sabato 7 settembre 2013

Settantesimo anniversario dell'Armistizio: 8 settembre 1943

Prima parte: La catastrofe dell’8 settembre. Gli eventi

I generali Giuseppe Castellano (in borghese) e Dwight Eisenhower
si stringono la mano dopo la firma dell'armistizio

L’8 settembre 1943 venne annunciato l’armistizio firmato dall’Italia con gli Alleati. Come vedremo, la data merita un posto importante nella storia italiana, se non altro perché dagli eventi drammatici che allora si verificarono spira tuttora un’aria mefitica, che avvelena la nazione. Nei post dedicati al 25 luglio (qui e qui), ho raccontato la vicenda che condusse, dopo lo sbarco angloamericano in Sicilia, alla deposizione di Mussolini e alla sua sostituzione con il Maresciallo Pietro Badoglio. Da quel punto riprendiamo la nostra narrazione.

Assunto il ruolo di capo del governo in quel frangente drammatico, Badoglio si trovò di fronte a tre possibilità. 1) Il mantenimento effettivo dell’alleanza con i tedeschi, possibilità che si presentava come irrealizzabile, soprattutto per la generale impopolarità che aveva la prosecuzione della guerra. 2) L’uscita dal conflitto, la denuncia dell’alleanza con la Germania, la mobilitazione delle energie antifasciste, l’impiego dell’esercito per soffocare la resistenza fascista e per la difesa alpina dalla Germania, in attesa dell’arrivo in forze degli aiuti alleati: in sostanza il piano ipotizzato da Dino Grandi. Si trattava di una scelta molto rischiosa, perciò fu scartata o forse neppure considerata: la sua realizzazione avrebbe richiesto l’appoggio delle masse e di tutte le forze politiche al governo e non; occorreva contare, insomma, su energie, coraggio e mezzi che forse l’Italia non aveva. Di certo l’opzione non rientrava tra quelle suggerite a Badoglio dalla sua indole prudente. 3) Infine, vi era la possibilità di condurre il doppio gioco tra alleati e tedeschi, di rinunciare a raccogliere le restanti risorse militari e di porre la difesa degli interessi monarchici al di sopra di tutto: fu questa la strada seguita.

Nel far decidere in tal senso ebbe un ruolo anche la paura: gli uomini al governo temevano le reazioni dei tedeschi, ma non si fidavano del tutto neppure degli alleati; inoltre erano preoccupati per il comportamento delle masse e per quello delle forze antifasciste. Perciò la frase “la guerra continua”, inserita nel testo del comunicato al Paese del 26 luglio, sembra un espediente per guadagnare tempo, nella speranza che qualche evento favorevole dissipasse almeno uno di questi timori. Purtroppo il doppio gioco gettò il paese nella catastrofe dell’8 settembre e nella ferocia della guerra civile, provocando per due anni la divisione territoriale della nazione.
 
Castellano mentre firma. Alle sue spalle
il gen. Bedell-Smith

Il Feldmaresciallo
Albert Kesselring (1885-1960)
Le vicende legate all’armistizio sono complesse. Tra agosto e settembre 1943 Badoglio chiese agli Alleati, i quali respinsero la richiesta, di effettuare uno sbarco nei pressi di Roma per tutelare la capitale da eventuali rappresaglie tedesche (le forze di Kesselring erano massicciamente presenti intorno a Roma). Gli Alleati promisero soltanto un lancio di parà sulla città. Intanto, in previsione dell’armistizio, lo Stato Maggiore diramò istruzioni su come comportarsi in caso di attacco tedesco. Ma, come vedremo, la genericità delle disposizioni e l’inammissibile ritardo con cui venne diramato l’ordine di metterle in esecuzione provocarono, dopo l’annuncio dell’armistizio, lo sbandamento dell’esercito. La firma dell’armistizio avvenne il 3 settembre presso Siracusa, a Cassìbile, tra il generale Castellano e il generale Bedell Smith. Fu denominato “armistizio corto” (per distinguerlo da quello lungo stipulato il 29 settembre a Malta) perché i 12 punti in cui era articolato contenevano solo le clausole militari: l’Italia si impegnava a deporre le armi e a cessare la collaborazione con la Germania, nonché a mettere il territorio italiano liberato sotto amministrazione militare alleata e a consegnare flotta e aerei. Infine vi si prevedeva che l’annuncio dell’armistizio da parte alleata sarebbe stato dato sei ore prima di un’operazione anfibia da effettuarsi a sud di Roma (sarebbe avvenuta a Salerno il 9 settembre); subito dopo l’Italia avrebbe dovuto annunciare l’armistizio. Ma l’8 settembre Badoglio informò Eisenhower che la presenza dei tedeschi attorno Roma impediva l’effettuazione di quest’ultima clausola. Il generale americano rispose con durezza: comunicò unilateralmente il messaggio alle 16.30 tramite Radio New York e annullò il promesso lancio di paracadutisti sulla capitale. Sicché Badoglio fu costretto a dare il proprio annuncio verso le 19.45, con toni ambigui (si affermava che, nonostante l’armistizio con gli anglo americani, “le forze italiane di ogni luogo [hanno l’ordine di reagire] a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”), senza precisare cosa avrebbe dovuto fare l’esercito nei confronti delle truppe tedesche, e senza diramare ordini tempestivi ai comandi militari.
 
Il Messaggero del 9 settembre 1943
Nella notte la famiglia reale e il governo si trasferirono a Pescara e da lì a Brindisi che era già in mano alleata. Roma cadde in mano tedesca il 9 settembre, dopo un breve urto con la divisone Ariete comandata da Raffaele Cadorna. Contemporaneamente scattò il piano tedesco per l’occupazione del nord Italia. Lo stesso giorno vide la nascita a Roma dei Comitati nazionali di Liberazione che lanciarono l’appello per la lotta armata, sicché da questa data si è soliti far cominciare la Resistenza. Tra i primi episodi da ricordare vi furono i combattimenti di Porta San Paolo nella capitale: alla mancata difesa di Roma, si contrappose l’eroica resistenza di civili e soldati sbandati, che cercarono di opporsi all’entrata in città delle divisioni corrazzate tedesche.
 
