venerdì 15 novembre 2013

Su Fanpage, mio articolo dedicato al calcio



Segnalo ai miei lettori l'articolo scritto per Fanpage: Il calcio in Italia è "il momento dell'odio". L'articolo ha preso spunto dalla vicenda della partita Salernitana-Nocerina (vedi foto), per trarre alcune considerazioni generali sullo sport più amato dagli italiani. Buona lettura!

lunedì 4 novembre 2013

Grillo e Berlusconi stanno già governando?


L'asse Grillo Berlusconi esiste già? Secondo Vittorio Feltri sì. Lo ha sostenuto anche Michele Santoro nell'ultima puntata di Servizio pubblico. Per sapere come la penso sulla questione segui il link: Grillo sta già governando (con Berlusconi)?, articolo pubblicato ieri su Fanpage. A presto!

domenica 27 ottobre 2013

Magistratura al posto della famiglia? Il mio articolo su Fanpage


Due settimane fa ho ricevuto, come altri insegnanti, dal Tribunale per i Minori di Ancona una "raccomandazione" (qui sopra ne vedete una parte) che invita il personale delle scuole a segnalare, oltre ai casi di evasione dell'obbligo scolastico, anche i casi di maltrattamento "intra o extrafamiliare, nelle varie forme dell'incuria, della discuria e dell'ipercura". Cosa significa? Che conseguenze può avere una raccomandazione come questa? E, soprattutto, come mai i giudici si occupano anche del "modo" con cui un figlio viene educato?
Se volete saperne di più, leggete il mio articolo su Fanpage: Una magistratura che si sostituisce alla famiglia.

Buona lettura!

martedì 22 ottobre 2013

Arroganze: Barilla contro i gay; i gay contro Barilla

Il “pensiero unico” gay e il rischio di un nuovo conformismo



L’episodio è noto: il 26 settembre scorso Guido Barilla, Presidente dell’omonimo gruppo industriale, durante un’intervista rilasciata ai conduttori della trasmissione La zanzara di Radio 24, ha affermato che non farà “mai uno spot con una famiglia omosessuale”. “Per noi – ha proseguito – il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell’azienda”; “la nostra è una famiglia classica dove la donna ha un ruolo fondamentale”. E ha concluso: “Se ai gay piace la nostra pasta e la comunicazione che facciamo mangeranno la nostra pasta, se non piace faranno a meno di mangiarla e ne mangeranno un'altra” (si veda qui).

Guido Barilla

Non mi impegnerò in una dotta e noiosa confutazione del pensiero di Barilla, operazione già compiuta da altri. Mi limiterò solo ad un paio di osservazioni: innanzitutto il concetto di “famiglia sacrale”, che forse non è mai esistita, è contestabile; inoltre, la seconda parte dell’intervista, dove Barilla afferma che i gay possono fare quel che vogliono “senza disturbare gli altri”, è non solo priva di misura e di educazione, ma soprattutto arrogante per il fastidio nei confronti degli omosessuali che traspare dalle parole. Barilla ha compiuto un autogol dal punto di vista comunicativo, e uno scivolone dal punto di vista dello stile e delle buone maniere. Di più non mi sembra proprio il caso di aggiungere.

Sia ben chiaro: ho sempre sostenuto in modo convinto il diritto degli omosessuali a vivere come preferiscono e ad avere gli stessi diritti degli eterosessuali. Pur ritenendo discutibile la richiesta del movimento gay di poter avere figli (adottandoli o ricorrendo all’ “utero in affitto”), tuttavia non ho motivi solidi da contrapporre e mi rendo conto che se si parifica l’unione omosessuale a quella etero, riconoscendole diritti civili e sostegni socio-economici come se si trattasse di una “famiglia tradizionale”, prima o poi sarà inevitabile consentire ai gay di diventare genitori. Detto questo, ciò che proprio non ho digerito della vicenda Barilla è la reazione conformista che essa ha suscitato in tutto il mondo occidentale.
Uno screenshot Twitter del boicottaggio contro Barilla

Anche in questo caso l’episodio è noto: il mondo gay è insorto gridando all’omofobia; sui social network è stata subito condivisa l’iniziativa avviata in Twitter con l’hashtag #boicottabarilla; Nichi Vendola ha affermato: “il battutismo come quello di Barilla credo strizzi l’occhio ai peggiori stereotipi e pregiudizi che appartengono alla peggiore ‘Italietta’”; Flavio Romani, Presidente di Arcigay, ha rincarato la dose dichiarando che “se per il signor Barilla le famiglie formate da gay e lesbiche non fanno parte della sua tavola, siamo noi a voltargli le spalle e a scegliere altri prodotti, culturalmente più sani e sicuramente più degni di stare sulle tavole degli italiani”; infine Alessandro Zan, deputato di Sel ed esponente del movimento gay, ha sparato il colpo di grazia: “Ecco un altro esempio di omofobia all'italiana. Aderisco al boicottaggio della Barilla e invito gli altri parlamentari […] a fare altrettanto. Io comunque avevo già cambiato marca. La pasta Barilla è di pessima qualità” (per queste dichiarazioni si veda qui).

Nichi Vendola

 Neelie Kroes
Tutto o quasi tutto il mondo della politica, della cultura, dello spettacolo, dell’associazionismo si è scagliato contro Barilla. Rare le eccezioni (e per lo più provenienti da gruppi e partiti di centro-destra o di destra estrema: vedi ancora qui). Su Twitter, nei due giorni successivi all’intervista, si è letteralmente scatenato un linciaggio contro Barilla (vedi ad esempio qui), non solo in Italia, ma anche nel resto d’Europa e oltre Oceano. Neelie Kroes, Vicepresidente della Commissione europea, ha scritto un altezzoso tweet: “signor Barilla, molti dei miei migliori amici compravano la sua pasta”. I giornali inglesi, francesi e tedeschi hanno dato grande rilievo al caso, mostrando i limiti e l’anacronismo della cultura della classe dirigente italiana e approfittandone per assestare una sonora legnata ad uno dei principali esportatori di merci nei loro paesi.
 
Il sito del Guardian sul caso Barilla
Il massacro è stato così ben congegnato che già il 27 mattina Barilla ha dovuto effettuare una rettifica parziale, con questa dichiarazione (vedere ancora qui): “Mi scuso se le mie parole hanno generato fraintendimenti o polemiche, o se hanno urtato la sensibilità di alcune persone. Nell'intervista volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all'interno della famiglia […]il massimo rispetto per qualunque persona, senza distinzione alcuna […] il massimo rispetto per i gay e per la libertà di espressione di chiunque”. Ha poi concluso con una frase che suona come una vera e propria marcia indietro, sicuramente imposta da ragioni economiche più che etiche o culturali: “Barilla nelle sue pubblicità rappresenta la famiglia perché questa accoglie chiunque, e da sempre si identifica con la nostra marca”. Accoglie chiunque, anche i gay, quindi.
 
