di autorizzazioni. Le nuove linee guida di Obama potrebbero aver ridotto l’attenzione degli agenti federali? Philip Mudd, ex cacciatore di terroristi per conto di Fbi e Cia, dichiara al Time che “nemmeno se volessimo potremmo controllare tutti i radicali presenti nel nostro paese”; e del resto – aggiunge - non solo “anche i Padri Fondatori erano radicali”, ma bisogna ricordare che “noi [americani] abbiamo una Costituzione la quale dice che sul nostro territorio si è liberi di essere radicali e di parlare comunque si voglia parlare”. Nel 2011, infine, il Consiglio per le relazioni Islamico-Americane querelò l’Fbi per aver violato i diritti civili dei musulmani nel sud della California, poiché erano stati usati agenti infiltrati nelle moschee e si era così attuata una “sorveglianza indiscriminata”.


È comprensibile che, schiacciati tra le nuove procedure volute da Obama e il rischio di essere denunciati per la violazione del Quarto emendamento, gli organismi di sorveglianza debbano muoversi con maggior attenzione, con minor pubblicità possibile, con minor trasparenza, con più segretezza. Oppure scegliere di allentare i controlli, di rinunciare ad indagare a fondo nella vita di cittadini sospetti, di evitare di rovesciare le esistenze di individui comuni come un calzino, con il rischio di trovarvi pochissimo. In entrambi i casi essi corrono un rischio: nel primo caso di venire smascherati e accusati di violare la privacy dei cittadini; nel secondo caso di aver agito con leggerezza e di non essersi accorti per tempo di una potenziale minaccia. Gli Stati Uniti hanno vissuto, nell’ultimo mese, entrambe le circostanze: il caso di Boston ha mostrato i limiti operativi delle agenzie di controllo; il caso Prism ha messo in luce i rischi di violazione della libertà personale che le loro attività più efficaci possono generare.

Questa schizofrenica situazione è presente anche nell’opinione pubblica americana. Il sondaggio pubblicato dal Time documenta che il 40 % della popolazione degli Usa teme che qualche membro della propria famiglia possa rimanere ucciso in un attentato terroristico; il 41% pensa che il governo abbia gli strumenti per prevenire gli attentati; il 61% ritiene addirittura che il governo, dopo Boston, assumerà decisioni restrittive delle libertà civili. Ma ben il 59% dei cittadini americani è oggi più preoccupato che mai della possibilità che il governo spii le telefonate private, che intercetti le comunicazioni via e-mail, che eserciti insomma un controllo capillare sulle vite degli individui.



Sicurezza o libertà? È possibile farle convivere in un mondo sempre più globalizzato e intercomunicante? Come prevenire gli attentati preservando al contempo la nostra libertà, di cui la riservatezza delle comunicazioni è parte integrante? Il dibattito negli Usa è iniziato, mentre da noi langue. In Italia, ad esempio, si preferisce usare strumentalmente tali questioni: se Bush emana il Patriot Act la sinistra lo attacca e lo condanna perché, spiando le nostre vite con il pretesto della sicurezza, farebbe gli interessi delle multinazionali. Se è Obama ad attuare norme simili la stessa sinistra tace imbarazzata, ma si scatena la destra che lo accusa di essere meno affidabile del suo predecessore. Da notare che questi atteggiamenti faziosi non esistono tra le forze politiche statunitensi: di fronte agli attacchi della stampa sul caso Prism, non solo il Partito democratico, ma anche quello repubblicano ha preso le difese del Presidente, mostrando una lungimiranza bipartisan del tutto impensabile nel nostro paese.




Naturalmente il rischio di essere spiati dal governo deve preoccupare ogni vero amante della libertà. Tuttavia credo che la domanda posta dal Time sia pertinente: “poiché il Quarto emendamento tutela i cittadini contro le indagini irragionevoli, sembra corretto chiedersi cosa sia un’indagine ragionevole, in un mondo in cui un individuo solitario può confezionare una bomba con una pentola a pressione” (art. cit. del Time). Perciò, svegliamoci: prima cominceremo a porci questo interrogativo anche qui, in Europa, prima potremo cercare gli strumenti per mantenere in equilibrio sicurezza e libertà. Ma prima dovremo aver trovato una risposta a quest’altro interrogativo: nell’era di internet, esistono ancora la libertà e la sicurezza?

martedì 4 giugno 2013

Un anno di blog. Auguri Tersite!

BUON COMPLEANNO TERSITE!



Un anno di post e di commenti, talvolta proseguiti per email o su facebook, si è concluso oggi. 365 giorni di blog, giorni faticosi ma avvincenti, anzi divertenti. Il bello di un blog è che si tratta di una creatura prona al volere del suo autore: i momenti in cui si pensa al prossimo articolo, in cui lo si scrive e poi lo si correda di immagini non sono soltanto istanti di creatività, sono anche occasioni di divertente provocazione. Non si sa mai come reagirà il volubile pubblico di internet a ciò che si scriverà: si arrabbierà? Sarà persuaso dai nostri argomenti? Si interesserà? Ci volterà le spalle? Giudicherà sensato o del tutto irragionevole quel che posteremo?

