3a PARTE: Il giovanilismo del Sessantotto. La
cultura della contestazione in Italia
Le
principali fonti di ispirazione culturale del Sessantotto italiano (ma il
discorso non sarebbe molto diverso per quello francese o per quello
statunitense) furono il marxismo e, appunto in Italia, l’antifascismo, sebbene
entrambi siano stati interpretati in modo molto libero. Influssi più importanti
vennero dal terzomondismo, dal mito della Cina maoista, dalla Scuola filosofica
di Francoforte.
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Franz Fanon (1925-1961), psichiatra e filosofo francese (nativo della Martinica) |
Il
terzomondismo attecchì poiché tra le popolazioni del Terzo Mondo i giovani del
’68 vi vollero vedere il simbolo della ribellione ai valori della civiltà
occidentale che essi stavano criticando. Quei popoli erano per i contestatori
occidentali il proletariato del Terzo Mondo di cui aveva parlato Frantz Fanon ne
I dannati della Terra (1961: qui a fianco la copertina di una recente edizione francese), il
proletariato che “tirava fuori la roncola” quando si parlava di cultura
occidentale; l’africano, l’asiatico, il nero divennero ai loro occhi i simboli
dell’oppresso che si ribella rivendicando il proprio diritto ad esserci e a far
valere le proprie esigenze. Insomma vi videro se stessi e vi si identificarono.
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Tazebao cinese di propaganda della rivoluzione culturale |
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Un intellettuale cinese percosso dalle Guardie rosse durante la rivoluzione culturale cinese (1966-'68) |
Allo
stesso modo videro la Cina di Mao. Mentre il modello sovietico pareva troppo
integrato nella logica della spartizione imperialistica, la Cina sembrava fuori
dagli schemi, anch’essa simbolo della rivolta dell’oppresso contro il sistema.
Il comunismo cinese, poi, aveva due caratteri che parevano giustificare questa
mitizzazione: il ruolo che vi avevano avuto i contadini, simbolo ancor più
evidente della condizione dell’oppresso, e il ruolo che vi ebbe, proprio tra
1967 e 1968, la “rivoluzione culturale” attuata da Mao con la quale, a prezzo
di gravissime violenze e della quasi totale paralisi dello Stato e della
produzione, il leader cinese tolse dalle mani dei burocrati del partito
comunista il controllo della Cina, mettendolo dapprima in quelle delle
fanatiche “guardie rosse” costituite proprio dagli studenti e dal proletariato
urbano, e poi dei militari di Lin-Piao. La rivoluzione culturale cinese è un
esempio tipico di come gli eventi del resto del mondo venissero deformati dallo
schermo dell’ideologia costruita dai contestatori del ’68: mentre in Cina le
guardie rosse facevano strage di intellettuali, per gli intellettuali italiani
che condividevano la contestazione giovanile la rivoluzione culturale di Mao
appariva come il luogo in cui l’intellettuale cessava di essere subalterno al
sistema e diveniva protagonista della trasformazione del mondo. Dai “Quaderni
piacentini” ai “Quaderni rossi” (riviste nate negli anni Sessanta nell’ambito
della cultura marxista) si salutò la rivoluzione culturale non solo come la
rivolta dei giovani contro gli apparati, e dell’oppresso contro il potere, ma
anche dell’intellettuale contro il sistema. Si trattò di un mito che non aveva alcuna
corrispondenza con gli eventi reali capitati in Cina. Tuttavia, anche con i
protagonisti di quegli eventi i giovani italiani si identificarono, attribuendo
loro i propri desideri e le proprie aspettative: il desiderio di diventare
protagonisti, di essere liberi, di agire come volevano.
Connesso
con il mito terzomondista e con quello cinese, vi era il tema, derivato dalla
Scuola di Francoforte e in particolare da Herbert Marcuse, della polemica
contro il potere: non questo o quel potere, ma il potere inteso come struttura
e sistema che produce, invariabilmente, esclusione e repressione. Per i
contestatori del ’68, occorreva combattere il potere ovunque si annidasse: in
famiglia nella persona del padre, in fabbrica nella persona del manager o
dell’imprenditore, in ospedale nella persona del medico, a scuola o
all’università nella persona del professore. Su tale questione si ebbe
l’allontanamento dal pensiero di Marx che invece collega il potere al sistema
di produzione, non alla posizione sociale o culturale ricoperta dall’’individuo
nella società. L’immagine marcusiana del potere risolveva il problema
dell’esclusione dal godimento del benessere: i contestatori dicevano che se un
sistema sviluppato, come quello italiano, non riusciva a garantire a tutti il
benessere, ciò era per colpa del potere; ma se questo fosse stato abbattuto la
società sarebbe cambiata. Inoltre tale concezione rendeva più facile la lotta:
non era più necessario il partito unico teorizzato da Lenin per fare la
rivoluzione, perché bastava moltiplicare le lotte in ogni luogo della società:
dalla famiglia alla fabbrica, dalla scuola all’ufficio. La rivoluzione si
poteva fare ovunque senza dipendere da un unico centro politico, ma ovunque
serviva organizzazione: il ’68 non disprezzò la forma organizzativa del partito
e per questo generò molte sigle e moltissime organizzazioni politiche (da Lotta
continua a Potere operaio): insomma, moltiplicò le organizzazioni e l’impegno
politico in tutti i luoghi in cui vi era il potere.