Altro screenshot Twitter contro Barilla
Il linciaggio globale mi è sembrato un vero e proprio esempio di tirannia della maggioranza che diventa virale grazie al conformismo di Twitter e di Facebook: i social network, anche in questo caso, hanno mostrato il loro lato peggiore, ovvero la capacità di esaltare la naturale tendenza degli uomini ad adeguarsi alle opinioni più diffuse. In altre parole, hanno dimostrato ancora una volta di essere strumenti e veicoli di conformismo di massa, se utilizzati senza intelligenza. Alla base del linciaggio contro Barilla, infatti, c’è un’opinione comune globale che sta diventando “pensiero unico”.

Se intorno alla metà del secolo XX l’omosessualità era considerata una perversione morale, oppure una malattia mentale, dalla maggioranza della popolazione occidentale, oggi la retorica pubblica ha imposto uno stereotipo del tutto opposto. Essere gay, per l’opinione pubblica, è considerato oggi una scelta, un’opzione esistenziale che si esercita in assoluta libertà e con piena consapevolezza. La scelta omosex rientrerebbe, quindi, all’interno di quelle decisioni etiche relative alla vita (come il divorzio, l’aborto, l’inseminazione artificiale, l’eutanasia; ma anche le scelte politiche e religiose) che competono alla coscienza individuale, non all’autorità (del potere, della Chiesa, della tradizione). La coscienza del singolo uomo ha, secondo questo punto di vista, piena disponibilità della vita, del corpo e della mente (in una parola dell’essere) dell’individuo a cui appartiene; nessuno ha il potere di interferire con la coscienza per spingerla a comportarsi in modo contrario alle sue deliberazioni. Secondo alcuni esponenti del movimento LGBT (Lesbo, Gay, Bisex, Transex) anche le scelte bi- e transex (o, meglio, transgender) rientrerebbero in questa disponibilità assoluta dell’essere attribuita alla coscienza individuale.




Il punto importante per capire la vicenda Barilla è proprio qui, nell’affermazione del diritto assoluto a scegliere, nella convinzione che in questioni di sesso ci si debba comportare come nelle questioni di religione, ovvero: chi abbia ragione non si sa, ma ognuno è libero di scegliere come la propria coscienza gli dice, senza condizionamenti di alcun tipo. Bene, se le cose stanno così, essere etero o gay non è necessità di natura né obbligo sociale, ma, appunto, opzione; opzione anche condividere le scelte di chi diventa gay, fermo restando che occorre rispettarle anche se le si avversa. Rientra nella piena disponibilità della coscienza, quindi, decidere se opporsi sia privatamente che pubblicamente ad una scelta che non si condivide, con l’unico limite di non impedire agli altri di scegliere a loro volta ciò che vogliono.

Per queste ragioni, dedotte dagli stessi assiomi condivisi dal movimento gay, Barilla ha piena libertà di scegliere se pubblicizzare una famiglia omosessuale o una tradizionale: la sua scelta è libera, come quella di chi la pensa in modo opposto a lui. Non dovrebbe usare un linguaggio sprezzante e arrogante contro i gay, ma la sua libertà di opzione deve restare sacrosanta per chiunque creda davvero nella libertà di opinione. Liberi di non frequentare casa sua (e di non mangiare la sua pasta), i gay e i sostenitori del movimento LGBT.
 
Franco Grillini
Invitare il mondo intero a boicottare i prodotti della sua industria è invece un atto di intimidazione, un ricatto che, con la pressione di milioni di clienti, intende imporre all’incauto Presidente un’opinione che egli non condivide: minacciando di arrecargli un danno economico, i boicottatori hanno intimato a Barilla di ritrattare. Franco Grillini, Presidente di Gaynet Italia, lo ha detto esplicitamente: “in molti paesi come gli Usa le campagne per il 'boicot' hanno avuto un enorme successo […] consiglieremmo al signor Guido una rapida marcia indietro se non vuole guai seri all'estero. In ogni caso facciamo appello agli altri produttori di pasta a prendere le distanze dalle infelici dichiarazioni del signor Barilla” (vedi qui). Invito colto al volo dai concorrenti rivali, come ad esempio Buitoni.



Desta impressione la capacità di mobilitazione planetaria del movimento gay. La vicenda ha rivelato che ormai esiste un pensiero unico sull’omosessualità che va via via imponendosi con la forza di una lobby organizzata. Non solo: esso impone ciò che si deve dire e pensare circa le scelte sessuali, sia dei gay sia degli etero. Il monopolio delle valutazioni su questo ambito è completamente nelle mani di tale lobby. Finché il movimento gay si è battuto per affermare la propria facoltà di scelta contro il volere della maggioranza, la sua forza ha avuto il compito di difendere la libertà delle minoranze; ma nel momento in cui riesce a zittire, con l’intimidazione, chi non la pensa come i suoi sostenitori, è esso stesso a minacciare la libertà di espressione. Ieri erano i Barilla a formare la maggioranza dispotica, mentre i gay erano la minoranza oppressa; oggi è l’opposto: oggi non si può più contestare il movimento LGBT, neppure in sede di discussione filosofica, perché si rischia l’accusa di omofobia. Non solo: non è neppure possibile, per un personaggio pubblico, esprimere la propria preferenza eterosessuale, perché, come minimo, gli viene riservato un linciaggio mediatico. Sarebbe questo l'esito della libertà di espressione conquistata dai gay?

martedì 15 ottobre 2013

Segnalazioni

Antonio de Pereda y Salgado, Allegoria della Vanità (circa 1670)
Ringrazio il sito The Philosopher's Cave

Vanitas vanitatum (et omnia vanitas)! Sì, è sicuramente la vanità che mi spinge a cercare nuove occasione per pubblicare le mie riflessioni. Se per vanitas intendiamo una sensazione di pieno che si avverte dentro. Pieno di parole, pieno di concetti, pieno di ragionamenti e, non voglio dimenticarlo, pieno di letture. Sono, queste sensazioni di pienezza, esperienze che mi accompagnano da una vita ma che ora producono scelte che sento urgenti: urgente il desiderio di dire, urgente il desiderio di scrivere, urgente il desiderio di comunicare il mio pensiero. Forse avverto queste urgenze perché, in questo momento della mia vita, sento, come mai mi era accaduto prima, il tempo che si consuma, le ore che fuggono, i minuti che si dissipano... Sento che davanti a me è rimasto meno tempo di quel che ho dietro le spalle. Da qui, forse, deriva l'urgenza.