Devo dire, come ho già notato al termine del 2012, che il successo di Tersite ha sorpreso me per primo. Mi attendevo poche visite giornaliere, invece il blog ha toccato la vetta delle 20.000 visualizzazioni in 12 mesi, con oltre 100 commenti. Tutto questo traffico non era nelle mie previsioni. Forse non è proprio privo di senso quel che ho scritto, forse è servito ad accendere una discussione, una riflessione, un’idea critica. Se è così, gli obiettivi che mi proponevo, bene o male, sono stati raggiunti: divertirsi con internet, contribuire ad “inquinarlo”, come piace dire a me, con un po’ di ragione critica.


Non è facile farsi ascoltare nella nostra epoca, specie se si usa un mezzo di comunicazione affollato come internet. Ma i risultati fin qui ottenuti mi incoraggiano a proseguire, anche se ora, immagino, la sfida sarà più difficile: occorre andare avanti e ampliare la platea dei lettori, magari cercare di coinvolgerli di più. Non so le forze mi consentiranno di inseguire quest’ultimo obiettivo: produco e curo il blog da solo, da casa mia, senza alcun aiuto economico, ritagliando il tempo dai rari momenti di libertà che il lavoro e la famiglia mi concedono. Per coinvolgere di più il pubblico dovrei investire di più nel blog, più tempo e più risorse, magari trasformandolo in qualcosa di diverso: un sito, una rivista on line, una palestra di scrittura e di lettura aperta a tutti, una piccola azienda. Per ora mi sembra una meta temeraria.


Ma cercherò di mirare all’altro obiettivo, l’ampliamento del numero dei lettori. Ambizione? Narcisismo? Vanità e smania di notorietà? Che volete che vi risponda… Certo, un oscuro desiderio di celebrità pubblica deve avermi mosso dal profondo, altrimenti non avrei avviato un’impresa così economicamente improduttiva, così palesemente non redditizia. Più forte ancora, però, è stata, ed è tuttora, un’illusione: che internet potesse essere piegato ai tempi e alle esigenze del pensiero, che potesse servire il pensiero, anziché condizionarlo o, peggio, assoggettarlo. Questa, per me, è stata, ed è, la vera sfida, e siccome non l’ho ancora vinta dovrò continuare, cercando di convincere quanti più individui pensanti che dobbiamo essere noi uomini a dominare la rete, se non vogliamo che essa soffochi la nostra ragione. Questo è l’impulso che ho sentito battere nel cuore, prima ancora che nella mente: l’amore per il nostro umiliato senno, che non mi arrendo a considerare del tutto sconfitto di fronte alla seduzione del web.


Perciò andrò ancora avanti, grazie ai lettori vecchi, che spero continueranno a seguirmi, e a quelli nuovi, che mi impegno a conquistare. Allora auguri, Tersite, buon compleanno e, soprattutto, buona fortuna!

sabato 1 giugno 2013

Errori e incontinenze di un leader

Il Grillo-padrone



Ha ragione Renzi: un partito che aspiri a governare il Paese non può fare a meno di un leader.


Un leader, innanzitutto, dovrebbe essere eletto democraticamente all’interno del suo partito, dovrebbe essere riuscito ad ottenere il consenso degli iscritti sulla base delle sue idee, del suo programma, dei suoi propositi. Di un leader siffatto si apprezzerebbero la capacità di parlare, la verve dialettica, la sicurezza nel mettere in difficoltà gli avversari, magari l’ironia. E, naturalmente, se ne apprezzerebbero gli argomenti, le proposte e, ancor di più, il realismo delle proposte. Un leader siffatto dovrebbe accettare sempre il confronto con gli avversari e con il pubblico, se fosse forte e sicuro dei propri argomenti. Un leader siffatto, infine, dovrebbe accettare per principio la logica della battaglia leale: se vincesse dovrebbe riconoscere l’onore delle armi al proprio avversario; se perdesse dovrebbe accettare la sconfitta e ammettere il valore di chi l’ha battuto.
 