Combattimenti di Porta San Paolo, 9-10 settembre 1943

Soldati italiani catturati dai tedeschi
dopo l'armistizio

L’evento più importante dopo l’armistizio fu comunque lo sbandamento dell’esercito che, privo di disposizioni, si liquefece come neve al sole: almeno 500.000 soldati furono fatti prigionieri dai tedeschi; oltre 150.000 accettarono di combattere per loro; alcuni si aggregarono in unità partigiane; altri nell’esercito del Corpo italiano di liberazione che, dopo il 13 novembre, quando il governo Badoglio si decise a dichiarare guerra alla Germania, combatté come “cobelligerante” a fianco degli Alleati (combatté fra l’altro a Mignano di Montelungo, in uno dei settori più difficili della linea Gustav, quello di Cassino, che sarà sfondato solo nel giugno del 1944); altri, infine, disertarono semplicemente. Il disfacimento dell’esercito italiano si accompagna a quello delle strutture statali. Il governo di Badoglio, in base all’armistizio di Malta, amministrò, sotto la vigilanza della Commissione Alleata di Controllo, solo la Puglia, mentre il resto del sud liberato fu retto dal Governo Militare Alleato fino allo sbarco di Anzio (22 gennaio 1944). Quest’ultimo evento, oltre alla liberazione di Napoli (1° ottobre 1943), consentì al governo e al re di trasferirsi a Salerno e di ampliare la propria giurisdizione, seppure sotto il controllo della ACC. Il disfacimento dell’esercito consentì ai tedeschi di agire liberamente nel nord Italia: qui essi, dopo aver liberato Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso (12 settembre 1943), faranno risorgere lo stato fascista, denominato Repubblica Sociale Italiana, con capitale Salò. Con l’occupazione tedesca iniziarono le durissime rappresaglie contro la popolazione per scardinare la Resistenza partigiana che stava sorgendo nelle regioni settentrionali (tra gli eventi più cruenti ricorderò quello di Sant’Anna di Stazzema, in Versilia, dell’agosto ’44, quello delle Fosse Ardeatine del marzo ’44, quello di Marzabotto, sull’Appennino bolognese, del settembre dello stesso anno). Un’altra nota conseguenza dell’8 settembre fu la disperata resistenza da parte di quelle truppe italiane che non vollero cedere le armi, i reparti più combattivi, quelli che si trovavano ancora fuori dai confini nazionali. Mi limito a menzionare quello dell’isola di Cefalonia del 22 settembre 1943, di cui tanto si è parlato negli anni della Presidenza Ciampi che ha avuto il merito di rivalutare l’evento come il primo episodio della Resistenza italiana: a Cefalonia vennero massacrati quasi 8000 uomini della divisone Acqui che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi.
 
La divisione della nazione: la "linea Gustav"


«L’elemento storico decisivo dell’8 settembre – ha scritto Galli della Loggia – [...] non sta nel fatto, ma nel come» (Ernesto Galli della Loggia, La morte della Patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1996, p. 18). È il come ad essere memorabile. Se infatti si escludono casi eccezionali, la cui eccezionalità conferma appunto che la regola fu un’altra, il dileguarsi di tutto e di tutti nel frangente dell’8 settembre testimonia «di un che di aleatorio, [...] di occasionale che starebbe alle fondamenta dell’edificio statale italiano» (Ivi, p. 15). La stessa cosa non è successa negli altri paesi che hanno subito sconfitte. Non è successa in Germania, ad esempio, la cui sconfitta è stata senz’altro più netta e più dolorosa di quella italiana, senza attenuanti e senza vie di mezzo, come quella del rango, già di per sé umiliante, di “cobelligeranti” cui ci relegarono gli anglo-americani dopo l’8 settembre. In Germania, nel momento del crollo militare, esercito e amministrazione mostrarono una grande capacità di padroneggiare gli eventi, di evitare che la sconfitta si trasformasse in un dileguarsi generale: e di ciò non si può dare merito al solo nazismo, ma soprattutto alla tenuta della compagine nazionale. Al contrario, in Italia ciò che accadde dopo quella fatidica data mostra «la crisi della nazione, la sua inettitudine a reggere le prove, la gracilità insospettata del vincolo di appartenenza comunitario, la forza irreprimibile [che hanno invece] gli egoismi e le viltà individuali» (Ivi, p. 12). Per questo secondo alcuni storici (Renzo De Felice, soprattutto, ma dopo di lui altri come Galli della Loggia ed Elena Aga-Rossi), con l’8 settembre, o meglio con tutti gli eventi del 1943, sarebbe venuto meno qualcosa di più del regime fascista: si sarebbe persa, con il crollo dell’unità del paese e della compagine statale, la fragile identità nazionale. (1 – continua)

domenica 25 agosto 2013

Social media e leadership politica

Si può governare con Twitter?




Nel precedente post mi chiedevo se è possibile governare il mondo con Twitter. Oggi proverò a dare una prima risposta, ma la questione meriterà in futuro altri interventi e nuove riflessioni. Del resto, chi mi segue sa che al rapporto tra media, politica e cultura ho già dedicato ampio spazio in passato.


Circa un anno fa, il columnist del New York Times Thomas Friedman scrisse un editoriale molto illuminante per la comprensione del rapporto tra social network e politica: The Rise of Popularism (New York Times, 23 giugno 2012). Eppure l’articolo non ha goduto di grande attenzione in Europa, o perlomeno non ne ha goduto in Italia: che sappia io, nel nostro Paese è stato ricordato di recente solo da Federico Mello sull’Huffingtonpost (F. Mello, Con Twitter non si governa un Paese, Huffingtonpost, 25 luglio 2013), grazie al quale sono venuto a conoscenza dell’editoriale in questione.
 
Thomas Friedman
Friedman si chiede come mai in Europa (ma anche negli Usa) non ci sia una leadership politica capace di ispirare e preparare le popolazioni alle sfide che le attendono. Egli individua due ragioni: una tecnologica e una generazionale. Riguardo a quest’ultima l’osservazione dell’autore è perentoria ma realistica: siamo passati da una generazione che credeva nel futuro e che, quindi, ha risparmiato per poter investire (è la generazione di chi è vissuto durante la guerra), ad una generazione (quella del baby boom) che ha preferito prendere i soldi in prestito per spenderli subito, poiché, evidentemente, non aveva fiducia nel futuro. Friedman porta l’esempio del confronto tra George Bush padre e George Bush figlio: il primo si è temprato nel corso della seconda guerra mondiale per la quale partì volontario subito dopo Pearl Harbour, e completò la sua formazione di leader durante la guerra fredda, quando occorrevano determinazione e fermezza, quando non si potevano prendere decisioni ascoltando i sondaggi. Bush senior, ad esempio, come Presidente alzò le tasse, malgrado l’opposizione del ceto medio, perché gli Stati Uniti avevano una guerra da affrontare (quella del Golfo) e la prudenza, non i sondaggi d’opinione, richiedevano quella scelta. Bush figlio, nato e vissuto nell’epoca della pace e del benessere, non ebbe lo stesso tirocinio paterno ed era più incline ad ascoltare la voce dei sondaggi. Sicché tagliò le tasse nel bel mezzo non di una, ma di due guerre: quella in Afghanistan e quella in Iraq.