Questa confessione esistenziale "fuori registro" mi è servita per introdurre un'informazione che comunico ai miei venticinque lettori: dopo il mio debutto su Mentecritica con Frottole rosse (cui sono seguiti L'eredità dell'8 settembre e, tra breve, Libertà, stravaganze e democrazia) ho debuttato anche su Fanpage con Cattolicesimo all'italiana (che avrà un seguito tra pochi giorni). Leggetelo, poi mi direte. 

Intanto fatemi gli auguri, perché non so se reggerò alle sfide che l'urgenza mi sta proponendo. Non so, insomma, se riuscirò a tener testa alla mia vanità...

domenica 6 ottobre 2013

Tersite ritorna. Le radici dell’impasse della politica italiana.

Dopo una lunga pausa eccomi di nuovo qui. Lavoro, famiglia e salute mi hanno bloccato per troppo tempo, ma non ho mai smesso di pensare a Tersite e ai miei venticinque lettori. E ora... si ricomincia!



Tre fattori di gravità crescente

Forse apparirò ripetitivo, ma credo che l’impasse in cui si trova il sistema politico italiano sia riconducibile a tre fattori di gravità crescente. Gravità qui non ha un significato morale (“serietà”, “preoccupazione”, “pericolosità”) ma indica più freddamente una “misura”, cui allude l’etimologia stessa della parola: in latino l’aggettivo gravis significa “pesante”. Quindi, i fattori che elencherò hanno avuto appunto un “peso” via via maggiore, un impatto sul sistema politico mano a mano più visibile, meno imponderabile e, appunto, più “grave”.
 
Manifesto dei DS per le elezioni del 2006
Partiamo dal meno “grave”. L’incapacità del Pd, e a suo tempo dei Ds, di mettere mano a quelle riforme che avrebbero reso più moderna la nazione e le avrebbero forse evitato il baratro presente. Indico tre riforme che nell’epoca del governo Prodi vennero presentate come necessarie e imminenti: privatizzazioni e liberalizzazioni autentiche; legge elettorale in senso maggioritario; severe norme sul conflitto di interessi. A queste ne aggiungo una che era nelle possibilità del centro-sinistra attuare e che avrebbe incontrato l’appoggio bipartisan di forze politiche all’opposizione: la riforma della giustizia, comprendente la rigida separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, l’eleggibilità dei pm, la responsabilità civile dei giudici. Questi interventi avrebbero forse consentito di mettere mano in modo sereno a sostanziali riforme costituzionali.
 
Dal PCI al PD
I Ds non riuscirono ad attuare quelle riforme quando avrebbero potuto, ovvero quando erano al governo; il Pd non ha saputo fare di queste proposte i contenuti centrali delle sue campagne elettorali, specie dell’ultima. Qualche perfido osservatore della politica italiana ha commentato che il centro-sinistra non ha voluto realizzare le riforme (specie quella sul conflitto d’interesse), per poter vivere di rendita elettorale attraverso l’antiberlusconismo, ovvero: mantenendo in vita il suo avversario avrebbe avuto un nemico a cui addebitare tutti i mali del Paese. Non respingo del tutto questo punto di vista, ma faccio notare ai più incalliti dietrologi che se l’ideologia antiberlusconiana è stata la bandiera del centro sinistra negli ultimi vent’anni, è perché gli eredi del Partito comunista non hanno avuto mai le idee chiare sul programma da seguire.


Realizzare le riforme che ho elencato sopra avrebbe significato dichiararsi completamente fuori dall’area della sinistra radicale e accettare una nuova e opposta identità politica: diciamo socialdemocratica, se non proprio liberaldemocratica. Ma, com’è noto, i Ds e il Pd hanno avuto e hanno tuttora paura di realizzare una rottura così profonda con la tradizione rivoluzionaria, poiché l’elettorato “duro” della vecchia sinistra non avrebbe compreso, mentre quella “movimentista” e “antagonista” avrebbe definitivamente voltato le spalle al centro sinistra. Entrambe queste cose sono poi accadute comunque, a causa dell’aggrovigliarsi della condotta del Pd su molte questioni, tanto da rendere incomprensibile la natura di questo partito: è di sinistra? Di centro? Liberale? Socialista? Laburista?
 
Da Forza Italia al PDL

Il secondo grave fattore che ha generato l’attuale impasse politica è provenuto dai partiti di Berlusconi (Forza Italia prima, Popolo della Libertà poi). Lo chiameremo “fattore B”. A causa di esso si sono avute le seguenti conseguenze: la forte identificazione del partito con il leader-padrone, anziché con l’ideologia; la personalizzazione della politica, che ha svuotato di idee e contenuti le proposte, sostituendole con l’appeal del candidato e con la sua capacità di contrapporsi alla sinistra; l’antipoliticità del leader, il quale si è sempre presentato al suo elettorato come alternativo al mondo della politica, contrapponendo in tal modo la società civile (mitizzata) alla politica (denigrata).
 
Forza Italia nel 1994
Il centro destra ha vinto in questo modo i confronti più importanti con i rivali, ma ha prodotto due esiti forse non voluti, ma oggi evidenti: ha contribuito come nessun altro alla delegittimazione delle stesse istituzioni che governava; non ha saputo formare un ceto politico dirigente capace di sostituire il carisma del fondatore. Per questo oggi nel PdL sono in molti ad essere terrorizzati dalla prospettiva di dover fare a meno di Berlusconi, perché non saprebbero con quale altra figura vincente sostituirlo. Per questo, ancora, lo strappo attuato da Alfano, soprattutto se dovesse produrre un nuovo soggetto politico, costituisce una grande novità nel centro-destra.

Infine, il “fattore B” ha condotto il centro destra a compiere un errore fatale: la profonda rivoluzione liberale, promessa che nel 1994 fece drizzare le orecchie anche a me, non solo non si è mai verificata, ma, possiamo dire oggi, non era neppure nelle intenzioni del suo promotore. Al contrario, aver impiegato un personale politico privo di qualità, privo di idee salvo la devozione per il capo, privo di consapevolezza della ragion di Stato e delle necessità della società, attento solo agli interessi di una parte di questa, ha prodotto faciloneria, spregiudicatezza, assenza di scrupoli, corruzione. Gli scandali del 2011 (Ruby, le “olgettine”, il bunga-bunga) sono stati solo la punta dell’iceberg: dietro essi appare evidente che il ceto politico nato con Berlusconi è formato in buona parte da individui emersi dalla più oscura provincia italiana, incolta, maneggiona, eticamente discutibile.
 
Copertina Time del novembre 2011, quando Berlusconi
venne travolto dagli scandali del bunga-bunga...
Il terzo grave fattore che ha generato l’attuale impasse politica è stato il grillismo. Il M5S ha usato alcuni degli stili organizzativi e comunicativi di Berlusconi (e della Lega): la forte identificazione con il capo-padrone; la personalizzazione dell’agire politico; l’antipoliticità; la denigrazione delle istituzioni e del mondo della politica. Tutto ciò, però, l’ha sostenuto con un’ideologia molto definita che si può sintetizzare in due parole: moralismo fanatico. Grillo e il suo movimento, infatti, hanno cavalcato l’indignazione dei cittadini, hanno escluso ogni collaborazione con le altre forze, si sono chiusi in uno sdegnoso isolamento, hanno trasformato i concetti morali in obiettivi politici (pulizia, onestà, sottomissione al volere dell’io collettivo).