Giovanni Verga (1840-1922)
Tutt’altra cosa è un padrone. Il proprietario di un movimento o di un partito non accetta di essere eletto o deposto dai suoi iscritti, come accade per il leader di un partito democratico. La sua creatura è frutto del suo investimento, è “roba” sua; perciò, se egli finisse nel fango o nella tomba pretenderebbe, come il Mazzarò di Verga, che la sua proprietà se ne andasse con lui, non accetterebbe di lasciarla nelle mani di un estraneo. Sì, di un estraneo: perché in un simile movimento anche gli iscritti, dal punto di vista del proprietario, sarebbero degli estranei, mere appendici di un organismo che è tutto dipendente dal suo padrone e dalle sue idee, naturalmente, ma anche dal suo carattere e dalle sue inclinazioni, persino dalle sue fobie e dalle sue ossessioni. Un movimento o partito di esclusiva proprietà di un solo soggetto non è un’organizzazione politica democratica, ma è un’azienda. E, come accade per tutte le aziende, la sua mission è di trovare la giusta strategia comunicativa per imporsi all’attenzione del pubblico, al fine di diffondere il più possibile il proprio prodotto, costituito in questo caso dalle personali convinzioni del proprietario. Un partito-azienda non convoca congressi per discutere con gli iscritti la propria linea politica; non seleziona il proprio personale attraverso competizioni basate sul confronto delle idee e degli argomenti; non si espone alle critiche dei propri avversari. Un partito-azienda ha un programma, certo, ma deciso e imposto dalla struttura proprietaria; ha i suoi iscritti e persino i suoi funzionari, ma scelti attraverso criteri imposti dal padrone il quale, alla fin dei conti, non accetterebbe mai di trovarsi tra i piedi qualcuno più forte di lui, più in gamba di lui, più carismatico di lui: sarebbe come cedere gratuitamente la proprietà della ditta a chi non ha investito nulla nella sua fondazione.


In Italia abbiamo due partiti che sono sorti e si sono imposti in questo modo: Forza Italia di Berlusconi e il Movimento 5 Stelle di Grillo. Eppure, sebbene accomunati da molte analogie (un fondatore-padrone; la completa dipendenza dalle risorse economiche di questo; l’impiego esplicito di potenti strumenti di comunicazione per imporsi all’attenzione del pubblico; l’uso di un linguaggio innovativo e dirompente, più simile a quello dello spettacolo che a quello della politica; l’assenza di una vera classe dirigente, interamente cooptata dal proprietario; l’allergia verso i congressi - che entrambi non hanno mai convocato; la venerazione per il capo; la scarsa, se non del tutto assente, democrazia interna), sebbene analoghe, dicevo, queste due organizzazioni, sorte entrambe sulle rovine di una repubblica (Forza Italia su quelle della prima; il M5S su quelle della seconda), sono profondamente diverse nell’azione politica. Il partito-azienda di Berlusconi bene o male ha accettato le regole del sistema rappresentativo, confrontandosi e persino mescolandosi con la vecchia classe dirigente; il partito-azienda di Grillo ha invece coltivato, fin dall’inizio, il mito della propria diversità e della propria purezza, rifiutando ogni collaborazione, ogni alleanza, ogni confronto.



Il M5S, per ordine del suo padrone, ha rifiutato di collaborare con il partito uscito semi-vincente dalle elezioni di febbraio; ha rifiutato di confrontarsi de visu con i suoi avversari; ha rifiutato di dialogare con i mass media nazionali. Ha preferito chiudersi su se stesso, ossessivamente concentrato su poche simboliche pratiche: il controllo delle spese dei deputati eletti; la negazione di interviste; l’espulsione dei trasgressori degli ordini padronali; la produzione in quantità industriali del dileggio, dell’insulto, dell’ingiuria rivolta alla persona dell’avversario, deriso per i suoi difetti fisici, per il suo accento, persino per la sua età.
 
Parlamentari 5 Stelle
In tal modo il M5S è precipitato in un baratro di paradossi. Un movimento nato con l’idea di portare la voce diretta dei cittadini in un sistema corrotto e ingessato, si è rivelato privo di democrazia proprio al suo interno; un leader che ha fatto della consultazione referendaria telematica uno dei suoi cavalli di battaglia, ha dimostrato di non saper accettare alcuna critica, sia che nasca dall’interno, sia che provenga dall’esterno del movimento; un programma innovativo, fino a rasentare l’utopia, è rimasto allo stadio di pura intenzione metafisica a causa del rifiuto categorico di ogni collaborazione con gli altri partiti; una campagna elettorale tutta protesa verso l’obiettivo del cambiamento, e addirittura della rivoluzione, si è capovolta in Parlamento nel suo contrario: immobilismo, assenza di azione e di decisione, mancanza di iniziativa.
 
