Abolire l’esame
di Stato?
Devo dire che non avrei pensato di riuscire a sollevare così
tanto interesse sulla questione dell’esame di Stato. E invece ecco che ricevo
commenti da studenti, ex studenti, colleghi, ex colleghi. Certo, si dirà, sono
tutti, più o meno, addetti ai lavori. Ma non era proprio questo che lamentavo
nel post del 29 giugno (Della “libertà di
copiare”), e cioè che proprio tra gli addetti ai lavori non sempre ci fosse
la volontà di affrontare questioni come questa? Perciò sono soddisfatto di
avere suscitato interesse intorno ai temi dell’esame, della correttezza del suo
svolgimento, dell’onestà nell’affrontarlo e nel prepararlo. Ringrazio tutti per
gli interventi e per i commenti, e mi scuso se non sono riuscito a rispondere
ad ognuno di voi: non è certo per mancanza di interesse, ma solo per mancanza
di tempo. Spero che questo post conclusivo sulla questione dell’esame valga
anche come risposta ai sensatissimi interventi che ho ricevuto.
Affrontiamo subito il toro per le corna: è utile l’esame di
Stato? Me lo chiede esplicitamente Lucas, mio ex studente (commento del 30
giugno al post del 27/6). Modifico un po’ la sua domanda per rendere più
esplicito il mio parere: “è utile UN
esame, al termine del curriculum di studio di uno studente di media superiore?”.
Posta così la domanda, a me pare che la risposta si presenti immediata: è
utilissimo! E questo per varie ragioni: perché con un esame conclusivo si può certificare
il raggiungimento di un certo livello di preparazione, si può uniformare la
formazione di base dei giovani italiani rispetto a valori e standard culturali comuni,
perché, infine, in tal modo si può sottoporre un giovane, per la prima volta
nella sua vita, ad una seria e difficile prova che può avere un valore civico
enorme, di preparazione-introduzione alla vita in una società complessa e in
uno Stato di diritto, o, come si preferisce dire oggi, di avviamento alla
“cittadinanza democratica”.
Ma, detto questo, altrettanto immediatamente si presentano i
rilievi a tali ragioni: un esame sarebbe utilissimo SE fosse svolto come dovrebbe. Probabilmente alcune inefficienze e
alcuni difetti dell’esame di Stato dipendono dal suo stesso impianto
istitutivo, dalle norme che l’hanno creato, dalle procedure burocratiche che lo
fanno funzionare. Il piccolo test che ho preparato nei giorni scorsi, e che
potete ancora vedere qui a fianco, ha provato che qualcosa, secondo i
partecipanti, si dovrebbe cambiare: sui dieci votanti che hanno preso parte al
sondaggio, ben 9 hanno detto che sarebbe bene aumentare il punteggio del
credito scolastico. Dieci votanti non sono nulla, è ovvio; eppure, mi permetto
di dire, sono convinto che la loro opinione sia condivisa da molti italiani.
Anche l’abolizione, o per lo meno la revisione, della terza prova scritta,
suggerita da uno dei votanti, dovrebbe
essere presa in considerazione. Accanto a questi punti deboli, poi, ce ne sono sicuramente
altri che andrebbero affrontati: il ruolo che ha, nel colloquio orale,
l’approfondimento personale – meglio noto come “tesina” – spesso esercizio velleitario
di insulsa interdisciplinarità (se non addirittura pessimo esempio di copiatura da
internet); i complicati meccanismi di attribuzione dei punteggi; la burocrazia
bizantina e farraginosa, e così via. Andrea, insegnante e acuto commentare del
blog, ha suggerito una serie di correttivi tecnici molto interessanti (vedere
commento del 27 giugno al post dello stesso giorno). Tuttavia non credo che
siano questi i problemi principali resi evidenti dall’esame di Stato.

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Luigi Einaudi (1874-1961), economista, politico, nonché Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955 |
Un’altra collega, Genziana, suggerisce di abolire il valore
legale dell’esame di Stato (commento del 4 luglio al post dell’1/7). Sono
pienamente d’accordo: se proprio vogliamo tenerci QUESTO esame, se proprio vogliamo continuare a tollerare senza
ribellarci il pressapochismo con cui viene gestito, si abolisca almeno il
valore legale del titolo di studio (proposta sostenuta molti anni fa da Luigi
Einaudi): in questo modo si farebbero emergere le scuole serie e di valore,
attraverso una libera concorrenza tra gli studenti diplomati. Ma, occorre
subito aggiungere, tutto il sistema dell’istruzione dovrebbe cambiare di
conseguenza, dalle scuole medie all’università, e gli insegnanti dovrebbero
essere reclutati e pagati in base al merito. Genziana suggerisce una riforma
troppo avanzata per una nazione statalista e culturalmente mediocre come la
nostra. In attesa che l’Italia sia in grado di realizzare questa riforma
einaudiana, secondo me le alternative, riguardo all’esame di Stato, si riducono
solo a due: o cambiamo tutti atteggiamento e facciamo funzionare l’esame come
dovrebbe, o chiediamo al Ministro e al Parlamento di cancellarlo. In quest’ultimo
caso, si potrebbe pensare di far valere il credito rilasciato dalle scuole come
punteggio per partecipare ai test di ammissione all’Università: ma dovremmo
essere sicuri che tutte le scuole italiane rispettino standard di serietà e
rigore, altrimenti, ancora una volta, meglio fare a meno anche di questo punteggio.
Questo post è il mio ultimo intervento sull’esame di Stato. I
miei “venticinque lettori” possono continuare a commentare la questione; se
potrò, risponderò. Dai prossimi giorni riprenderò a scrivere di storia, filosofia,
letteratura, libri e, di quando in quando, di politica: insomma delle cose che
mi interessano di più. Della scuola, tuttavia, tornerò ad occuparmi ancora, e
forse anche dell’esame: sono questioni che mi stanno a cuore, sebbene siano meno
piacevoli delle altre. Per chiudere questa lunga conversazione sull’esame di
Stato, vi chiedo ancora un po’ del vostro tempo: partecipate al nuovo sondaggio qui a
fianco (potete fornire anche più di una risposta), consideratelo un piccolo test di democrazia diretta e immaginate di poterlo
presentare al Parlamento italiano. Lo manterrò più a lungo dell’altro, per dare
modo a più lettori di votare. Grazie a tutti e a presto!