Collegata a quella generazionale, come vedremo, è la spiegazione tecnologica fornita da Friedman. Il columnist si chiede, sulla scia della legge di Gordon Moore (cofondatore di Intel il quale, nel 1965, affermò che la potenza di elaborazione di un singolo microchip sarebbe raddoppiata ogni 18-24 mesi), se le capacità di guida politica delle leadership non si riducano ogni 100 milioni di nuovi utenti che si iscrivono a Facebook e Twitter. Indubbiamente la diffusione dei social media ha molti aspetti positivi: più innovazione, più trasparenza, più partecipazione. Ma, si chiede ancora Friedman, è possibile che si sia prodotta troppa partecipazione? È possibile che i leader politici, a forza di stare sempre in ascolto delle voci e delle tendenze che si sviluppano in Rete ogni istante, rimangano prigionieri di esse e perdano la capacità di dirigere, di suscitare, e soprattutto di decidere?
 
Paparazzi...
In effetti, scrive Friedman, in Occidente, specie in Europa, sembra essersi sviluppata una über-ideologia denominata “popolarismo”. Essa consiste in primo luogo nel mostrarsi aggiornati sulle tendenze, sui sondaggi, sulle mode della Rete, e in secondo luogo nel cercare di assecondarle e di seguirle. Anche Mitt Romney e Barak Obama, durante la campagna elettorale del 2012, persero molto tempo a “mitragliarsi a vicenda” di tweet, cercando di apparire più informati dell’avversario su ciò che si diceva in Rete, senza proporre una nuova idea per affrontare i seri problemi del momento. Non solo. Visto che grazie agli smart phone ogni oscuro individuo del pianeta può improvvisarsi paparazzo, reporter, opinion maker, tutti i personaggi pubblici sono fortemente esposti al rischio di venir colti in fallo per un nonnulla e di essere ridicolizzati in Rete. Alexander Downer, ex primo ministro australiano, confidò a Friedman che è proprio questo che “sta rendendo sempre più difficile” per i dirigenti “prendere decisioni sensate e coraggiose”. La vita pubblica, per molti potenziali leader, è diventata qualcosa da fuggire a tutti i costi: come accadde nel III secolo d. C. nella società romana, quando il patriziato preferì fuggire dalle città, diventate difficili da governare, in preda a plebi volubili e a clientes costosi. Cominciò così la decadenza dell’Impero.

Per queste ragioni, conclude Friedman, anziché dire la verità sulla realtà che stiamo vivendo, i leader di oggi preferiscono soddisfare le aspettative attuali del pubblico: quest’ultimo vorrebbe lavorare e pagare di meno, ma consumare e spassarsela di più; la realtà, invece, richiederebbe investimenti sul futuro che comportano più fatica, più studio, più ingegno e meno narcisismo, se si vuole tenere il passo dei tempi. I leader dovrebbero dire la verità su questo, ma ciò richiederebbe straordinaria capacità di comando e anche disponibilità ad assumere decisioni impopolari.

Veniamo qui al punto da cui sono partito: si può governare il mondo con Twitter? La mia risposta è perlomeno problematica: sì, se i leader fossero capaci, dopo essere stati informati (anche) dalla Rete riguardo al volere popolare, di prendere decisioni autonome ed anche dolorose per risolvere i problemi; no, se essi scambiamo quella volontà per le soluzioni dei problemi. Anzi, in questo secondo caso Twitter (come ogni altro strumento di Internet) rischia di essere controproducente: il mondo, specie quello occidentale, ha bisogno di decisioni affinché nel futuro i nostri figli possano vivere bene, almeno come noi abbiamo vissuto; non ha bisogno, invece, di inseguire le fluttuazioni inconcludenti e narcisistiche del “popolarismo”. Chi sceglie di fare il leader deve saper guidare e saper decidere. Non cercare di essere popolare.
 
Evidenziato in blu il periodo del baby boom negli Usa


La questione generazionale e quella tecnologica mi sembrano collegate. I baby boomers, nati tra il 1945 e l’inizio degli anni Sessanta, hanno occupato e tuttora occupano ruoli di responsabilità, nonché posti di lavoro tutelati e spesso ben remunerati, grazie ai quali hanno potuto condurre un’esistenza sufficientemente sicura nella stragrande maggioranza dei casi, benestante o ricca in altri. In genere si tratta di posizioni conquistate con duro studio e lavoro, non dimentichiamo che chi ha oggi tra i 50 e i 70 anni costituisce nel mondo occidentale la prima generazione del secondo dopoguerra interamente (o quasi) scolarizzata. La formazione scolastica fu caotica, ma dura e ancora severa in molti casi. Lo stesso lavoro è stato ottenuto attraverso percorsi selettivi talvolta faticosi e persino costosi: permanenze fuori casa per anni, a proprie spese, pendolarismo, mancanza o insufficienza di servizi pubblici. Alla fine, però, studio e lavoro, affrontati con la fiducia in un futuro migliore, hanno prodotto risultati soddisfacenti. Perché i baby boomers dovrebbero abbandonare questi traguardi? Perciò chi governa, spesso appartenente alla medesima generazione, preferisce blandire costoro, piuttosto che chiedergli sacrifici per i loro figli. Dovrebbero essere i leader, invece, a far capire che i giovani di oggi rischiano domani di non avere lo stesso tenore di vita dei padri, poiché le risorse dell’Occidente si stanno riducendo a vantaggio di altre regioni del mondo. Così, narcisismo, debolezza e tecnologia si sono alleati per produrre l’irresponsabilità delle leadership politiche.
 
Riccardo Puglisi

Probabilmente la recente proposta avanzata, proprio su Twitter, dal giovane economista Riccardo Puglisi, ha un valore puramente provocatorio. Egli sostiene che in Italia occorra “rottamare” la generazione dei “sessantottini”, grosso modo coincidente con i nostri baby boomers. Io stesso, sebbene nato al limite di quell’epoca e sebbene fossi ancora fanciullo durante la contestazione giovanile, non ho accolto di buon grado la provocazione, figuriamoci chi ha qualche più di me. Eppure, devo riconoscere qualche ragione a Puglisi: forse quella della rottamazione è un’immagine troppo forte, ma è pur vero che se vogliamo continuare a sperare nel futuro dobbiamo lasciare un po’ di spazio alle idee dei giovani. Purché non abbiamo appreso dai loro padri ad inseguire le Trending Topic mondiali: se vogliono davvero governare devono imparare a farlo con coraggio, non tallonando l’omologazione. Perché, come ha scritto Friedman nell’articolo di cui ho riferito, se tutti stanno seguendo, se ognuno è follower di qualcun altro, chi si sobbarca l’onere di condurre?


martedì 13 agosto 2013

Social network tra insulti e minacce

La convivenza civile ai tempi di Twitter

Sono rimasto lontano da Tersite per molto tempo. Impegni personali, qualche giorno di vacanza “totale” e un po’ di stanchezza ne sono state le cause. Ma ora sono tornato, pronto a raccontare e a spiegare ciò che vedo, nel modo in cui lo vedo. Sempre dalla periferia del mondo.



