Gli errori del giaguaro. I
populismi alla prova dei fatti
Ora possiamo dirlo: il PD ha
perso le elezioni per colpa sua. Che le abbia perse l’ha affermato lo stesso
Bersani: “è chiaro – ha detto il leader PD nella conferenza stampa di oggi
pomeriggio – che chi non riesce a garantire governabilità non può dire di aver
vinto. Non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi, questa è la nostra
delusione” (vedere Corriere della sera online del 26 febbraio 2013). L’ammissione di Bersani è stata sensata e
coraggiosa: ogni altra affermazione sarebbe suonata fuori luogo e contro la
realtà dei fatti.
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Elisabetta Gualmini |

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Matteo Renzi |
Una scelta alternativa, e
nuova, sarebbe stata la candidatura di Matteo Renzi, che, come ho scritto a suo
tempo (post del 26/11/2012), avrebbe potuto ottenere il consenso del ceto medio deluso dalla politica
della destra. Ma le primarie non sono state favorevoli al sindaco di Firenze:
le regole scelte per quelle votazioni, com’è noto, sono state applicate in modo
da ostacolare il giovane leader, e per favorire il gruppo dirigente del partito.
Perciò, vuoi per il conservatorismo del popolo di sinistra, vuoi per il fuoco
di sbarramento delle regole imposte dalla dirigenza, il PD si è autocondannato
alla sconfitta.
Il ceto medio moderato non ha
creduto alla volontà di rinnovamento del PD, non si è fidato della sua politica
fiscale ed economica, né dell’alleanza con Vendola. Il ceto medio moderato vuole
sì una politica di contrasto all’evasione fiscale, purché non si traduca in
vessazioni tributarie per il piccolo contribuente, purché, soprattutto, essa
sia contestuale ad una significativa riduzione delle tasse. Inoltre non è
disposto ad introdurre nuovi diritti se prima non si danno garanzie per il
godimento di quelli già esistenti e oggi difficilmente praticabili: la certezza
del lavoro, la sicurezza del reddito, il valore del merito, la garanzia dell’ordine.
Su questi temi la sinistra del PD-SEL non ha saputo dare alcuna risposta convincente.
Perché il ceto medio moderato possa fidarsi del PD, dovrebbe percepirne la sua
collocazione nel centro-sinistra; le parole d’ordine evocate, i temi sollevati
e soprattutto gli uomini simbolo hanno invece comunicato del PD un’immagine di
sinistra senza centro. Il risultato di queste scelte è oggi sotto gli occhi di
tutti: l’Italia è stata consegnata a due populismi, quello di Berlusconi, quello
di Grillo.
Che cosa accadrà ora? Vedo
solo due probabili scenari. O il PD si apre ad un’alleanza di governo con il
Movimento 5 Stelle, o si va di nuovo a votare entro pochissimi mesi. C’è anche
un terzo scenario, forse meno probabile ma pur sempre possibile: che si crei
una “grande coalizione” comprendente PD, Monti, PDL (e forse M5S) finalizzata
solo a varare una riforma elettorale seria, per poi tornare ugualmente alle urne. Credo
sia da escludere una maggioranza PD-PDL; e anche se venisse messa in piedi, come
ha detto lo stesso Grillo (che in questo caso ha ragione), non durerebbe a
lungo. L’esito sarebbe comunque una nuova tornata elettorale.
