Le novità di questi giorni: seconda parte.
Le proteste studentesche
2. Le proteste studentesche. Iniziate qualche settimana fa, anche quest’anno sono
arrivate le solite autunnali proteste studentesche. Non mi soffermerò sul
“vuoto conformismo” che spesso queste stereotipate manifestazioni rappresentano:
aspetto sul quale Giovanni Belardelli ha scritto di recente un articolo,
pubblicato dal Corriere della sera,
che condivido del tutto (G. Belardelli, Il rito conformista delle occupazioni, Corriere della sera, 19 novembre 2012, p. 28).
Voglio soffermarmi,
invece, sul merito di queste proteste: la protesta nei confronti della legge di
stabilità, e la dura opposizione nei confronti del disegno di legge 953, noto
come “ex-Aprea”. Si tratta di due questioni differenti e, secondo me, senza
alcuna relazione tra loro. L’opposizione nei confronti della legge di stabilità
riguarda i sacrifici che il governo intende imporre alla scuola: tagli e
risparmi per circa 180 milioni di euro. Il fermento tra gli insegnanti era
iniziato proprio per questo, perché, come si ricorderà, nella sua prima stesura
la legge di stabilità prevedeva l’aumento di ben 6 ore settimanali di lavoro
per tutti i docenti delle scuole medie e delle superiori, portando così
l’orario settimanale di lezione da 18 ore a 24. Aumento d’orario di ben un
terzo senza aumento di stipendio: naturale che la protesta si sia diffusa in un
lampo e abbia prodotto una serie di petizioni on line giunte sul tavolo del Ministro Profumo. Il seguito della
vicenda lo conoscete tutti: scosso dalla protesta, il governo ha fatto marcia
indietro, stralciando dal progetto l’aumento delle ore di lavoro.
Sono rimasti, però,
i tagli. Da dove prendere i 180 milioni? Molto probabilmente la decurtazione
colpirà il Fondo dell’istituzione scolastica, ovvero quei trasferimenti con i
quali il Ministero finanzia le cosiddette “attività aggiuntive”. Subito è
scattata un’altra forma di protesta: la sospensione delle attività pomeridiane,
come sportelli e corsi di recupero, progetti, certificazioni ecc. È stata
giusta e ben orientata questa mobilitazione? Risponderò in poche parole. Giusta
la mobilitazione contro l’aumento dell’orario, perché si tratta di materia
contrattuale e perché il lavoro dell’insegnante non si esaurisce nelle 18 ore
di lezione in classe, ma arriva vicino alle 40 settimanali. Opinabile la
protesta contro i risparmi: non perché siano da approvare le decurtazioni delle
risorse a disposizione della scuola, ma perché temo che, se vogliamo il
pareggio di bilancio anche per il 2013, non siano attualmente disponibili altre
soluzioni. Certo, è bene far sentire la protesta della scuola al governo,
perché capisca che il mondo dell’istruzione sta soffrendo da molti anni per la
penuria di risorse; inoltre è necessario ricordare continuamente alle autorità che
la riduzione dei costi della politica è da preferire ai tagli alla spesa
pubblica. Ma l’urgenza dell’adeguamento dei conti al fiscal compact europeo del marzo scorso sembra imporci ulteriori
sacrifici, poiché i rischi per la nostra nazione permangono e appaiano ancora
molto gravi. Che fare, allora? Continuare a scioperare finché tutti non saremo
precipitati nel default? O stringere
ancora una volta la cintura? Inseguire
un obiettivo ideale, giusto, ma di difficile realizzazione in tempi brevi,
oppure affrontare subito l’emergenza con provvedimenti ingiusti ma necessari?
Credo che, purtroppo, non ci siano alternative al sacrificio, almeno non in
tempi brevi.
Completamente
diverso è il discorso relativo alla protesta contro il ddl ex Aprea.