Twitter, recente hastag di tendenza
avviato da Beppe Grillo

Così facendo, hanno collocato al centro dell’agire politico non l’osservazione della realtà e lo studio delle soluzioni possibili ai suoi problemi, ma, appunto, i valori morali, ostentati come patrimonio esclusivo del movimento. Perciò tutti coloro che non appartengono al M5S sono considerati il male, quindi nemici da annientare. Da questa ideologia discendono i metodi giacobini utilizzati dal leader e dai suoi fedelissimi: la minaccia e l’intimidazione ottenute attraverso la violenza verbale, l’insulto, il turpiloquio, la sobillazione della rabbia popolare. L’impiego della Rete e il vessillo della democrazia diretta, da edificare attraverso internet, hanno enfatizzato questi aspetti, e messo ancor più in crisi le istituzioni, poiché da quell’impiego e da quel tema deriverebbero la negazione del sistema rappresentativo, l’eliminazione della distinzione tra governo e governati, la cancellazione della divisione dei poteri, l’affermazione di un modello di governo impulsivo-populista-plebiscitario. Tutto ciò, com’è evidente ormai, implicherebbe l’annientamento delle attuali istituzioni: per questo il grillismo è stato l’attacco più pesante subito dalla Repubblica italiana negli ultimi vent’anni.
 
Il "ventre" degli italiani (realtà o pregiudizio?)
Perché, quindi, l’impasse di oggi? Perché tutte le attuali forze politiche italiane non hanno idee per governare le sfide della globalizzazione; alcune non si riconoscono nelle istituzioni che dovrebbero guidare, altre, infine, le denigrano e usano l’intimidazione come strumento “antipolitico” di affermazione. Lo sbloccarsi della vicenda del Cavaliere e la fine del “fattore B” non credo che porranno davvero termine a questa impasse. Porterà, forse, un po’ di serenità, sentimento che ci serve, in questo momento, per ragionare sine ira ac studio su ciò che serve all’Italia per uscire dal pantano. Ma il fango che ci avvolge viene da lontano, sia dal punto di vista temporale (la nostra storia) che da quello spaziale (le nuove potenze economiche). In un simile contesto i sacrifici che dovremmo ancora fare per la ripresa, la stabilità, il lavoro potrebbero essere ancora troppo onerosi e impopolari per qualsiasi forza politica: e la pancia degli elettori, in una democrazia, si sa che conta più della verità e dei fatti. Quale leader, quale partito o movimento saprà affrontare la realtà senza farsene condizionare troppo?

giovedì 12 settembre 2013

Settantesimo anniversario dell'armistizio. Seconda parte

Seconda parte. L’eredità dell’8 settembre: la divisione permanente
 
Corriere della sera del 9 settembre 1943

Dopo l’8 settembre, l’Italia si trovò così ad essere governata da due Stati: uno al Nord, guidato ancora da Mussolini ma sotto la protezione dei nazisti; uno al Sud guidato ancora da Badoglio ma sotto la protezione degli Alleati. L’Italia aveva perso l’unità e l’indipendenza in un sol colpo; per quanto possa apparire indigesta e antiquata, la parola patria va usata in questo contesto: ebbene, la patria era perduta o, come ha messo in luce Galli della Loggia nel suo saggio,  era morta, defunta.

L'Italia divisa tra 1943 e 1945



Mussolini passa in rassegna
reparti della RSI

Non soltanto era andata perduta l’unità politico-territoriale, ma le antitesi nella società italiana divennero allora radicali, permeate di odio, affidate alla violenza e all’uso delle armi. Furono soprattutto i giovani a trovarsi di fronte a scelte tragiche.
I giovani neofascisti si sentirono traditi dal re, da Badoglio, dai vecchi gerarchi fascisti che accusarono di debolezza. Condivisero perciò l’ansia di riscossa del fascismo, ora repubblicano e rimasto fedele all’alleato nazista. Oggi appare ovvia la contraddizione di questo comportamento: i giovani “repubblichini” volevano la rinascita la nazione, ma perseguivano questo scopo usando un mezzo, il protettorato germanico, che negava all’Italia la possibilità di esistere come nazione. Ma allora, nella cornice di odio e di vendetta che caratterizzò quella svolta storica, era forse meno ovvio comprendere il significato di quelle scelte.

Una formazione partigiana

I giovani che si diedero alla Resistenza furono animati dalla stessa sindrome del tradimento. Si sentivano traditi da coloro che aveva condotto il paese alla rovina: il re, le gerarchie militari, la borghesia e, naturalmente, il fascismo che aveva svenduto il paese ai tedeschi. Questo spiega come mai nella Resistenza furono decisamente maggioritarie le correnti antimonarchiche, anticonservatrici e antiborghesi, minoritarie quelle monarchico-militari e moderate, a differenza di altre resistenze europee, ad esempio quella francese. Questo spiega la forza dei nuclei comunisti e azionisti che sul tema della rinascita dell’Italia sulla base di una rivoluzione antiborghese e anticonservatrice trovarono una decisa convergenza (Resistenza come rivoluzione).

Palmiro Togliatti all'epoca del suo
rientro in Italia (1944)
Ma all’interno del fronte della Resistenza le fratture c’erano, nonostante la convergenza di cui si è appena detto. I comunisti, che si avvertivano come un’articolazione del fronte internazionale guidato da Stalin, concepivano la Resistenza come una rivoluzione collettivistico-statalistica, secondo l’esempio sovietico. Perciò per loro la vicenda nazionale non era altro che un capitolo interno agli interessi prioritari dell’Urss e doveva adattarsi anche alle scelte tattiche di quest’ultima. Come fu, ad esempio, l’arrivo di Togliatti a Salerno e la svolta da lui compiuta (marzo 1944) entro il Pci e il CLN: l’accantonamento della pregiudiziale istituzionale e la costituzione di un nuovo governo Badoglio con la partecipazione dei partiti antifascisti (aprile 1944: primo governo di unità nazionale).

Tessera del Partito d'Azione (1946)

Il Partito d’Azione, sorto nel 1942 dalle Brigate partigiane di Giustizia e Libertà, aveva perseguito lo scopo di abbattere il fascismo e di restituire la libertà all’Italia, costruendo quella repubblica che non era mai sorta (donde il nome del Partito che si richiamava a quello di Mazzini). La sua parola d’ordine era “rivoluzione democratica”, tuttavia in esso convivevano almeno due anime: una radicale di orientamento socialista, l’altra moderata di orientamento liberale. Sicché al crollo elettorale del 1946 seguì la diaspora: una parte degli “azionisti” confluì negli schieramenti socialisti e comunisti, un’altra finì in quelli del riformismo laico.