Quindi, se un governo si
farà esso dovrebbe comprendere il Movimento 5 Stelle. Per i “grillini” è
insomma arrivato il momento di mostrare di che pasta sono fatti: sono loro ad
avere più da perdere in questo frangente. Potrebbero rifiutarsi di entrare in
una maggioranza, sicché si assumerebbero la responsabilità di ritornare al voto,
rischiando a quel punto serie spaccature all’interno del movimento. Se invece
collaboreranno, dovranno accettare le regole della democrazia rappresentativa e
il parlamentarismo, negando in tal modo uno dei loro assunti ideologici più
radicati: la democrazia diretta realizzata attraverso il web. Anche in questo
caso rischierebbero serie fratture all’interno del movimento. Quel che è certo
è che non potranno fare quel che essi stanno dichiarando in queste ore, ovvero decidere
come comportarsi di volta in volta, valutando un provvedimento alla volta: i
provvedimenti, infatti, potranno esserci solo dopo la formazione di una
maggioranza, e quest’ultima si formerà solo se essi accetteranno di allearsi
con il PD. Tertium non datur.
Probabilmente il risultato
ottenuto dal M5S ha sorpreso gli stessi leader del movimento; forse il loro successo
li preoccupa persino. Essi erano pronti ad usare un manipolo di qualche decina
di deputati per svolgere la funzione di pungolo nei confronti di una maggioranza,
di destra o di sinistra. Non lo erano per entrare essi stessi in questa, non lo
erano per svolgere il ruolo di ago della bilancia, di forza decisiva per la
formazione di un governo: non in questa legislatura, almeno; forse in una
prossima, dopo aver effettuato un’adeguata esperienza come forza di opposizione,
ma non ora, alla loro prima uscita politica nazionale. È possibile, insomma,
che essi siano disorientati e intimoriti dal loro incredibile exploit. E si
trovano, indubbiamente, in una scomoda posizione.
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Gianroberto Casaleggio, il guru-pubblicitario che sta dietro il M5S |
Se accetteranno di entrare
de facto nella odiata “casta”, alleandosi con uno dei suoi più rappresentativi
partiti, non solo non potranno più affermare di voler mandare “tutti a casa”,
ma dovranno misurarsi con i problemi reali, dovranno verificare se le loro
proposte sono realizzabili o se erano soltanto “sparate” populiste; e se non
potranno realizzare i loro progetti dovranno sobbarcarsi l’onore di spiegarlo
ai loro entusiastici elettori. Ad esempio, se entreranno nella maggioranza di
governo con il PD, potranno continuare a sostenere di voler effettuare un referendum
sull’euro? Potranno continuare ad affermare di voler elargire un reddito di cittadinanza
di 1000 euro a tutti i disoccupati? Potranno continuare ad opporsi al progetto
TAV? Il populismo di simili proposte (definite “folli” da alcuni osservatori,
ad esempio da Tito Boeri, sempre ieri sera su La7: vedi lavoce.info) è ora alla
prova dei fatti, e forse questo non lo aveva previsto neppure Casaleggio.
Il M5S ha eroso voti a tutti
i partiti. Ma in modo particolare, credo, al centro-destra. Non dimentichiamo
che il PDL e la Lega nel 2008 ottennero alla Camera oltre il 46% dei voti e
oltre il 47 al Senato (vedere qui). Oggi il centro-destra ha superato di poco il
29% alla Camera e il 30% al Senato. Ha perso il 17% dei voti. In particolare
la Lega ha subito un dimezzamento dei suffragi rispetto al 2008. Certo anche il
centro-sinistra si è ridotto: tra i 6 e gli 8 punti di percentuale. Ma la vera
emorragia è stata subita dal centro-destra, perdita che poteva anche essere
maggiore se il centro-sinistra avesse approfittato dell’impopolarità che circa
un anno fa (solo 12 mesi fa!) gravava sulla Lega e su Berlusconi, travolti da
scandali, immoralità, processi. La bravura del Cavaliere è consistita nel saper
tamponare l’emorragia e avviare un clamoroso recupero. Ma dove è finito quel
17% che non è riuscito a trattenere? Una parte, probabilmente, non ha votato; ma
sono molti, credo, quelli che all’ultimo istante hanno deciso di seguire il
pifferaio magico Grillo. Per protesta, per odio verso la sinistra, oppure per
cinismo. Ora è nelle mani di costoro il futuro della nostra nazione.