Dalla periferia del mondo, racconto un’altra storia vera, accadutami qualche giorno fa, alla fine del mese scorso. Da un po’ di tempo, simpatizzanti e militanti del M5S twittavano messaggi minacciosi: con l’hastag “lautunnoèvicino”, sostenevano che “è arrivato il momento di preparare gli elmetti”; “ne resterà soltanto uno dopo che avremo fatto piazza pulita”; “il M5S sbarcherà in Tv interrompendo la disinformazione ai più”; “lotta dura senza paura”; “li vedremo proprio bruciare”; “se la stanno proprio cercando”; “martiri cercasi per fomentare sommossa popolare”; “sarà un piacere andare a Roma quando Grillo chiamerà”. Il tutto spesso condito da parolacce e insulti verso questo o quel politico (vedere gli screenshot qui sotto).



























Quanto sto dicendo è facilmente verificabile da chiunque: basta entrare in Twitter, cercare l’hastag #lautunnoèvicino e godersi la lettura. Come è già accaduto per altri episodi, la Rete si è mobilitata in questo modo a seguito della provocazione di Grillo che il 27 luglio scorso ha messo on line su Youtube un audio messaggio intitolato Grillo, la fine del Parlamento e della Costituzione. In esso, il pacato comico-politico critica il “decreto del fare”, critica la volontà della maggioranza di modificare l’art. 138 della Costituzione e termina dicendo, con crescendo di voce: “l’autunno è vicino, è molto vicino”.
 
Il messaggio audio di Grillo postato su Youtube
A scanso di equivoci, dico subito che tutto è criticabile in politica: il decreto del fare non convince del tutto neppure me; così come non mi va bene che si voglia cambiare la Costituzione proprio ora, con questo Parlamento privo di equilibrio, oltre tutto emerso da una competizione elettorale poco rappresentativa (svolta con il “Porcellum” e con l’astensionismo più elevato della storia repubblicana); che infine questo esecutivo e questo Parlamento abbiano fin qui fatto pochissimo lo vedo anch’io. Aggiungo a queste critiche una considerazione che Grillo non poteva fare il 27 luglio, perché la vicenda si è conclusa qualche giorno più tardi: Berlusconi, ora che è stato condannato in via definitiva, dovrebbe dimettersi; mi auguro che il Presidente Napolitano non faccia nulla per salvarlo; mi aspetto, quando la Commissione del Senato avrà deciso, di vederlo decadere dal suo seggio e uscire finalmente dalla politica italiana.
 
Immagine della rivolta in Egitto
Allo stesso tempo, però, non auspico né il fallimento di questo governo, né tanto meno la guerra civile. So che questa maggioranza non può che essere transitoria (ci mancherebbe!), ma spero che le poche misure deliberate siano efficaci, che vengano rapidamente ratificate e applicate, che riescano almeno a far ripartire qualche investimento. Poi, dopo aver varato una nuova legge elettorale (che spero sia maggioritaria a doppio turno), si dovrebbe tornare al voto. Questo è ciò che auspico. Perché dovrei pensarla diversamente? Amo questo paese e vorrei vederlo in sesto, non vederlo bruciare tra le fiamme di una guerra civile. Dalle guerre civili raramente emergono istituzioni libere, più spesso vanno al potere uomini e movimenti politici arroganti che si affrettano a regolare i loro conti usando la violenza e il terrore. E in Italia, nel momento presente, di uomini politici inclini a questi comportamenti e indulgenti nei confronti della prepotenza ce ne sono troppi. Basterebbe osservare quanto sta accadendo sulla sponda opposta del Mediterraneo per capire a cosa può portare una guerra civile: in Egitto è in corso da due anni una rivolta che non solo ha prodotto finora due governi liberticidi, ma potrebbe trasformarsi da un momento all’altro in un bagno di sangue (in queste ore, mentre sto scrivendo, tale esito sembra ancora non del tutto scongiurato). E in Siria? Qui la guerra civile ha raggiunto addirittura apici di orrore e raccapriccio da far cambiare idea anche al più sconsiderato celebratore nostrano dei tumulti. Purtroppo a noi italiani non piace fare tesoro delle esperienze altrui, pensiamo di essere migliori e di aver scoperto la “via nuova” in ogni percorso già battuto e abbandonato da altri.
 
Morte e distruzione nella guerra civile in Siria
Per tutte queste ragioni, il 28 luglio scorso mi sono permesso di scrivere un tweet che esprimeva preoccupazione e timore per le parole incendiarie utilizzate con leggerezza dai grillini: “I tweet del M5S – ho affermato – fanno paura: parlano di elmetti, armi, minacciano che l’autunno è vicino, che resteranno solo loro e che faranno piazza pulita”. Ingenuamente, mi attendevo reazioni anche dure, ma comunque civili: twitter, dal quale solo da poco tempo mi sono lasciato avvincere, mi è sembrato sempre un social network più educato e pulito, più serio e impegnato di facebook. Errore! Tutto Internet si assomiglia. E infatti ecco la risposta che ho ricevuto il giorno successivo da un account che si nascondeva dietro l’anonimo nickname di “Antigiornale”: “L’autunno è vicino - mi ha scritto - non è una minaccia da parte nostra, imbecille. Non è certo grazie a noi se questo paese sta per fare una fine di merda”. All’offesa ho tentato di opporre una resistenza disarmata: “Chi urla e insulta non ha argomenti”. L’ulteriore replica del sedicente “Antigiornale” ha aggravato l’ingiuria: “Non ho urlato ma scritto. Non ho insultato ma descritto”. Ho provato di nuovo ad oppormi con le buone: “Rileggiti il tweet. Se ti esprimi sempre così forse non capisci la differenza tra dialogo civile e insulto. Mi dispiace per te”. Ultimo tweet del maleducato contestatore: “Cos’è, ti scandalizzi per le parolacce? Benvenuto su internet”.
 