Oltre alle correnti comunista e azionista, sicuramente maggioritarie tra gli antifascisti, nella Resistenza vi erano altre due anime: una moderata (cattolica) e una conservatrice (liberale e militar-monarchica), entrambe minoritarie.
Sotto la proclamata unità delle forze antifasciste, si agitava perciò una pluralità di organizzazioni dai contenuti ideologici e politici assai diversi, sebbene la direzione unitaria fosse assicurata dai Comitati di liberazione nazionali, espressioni locali dei partiti, e dal Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia, organo superiore collegato al governo del Sud.

La bandiera del CLN

Significativa è poi un’altra frammentazione, anch’essa destinata a durare dopo la Liberazione: quella dei riferimenti internazionali delle forze operanti nella Resistenza. Tutte parlavano di Stato nazionale e della necessità di ripristinarne la sovranità e l’unità, ma ognuno intendeva queste cose come lo sbocco di un diverso percorso. I comunisti ritenevano fondamentale, per la libertà e la sovranità nazionale, la vittoria dell’Urss; i monarchici guardavano alla Gran Bretagna come baluardo per la nostra indipendenza; i cattolici alla Chiesa, sebbene i repubblicani cattolici puntassero di più sull’aiuto degli Usa per contenere le sinistre filosovietiche. Senza riferimenti espliciti il P.d’A., che anche perciò fu più debole rispetto agli altri partiti, vaso di coccio tra vasi di ferro. Sicché l’unità della lotta al nazifascismo era solo apparente, poiché si stava già preparando il terreno per la prossima dissoluzione della coesione: dopo un biennio di residuale permanenza dell’unità, essa cedette nel biennio 1947-’48 ad una nuova contrapposizione frontale.
La Resistenza appare perciò segnata da due caratteri strettamente legati che condizioneranno la storia della nascente repubblica: da un lato la partitizzazione e dall’altro la doppia lealtà, quella dichiarata e ufficiale (allo Stato nazionale); quella reale (ad un potere sovrannazionale o straniero).

28 aprile 1945: sfilata di partigiani (al centro, in borghese,
si riconosce Pietro Secchia)
Ma la più significativa divisione ereditata dalla crisi della nazione avvenuta l’8 settembre è la nascita e la diffusione dell’ideologia dell’antifascismo. Proprio le diverse appartenenze internazionali nel dopoguerra produssero, sul tema dell’antifascismo, una spaccatura insanabile all’interno del fronte che aveva combattuto nella Resistenza.

Tra i liberaldemocratici, ed anche in parte tra i socialdemocratici, il fascismo venne letto come fenomeno storico circoscritto ad una determinata epoca, cosicché anche l’antifascismo venne interpretato come esperienza circoscritta e delimitata: sconfitto il fascismo, l’opposizione ad esso divenne per i liberaldemocratici parte di un più generale antitotalitarismo che ora aveva come nemico il comunismo. In ambito comunista, invece, l’antifascismo assunse un significato metastorico: un’ideologia che da un lato sosteneva essere il fascismo non ancora sconfitto, bensì sempre in agguato e risorgente, dal momento che esso era ritenuto tutt’uno con il capitalismo (che non era affatto venuto meno); dall’altro lato questa ideologia divenne per la cultura comunista sinonimo di democrazia: se si è antifascisti si è anche democratici; perciò chi si professa comunista, in quanto antifascista è anche ascritto di diritto all’ambito della democrazia; chi si professa anticomunista è antidemocratico e oggettivamente fa il gioco del fascismo.
 
Manifestazione antifascista negli anni Sessanta

La logica conseguenza di questa equazione fu la condanna, da parte della cultura comunista, di ogni posizione politica e intellettuale che non fosse orientata verso l’ideologia antifascista intesa nel senso sopra detto. In tal modo l’antifascismo costituì nel dopoguerra italiano l’elemento politico-ideologico che produsse più divisione e più discordia. Esso si sostituì al concetto di nazione e diventò il valore dominante della politica italiana per decenni. Le parole “patria” e “nazione”, bandite dal linguaggio pubblico e sostituite dall’anodino termine “paese”, furono considerate sintomi del permanere di sentimenti fascisti.

La disgregazione dell’Italia avvenuta l’8 settembre aveva così sepolto i pochi valori di coesione nazionale costruiti dal Risorgimento, mentre le nuove forze politiche uscite dalla Resistenza, Pci e Dc, insensibili o poco interessate a quei valori (non dimentichiamo che cattolicesimo e marxismo sono culture con vocazione ecumenica, sovrannazionale), cercarono di sostituire ad essi, quali elementi di coesione nazionale, l’appartenenza al partito e la fedeltà alla sua ideologia: anziché l’adesione alla nazione, all’italiano del dopoguerra venne proposta l’iscrizione al partito.

Campagna elettorale della DC per
le elezioni del 18 aprile 1948
L’identità partitica di per sé è “divisiva”, conflittuale, non inclusiva. Perciò la politica italiana, avendo smarrito il riferimento comune ai valori e agli interessi nazionali, divenne litigiosa, faziosa, ideologica. Se l’Italia in un simile contesto di alta conflittualità politico-partitica riuscì a sopravvivere, ciò fu dovuto a due fattori concomitanti: il sostegno nordamericano (con la conseguente “sovranità limitata”); la minaccia del comunismo (che donò alla Dc quasi 50 anni di egemonia). Venuti meno questi fattori e dissoltasi la classe politica repubblicana che aveva governato grazie ad essi, dagli anni Novanta in poi sono riemerse le vecchie insufficienze e le divisioni tipiche di una fragile identità nazionale. Le nuove classi dirigenti (quelle della cosiddetta Seconda repubblica) incapaci di ricostruire l’appartenenza alla nazione, si sono dedicate con rapacità al perseguimento del lucro: hanno così esaltato quel carattere “divisivo” che la catastrofe dell’8 settembre 1943 ha lasciato in eredità ai nostri tempi.
 
