Seconda
parte: i crac finanziari
La bolla speculativa della fine degli anni Novanta esplose nel corso del 2000 e i crac finanziari cominciarono a fioccare tra 2000 e 2001. Vediamo qualche esempio. La
società RCN, fondata nel febbraio
2000 da Paul Allen (braccio destro di Bill Gates) con l’intento di diffondere
collegamenti internet domestici a banda larga, verso la fine del 2001 aveva
perso 10 volte il suo valore (la storia delle traversie finanziarie e
giudiziarie della RCN è oggi narrata dallo stesso Allen nell’e-book Idea Man. Io, Bill Gates e altre storie.
Autobiografia del cofondatore di Microsoft, Milano, Rizzoli Etas, 2011). La
Liberty media di John Malone vide andare
in bancarotta due società fondate per la diffusione di internet, la Icg e la Teligent. La At home e la
Net2-Phone, create dal colosso
americano At&t di Michael
Armstrong, furono più volte prossime al fallimento a partire dal 2001, tanto da
mettere in difficoltà la stessa At&t
che nel 2004 ha dovuto vendere la sua divisione di rete mobile: poi, nel 2005,
l’intero colosso di San Antonio fu venduto alla SBC (che gli diede il nome attuale di At&t Inc.). Webvan,
uno dei portali internet dell’e-commerce
più idolatrati nel 2000 (consentiva di fare la spesa via internet), con la
famosa bancarotta del 2001 travolse manager famosi, illustri banche d’affari,
finanzieri e aziende che avevano puntato su esso per la diffusione del
commercio elettronico. Nel 2009 l’azienda, ormai decotta e svalutata, venne
acquistata da AmazonFresh che dovette
rivedere e delimitare profondamente il servizio offerto.
In
Italia il più grosso buco nell’acqua del 2000-2001 è stato forse ePlanet, la società di telecomunicazioni
(cellulari, satellite, internet, banda larga) fondata da Angelo Moratti, Paolo
Merloni, Luigi Orsi Carbone, Andrea Rocca: per mesi sull’orlo della bancarotta,
subì negli anni successivi al 2001 un drastico ridimensionamento aziendale per
potersi salvare. Ma altri insuccessi gravissimi hanno conosciuto Seat Pagine Gialle (nel 2001 perse
l’89,2% del valore che possedeva al momento del suo collocamento sul mercato), Tim (- 64,5%), Tiscali (- 94,1%), Freedomland
(- 93,5%), e.Biscom (- 85,2%), I.Net (- 83,4%) e la tanto acclamata Finmatica, nata nel 1998 dal nulla, nei
sottoscala di Salerno, per merito di un paio di ingegneri elettronici che
preparavano software e fornivano servizi internet alle aziende. Collocata in
Borsa a nemmeno un anno dalla nascita, Finmatica
guadagnò rialzi enormi fino al termine del 2000, tanto da venire salutata come
modello italiano della new economy; nel 2002 aveva perso il 92,26%
del suo valore iniziale, nel 2004 dovette dichiarare il fallimento e portare i
libri contabili in tribunale (dati tratti da: CorrierEconomia, supplemento al Corriere
della Sera del 10 settembre 2001; Da
e.Biscom a Finmatica, tutte le bolle della new economy made in Italy, in http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Da-eBiscom-a-Finmatica-tutte-le-bolle-della-new-economy-made-in-Italy_50524394.html). Scandali e fallimenti che sono stati dimenticati
perché oscurati da quello della Parmalat, scoppiato nel 2003, più noto degli altri ma sorto come
quelli nella medesima atmosfera di frenetica euforia tecnologico-finanziaria.
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Bernie Ebbers all'epoca del successo borsistico di World Com |
Un
esempio notissimo di fallimento avvenuto nelle attività legate alla new economy è quello di Bernie Ebbers,
di cui si occupò la stampa di tutto il mondo. Ex lattaio del Mississippi,
Ebbers era il tipico self-made man che
dal nulla era riuscito a creare un impero riunendo nelle proprie mani, dal 1994
in poi, 75 medie e piccole società delle telecomunicazioni di tutto il mondo.