L'intera conversazione tra me e "Antigiornale"
A questo punto ho provveduto a bloccare “Antigiornale” (per chi non è pratico di twitter, “bloccare” un utente vuol dire che tra me e lui non potranno più esserci “interazioni”), e senz’altro avrei dovuto farlo subito, dopo il primo insulto, come suggeriscono le stesse regole di impiego del social network. Ma non si può negare che il breve dialogo di cinguettii sia stato istruttivo. Esso insegna tre cose: che internet è considerato ancora da molti utenti come una piazza nella quale è lecito picchiare duro con le parole, insultando e minacciando; che la possibilità dell’anonimato è un incoraggiamento ad usare il linguaggio in modo offensivo, arrogante, intimidatorio; che l’inciviltà di questo comportamento si autoassolve, agli occhi di chi ne fa uso, perché sbandierata come “libertà d’espressione” e come “antipotere”. “Benvenuto su Internet!”, scrive “Antigiornale”, come se volesse dire: “In Rete tutto è consentito, non come nel vostro mondo reale dove ci sono norme così stupide e antiquate che quando uno offende rischia di essere querelato! Qui, in Internet, siamo più liberi, e soprattutto all’opposizione”. All’opposizione di cosa? – vi chiederete. Basta leggere il profilo twitter del mio interlocutore per farsene un’idea: “Il mio sogno è sfatare ogni singola azione mass-mediatica. Nativo digitale. Scheda a cinque stelle. #Reddito di cittadinanza”. Più sopra, in bell’evidenza, compare il motto: “IL MEDIUM È IL MESSAGGIO”.
 
Il profilo pubblico su Twitter di "Antigiornale"

Se chi ha scritto quei tweet è davvero chi dice di essere, ci troviamo di fronte ad un ragazzo di 20 anni o giù di lì (“nativo digitale”, si autodefinisce); grillino; convinto di essere all’opposizione di un sistema oppressivo e menzognero, quello dei mass-media; forse inconsapevole del significato del motto che usa, popolare sintesi, spesso equivocata, del pensiero di Marshall McLuhan (1911-1980). Sarebbe inutile replicare al nostro “nativo digitale” che noi “anziani navigatori” frequentiamo Internet da prima che lui nascesse e da molto prima che imparasse a scrivere; che allora, appunto 20-21 anni fa, nessuno di noi avrebbe previsto a quale livello di bassezze e di viltà sarebbe arrivata la Rete; che questa, lungi dal rendere libere le nuove generazioni, ne sta corrompendo la capacità di discernimento morale, ne sta alterando la percezione del mondo, ne sta deteriorando il linguaggio e quindi le idee, talvolta trasformate in paranoia, delirio di onnipotenza, egocentrismo adolescenziale. Sarebbe inutile spiegargli che, utilizzando la Rete per insultare e minacciare, non solo si imbarbarisce un mezzo di comunicazione potenzialmente in grado di civilizzare gli individui, ma soprattutto si finisce per essere omologhi al sistema che si intende combattere, accettandone gli aspetti più negativi, quali l’insensatezza, l’irresponsabilità, il narcisismo che sono alla base della civiltà del consumo spensierato.
 
Caroline Criado-Perez, vittima di un diluvio
di insulti via twitter: circa 50 all'ora 
Sarebbe inutile, perciò non ci proverei neppure. Meglio zittirlo con gli stessi mezzi tecnologici che adopera per espandersi: bloccando le sue interazioni con me. Ma la vicenda è troppo ghiotta e carica di significato per essere lasciata correre. La sua impressione su di me è stata sicuramente enfatizzata dalle notizie che in quegli stessi giorni si leggevano sui giornali (di carta oppure online, non fa differenza, che lo sappiano i nativi digitali): le minacce contro la femminista Caroline Criado-Perez (vedi Corriere on line del 30 luglio scorso), gli insulti verso le vittime dell’incidente del bus in Irpinia (vedi Giornalettismo.com del 31 luglio), i ripetuti insulti e le ripetute minacce contro il Ministro Kyenge... Nel primo caso, l’uso di parole offensive via twitter ha persino innescato una reazione giudiziaria: la donna insultata ha sporto denuncia, cui è seguito un arresto. Nell’ultimo caso siamo arrivati, proprio ieri, all’istigazione all’omicidio (vedi Il Messaggero online del 12 agosto). Insomma, la questione resta aperta, indipendentemente dalle mie impressioni: il mondo virtuale di Internet (soprattutto quello dei social network) è un far west, come questo foriero di aspettative di libertà, ma anche violento e pericoloso, tanto da sollevare richieste di limitazione e di censura. Ma chi, come me, ritiene che la libertà non debba essere mai compressa d’autorità, semmai delimitata e contenuta dal proprio senso morale, non può accettare la censura, piuttosto dovrebbe desiderare che gli individui diventino civili attraverso la cultura, il rispetto, il dialogo cortese e argomentato.

Il Ministro Cecile Kyenge
Per questo, dopo l’infausta esperienza con “Antigiornale”, ho lanciato una piccola campagna di sensibilizzazione su twitter consistente nell’invito a rispettare poche semplici regole: 1) non usare mai insulti e minacce nei propri tweet; 2) non nascondersi dietro pseudonimi, rifiutare l’anonimato; 3) bloccare chi insulta e minaccia al fine di isolarlo. Una sorta di etica minima delle relazioni virtuali, sulla quale, però, è necessario impegnarsi con fermezza. Non a caso all’iniziativa ho dato il nome di #Twittercivile #Impegnamoci. L’obiettivo è produrre una reazione culturale da parte degli utenti, affinché rifiutino l’imbarbarimento e siano consapevoli della responsabilità che si assumono quando scrivono un tweet che, in pochissimo tempo, potrebbe fare il giro del mondo. Ho quindi chiesto di ritwittare il messaggio, in segno di adesione e per contribuire alla diffusione dell’idea. Ma a tutt’oggi pochissimi hanno risposto all’appello, risultato che posso interpretare solo come frutto del disinteresse o, peggio, dell’indifferenza: in entrambi i casi la reputazione di twitter non ne esce bene.


Come dicevo, la questione è ancora aperta, perciò vi tornerò con il prossimo post: apprezzo twitter e sono ancora ottimista nei confronti della sua evoluzione, ma non posso nascondermi né i suoi difetti, o meglio i difetti di chi lo usa incivilmente, né i rischi che si celano in esso. Dal momento che non poche persone, anche in Italia, sostengono che con twitter (come con facebook, in generale con Internet) sarebbe possibile governare il mondo, sarà bene riflettere con attenzione su questa ipotesi: è davvero possibile? E anche se lo fosse, è davvero auspicabile? Intanto, in attesa del prossimo post, ritwittate #Twittercivile.