Pier Luigi Battista, giornalista
del Corriere della sera

Questi paradossi hanno precluso al M5S la possibilità di dare il proprio contributo al cambiamento. Un’autoesclusione che ha un’unica causa: la volontà narcisistica del leader-padrone di anteporre la difesa della propria presunta purezza al bene della nazione. Solo così si possono spiegare i recenti scomposti interventi di Grillo, talmente privi di razionalità e di equilibrio da apparire quasi isterici: dalla scomunica comminata a Milena Gabanelli agli insulti nei confronti di Pier Luigi Battista e di Rodotà; dal non ammettere che quello presieduto da Letta è l’unico governo possibile (dato il rifiuto dei grillini di farne parte), alle colleriche accuse rivolte agli italiani per la recente debacle elettorale. Un comportamento che rischia di trascinare nella rovina un movimento che pure potrebbe avere potenzialità innovative: formato da nuovi volti, tutti estranei alla politica degli anni passati, il M5S, se liberato dalla tirannia di Grillo, potrebbe diventare protagonista di una politica di rinnovamento. Non è l’inesperienza dei deputati pentastellati a costituire un ostacolo a ciò, né la loro giovane età: esperienza e capacità si formano con il tempo, e ogni grande trasformazione della storia ha avuto bisogno dell’energia dei giovani per essere realizzata. Il vero ostacolo che impedisce al M5S di essere una risorsa politica per la democrazia è il suo leader e padrone, il signor Beppe Grillo. Purtroppo costui non cederà mai, di sua spontanea volontà, le redini del comando; c’è solo da sperare in una ribellione da parte degli iscritti e dei deputati, oppure in una scissione del movimento. L’ho già scritto una volta (post del 10 marzo scorso) e lo ripeto: grillini, svegliatevi! È ora che vi ribelliate a Mazzarò, il proprietario dell’organizzazione che, finora, ha rimediato solo una serie di brutte figure, coinvolgendo anche voi in un pessimo spettacolo, anzi usandovi come testa d’ariete per perseguire le sue finalità. Le quali, mi sia consentito dirlo senza apparire profeta di sventura, appaiono di giorno in giorno sempre meno limpide e sempre più pericolose.


martedì 28 maggio 2013

Uscire dall'Euro?

La lettera di Luca.
Seconda parte: I rischi dell’uscita dall’Euro



Vediamo ora il possibile scenario di un'Italia senza Euro.
L'uscita dall'Euro è sostenuta dagli euro-scettici che vorrebbero staccarsi dalla BCE per riacquistare la sovranità monetaria: facendo stampare moneta alla Banca d'Italia, pensano di risolvere così i problemi dell'Italia, ingabbiata nella trappola dello spread e del rigore di bilancio imposto dalla Germania.
 
L'impennata dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi nel 2011

In realtà la questione è molto tecnica e dai risvolti imprevedibili.
Intanto ricordiamo perché si è introdotto l'Euro. Scopo principale dell'Euro è di eliminare le barriere alla circolazione di beni, servizi e capitali. Con la moneta unica si dovrebbe raggiungere e la possibilità di acquistare qualunque bene o servizio in qualunque Paese europeo, pagandolo lo stesso prezzo. Oggi evidentemente siamo ben lontani da questo obiettivo, ed anche la circolazione delle merci è soggetta a molti limiti per colpa delle legislazioni delle singole nazioni, tutt'altro che organiche ed omogenee.
 
L'Eurozona
Se l'Italia uscisse dall'Euro nessuno sa cosa potrà succedere, ma tutti i maggiori economisti sono d'accordo sul fatto che in un primo momento (che potrebbe durare, mesi, anni o decenni, nessuno lo sa) i problemi saranno senz'altro importanti ed avranno un fortissimo impatto sull'economia reale, e quindi sul tenore di vita. Soprattutto su quello delle fasce più a rischio, ovvero su chi non ha capitali indicizzati o dislocati all'estero, convertiti in altre valute.

Le conseguenze a cui si andrà sicuramente incontro saranno:


1) LA FUGA DI CAPITALI. L'uscita da un'unione monetaria, con l'adozione di una nuova valuta, è un passaggio tecnicamente difficile che deve avvenire con un'operazione-lampo, gestita nell'arco di poche ore e accompagnata dal blocco provvisorio dei movimenti di capitale. Così è avvenuto, per esempio, nella Repubblica Ceca e in Slovacchia che negli anni '90, dopo la caduta dei regimi dell'est, avevano mantenuto per qualche anno una traballante unione monetaria. Se l'operazione di uscita dall'Euro non viene gestita bene e non rimane confinata nel segreto delle stanze diplomatiche, si rischia una fuga di capitali all'estero. Non appena sarà chiara la volontà dell'Italia di abbandonare la moneta unica, molti investitori saranno infatti spinti a darsela a gambe, spostando le attività finanziarie detenute nel nostro paese verso nazioni con una valuta più forte.


2) IL DEBITO. Oggi tutto il debito pubblico italiano ha un valore espresso in Euro (circa 2mila miliardi di Euro). Cosa accadrebbe se il nostro paese adottasse una nuova valuta al posto della moneta unica? I possessori dei titoli di stato (soprattutto gli stranieri che detengono ancora più di un terzo del nostro debito), difficilmente accetteranno di convertire i loro crediti in una nuova moneta che vale meno. In altre parole, chi possiede i Buoni del Tesoro pretenderà che vengano ripagati in Euro (cioè nella valuta in cui sono stati emessi), anche a costo di affrontare cause legali contro lo Stato italiano. Dunque, è probabile che il nostro paese sia comunque costretto a rimborsare l'attuale stock di debito in Euro, mentre il suo prodotto interno lordo (Pil) sarà espresso in una nuova moneta che vale meno. In questo modo, il rapporto tra debito pubblico e pil (che oggi è poco sotto il 130%) rischia di schizzare verso l'alto alla velocità della luce.