Sul
tema della lotta al potere che esclude i deboli, il movimento del ‘68 si trovò
in sintonia con una parte della cultura cattolica: con quella che si
identificava con don Lorenzo Milani e con il suo libro Lettera a una professoressa.
In
questo libro intellettuali del movimento sessantottino, come Elvio Fachinelli e
Marco Boato, vi vollero vedere la condanna di tutta la cultura borghese e della
scuola italiana in particolare, ritenuta classista. Il rifiuto della cultura borghese
purtroppo coincideva con il rifiuto nei confronti della cultura laica e moderna
in nome del diritto dei poveri e degli ignoranti ad esprimere la propria
diversità culturale, in nome del diritto dei “pierini” – come scrisse don
Milani - ad opporsi ai “primi della classe”. In queste posizioni del ’68 si
manifestarono alcuni dei suoi aspetti più inquietanti: l’avversione alla
cultura borghese nascondeva l’avversione alla modernità, alla democrazia
liberale, al pensiero laico, al pluralismo delle opinioni.
È
da aspetti come questi che nacquero i frutti più avvelenati del movimento, ad
esempio il fanatismo, l’intolleranza, la violenza e le bombe molotov. Ma ancora
più importante fu un altro fatto: i contestatori non si avvidero che dietro
l’argomento della lotta contro il potere e contro il sistema si celavano il
desiderio di protagonismo e di affermazione individuale: desideri legittimi che
sono il prodotto del processo di emancipazione dei comportamenti dalla sfera
della tradizione e dalle gerarchie, un processo che è parte della storia della
secolarizzazione della società moderna. Ma l’individualismo rivendicato nel
’68, poiché attribuì ogni colpa al potere e al sistema, condusse alla netta
separazione tra diritti e responsabilità individuali. Poiché tutte le colpe
della difficoltà ad affermarsi furono attribuite alla società, il singolo
apparve sempre sotto la luce dell’oppresso, e quindi mai responsabile dei suoi
atti. Fu la deresponsabilizzazione dell’individuo a generare lo slogan del ’68
“vietato vietare”, slogan che divenne un’etica diffusa: ogni divieto andava
combattuto perché espressione di potere; ogni
atto individuale di protesta, invece, andava sempre giustificato; e se
questo produceva effetti perversi, la colpa era comunque della società, mai del
singolo.
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Il sociologo Omar Calabrese (1949-2012) |
Appare
condivisibile, quindi, il giudizio che negli anni Ottanta ha formulato sulla
gioventù del Sessantotto Omar Calabrese, il noto sociologo italiano che
partecipò a quegli eventi: l’ideologia radicale e rivoluzionaria fu un esito
del bisogno di soggettività e di protagonismo che il giovane di quel decennio
manifestava. Bisogno che, a sua volta, nasceva dal fatto che il mercato si era
accorto dei giovani e voleva renderli i primi promotori dei consumi di massa; i
giovani, dal canto loro, volevano accedere a questi consumi e quindi rivendicarono
il loro ruolo di protagonisti nella società. Per questo, conclude Calabrese, le
proposte politiche del ’68 sono quasi tutte fallite, poiché si ispiravano ad
ideologie collettiviste, quindi poco appropriate ad esaltare la libertà
assoluta del singolo: quelle proposte altro non erano che paraventi, i quali
nascondevano il bisogno di protagonismo dei giovani. Al contrario, la radicale
mutazione dei comportamenti sociali e di consumo che il ’68 ha prodotto, questa
sì che è rimasta, al punto tale che la società odierna si è profondamente
“sessantottizzata” (Omar Calabrese, Appunti
per una storia dei giovani in Italia, in AA.VV., La vita privata. Vol. V: Il Novecento,
a cura di Philippe Aries e Georges Duby, Roma-Bari, Laterza, 1988, pp. 79-106,
in particolare pp. 95-99). I nuovi valori del ’68 si sono infatti diffusi e
imposti a livello di massa, coinvolgendo tutte le classi di età:
l’anticonformismo, la ricerca dell’alternativa in ogni campo (dal lavoro alla
politica), l’esibizione delle proprie scelte sessuali, l’ostentazione della
creatività e della sperimentazione che divengono requisiti fondamentali per
essere moderni, la parità non solo tra i sessi ma tra tutti i comportamenti
sessuali e tra tutte le forme di convivenza, e infine la trasgressione come
scelta culturale necessaria per esaltare la libertà del singolo. Questa nuova
etica diventò nel breve volgere di un paio di decenni patrimonio di un’intera
società, o quasi. E poiché essa possedeva l’attributo di giovane, dopo il ’68,
un’intera società, o quasi, non avrebbe trovato difficoltà a definirsi giovane
e a diventare, in tal modo, la vera erede del Sessantotto. (3 – continua)
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I Rolling Stones e il loro logo: simboli di trasgressione e anticonformismo per i giovani degli anni Sessanta |