P.s.: Ho realizzato un restyling leggerissimo al blog. Potrebbero esserci problemi di visualizzazione delle immagini, nei prossimi giorni provvederò a risolvere i problemi. 

sabato 27 luglio 2013

Settantesimo anniversario del 25 luglio 1943: seconda parte

Fine di una dittatura.
Dino Grandi e la seduta del Gran Consiglio del fascismo
(seconda e ultima parte)

Dino Grandi (primo a sx) ambasciatore a Londra

Ecco il piano di Grandi, che egli stesso giudicò “temerario”. Primo: convincere il re a deporre Mussolini, a nominare un primo ministro e un governo del tutto nuovi. Grandi pensava al Maresciallo Caviglia, perché non compromesso con il regime: “Caviglia, – scrisse Grandi nella già citata lunga annotazione di diario che verrà pubblicata nelle sue memorie – nemico personale di Badoglio, è il solo fra i grandi capi militari della prima guerra mondiale che non abbia fornicato col fascismo e dimostrato servilità al Duce”. Secondo: con il nuovo governo gli italiani, raccolti attorno al re, avrebbero dovuto rivolgere le armi contro la Germania: “Se vogliamo riacquistare le nostre libertà – prosegue Grandi - dobbiamo dimostrare agli anglo-americani che siamo pronti a pagare il prezzo, senza attendere che la libertà ci venga regalata dalla sconfitta. Sarebbe questa una libertà pagata a un duro prezzo. E allora? Allora è necessario, è indispensabile, è inevitabile che siamo noi a prendere l’iniziativa di guerra contro la Germania nazista, contro il nostro potente e prepotente alleato. […] Agli anglo-americani non dobbiamo domandare nulla, ma soltanto farli trovare improvvisamente di fronte allo spettacolo di una Italia che si difende colle armi in pugno contro quella che sarà l’inevitabile vendetta della Germania nazista. Come potranno gli Alleati continuare a combattere contro una Nazione che già per conto proprio ha preso a combattere contro il nemico comune, con in testa il suo Re attorno al quale si stringeranno tutti gli Italiani? Non vedo altra via di scampo, se non questa. L’Italia dovrà attraversare un nuovo e forse più doloroso Calvario. Questo sarà il prezzo del suo riscatto. […] questo piano – concludeva G. - è condizionato […] da tre presupposti: il coraggio della Monarchia; l’intelligenza degli Alleati; il patriottismo degli antifascisti. Si verificheranno questi presupposti e queste condizioni? Non lo so. Ma lo spero” (cit. in De Felice, op. cit., p. 1203: per il titolo dell’opera vedere il precedente post).
Mentre Grandi dimostrava con questi propositi di avere grande lucidità, Mussolini sembrava impotente; il re intrappolato nell’indecisione dagli scrupoli giuridici (era preoccupato di muoversi rispettando lo Statuto), dal timore di suscitare reazioni vendicative da parte della Germania, dal suo scetticismo che lo conduceva ad essere malfidato nei confronti di tutti, a non nutrire speranze per alcuna soluzione.
 
Maria Josè di Savoia (1906-2001)
Dopo i tracolli militari dell’Asse in Africa e in Russia, cominciò un vorticoso giro di rapporti tra Ciano, Bottai, Grandi e gli angloamericani, grazie alla mediazione di monsignor Montini e di Maria Josè, la consorte del principe ereditario Umberto. Tra gennaio e luglio 1943, in questi ambienti si sondarono diverse strade per far uscire l’Italia dalla guerra; Mussolini invece puntava sulla chiusura del fronte russo, al fine di potersi concentrare sul Mediterraneo. Solo dalla primavera del 1943 cominciò a prendere in considerazione l’uscita dell’Italia dal conflitto, ma, stando a quel che riferirono le persone a lui più vicine, confessò che gli sarebbe servito tempo per convincerne Hitler. I documenti riservati degli Affari Esteri, analizzati da De Felice, mostrano in effetti un Mussolini preoccupato, ma incapace di decidersi in un senso piuttosto che in un altro, assalito da continui e improvvisi cambiamenti di umore. Di fronte a questa situazione, che sembrava di ora in ora sempre più senza via di uscita, si fece strada l’idea che la soluzione fosse nell’esautorare il duce. Però tutti i personaggi del fascismo coinvolti nel percorso che portò alla seduta del Gran Consiglio del 25 luglio erano sfiduciati sulla possibilità di ottenere questo risultato; inoltre nessuno, eccetto Grandi, aveva chiarezza di idee su cosa occorresse fare poi. Se la seduta del Gran Consiglio ebbe l’esito che ebbe il merito fu di Grandi, “di un uomo cioè – ha scritto De Felice – del quale tutto si può dire salvo che mancasse di idee chiare e di decisione e di quel tanto di spregiudicatezza necessaria a mettere d’accordo e a far procedere insieme una serie di personaggi in gran parte sfiduciati” (R. De Felice, op. cit., p. 1227).
 
Vittorio Emanuele III (1869-1947)

Stando al Diario di Grandi, fu questi a proporre il piano al re in un’udienza riservata avuta con il sovrano il 4 giugno; il re approvò, ma pretese che vi fosse il parere favorevole di un organo costituzionale, come il Parlamento o al più il Gran Consiglio del fascismo: “io sono un re costituzionale […] deve essere il parlamento ad indicarmi la strada”, disse a Grandi nel colloquio. Più scettico invece si mostrò sulla possibilità di rivolgere le armi contro la Germania: egli voleva esautorare Mussolini e poi sottoscrivere una pace separata con gli anglo-americani. Di fronte alle perplessità di Grandi che contestava sia la pretesa di far decidere ad un organo costituzionale, sia la pace che avrebbe suscitato comunque la reazione vendicativa della Germania, il re rispose: “Ella si fidi del suo re e lavori a facilitarmi il compito mobilitando l’Assemblea legislativa e magari il Gran Consiglio come surrogato del Parlamento. […] Si fidi del suo re” (cit. in R. De Felice, op. cit., p. 1237). E chiese a Grandi di mantenere il più assoluto segreto su questo incontro. Grandi nel Diario annota che dopo il colloquio con il re uscì dal Quirinale parzialmente rinfrancato; ma allo stesso tempo preoccupato che il re potesse approfittare di quel silenzio che gli aveva chiesto per tergiversare, per non decidere o per mutare ancora idea (cfr. ibidem nota 1). Comunque tenne per sé il segreto del colloquio e partì per Bologna, dove attese l’evolversi degli eventi.
 