3) LE IMPORTAZIONI. Spesso i fautori dell'uscita dall'Euro mettono in evidenza i potenziali benefici che il nostro paese avrebbe adottando una moneta svalutata, come la vecchia Lira. In questo modo, infatti, le nostre esportazioni riprenderebbero a viaggiare con il turbo, acquistando grande competitività sui mercati. Ci si dimentica, però, di due cose: innanzitutto, l'export made in Italy non va affatto male, anzi oggi è tornato ai livelli precedenti la crisi economica, nonostante l'esistenza dell'Euro. In secondo luogo, l'Italia non è soltanto una nazione esportatrice ma anche e soprattutto un paese grande importatore di materie prime. Il deficit energetico del nostro paese, per esempio, è attorno a 65-70 miliardi a causa dell'import di gas e petrolio, il cui valore sui mercati internazionali viene espresso in dollari, e si impennerebbe all'improvviso se l'Italia avesse una moneta svalutata.
Occorre ricordare, infine, che il nostro paese ha la seconda industria manifatturiera d'Europa, che eccelle in alcuni segmenti come la meccanica industriale, particolarmente bisognosi di materie prime.


4) L'INFLAZIONE E I TASSI D'INTERESSE. Non appena un paese decide di svalutare la propria moneta, ovviamente corre il rischio di una fiammata dell'inflazione a causa di un maggior costo delle materie prime importate, che indirettamente finiscono nel carrello della spesa. Quando i prezzi aumentano troppo, inoltre, la Banca Centrale di un paese tenta spesso di fermarli aumentando anche i tassi di interesse, cioè il costo del denaro. Al momento, una possibile fiammata inflazionistica non viene considerata tra le conseguenze più gravi dell'uscita dall'Euro, anche se non va mai dimenticato ciò che è già successo nella storia italiana, soprattutto negli anni '70 e '80. In passato, il nostro paese ha effettuato più volte delle svalutazioni competitive della Lira, guadagnandosi però un triste primato: quello di avere dei tassi d'interesse e una crescita dei prezzi altissimi, entrambi a due cifre.




Questa è la reale portata delle prevedibili conseguenze dell’uscita dall’Euro. I signoraggisti/complottisti pensano che l’abbandono della moneta unica sia non solo fattibile, ma soprattutto conveniente. Essi rendono così credibili le loro storie perché effettivamente sono logiche, ma partono da presupposti sbagliati. E mi ricordo che nel sillogismo aristotelico se si parte da premesse false, si arriva a conclusioni false, anche se il ragionamento è logicamente valido. È facile cadere nel tranello! (2-fine)

Aristotele (part. de La Scuola di Atene di
Raffaello, Musei Vaticani)

domenica 26 maggio 2013

L'Euro e la BCE truffano i cittadini?

Luca Capomagi è un mio ex studente. Oggi è laureando in Economia. Colpito dalle affermazioni demagogiche di chi afferma che la Banca Centrale Europea sarebbe una truffa inventata dal sistema finanziario per danneggiare gli Stati e i cittadini, mi ha inviato la lettera sottostante: un po’ per discutere della questione con il sottoscritto, un po’ per sfogarsi contro i complottisti. Con il suo consenso, ho deciso di pubblicare la lettera, mettendola a disposizione dei lettori del blog e suscitare, se non un dibattito, almeno una riflessione sulla nostra appartenenza alla UE. Credo sia importante, in questa congiuntura storica, informarsi bene sulla questione, poiché vi sono forze politiche che stanno ponendo al centro dei loro propositi l’uscita dall’Euro, o addirittura dall’Unione.

La lettera è molto lunga, perciò mi sono permesso di dividerla in due. La parte pubblicata oggi è la più complessa: si occupa delle problematiche collegate all’emissione dell’euro e si cimenta in una confutazione delle teorie cospirazioniste. Queste ultime sostengono, in particolare, che dietro l’emissione di “moneta a debito”, da parte della BCE, vi sarebbe un profitto non dichiarato, chiamato “signoraggio”, che sarebbe intascato impunemente dalla Banca Europea e dal sistema finanziario in genere. Luca cerca di dimostrare che queste convinzioni sono castelli campati in aria.
La seconda parte della lettera (che posterò tra qualche giorno) si occupa delle conseguenze che l’Italia potrebbe patire nel caso (malaugurato) di uscita dall’eurozona. Della questione mi ero occupato nel post del 23 agosto 2012.

Ringrazio Luca per aver accettato di pubblicare la sua missiva e lascio la parola ai lettori del blog. Buona lettura!



La lettera di Luca.
Prima parte: Signoraggio, moneta a debito, riserva frazionaria

L'Euro Tower di Francoforte sul Meno, sede
della Banca Centrale Europea
Proverò ad essere esauriente e a spiegare in modo semplice le fasi della creazione della moneta; poi mi soffermerò su cosa potrebbe accadere se uscissimo dall'Euro. Ci metterò di mezzo anche tre concetti tanto cari ai “signoraggisti” ed ai “complottisti”: SIGNORAGGIO, MONETA A DEBITO, RISERVA FRAZIONARIA, concetti reali ma diversi da come costoro ce li vogliono far apparire.