Innanzitutto, quando è cominciata la mobilitazione degli insegnanti per le
ragioni di cui sopra, l’obiettivo della contestazione del disegno di legge non era stato ancora messo ben a fuoco: ne sapevano poco gli insegnanti, non ne
sapevano nulla gli studenti. È evidente che qualche ben informata fonte di
mobilitazione politica ha saputo sfruttare ad arte la situazione di scontento
per infilare tra gli obiettivi della protesta l’opposizione al ddl. La
metodologia è la stessa di sempre: urlare con supponenza slogan brutali e
ideologici, gridare che la scuola pubblica è sotto attacco e, con essa, la
democrazia e la libertà; attendere che le urla facciano effetto e cavalcare poi
la mobilitazione ponendosi alla testa di
manifestazioni, assemblee, occupazioni. Sicché è accaduto che una protesta nata
per sacrosanti motivi sindacali abbia assunto, nel volgere di poche settimane, l’aspetto di una crociata a difesa della
scuola statale, contro l’attacco dei capitalisti pescecane che stanno per
azzannarla.
Naturalmente in una
situazione di agitazione tutto serve a chi vuole seminare rabbia e confusione:
non ultima la disinformazione, come ha fatto il sito di notizie scolastiche
orizzontescuola.it che continua, tuttora
(vedi: http://www.orizzontescuola.it/node/22958),
a pubblicare la vecchia versione del ddl, quella precedente alle modificazioni
imposte dal passaggio alla Camera dei Deputati il 10 ottobre scorso, traendo in
inganno studenti, insegnanti e genitori.
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Valentina Aprea |
Ma cosa dice il ddl
ex Aprea? Elaborato tempo fa da Valentina Aprea, già sottosegretario
all’Istruzione nei governi Berlusconi, è stato modificato profondamente dalla Commissione
cultura della Camera, prima di arrivare al voto del 10 ottobre. Su di esso si è
registrata un’ampia convergenza, poiché Pd
e PdL hanno votato a favore. Il ddl così varato intendeva realizzare
quell’autonomia scolastica prevista dalla legge n. 59 del 1997 (nota come legge Bassanini), dal DPR 275
del 1999 e dalla riforma del titolo V della Costituzione (art. 117). Queste
norme avevano già previsto esplicitamente che obiettivo
dell’autonomia sarebbe stata la “diversificazione” del servizio scolastico e il
“coordinamento con il contesto territoriale” (art. 21, comma 8 della legge
Bassanini; art. 1 comma 2 del DPR 275/99). In particolare il DPR del ’99
affermava che la formazione deve essere “adeguata ai diversi contesti”
(quindi differenziata) e alla “domanda della famiglia” (la quale, quindi, deve
essere in qualche modo coinvolta nell’elaborazione del Piano dell’Offerta Formativa
predisposto dalla scuola). Anzi, l’art. 3, comma 3 del DPR afferma
esplicitamente che “Il Piano dell'offerta formativa è elaborato dal collegio
dei docenti […] tenuto conto delle proposte e dei pareri formulati dagli
organismi e dalle associazioni anche di fatto dei genitori e, per le scuole
secondarie superiori, degli studenti.” L’articolo 8 è anche più esplicito,
poiché indica la possibilità di definire il curricolo in modo “flessibile”,
integrando la quota “nazionale” con quella “riservata” alle singole scuole
(comma 2), offrendo “agli studenti e alle famiglie […] possibilità di opzione”
(comma 4). Diversificazione, ruolo delle famiglie, collegamento organico con il
contesto territoriale socio-economico-culturale erano insomma già stabiliti
dalle leggi degli ultimi 15 anni. La riforma del Titolo V della Costituzione,
nell’articolo 117, ha aggiunto il principio di sussidiarietà nei fondamenti
giuridici della Repubblica, affermando la “potestà legislativa” degli Enti
autonomi.