L'incontro di Mussolini e Hitler
nel luglio 1943
Ovviamente la situazione precipitò subito dopo lo sbarco in Sicilia degli anglo-americani: il 18 luglio, infatti, Grandi venne informato che alcuni gerarchi del fascismo avevano chiesto un’urgente convocazione del Gran Consiglio, perciò tornò a Roma. Mussolini il 19 ebbe un incontro inconcludente con Hitler a Feltre: vi era andato per ottenere lo sganciamento dell’Italia dalla Germania, così almeno raccontò il generale Ambrosio presente al meeting, ma Mussolini non riuscì neppure a prospettare la cosa a Hitler. I partecipanti raccontano di un Mussolini ammutolito dall’apprendere che proprio in quel giorno Roma veniva pesantemente bombardata dagli Alleati. Fatto sta che perse un’occasione storica per porre fine alle sofferenze dell’Italia. Poi il 22 accettò di convocare il Gran Consiglio per il 24 luglio alle ore 17. Si è molto discusso in sede storiografica sul perché Mussolini abbia accettato di firmare la convocazione, se fosse o meno consapevole dei rischi che stavano correndo lui e il fascismo. Tanto più che alcune fonti fanno pensare che conoscesse il contenuto dell’odg che Grandi avrebbe presentato (lo dice, ad esempio, Grandi stesso nel suo Diario). Perché allora convocarlo? Perché non dare ascolto a chi lo metteva in guardia e cercava di dissuaderlo dall’accettare l’incontro (cercarono di fargli cambiare idea Suardo, presidente del Senato, Farinacci, Cianetti, la stessa moglie Rachele)?
Il pesante bombardamento del quartiere San Lorenzo di Roma, il 19 luglio 1943
La risposta sta forse nel fatto che M. non attribuiva grande importanza al Consiglio (che aveva anche un profilo istituzionale molto impreciso, organo più consultivo che deliberativo), e che anzi la riunione per lui sarebbe servita per dare soddisfazione ai richiedenti e tacitare i più irrequieti, per “guardarli negli occhi e metterli in riga”, come disse alla moglie. E a Suardo, che poco prima della seduta cercò di metterlo in guardia, disse: “voi siete catastrofico, Suardo, sarà una riunione informativa” (cit. in R. De Felice, op. cit., pp. 1347-1348). Che non prevedesse una seduta lunga e accalorata lo dimostra il fatto che alla sua segreteria particolare lasciò l’ordine di mettere in calendario, per la serata, la solita udienza con Ambrosio (Capo di Stato Maggiore Generale) per fare il punto sulla situazione militare. Del resto nei giorni tra il 19 e il 25 il re non aveva preso decisioni significative: il 22 Vittorio Emanuele III aveva avuto un incontro con Mussolini, ma non gli aveva comunicato nulla di significativo. Piuttosto fu il duce a chiedere al sovrano due mesi di tempo prima di prendere decisioni radicali (di cosa parlava? Di una pace separata? Di uno sganciamento dalla Germania?) e il re glieli concesse: cosa che spiega come mai Mussolini si fidasse del sovrano e non temesse le deliberazioni del Gran Consiglio; cosa che spiega anche come mai si sarebbe di nuovo recato tranquillamente da Vittorio Emanuele dopo la seduta del Gran Consiglio.
 
Pagina del verbale della seduta del GC del fascismo
con l'odg Grandi (ringrazio per le immagini
dei documenti il sito instoria.it)
La riunione fu convocata ufficialmente per discutere la gravissima situazione militare. Essa cominciò, alle 17 del 24 luglio 1943 (la ricostruzione dei complessi retroscena che portarono al 25 luglio è in R. De Felice, op. cit., pp. 1246-1362; la narrazione della seduta è alle pp. 1362-1383), con la relazione introduttiva di Mussolini che affermò la necessità di rispettare il patto con la Germania; seguì la presentazione delle mozioni. Quella di Grandi chiedeva il ripristino delle funzioni statali e del normale ordine costituzionale, con la consegna al re del comando delle Forze Armate, come stabiliva l’art. 5 dello Statuto che assegnava al sovrano questo potere. Farinacci presentò una mozione che egli descrisse come alternativa a quella di Grandi, ma che nella sostanza diceva le stesse cose: ripristino dei poteri del re. Infine Carlo Scorza presentò un odg di sostegno a Mussolini.

Le firme dei membri del GC in calce al verbale
La discussione che seguì fu surreale: Mussolini si difese, anche con forza, senza rinunciare alla sua abilità dialettica (disse ad un certo punto, quasi a voler rivolgere un ricatto ai gerarchi: “Signori, attenzione! L’odg Grandi può porre in gioco l’esistenza del regime. Signori, vi siete prospettata questa ipotesi?”), ma nel complesso lasciò che gli umori dei gerarchi si sfogassero, sicuro di avere dalla sua parte re ed esercito. La maggioranza dei membri parlò a favore dell’odg Grandi, giustificando la scelta come un favore verso Mussolini, poiché così lo si sarebbe sgravato delle difficili decisioni che si sarebbero dovute assumere e si metteva la patata bollente nelle mani della monarchia. Grandi stesso presentò la propria iniziativa come un modo per tirar fuori il duce dai pasticci, anzi lo elogiò per tutto quel che aveva fatto fino a quel momento. Nessuno, a parte Grandi, sembrava rendersi conto di quanto gravi sarebbero state le conseguenze di quell’odg. Fu Mussolini stesso a volere che si votasse per primo l’odg di Grandi: erano ormai le due e mezzo della notte. La votazione diede 19 voti favorevoli (tra i quali, oltre a Grandi, i più noti furono Giuseppe Bottai, Cesare Maria De Vecchi, Galeazzo Ciano, Luigi Federzoni, Giacomo Acerbo, Dino Alfieri, Emilio De Bono, Edmondo Rossoni), 8 contrari (tra cui Carlo Scorza, Farinacci, Buffarini-Guidi), 1 astenuto (Giacomo Suardo). A quel punto Mussolini ritenne che fosse superfluo votare gli altri due odg, sicché, alle 2.40 del 25 luglio, dichiarò conclusa la seduta.