PREMESSA:
- La Banca Centrale (da ora BCE), PER STATUTO (vedilo qui) è l'unica a poter creare moneta e, sempre PER STATUTO, distribuisce gli utili agli Stati.
- Tutte le Banche Commerciali (da ora BComm) hanno un conto aperto presso la Banca Centrale Nazionale (Banca d'Italia), che rappresentano la RISERVA OBBLIGATORIA.
- La BCE agisce nel mercato SOLO attraverso le BComm, MAI direttamente.
 
Propaganda contro il signoraggio
COME I SIGNORAGGISTI CREDONO CHE SI CREI LA MONETA:
1) La BCE crea 100€ “dal nulla” ad un costo irrisorio (1€)
2) Ogni Stato dà alla BCE 100€ di Titoli
3) Alla scadenza del Titolo lo Stato paga alla BCE il 3% di interesse (3€) e riprende il Titolo.
TRUFFA! SCANDALO! La BCE ha guadagnato 102€! [100 – 1(costo di fabbricazione) + 3(interessi)]. Vogliamo la sovranità monetaria, cosi possiamo stampare tutto quello che vogliamo: il reddito di cittadinanza, l’annullamento del debito pubblico ed altro ancora!





Affermazioni, reperibili on line, di "signoraggisti"
IN REALTA' LA BCE NON PRESTA DENARO ALLO STATO!
VEDIAMO ALLORA COME SI CREA LA MONETA VERAMENTE:
CONCETTO BASE 1) La BComm usa PARTE dei depositi per concedere prestiti o fare investimenti (RISERVA FRAZIONATA). Riserva frazionata significa che di ogni deposito che il privato (o l'azienda) fa in banca, una parte viene conservata nei caveau della banca (è la RISERVA OBBLIGATORIA, ed è una percentuale non fissa, le cui oscillazioni fanno aumentare o diminuire l'offerta di moneta, cioè la quantità di moneta in circolazione), e la restante parte serve a concedere nuovi prestiti. Si può dire che così facendo la BComm crei moneta, ma in realtà la quantità di denaro reale esistente è sempre la stessa.

CONCETTO BASE 2) Se la BComm concede prestiti significa che il debitore (chi ha ricevuto il prestito) ha emesso un' OBBLIGAZIONE e che la BComm ha comprato tale titolo. Se a chiedere il prestito è lo Stato, l'obbligazione che questo emette si chiama TITOLO DI STATO.
[DOMANDA: quindi se io do 100€ alla banca, questa li presta a qualcun altro? E se io rivoglio i miei 100€? RISPOSTA: se paradossalmente tutti i correntisti andassero contemporaneamente in banca a prelevare i loro depositi (cosiddetta “corsa agli sportelli” o “bank run”), la banca non avrebbe denaro a sufficienza. Questa però è un avvenimento più unico che raro, teorizzato sì, ma che non è successo nemmeno a Cipro, o con lo scandalo Monte Paschi. A demotivare la corsa agli sportelli c'è poi il FITD (Fondo Interbancario Garanzia Depositi): il Fitd è supervisionato dalla Banca d'Italia ed è un consorzio istituito nel 1987 al quale tutte le banche italiane (a eccezione delle banche di credito cooperativo che hanno comunque una garanzia "gemella" come quella del Fitd) sono obbligate ad aderire assieme alle banche extracomunitarie che hanno filiali in Italia.].
 
Altri slogan di "signoraggisti"
Ma torniamo alla questione della creazione della moneta. Perché serve stampare moneta? Perché il correntista può chiedere alla banca soldi che questa non ha, perché la banca stessa ha investito o prestato la parte di depositi che non ha in riserva, perché crescono beni e servizi o, infine, perché cresce l'inflazione...
Ora entriamo nel vivo della questione.
Come dicevamo la situazione fin qui esposta considera una banca commerciale che ha in cassaforte un'obbligazione da 100€, facente capo o allo Stato o anche ad un'azienda privata. Se alla banca commerciale (BComm) servono, per i motivi visti sopra, 100€, li chiede alla BCE.

Come fa? Vediamo:
1) La BComm dà un titolo di pari importo (100€ appunto), come garanzia, alla BCE, la quale stampa l'equivalente.
2) Alla scadenza del titolo (l'obbligazione), la BCE lo riconsegna al debitore (a chi l'ha emesso), il quale riconsegna il nominale (100€) + gli INTERESSI (3€) [Nota bene: la banconota da 100€ che la BCE riceve indietro, la mette via per quando servirà ancora e restano in gioco i 3€ degli interessi].
3) La BCE, dunque, ha guadagnato 3€! Questo è effettivamente il SIGNORAGGIO. Quindi esiste, esulteranno i complottisti!
Certo, ma chi se lo intasca?
 