Il ddl Aprea ha aggiunto poco di più a questo corpus di
norme: ha affermato che ogni scuola, essendo autonoma,
deve avere un proprio Statuto (come accade per ogni Ente autonomo: i Comuni
hanno uno Statuto, le Regioni hanno uno statuto, le Province hanno uno statuto,
le Poste hanno uno statuto…); che le famiglie hanno libertà di scelta riguardo
all’istruzione e formazione dei loro figli (ma è davvero una novità? Lo
dicevano già a chiare lettere le leggi precedenti); che gli organi collegiali
devono essere in grado di recepire i cambiamenti introdotti dall’autonomia,
aggiungendo al consiglio dell’autonomia (che dovrebbe sostituire il consiglio d’istituto)
“ulteriori membri esterni” in numero non superiore a due, senza diritto di voto
(art. 4, comma 1, punto e). Questi membri possono far parte del consiglio solo
se vi è il parere favorevole “di almeno 2/3 dei componenti del consiglio
stesso”, e possono essere scelti tra i soggetti indicati dall’art. 1 comma 2:
rappresentanti dello Stato, delle Regioni, delle autonomie locali, delle realtà
culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi. È così scandaloso
tutto ciò?
Può darsi che lo sia. Tutto quel che hanno
affermato in questi ultimi 15 anni le leggi che ho citato è materia opinabile
(fermo restando, però, che la Costituzione ha introdotto la sussidiarietà: non
si può invocare la Costituzione solo quando fa comodo!). Tutto è opinabile in
fatto di organizzazione scolastica. Ma se si contesta il ddl ex Aprea occorre
rigettare tutte le norme istitutive dell’autonomia: come realizzare il
coinvolgimento dei soggetti sociali, politici, culturali ed economici del
territorio previsto da quelle norme se non dando ad essi un minimo di spazio
nelle istituzioni scolastiche? E come dare voce alle esigenze formative delle
famiglie se non facendole partecipare all’elaborazione del POF? Come, infine,
attribuire “potestà legislativa” ad una scuola autonoma senza dargli il potere
statutario di decidere come organizzare la propria esistenza, dall’attività curricolare
a quella “progettuale”, dalle assemblee studentesche alle visite d’istruzione?
Anche se si volesse rigettare del tutto il ddl in questione, resterebbe
comunque da risolvere il problema di come dare realizzazione alle norme del ’97
e del ’99 che hanno istituito l’autonomia scolastica.
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La sen. Mariangela Bastico |
Gentile collega, non sono d’accordo su due aspetti:
RispondiElimina1) non esiste per me una autonomia ‘buona’ ed una ‘cattiva’. L’autonomia scolastica è stata creata dallo stato con il chiaro intento di liberarsi gradualmente del governo e del finanziamento della scuola pubblica abbandonandola al suo gramo destino di guerre interne e territoriali (principio antico del divide et impera) con conseguente servile accattonaggio di risorse (più difficile per i licei) presso potentati locali (non vedo per altro con quali prospettive di crescita qualitativa/culturale).
2 ) è difficile negare, guardando nel lungo periodo alla strategia di politica scolastica comune a vari governi, che la ex Aprea e i vari tagli pesantissimi che si sono abbattuti sulla scuola non obbediscano tutti allo stesso disegno: quello di far cassa con le risorse dell’istruzione e nel contempo di predisporre – precipitando nel caos didattico e logistico una scuola di stato semiprivatizzata – le fondamenta per il decollo parallelo di una scuola privata classista d’élite di stampo americano.
Per il resto sono d’accordo su molti singoli punti del tuo discorso, direi ovviamente, viste le cose che vado scrivendo da tempo (e che tu gentilmente hai citato).
Credo tuttavia che in questo particolare momento la convergenza della protesta di docenti e studenti abbia una tantum un senso. Perché l’attacco alla scuola pubblica esiste e come. Anche se a scandalizzarsene a parole sono – sgradevolmente e paradossalmente – anche coloro che nei fatti lo appoggiano e, temo, lo appoggeranno ancora.
Ciao Paolo, e grazie per il tuo commento. E' un onore per me ospitare un tuo intervento: apprezzo e spesso approvo quello che scrivi sulla scuola. Anche in questo caso credo che ci siano più convergenze che divergenze. Forse l'unica divergenza è sul senso da attribuire alla definizione "scuola pubblica". Questione non da poco, certo, ma credo che, se riusciamo a "deideologizzarla", le dissonanze si attenueranno. Tornerò ancora sulla questione, spero di averti anche in quell'occasione tra i miei lettori. Con stima, un caro saluto.
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