Nacque così World Com che, nel campo
della telefonia mobile e della connessione ad internet, fece concorrenza per
qualche anno a giganti come Enron (di
Ken Lay), Vodafone (di Chris Gent), Vivendi (di Jean-Marie Messier). Perciò
Ebbers è stato considerato per mesi un profeta della new economy, modello del nuovo imprenditore che avrebbe trasformato
il mondo attraverso le nuove tecnologie, guardato dai giovani americani come esempio
da imitare. In effetti la sua società, tra 1997 e 1999, vide crescere il valore
delle azioni del 180%: il mercato borsistico, fiducioso nei confronti di questa
nuova azienda che prometteva grande innovazione tecnologica e grande
convenienza per l’utenza, sostenne una bolla speculativa di enormi proporzioni,
nella convinzione di veder crescere il valore del proprio investimento. Ma la
crisi del mercato delle telecomunicazioni, iniziata nel corso del 2000,
travolse Ebbers al punto tale che nel 2002 il consiglio di amministrazione
della sua società dovette licenziarlo: licenziato dai suoi stessi dipendenti!
Si scoprì poco dopo che egli stesso aveva artificiosamente alimentato la bolla
speculativa, acquistando azioni della sua impresa per aumentare la fiducia degli
operatori nei confronti di World Com:
un giochetto che era costato alla società, nel solo 2000, ben 366 milioni di
dollari. Nel 2002 emerse che la società aveva perpetrato una colossale frode
contabile di quasi 4 miliardi di dollari per far risultare i conti in attivo,
contando per anni su compiacenti coperture politiche dell’amministrazione
Clinton e di quella Bush jr. Alla bancarotta seguì così un umiliante processo
concluso nel 2006, quando Ebbers iniziò a scontare la condanna a 25 anni in una
prigione federale della Louisiana.

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Philip Kaplan, programmatore "creativo", blogger, musicista |
Tra
2000 e 2002 sono diventati talmente tanti i casi di fallimenti di società
legate alla new economy, nate dal
nulla e cresciute grazie all’irrazionale fiducia del pubblico e dei
risparmiatori, che negli Stati Uniti un giovane programmatore, Philip Kaplan,
realizzò proprio in quegli anni un sito internet in cui si divertì a catalogare
tutti i casi di società della new economy
travolte dopo un’iniziale e illusoria crescita. Il nome del sito non lasciava
spazio ad equivoci: si chiamava fuckedcompany.com,
ovvero “compagnie trombate.com”. Al sito seguì anche un libro (intitolato F’d companies) in cui Kaplan raccontò la
storia dei 150 più clamorosi fallimenti della new economy.
Sono passati
10-12 anni da tutti questi eventi. Oggi nessuno ama ricordare l’ingenuo
entusiasmo con cui allora si parlava di new
economy, perché in troppi hanno azzardato previsioni che, puntualmente, non
si sono avverate. Oggi, inoltre, le difficoltà delle economie occidentale
provengono anche dalla spietata, e spesso sleale, concorrenza delle aziende
cinesi in settori molto tradizionali, come il tessile, il meccanico, la componentistica
di base: sarebbe fuori luogo invocare un’economia new in una congiuntura come questa in cui le aziende manifatturiere
old style sono costrette a licenziare
centinaio di dipendenti. Certo, di imprese che investono nei settori delle
telecomunicazioni digitali ce ne sono ancora molte e sicuramente ve ne saranno
in futuro. Ma il mondo non è stato reso migliore da esse, la pace non è
sbocciata come un fiore laddove si è investito in telematica; gli uomini non
sono diventati più altruisti laddove si è seguita la finanza creativa;
l’umanità non appare neppure più felice dopo che quasi tutto il mondo è stato interconnesso
come Negroponte e Bill Gates desideravano. Di quegli anni rampanti e di quei
personaggi senza scrupoli che li hanno alimentati ci è rimasto ben poco, oltre alla
consapevolezza di quanto sia sciocco illudersi di potere risolvere facilmente i
problemi del mondo grazie ad internet e al mercato borsistico. Questi sono
mezzi, non fini in sé; scambiare gli uni con gli altri è una facile tentazione
ma è molto pericolosa: la realtà, quella vera, non quella virtuale, è sempre
pronta a punirci per le nostre balordaggini. La realtà è sempre old, very
old.