Noto "signoraggista" nostrano...
Sempre da STATUTO, la BCE non può conseguire utili. Quindi restituisce i 3€ allo Stato, il quale li userà in parte per pagare la gestione della BCE (pagare stipendi, strutture...); una parte di questo pagamento andrà a costituire la riserva della BCE, mentre la restante parte la BCE la trattiene ma la renderà allo Stato sotto forma di imposte.
Ecco SMONTATA LA TESI DEI SIGNORAGGISTI: essi definiscono il Signoraggio come differenza tra valore nominale e valore intrinseco della moneta stampata. Era così una volta, intorno al '400, quando il Signore, appunto, batteva moneta in metalli preziosi con valore nominale maggiore rispetto al valore intrinseco, svilendo così la moneta. Era un meccanismo più semplice, ed il Signore guadagnava effettivamente su questa differenza. Nella realtà attuale, né la BCE, né la BComm maturano un profitto.
 
Le principali Banche Centrali Nazionali (BCN)
che partecipano al capitale della BCE 
Veniamo adesso alla questione della MONETA A DEBITO. Per spiegare il concetto partiamo da queste domande: se i 3€ di interessi in realtà non esistono, perché si dice che il prestito di denaro alle BComm da parte della BCE ha generato un debito? Le BComm sono realmente in debito verso la BCE e questa assorbirebbe le loro risorse attraverso il prestito di Euro?

Se il sistema economico fosse nato in questo momento, e solo io in tutto il mondo avessi una banconota da 100€ e nessuno potesse stampare o coniare moneta, a chi mi chiedesse di prestargli la banconota di sicuro non potrei chiedere Euro come interessi; perciò alla scadenza del debito mi farei ridare i miei 100€ più, supponiamo, 3 pesche, o qualche altro bene esistente e che si possa scambiare.

Se invece il sistema fosse più evoluto ed io e Tizio avessimo banconote, Caio potrebbe chiedermi 100€ in prestito per piantare un nuovo albero di pesche e venderle poi a Tizio. Caio avrebbe la possibilità di restituirmi i 100€ + gli interessi (gli Euro che Tizio ha dato a Caio per comprare le pesche). Poi magari Tizio vende le pesche al mercato a Sempronio, il quale ha soldi anche lui, e li userà per comprare quel bene ecc. ecc...
In questo consiste la CIRCOLAZIONE DELLA MONETA, e la VELOCITA' con cui questa passa di mano in mano in un determinato periodo di tempo è un indice della salute dell'economia. All’inizio di questo percorso la moneta è stata chiesta in prestito, quindi vi è stato un debito.

Cosa significa MONETA A DEBITO?
Il concetto deriva semplicemente dalla partita doppia: non c’è nessun complotto dietro la questione. Vediamo contabilmente cosa succede:
La BCE, all’inizio del processo di circolazione della moneta, ha un titolo di 100€ datogli dalla Bcomm che le ha chiesto una banconota di pari valore. Nella partita doppia, la BCE registrerà: ATTIVO → Bot +100.
Poi dovrà stampare i 100€ richiestigli e darli alla Bcomm: è in questo istante che CREA MONETA e, facendolo, registrerà una PASSIVITA' di 100€, precisamente: PASSIVO → Deposito Bcomm +100.
A questo punto, la Bcomm ha i suoi 100€ (che non gli sono stati regalati ma PRESTATI a fronte di un'OBBLIGAZIONE), perciò nel suo bilancio registrerà un ATTIVO → Deposito c/o BCE +100. Poi li userà per darli al cliente che glieli aveva chiesti, quindi in bilancio registrerà: PASSIVO →Deposito cliente +100.

Di fronte a questa situazione, i SIGNORAGGISTI gridano al COMPLOTTO, perché:
1- La BCE percepisce il reddito da signoraggio (ma abbiamo spiegato sopra che in realtà non c’è alcun guadagno);
2- la Bcomm ha aumentato il deposito e quindi col meccanismo della riserva frazionaria può creare nuova moneta creditizia (in realtà la riserva frazionaria NON CREA MONETA: vedi sotto);
3- il privato ha solo incassato i 100€.

IN REALTA' essi non dicono cosa succede alla scadenza del titolo, quando titolo e soldi + interessi, che non sono nati dal nulla, fanno il percorso inverso. Nessun complotto; nessuna truffa. La BCE ha prestato denaro richiestole; la BComm ha pagato un interesse e ha fatto fruttare i soldi avuti in prestito; il singolo cliente può disporre di liquidità; la BCE utilizzerà gli interessi ricevuti per pagare il proprio servizio, per costituire la riserva, per pagare le tasse agli Stati. Come dicevo prima, non vi è alcun profitto camuffato.
 
Mario Draghi, attuale Presidente della BCE

ULTIMA QUESTIONE: PERCHÉ LA RISERVA FRAZIONARIA NON CREA MONETA.
I complottisti si sono inventati il nome di “signoraggio secondario” nei confronti della riserva frazionaria, ad anche qui è errata l'ipotesi da cui partono per dimostrare la truffa delle truffe, secondo la quale una banca può prestare fino a 50 euro per ogni euro raccolto, lucrando così sugli interessi.