Campagna elettorale del Fronte Democratico Popolare
per le elezioni del 18 aprile 1948
Il superamento di questo carattere dovrebbe passare attraverso una rivalutazione del legame nazionale tra i cittadini della Repubblica. Ma ogni tentativo rischia di apparire demodé: l’epoca attuale indica come orizzonte della futura cittadinanza la dimensione del continente, o quella del globo. Così, proiettati in una prospettiva mondiale senza essere mai stati parte di un contesto condiviso di valori nazionali, gli italiani (se ha ancora un senso usare questo termine) si apprestano a recitare il ruolo degli individui eterodiretti per eccellenza: senza valori laici nei quali credere, deraciné privi di anima, sorretti solo dal proprio amaro cinismo. (2-fine)


Alberto Sordi, nei panni di Nando Mericoni, nella celebre scena degli spaghetti in
Un americano a Roma (regia di Steno, 1954)




sabato 7 settembre 2013

Settantesimo anniversario dell'Armistizio: 8 settembre 1943

Prima parte: La catastrofe dell’8 settembre. Gli eventi

I generali Giuseppe Castellano (in borghese) e Dwight Eisenhower
si stringono la mano dopo la firma dell'armistizio

L’8 settembre 1943 venne annunciato l’armistizio firmato dall’Italia con gli Alleati. Come vedremo, la data merita un posto importante nella storia italiana, se non altro perché dagli eventi drammatici che allora si verificarono spira tuttora un’aria mefitica, che avvelena la nazione. Nei post dedicati al 25 luglio (qui e qui), ho raccontato la vicenda che condusse, dopo lo sbarco angloamericano in Sicilia, alla deposizione di Mussolini e alla sua sostituzione con il Maresciallo Pietro Badoglio. Da quel punto riprendiamo la nostra narrazione.

Assunto il ruolo di capo del governo in quel frangente drammatico, Badoglio si trovò di fronte a tre possibilità. 1) Il mantenimento effettivo dell’alleanza con i tedeschi, possibilità che si presentava come irrealizzabile, soprattutto per la generale impopolarità che aveva la prosecuzione della guerra. 2) L’uscita dal conflitto, la denuncia dell’alleanza con la Germania, la mobilitazione delle energie antifasciste, l’impiego dell’esercito per soffocare la resistenza fascista e per la difesa alpina dalla Germania, in attesa dell’arrivo in forze degli aiuti alleati: in sostanza il piano ipotizzato da Dino Grandi. Si trattava di una scelta molto rischiosa, perciò fu scartata o forse neppure considerata: la sua realizzazione avrebbe richiesto l’appoggio delle masse e di tutte le forze politiche al governo e non; occorreva contare, insomma, su energie, coraggio e mezzi che forse l’Italia non aveva. Di certo l’opzione non rientrava tra quelle suggerite a Badoglio dalla sua indole prudente. 3) Infine, vi era la possibilità di condurre il doppio gioco tra alleati e tedeschi, di rinunciare a raccogliere le restanti risorse militari e di porre la difesa degli interessi monarchici al di sopra di tutto: fu questa la strada seguita.

Nel far decidere in tal senso ebbe un ruolo anche la paura: gli uomini al governo temevano le reazioni dei tedeschi, ma non si fidavano del tutto neppure degli alleati; inoltre erano preoccupati per il comportamento delle masse e per quello delle forze antifasciste. Perciò la frase “la guerra continua”, inserita nel testo del comunicato al Paese del 26 luglio, sembra un espediente per guadagnare tempo, nella speranza che qualche evento favorevole dissipasse almeno uno di questi timori. Purtroppo il doppio gioco gettò il paese nella catastrofe dell’8 settembre e nella ferocia della guerra civile, provocando per due anni la divisione territoriale della nazione.
 
Castellano mentre firma. Alle sue spalle
il gen. Bedell-Smith

Il Feldmaresciallo
Albert Kesselring (1885-1960)
Le vicende legate all’armistizio sono complesse. Tra agosto e settembre 1943 Badoglio chiese agli Alleati, i quali respinsero la richiesta, di effettuare uno sbarco nei pressi di Roma per tutelare la capitale da eventuali rappresaglie tedesche (le forze di Kesselring erano massicciamente presenti intorno a Roma). Gli Alleati promisero soltanto un lancio di parà sulla città. Intanto, in previsione dell’armistizio, lo Stato Maggiore diramò istruzioni su come comportarsi in caso di attacco tedesco. Ma, come vedremo, la genericità delle disposizioni e l’inammissibile ritardo con cui venne diramato l’ordine di metterle in esecuzione provocarono, dopo l’annuncio dell’armistizio, lo sbandamento dell’esercito. La firma dell’armistizio avvenne il 3 settembre presso Siracusa, a Cassìbile, tra il generale Castellano e il generale Bedell Smith. Fu denominato “armistizio corto” (per distinguerlo da quello lungo stipulato il 29 settembre a Malta) perché i 12 punti in cui era articolato contenevano solo le clausole militari: l’Italia si impegnava a deporre le armi e a cessare la collaborazione con la Germania, nonché a mettere il territorio italiano liberato sotto amministrazione militare alleata e a consegnare flotta e aerei. Infine vi si prevedeva che l’annuncio dell’armistizio da parte alleata sarebbe stato dato sei ore prima di un’operazione anfibia da effettuarsi a sud di Roma (sarebbe avvenuta a Salerno il 9 settembre); subito dopo l’Italia avrebbe dovuto annunciare l’armistizio. Ma l’8 settembre Badoglio informò Eisenhower che la presenza dei tedeschi attorno Roma impediva l’effettuazione di quest’ultima clausola. Il generale americano rispose con durezza: comunicò unilateralmente il messaggio alle 16.30 tramite Radio New York e annullò il promesso lancio di paracadutisti sulla capitale. Sicché Badoglio fu costretto a dare il proprio annuncio verso le 19.45, con toni ambigui (si affermava che, nonostante l’armistizio con gli anglo americani, “le forze italiane di ogni luogo [hanno l’ordine di reagire] a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”), senza precisare cosa avrebbe dovuto fare l’esercito nei confronti delle truppe tedesche, e senza diramare ordini tempestivi ai comandi militari.
 
Il Messaggero del 9 settembre 1943
Nella notte la famiglia reale e il governo si trasferirono a Pescara e da lì a Brindisi che era già in mano alleata. Roma cadde in mano tedesca il 9 settembre, dopo un breve urto con la divisone Ariete comandata da Raffaele Cadorna. Contemporaneamente scattò il piano tedesco per l’occupazione del nord Italia. Lo stesso giorno vide la nascita a Roma dei Comitati nazionali di Liberazione che lanciarono l’appello per la lotta armata, sicché da questa data si è soliti far cominciare la Resistenza. Tra i primi episodi da ricordare vi furono i combattimenti di Porta San Paolo nella capitale: alla mancata difesa di Roma, si contrappose l’eroica resistenza di civili e soldati sbandati, che cercarono di opporsi all’entrata in città delle divisioni corrazzate tedesche.
 