Il proclama di Badoglio
Il Corriere della sera del 26 luglio 1943
La giornata del 25 luglio passò senza che trapelasse alcuna notizia. Alle 16 Mussolini, come ho già detto, si recò dal re con in mano l’esito della votazione e la legge istitutiva del Gran Consiglio, la quale stabiliva che tale organo era solo consultivo. Ma il re stavolta fu risoluto: gli comunicò di averlo sostituito con il maresciallo Pietro Badoglio e subito dopo lo fece arrestare. Solo alle 22.45 fu data la notizia, con comunicato ufficiale, cui seguì il famoso discorso radiofonico di Badoglio, nel quale il maresciallo diceva: “la guerra continua a fianco dell’alleato germanico”. Dopo la costituzione della Rsi, furono condannati a morte tutti i membri del Gran Consiglio che avevano votato l’odg Grandi, tranne Tullio Cianetti che il giorno successivo alla fatale seduta aveva scritto a Mussolini per ritrattare il suo voto (Cianetti fu condannato a 30 anni di reclusione). Ben 13 dei votanti si erano messi in salvo per lo più espatriando, sicché il processo di Verona che comminò le pene (gennaio 1944) emise le sentenze in contumacia. La pena capitale venne eseguita solo per 5 persone: Ciano, De Bono, Giovanni Marinelli, Carluccio Pareschi, Luciano Gottardi. Grandi si era messo in salvo in Spagna già all’inizio di agosto, poi si trasferì in Portogallo dove visse fino al 1948. Tornò in Italia negli anni Sessanta per aprire una fattoria nei pressi di Modena. Morirà a 93 anni, nel 1988.


Lo storico evento del 25 luglio aveva finalmente messo fine al regime fascista, ma non aveva sfilato l’Italia dalla guerra contro gli anglo-americani, come sperato da Grandi. Altre tragedie sarebbero occorse alla nazione fino al termine del conflitto, a cominciare da quell’8 settembre (l’armistizio), di cui, sempre quest’anno, ricorre il settantesimo anniversario. Di quest’altra data, importante e tragica, della storia d’Italia scriverò a suo tempo. Intanto vorrei concludere quanto abbiamo visto in questi due post dedicati al 25 luglio e a Grandi. Il piano architettato da questi era realistico e irrealistico allo stesso tempo, come ha scritto De Felice. Era realistico dal punto di vista politico, poiché l’unico modo per evitare le conseguenze della “resa incondizionata” era quello di capovolgere la situazione, rompendo l’alleanza con la Germania e schierando un’Italia in armi dalla parte degli Alleati. Sono molti i documenti che attestano come vi fosse, sia da parte americana sia da parte inglese, non solo la volontà di applicare all’Italia il principio della resa con “una certa elasticità” (parole di Churchill), qualora il re avesse deciso di schierarsi con l’Alleanza; ma anche una certa aspettativa sul fatto che l’Italia fosse sul punto di compiere questo passo. Era un piano temerario, come riconobbe Churchill nel 1950 (cfr. R. De Felice, op. cit., pp. 1203-1204), ma il solo che “poteva essere tentato”.
Il Processo di Verona. Da sx: De Bono (con le mani sul viso), Pareschi, Ciano, Gottardi, Marinelli, Cianetti


Era irrealistico, invece, sul piano militare: con quali forze concrete operare quel capovolgimento? Era assurdo pensare che l’esercito fosse pronto a compiere questa pericolosa azione, “nello stato d’animo di scoramento e di stanchezza che ormai caratterizzava larga parte della truppa e ancor più degli ufficiali e dopo due anni e più di guerra bene o male combattuta al fianco dei tedeschi” (R. De Felice, op. cit., p. 1203). Che potesse venire dalla società stessa, dai civili una reazione orgogliosa e massiccia era altrettanto impensabile: la popolazione era stremata dalla guerra e soprattutto sbandata, lasciata a se stessa, senza guida politica alcuna. Non c’era un De Gaulle, in Italia, capace di mobilitare l’intera nazione, al di là delle appartenenze ideologiche, contro il fascismo. Di lì a qualche settimana, inoltre, la penisola sarebbe stata spaccata in due dalla doppia occupazione: i tedeschi al centro-nord, fino alla linea Gustav (Termoli-Gaeta); al sud di Cassino gli Alleati, che risalirono l’Italia con lentezza ed estrema fatica. A chi rivolgersi, allora, per realizzare il “piano temerario” anche dal punto di vista militare? Veniamo qui alla “piccola parte di verità” cui accennavo all’inizio del precedente post: la Resistenza. Essa sorse nel nord Italia solo dopo l’armistizio (8 settembre), non prima. Gli uomini che vi presero parte furono degli eroi, ai quali va tributato il massimo onore: essi decisero di immolarsi combattendo per la libertà della patria, sognando un mondo migliore e più giusto. Tuttavia furono pochi. Non un popolo in armi, non una rivoluzione civile capace di coinvolgere le masse, come accadde altrove (in Francia, in Jugoslavia, in Cina). Fu un movimento molto, molto minoritario il cui peso militare non era neppure determinabile nell’estate del 1943. Solo in seguito, verso la fine del 1944, sarebbe stato di un certo rilievo: ma mai in grado, da solo, di scacciare dall’intera penisola gli occupatori nazisti e i loro alleati della Rsi.


Questo è appunto il problematico avvio della nostra storia repubblicana: gli italiani, fino a qualche anno prima soggiogati dalla dittatura o convinti sostenitori di essa, nel turbine degli eventi del 1943 reagirono in massa con timore, rassegnazione, egoismo; molti si limitarono a non fare nulla, restarono alla finestra in attesa degli eventi, cercando di mettersi disperatamente in salvo (il “tutti a casa” di Alberto Sordi, ricordiamo?). Costituirono quella “lunga zona grigia” di cui parla De Felice nell’ultimo volume della sua opera, nonché nel libro intervista Rosso e nero (a cura di Pasquale Chessa, Milano, Baldini&Castoldi, 1995). Solo pochi, pochissimi presero una decisione coraggiosa: da un lato i partigiani (che si schierarono dalla parte giusta), dall’altra i volontari “repubblichini” (che scelsero la causa sbagliata, ma scelsero). Troppo pochi i primi per rendere pienamente realistico il piano di Grandi. Troppi i secondi per evitare la guerra civile: che infatti vi fu.


Resta da valutare la figura di Grandi. Un uomo dalle mille contraddizioni, non c’è dubbio. Ma ebbe la forza di pensare con la propria testa in un momento tragico per la nazione, un momento in cui quasi tutti gli altri attori importanti persero la testa o non la usarono con lucidità. Mancò a Grandi, semmai, la capacità (e forse anche la volontà) di tradurre il pensiero in azione: si mise in salvo, anche lui, quando avrebbe potuto impugnare le armi. Si comportò, insomma, come la maggioranza degli italiani. Peccato. come Mussolini a Feltre, Grandi mancò l’appuntamento con la svolta storica che, pure, egli stesso aveva contribuito a creare. (2-fine)