4a parte: Il giovanilismo e il movimento del Settantasette:
dall’impegno politico al trionfo dell’autonomia
Si
è spesso tentato di stabilire un’analogia se non addirittura una continuità tra
il ’68 e il ’77, come se il primo avesse in qualche modo preparato o
influenzato il secondo. Influenze, come è ovvio, ve ne sono state, ma i due
movimenti, in realtà, sono profondamente diversi.
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La violenta contestazione, attuata dagli studenti dell'Autonomia, contro Luciano Lama nel febbraio 1977 |
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Gli scontri di Bologna, marzo 1977 |
Iniziamo
dalle analogie. Anche nel movimento del ’77 vi furono clamorose contestazioni politiche
(memorabile fu la contestazione subita dal segretario generale della CGIL
Luciano Lama all’Università La Sapienza di Roma, nel febbraio 1977); ed anche
scontri di una certa entità, soprattutto in alcune città sedi universitarie:
Roma fu sconvolta da autentiche guerriglie urbane nel marzo e nell’aprile del
1977 (negli scontri morì la studentessa Giorgiana Masi), quando fece la sua
comparsa un nuovo mito della farneticazione contestataria, la P38, l’arma cult degli “anni di piombo”; Milano fu
messa a ferro a fuoco nel maggio; a Bologna si dovette far uso di mezzi
blindati per arginare la violenza, specie durante gli scontri del marzo 1977,
dove morì lo studente Francesco Lorusso, esponente di Lotta continua.
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Un'immagine simbolo degli anni di piombo: l'ex-terrorista Giuseppe Memeo durante gli scontri di Milano, maggio 197 |
Nelle università di Bologna, Roma e Milano si
sviluppò il movimento “Autonomia studentesca” affiancato da “Autonomia operaia”,
ambienti politici che alimentarono la cosiddetta “lotta armata”, ovvero il terrorismo
rosso attuato da formazioni clandestine come Proletari Armati per il Comunismo e
Azione Rivoluzionaria; infine, alcuni esponenti dell’area delle “autonomie” (Oreste
Scalzone, Franco Piperno, Franco Berardi – il famoso Bifo di Radio Alice – e soprattutto Toni Negri) condivisero apertamente
o parteciparono direttamente all’attività terroristica di formazioni armate già
esistenti, come Prima Linea, Unità Comuniste Combattenti, Nuclei Armati
Proletari, Brigate Rosse.). Lo sviluppo del movimento del ’77, insomma,
coincise con il culmine degli “anni di piombo”.
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Indiani metropolitani, 1977 |
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Indiani metropolitani, 1977 |
Eppure,
nonostante questi collegamenti con organizzazioni politiche e formazioni
terroristiche, il movimento del ’77 fu più un’avanguardia culturale che
politica: l’autonomia si esprimeva con la creazione di centri sociali, di
iniziative colorite e rumorose (si pensi ai cosiddetti “indiani metropolitani”)
che intendevano mostrare solo il sentimento dell’insofferenza e
dell’antagonismo contro ogni tipo di regola, di organizzazione, di pensiero, di
obiettivo politico. Da questo punto di vista si vede la diversità con il ’68:
se questo era impegnato nella politica e quindi organizzato, il ’77 fu invece
antipolitico, poiché esprimeva solo insofferenza e la esibiva come vessillo
della diversità giovanile rispetto al sistema. Il ’77 fece della diversità e
persino della marginalità un valore. È vero che tale atteggiamento finì per
avere una rilevanza politica, perché all’antagonismo giovanile guardarono un
po’ tutte le forze organizzate della sinistra per capire come attirarne il
consenso e incanalarne la rabbia verso forme di rappresentanza politica;
tuttavia, non era la politica l’interesse prioritario del ’77, bensì
l’espressione e la produzione di cultura.
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Indiani metropolitani a Bologna |
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"Esproprio proletario" a Roma, 1977 |
La
cultura del ’77, che si esprime in un certo numero di riviste e di
manifestazioni artistiche, è un po’ una summa
dei giovanilismi dei decenni precedenti. Il gusto per gli sperimentalismi
linguistici e per le contaminazioni linguistiche deriva dallo sperimentalismo
delle avanguardie del primo Novecento e dallo stesso ’68; dagli anni ’50 deriva
il gusto per l’associazione, che porta alla nascita dei centri sociali come
luoghi di aggregazione giovanile; dal futurismo e dal fascismo il gusto per lo
sberleffo e per la provocazione gratuita. A tenere uniti questi atteggiamenti
c’è la “legge del desiderio”: ogni desiderio del giovane è legittimo, si diceva
nel ’77, perché liberatorio e antisistema per il fatto stesso di esprimersi.
Così ecco le manifestazioni violente di espressione dei desideri giovanili: “l’autoriduzione
del prezzo” praticata nei ristoranti, “l’esproprio proletario” praticato nei
supermercati, nei magazzini, nelle librerie, lo sfondamento per entrare nei
concerti rock senza pagare, la falsificazione dei biglietti di viaggio sui
mezzi pubblici o di quelli per entrare allo stadio. In tutto ciò non c’è
impegno, né volontà di rinnovamento della società, anzi ogni progetto viene
rifiutato perché produce sistema e potere: perciò alla lotta organizzata si
preferisce la sopravvivenza ai margini, il rifiuto del lavoro e della famiglia,
la negazione di qualsiasi ordine e disciplina. È innegabile
che questi temi derivino anche dal ’68: ma mentre allora vi era il desiderio di
riorganizzare il mondo su basi nuove, nel ’77 l’idea stessa della
riorganizzazione è rifiutata; si preferisce decostruire, de-organizzare (non a
caso una delle filosofie di riferimento è il decostruttivismo di Jacques
Derrida che nega la realtà e la fondatezza di ogni gerarchia e di ogni ordine
nel linguaggio e nel pensiero).