Combattimenti di Porta San Paolo, 9-10 settembre 1943

Soldati italiani catturati dai tedeschi
dopo l'armistizio

L’evento più importante dopo l’armistizio fu comunque lo sbandamento dell’esercito che, privo di disposizioni, si liquefece come neve al sole: almeno 500.000 soldati furono fatti prigionieri dai tedeschi; oltre 150.000 accettarono di combattere per loro; alcuni si aggregarono in unità partigiane; altri nell’esercito del Corpo italiano di liberazione che, dopo il 13 novembre, quando il governo Badoglio si decise a dichiarare guerra alla Germania, combatté come “cobelligerante” a fianco degli Alleati (combatté fra l’altro a Mignano di Montelungo, in uno dei settori più difficili della linea Gustav, quello di Cassino, che sarà sfondato solo nel giugno del 1944); altri, infine, disertarono semplicemente. Il disfacimento dell’esercito italiano si accompagna a quello delle strutture statali. Il governo di Badoglio, in base all’armistizio di Malta, amministrò, sotto la vigilanza della Commissione Alleata di Controllo, solo la Puglia, mentre il resto del sud liberato fu retto dal Governo Militare Alleato fino allo sbarco di Anzio (22 gennaio 1944). Quest’ultimo evento, oltre alla liberazione di Napoli (1° ottobre 1943), consentì al governo e al re di trasferirsi a Salerno e di ampliare la propria giurisdizione, seppure sotto il controllo della ACC. Il disfacimento dell’esercito consentì ai tedeschi di agire liberamente nel nord Italia: qui essi, dopo aver liberato Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso (12 settembre 1943), faranno risorgere lo stato fascista, denominato Repubblica Sociale Italiana, con capitale Salò. Con l’occupazione tedesca iniziarono le durissime rappresaglie contro la popolazione per scardinare la Resistenza partigiana che stava sorgendo nelle regioni settentrionali (tra gli eventi più cruenti ricorderò quello di Sant’Anna di Stazzema, in Versilia, dell’agosto ’44, quello delle Fosse Ardeatine del marzo ’44, quello di Marzabotto, sull’Appennino bolognese, del settembre dello stesso anno). Un’altra nota conseguenza dell’8 settembre fu la disperata resistenza da parte di quelle truppe italiane che non vollero cedere le armi, i reparti più combattivi, quelli che si trovavano ancora fuori dai confini nazionali. Mi limito a menzionare quello dell’isola di Cefalonia del 22 settembre 1943, di cui tanto si è parlato negli anni della Presidenza Ciampi che ha avuto il merito di rivalutare l’evento come il primo episodio della Resistenza italiana: a Cefalonia vennero massacrati quasi 8000 uomini della divisone Acqui che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi.
 
La divisione della nazione: la "linea Gustav"


«L’elemento storico decisivo dell’8 settembre – ha scritto Galli della Loggia – [...] non sta nel fatto, ma nel come» (Ernesto Galli della Loggia, La morte della Patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1996, p. 18). È il come ad essere memorabile. Se infatti si escludono casi eccezionali, la cui eccezionalità conferma appunto che la regola fu un’altra, il dileguarsi di tutto e di tutti nel frangente dell’8 settembre testimonia «di un che di aleatorio, [...] di occasionale che starebbe alle fondamenta dell’edificio statale italiano» (Ivi, p. 15). La stessa cosa non è successa negli altri paesi che hanno subito sconfitte. Non è successa in Germania, ad esempio, la cui sconfitta è stata senz’altro più netta e più dolorosa di quella italiana, senza attenuanti e senza vie di mezzo, come quella del rango, già di per sé umiliante, di “cobelligeranti” cui ci relegarono gli anglo-americani dopo l’8 settembre. In Germania, nel momento del crollo militare, esercito e amministrazione mostrarono una grande capacità di padroneggiare gli eventi, di evitare che la sconfitta si trasformasse in un dileguarsi generale: e di ciò non si può dare merito al solo nazismo, ma soprattutto alla tenuta della compagine nazionale. Al contrario, in Italia ciò che accadde dopo quella fatidica data mostra «la crisi della nazione, la sua inettitudine a reggere le prove, la gracilità insospettata del vincolo di appartenenza comunitario, la forza irreprimibile [che hanno invece] gli egoismi e le viltà individuali» (Ivi, p. 12). Per questo secondo alcuni storici (Renzo De Felice, soprattutto, ma dopo di lui altri come Galli della Loggia ed Elena Aga-Rossi), con l’8 settembre, o meglio con tutti gli eventi del 1943, sarebbe venuto meno qualcosa di più del regime fascista: si sarebbe persa, con il crollo dell’unità del paese e della compagine statale, la fragile identità nazionale. (1 – continua)

domenica 25 agosto 2013

Social media e leadership politica

Si può governare con Twitter?




Nel precedente post mi chiedevo se è possibile governare il mondo con Twitter. Oggi proverò a dare una prima risposta, ma la questione meriterà in futuro altri interventi e nuove riflessioni. Del resto, chi mi segue sa che al rapporto tra media, politica e cultura ho già dedicato ampio spazio in passato.


Circa un anno fa, il columnist del New York Times Thomas Friedman scrisse un editoriale molto illuminante per la comprensione del rapporto tra social network e politica: The Rise of Popularism (New York Times, 23 giugno 2012). Eppure l’articolo non ha goduto di grande attenzione in Europa, o perlomeno non ne ha goduto in Italia: che sappia io, nel nostro Paese è stato ricordato di recente solo da Federico Mello sull’Huffingtonpost (F. Mello, Con Twitter non si governa un Paese, Huffingtonpost, 25 luglio 2013), grazie al quale sono venuto a conoscenza dell’editoriale in questione.
 
Thomas Friedman
Friedman si chiede come mai in Europa (ma anche negli Usa) non ci sia una leadership politica capace di ispirare e preparare le popolazioni alle sfide che le attendono. Egli individua due ragioni: una tecnologica e una generazionale. Riguardo a quest’ultima l’osservazione dell’autore è perentoria ma realistica: siamo passati da una generazione che credeva nel futuro e che, quindi, ha risparmiato per poter investire (è la generazione di chi è vissuto durante la guerra), ad una generazione (quella del baby boom) che ha preferito prendere i soldi in prestito per spenderli subito, poiché, evidentemente, non aveva fiducia nel futuro. Friedman porta l’esempio del confronto tra George Bush padre e George Bush figlio: il primo si è temprato nel corso della seconda guerra mondiale per la quale partì volontario subito dopo Pearl Harbour, e completò la sua formazione di leader durante la guerra fredda, quando occorrevano determinazione e fermezza, quando non si potevano prendere decisioni ascoltando i sondaggi. Bush senior, ad esempio, come Presidente alzò le tasse, malgrado l’opposizione del ceto medio, perché gli Stati Uniti avevano una guerra da affrontare (quella del Golfo) e la prudenza, non i sondaggi d’opinione, richiedevano quella scelta. Bush figlio, nato e vissuto nell’epoca della pace e del benessere, non ebbe lo stesso tirocinio paterno ed era più incline ad ascoltare la voce dei sondaggi. Sicché tagliò le tasse nel bel mezzo non di una, ma di due guerre: quella in Afghanistan e quella in Iraq.