L'errore sta nel moltiplicare erroneamente gli impieghi del denaro prestato. Vediamo in dettaglio dove sta l’errore.
Quando una banca raccoglie capitali dalla clientela è obbligata a trattenerne una parte (per fare i conti, supponiamo il 10%) sotto forma di riserva obbligatoria. A seconda della politica aziendale, la banca in questione può anche creare una riserva facoltativa, trattenendo un'altra parte del deposito. Il resto lo può prestare. I soldi prestati verranno presumibilmente spesi, andando ad incrementare il deposito di un terzo soggetto in un'altra banca, che a sua volta presta i soldi raccolti dopo avere, a sua volta, trattenuto una riserva ecc.



Ma c'è chi ignora tutto questo e pensa che le cose funzionino in altro modo.
La singola banca, pensano costoro, raccolti 100 euro in contanti e trattenuto il 10% sotto forma di riserva obbligatoria, ne presterebbe 90. Questi 90 vengono spesi ed andranno ad aumentare il deposito di un altro soggetto in un'altra banca. Ora in cassa di quella banca ci sono 90 euro e si immagina che la banca calcoli riserve del 10% e presti il resto (81 euro) e così via fino a quando la cifra da prestare, cioè quella in cassa, diventa zero.

Creiamo una tabella che raccolga i dati delle riserve e delle casse di tutte le banche esistenti:


Riserva
Cassa
Prestito 1
10
90
Prestito 2
9
81
Prestito 3
8,1
72,9
Totale
100
900

Da questi dati sembrerebbe che la singola banca presterebbe complessivamente 900 euro, ovvero 9 volte i 100 euro raccolti all'inizio: esulteranno ancora i nostri amici signoraggisti! E se la riserva obbligatoria fosse il minimo imposto dalla BCE, che oggi è del 2%, la banca creerebbe ben 50 volte la quantità di denaro depositato inizialmente!



Nella realtà non avviene nulla di tutto ciò. E' già possibile fare una prima precisazione: la fetta del prestito che di volta in volta va in riserva, diminuisce sempre di più la quantità di deposito che si può prestare, fino ad avere, appunto, i 100€ di deposito iniziale in riserva.

Ma allora se in riserva ci sono effettivamente i 100€, da dove vengono i 900€ che la banca ha in cassa? Per rispondere, aggiungiamo alla nostra tabella una colonna che chiameremo Depositi.
Avevamo detto prima che “i soldi prestati verranno presumibilmente spesi, andando ad incrementare il deposito di un terzo soggetto in un'altra banca”; quindi nella colonna “depositi” andremo a scrivere tutti i depositi di terzi presso tutte le banche esistenti.


Riserva
Cassa
Depositi
Prestito 1
10
90
100
Prestito 2
9
81
90
Prestito 3
8,1
72,9
81

Totale
100
900
1000

È questo il passaggio critico che gli amanti del signoraggio secondario non ammettono, ovvero che tutti i depositi, effettuati dai clienti nelle banche, sono di ben 1000€! Ed ora tutto torna, perché i 100€ sono in riserva, e sono esattamente il 10% di 1000, ovvero dei depositi effettuati successivamente.
I depositi però, per una banca, sono un DEBITO, perché quando il cliente deposita una somma in banca, il cliente è CREDITORE della banca!
Detto questo, ora la storia suona completamente diversa, e cioè: depositati 100€, la banca mette in circolazione 900€, ma contemporaneamente si indebita di 1000€!

Concludiamo con alcune considerazioni paradossali. Se i signoraggisti avessero ragione:
1- il credito bancario sarebbe quasi infinito e l'abbondanza di moneta renderebbe inutile l'esistenza della Banca Centrale.
2- gli impieghi delle banche dovrebbero superare, e di molto, la raccolta e la banca non chiuderebbe mai un bilancio in perdita. Incasserebbe inoltre interessi attivi su 90 euro a fronte di interessi passivi pagati su soli 10 euro, ottenendo sempre utili. Ma basta leggere il bilancio di una banca per capire che non è così.
3- se la riserva frazionaria non esistesse, ovvero se la riserva fosse il 100% dei depositi, la banca sarebbe solo una grande cassaforte e l'intero sistema finanziario moderno collasserebbe. Nessuno, compresi coloro che chiederebbero questo tipo di sistema, potrebbero ricevere un prestito, aprire una linea di credito, chiedere un mutuo, un leasing, un pagamento dilazionato, avere un bancomat o una carta di credito ecc...

Personalmente consiglio a chi non sopporta l'idea che la banca possa prestare il denaro che costui gli affida, anziché custodirlo gelosamente, di prendersi una bella cassetta di sicurezza e di mettere lì tutto quello che ha.

Questo sì che sarebbe uno smacco per chi lucra sul denaro altrui! (1-continua)