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Il filosofo francese Jacques Derrida (1930-2004) |
Come
era accaduto per la cultura del ’68, però, anche quella del ’77 finì per essere
assorbita dal sistema e sarebbe diventata essa stessa “il sistema”. Si trattava
infatti di una cultura che, pur contestando il capitalismo, non disprezzava il
consumo e intendeva cavalcarlo con “creatività” per sfruttarne quelle
potenzialità che potevano liberare i desideri giovanili, ritenuti, chissà
perché, sempre “antisistema”. Insomma, si trattava di una cultura che, pur
affermando di essere in conflitto con la società capitalistica, era invece implicitamente
in sintonia con essa: quest’ultima spingeva sempre di più al consumo
disimpegnato, senza preoccupazioni, senza rimorsi, narcisistico, senza
preoccuparsi del modo con cui la ricchezza si poteva continuare a produrre e la
si poteva mantenere, un consumo de-responsabilizzato; allo stesso modo il
movimento del ’77 spingeva verso la negazione di ogni ordine e di ogni regola,
per lasciare lo spazio alla creatività individuale, all’anticonformismo
provocatorio, all’originalità, all’imposizione del desiderio individuale come
fonte di ogni diritto. Proprio ciò alimenta il mercato nel “capitalismo
avanzato” degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta: il disimpegno, l’attenzione
narcisistica al sé, il consumo senza pensiero e senza rimorsi.
Non
è un caso, quindi, che, come era accaduto per il ’68, anche per il ’77 le proposte
più politicizzate del movimento si spensero e rimase invece, come sua eredità,
uno stile di vita, un’etica che sarà fatta propria dall’intero corpo sociale,
che conquistò addirittura il mercato. Le riviste più lette del movimento,
quelle più anticonformiste che avevano fatto dello scherno e dell’irrisione il
loro modo di comunicare, e cioè Il Male
e Frigidaire, ebbero uno strepitoso
successo editoriale e lanciarono un nuovo modo di fare satira che oggi vediamo
ampiamente usato dalla televisione e che impazza su internet (si pensi allo
stile di Striscia la notizia o a quello
di Le iene, oppure ai siti e ai blog di
irrisione e satira che spopolano tra i giovani che navigano in rete). Molti di
coloro che lavorarono in queste anticonformiste riviste d’opposizione si sono
poi affermati nel mondo dei mass-media nei decenni successivi ed oggi alcuni
sono persino personaggi di successo (si pensi ai grafici e disegnatori Andrea
Pazienza, Filippo Scòzzari, Sergio Angeletti – noto per anni con lo pseudonimo Angese – nonché Vauro Senesi – noto come
Vauro). Lo stile comunicativo dissacrante
e derisorio si diffonde nelle radio libere (di cui la già citata Radio Alice è
stato solo uno degli innumerevoli esempi) e nelle prime tv libere: tra la fine
degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta si colloca l’inizio della liberalizzazione
delle frequenze radiofoniche e televisive, poiché le sentenza della Corta
Costituzionale che avviarono la libera comunicazione via etere sono del 1974 e del
1976. Si impongono poi i megaconcerti rock e i raduni giovanili che divulgano
nuove mode musicali del tutto disimpegnate sul piano politico, ma contro
corrente perché prive di ordine e di senso (il rock demenziale, il rap, la
break dance, il rave party). Nasce persino una serie di nuove professioni tutte
esercitate all’insegna dell’autonomia e dell’indipendenza: il film maker
indipendente che produce cortometraggi al di fuori delle grandi industrie di
produzione cinematografica (ma avrà così tanto successo di mercato che non
pochi di costoro diventeranno dei veri e propri produttori di cinema); il
designer creativo nato come writer
nei sobborghi, dove scarabocchiava i muri con le bombolette spray, poi
reclutato dalle amministrazioni comunali per creare murales nei parchi pubblici, e infine pagato dall’industria di moda
per creare nuove forme per gli abiti e per gli accessori d’abbigliamento; il
pubblicitario creativo (si pensi al fotografo Oliviero Toscani il cui stile
comunicativo deve molto alla cultura della provocazione del ’77); l’operatore
culturale che produce attività effimere per le “estati culturali” organizzate
da tutti i comuni dagli anni Settanta in poi; e ancora: il disegnatore di moda,
l’artista postmoderno, il procacciatore di sponsorizzazioni, l’animatore di
locali e così via.
Insomma,
il movimento del ’77 è rimasto come stile comunicativo, uno stile che disprezza
ogni criterio di organizzazione logica e utilizza, in un miscuglio ipnotico,
immagini, musica, parole, esibizione del corpo, spinta a eccedere. Così, da un
lato l’autonomia assunta come valore dal movimento del ’77 diviene un’etica che
contribuisce a generare la nuova classe di piccoli imprenditori dinamici e
spregiudicati che si afferma dalla fine degli anni Settanta; dall’altro, lo
stile comunicativo del ’77 è fatto proprio nei decenni seguenti da tutto
l’universo dei mass media. Eterogenesi dei fini: nato come contestazione antisistema
e anticapitalista, il movimento del ’77 diede al capitalismo nuova linfa per
uscire dalla lunga crisi economica degli anni Settanta. (4 – continua. La prossima sarà l'ultima parte)
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Alcune copertine di Frigidaire, rivista nata nel 1980. Qui sotto: un writer "legalizzato", al servizio del Comune di Ravenna |