Collegata a quella generazionale, come vedremo, è la spiegazione tecnologica fornita da Friedman. Il columnist si chiede, sulla scia della legge di Gordon Moore (cofondatore di Intel il quale, nel 1965, affermò che la potenza di elaborazione di un singolo microchip sarebbe raddoppiata ogni 18-24 mesi), se le capacità di guida politica delle leadership non si riducano ogni 100 milioni di nuovi utenti che si iscrivono a Facebook e Twitter. Indubbiamente la diffusione dei social media ha molti aspetti positivi: più innovazione, più trasparenza, più partecipazione. Ma, si chiede ancora Friedman, è possibile che si sia prodotta troppa partecipazione? È possibile che i leader politici, a forza di stare sempre in ascolto delle voci e delle tendenze che si sviluppano in Rete ogni istante, rimangano prigionieri di esse e perdano la capacità di dirigere, di suscitare, e soprattutto di decidere?
 
Paparazzi...
In effetti, scrive Friedman, in Occidente, specie in Europa, sembra essersi sviluppata una über-ideologia denominata “popolarismo”. Essa consiste in primo luogo nel mostrarsi aggiornati sulle tendenze, sui sondaggi, sulle mode della Rete, e in secondo luogo nel cercare di assecondarle e di seguirle. Anche Mitt Romney e Barak Obama, durante la campagna elettorale del 2012, persero molto tempo a “mitragliarsi a vicenda” di tweet, cercando di apparire più informati dell’avversario su ciò che si diceva in Rete, senza proporre una nuova idea per affrontare i seri problemi del momento. Non solo. Visto che grazie agli smart phone ogni oscuro individuo del pianeta può improvvisarsi paparazzo, reporter, opinion maker, tutti i personaggi pubblici sono fortemente esposti al rischio di venir colti in fallo per un nonnulla e di essere ridicolizzati in Rete. Alexander Downer, ex primo ministro australiano, confidò a Friedman che è proprio questo che “sta rendendo sempre più difficile” per i dirigenti “prendere decisioni sensate e coraggiose”. La vita pubblica, per molti potenziali leader, è diventata qualcosa da fuggire a tutti i costi: come accadde nel III secolo d. C. nella società romana, quando il patriziato preferì fuggire dalle città, diventate difficili da governare, in preda a plebi volubili e a clientes costosi. Cominciò così la decadenza dell’Impero.

Per queste ragioni, conclude Friedman, anziché dire la verità sulla realtà che stiamo vivendo, i leader di oggi preferiscono soddisfare le aspettative attuali del pubblico: quest’ultimo vorrebbe lavorare e pagare di meno, ma consumare e spassarsela di più; la realtà, invece, richiederebbe investimenti sul futuro che comportano più fatica, più studio, più ingegno e meno narcisismo, se si vuole tenere il passo dei tempi. I leader dovrebbero dire la verità su questo, ma ciò richiederebbe straordinaria capacità di comando e anche disponibilità ad assumere decisioni impopolari.

Veniamo qui al punto da cui sono partito: si può governare il mondo con Twitter? La mia risposta è perlomeno problematica: sì, se i leader fossero capaci, dopo essere stati informati (anche) dalla Rete riguardo al volere popolare, di prendere decisioni autonome ed anche dolorose per risolvere i problemi; no, se essi scambiamo quella volontà per le soluzioni dei problemi. Anzi, in questo secondo caso Twitter (come ogni altro strumento di Internet) rischia di essere controproducente: il mondo, specie quello occidentale, ha bisogno di decisioni affinché nel futuro i nostri figli possano vivere bene, almeno come noi abbiamo vissuto; non ha bisogno, invece, di inseguire le fluttuazioni inconcludenti e narcisistiche del “popolarismo”. Chi sceglie di fare il leader deve saper guidare e saper decidere. Non cercare di essere popolare.
 
Evidenziato in blu il periodo del baby boom negli Usa


La questione generazionale e quella tecnologica mi sembrano collegate. I baby boomers, nati tra il 1945 e l’inizio degli anni Sessanta, hanno occupato e tuttora occupano ruoli di responsabilità, nonché posti di lavoro tutelati e spesso ben remunerati, grazie ai quali hanno potuto condurre un’esistenza sufficientemente sicura nella stragrande maggioranza dei casi, benestante o ricca in altri. In genere si tratta di posizioni conquistate con duro studio e lavoro, non dimentichiamo che chi ha oggi tra i 50 e i 70 anni costituisce nel mondo occidentale la prima generazione del secondo dopoguerra interamente (o quasi) scolarizzata. La formazione scolastica fu caotica, ma dura e ancora severa in molti casi. Lo stesso lavoro è stato ottenuto attraverso percorsi selettivi talvolta faticosi e persino costosi: permanenze fuori casa per anni, a proprie spese, pendolarismo, mancanza o insufficienza di servizi pubblici. Alla fine, però, studio e lavoro, affrontati con la fiducia in un futuro migliore, hanno prodotto risultati soddisfacenti. Perché i baby boomers dovrebbero abbandonare questi traguardi? Perciò chi governa, spesso appartenente alla medesima generazione, preferisce blandire costoro, piuttosto che chiedergli sacrifici per i loro figli. Dovrebbero essere i leader, invece, a far capire che i giovani di oggi rischiano domani di non avere lo stesso tenore di vita dei padri, poiché le risorse dell’Occidente si stanno riducendo a vantaggio di altre regioni del mondo. Così, narcisismo, debolezza e tecnologia si sono alleati per produrre l’irresponsabilità delle leadership politiche.
 
Riccardo Puglisi

Probabilmente la recente proposta avanzata, proprio su Twitter, dal giovane economista Riccardo Puglisi, ha un valore puramente provocatorio. Egli sostiene che in Italia occorra “rottamare” la generazione dei “sessantottini”, grosso modo coincidente con i nostri baby boomers. Io stesso, sebbene nato al limite di quell’epoca e sebbene fossi ancora fanciullo durante la contestazione giovanile, non ho accolto di buon grado la provocazione, figuriamoci chi ha qualche più di me. Eppure, devo riconoscere qualche ragione a Puglisi: forse quella della rottamazione è un’immagine troppo forte, ma è pur vero che se vogliamo continuare a sperare nel futuro dobbiamo lasciare un po’ di spazio alle idee dei giovani. Purché non abbiamo appreso dai loro padri ad inseguire le Trending Topic mondiali: se vogliono davvero governare devono imparare a farlo con coraggio, non tallonando l’omologazione. Perché, come ha scritto Friedman nell’articolo di cui ho riferito, se tutti stanno seguendo, se ognuno è follower di qualcun altro, chi si sobbarca l’onere di condurre?