Dopo una lunga pausa eccomi di nuovo qui. Lavoro, famiglia e salute mi hanno bloccato per troppo tempo, ma non ho mai smesso di pensare a Tersite e ai miei venticinque lettori. E ora... si ricomincia!
Tre fattori di
gravità crescente
Forse apparirò ripetitivo,
ma credo che l’impasse in cui si trova il sistema politico italiano sia
riconducibile a tre fattori di gravità crescente. Gravità qui non ha un
significato morale (“serietà”, “preoccupazione”, “pericolosità”) ma indica più freddamente
una “misura”, cui allude l’etimologia stessa della parola: in latino
l’aggettivo gravis significa
“pesante”. Quindi, i fattori che elencherò hanno avuto appunto un “peso” via
via maggiore, un impatto sul sistema politico mano a mano più visibile, meno
imponderabile e, appunto, più “grave”.
Partiamo dal meno “grave”.
L’incapacità del Pd, e a suo tempo dei Ds, di mettere mano a quelle riforme che
avrebbero reso più moderna la nazione e le avrebbero forse evitato il baratro
presente. Indico tre riforme che nell’epoca del governo Prodi vennero
presentate come necessarie e imminenti: privatizzazioni e liberalizzazioni
autentiche; legge elettorale in senso maggioritario; severe norme sul conflitto
di interessi. A queste ne aggiungo una che era nelle possibilità del
centro-sinistra attuare e che avrebbe incontrato l’appoggio bipartisan di forze politiche
all’opposizione: la riforma della giustizia, comprendente la rigida separazione
delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, l’eleggibilità dei pm,
la responsabilità civile dei giudici. Questi interventi avrebbero forse
consentito di mettere mano in modo sereno a sostanziali riforme costituzionali.
I Ds non riuscirono ad
attuare quelle riforme quando avrebbero potuto, ovvero quando erano al governo;
il Pd non ha saputo fare di queste proposte i contenuti centrali delle sue
campagne elettorali, specie dell’ultima. Qualche perfido osservatore della
politica italiana ha commentato che il centro-sinistra non ha voluto realizzare
le riforme (specie quella sul conflitto d’interesse), per poter vivere di
rendita elettorale attraverso l’antiberlusconismo, ovvero: mantenendo in vita
il suo avversario avrebbe avuto un nemico a cui addebitare tutti i mali del
Paese. Non respingo del tutto questo punto di vista, ma faccio notare ai più
incalliti dietrologi che se l’ideologia antiberlusconiana è stata la bandiera
del centro sinistra negli ultimi vent’anni, è perché gli eredi del Partito
comunista non hanno avuto mai le idee chiare sul programma da seguire.
Realizzare le riforme che ho
elencato sopra avrebbe significato dichiararsi completamente fuori dall’area
della sinistra radicale e accettare una nuova e opposta identità politica:
diciamo socialdemocratica, se non proprio liberaldemocratica. Ma, com’è noto, i
Ds e il Pd hanno avuto e hanno tuttora paura di realizzare una rottura così
profonda con la tradizione rivoluzionaria, poiché l’elettorato “duro” della
vecchia sinistra non avrebbe compreso, mentre quella “movimentista” e
“antagonista” avrebbe definitivamente voltato le spalle al centro sinistra.
Entrambe queste cose sono poi accadute comunque, a causa dell’aggrovigliarsi
della condotta del Pd su molte questioni, tanto da rendere incomprensibile la
natura di questo partito: è di sinistra? Di centro? Liberale? Socialista?
Laburista?
Il
secondo grave fattore che ha generato l’attuale impasse politica è provenuto dai
partiti di Berlusconi (Forza Italia prima, Popolo della Libertà poi). Lo
chiameremo “fattore B”. A causa di esso si sono avute le seguenti conseguenze: la
forte identificazione del partito con il leader-padrone, anziché con l’ideologia;
la personalizzazione della politica, che ha svuotato di idee e contenuti le
proposte, sostituendole con l’appeal
del candidato e con la sua capacità di contrapporsi alla sinistra; l’antipoliticità
del leader, il quale si è sempre presentato al suo elettorato come alternativo
al mondo della politica, contrapponendo in tal modo la società civile (mitizzata)
alla politica (denigrata).
Il
centro destra ha vinto in questo modo i confronti più importanti con i rivali,
ma ha prodotto due esiti forse non voluti, ma oggi evidenti: ha contribuito come
nessun altro alla delegittimazione delle stesse istituzioni che governava; non
ha saputo formare un ceto politico dirigente capace di sostituire il carisma
del fondatore. Per questo oggi nel PdL sono in molti ad essere terrorizzati
dalla prospettiva di dover fare a meno di Berlusconi, perché non saprebbero con
quale altra figura vincente sostituirlo. Per questo, ancora, lo strappo attuato
da Alfano, soprattutto se dovesse produrre un nuovo soggetto politico, costituisce
una grande novità nel centro-destra.
Infine,
il “fattore B” ha condotto il centro destra a compiere un errore fatale: la profonda
rivoluzione liberale, promessa che nel 1994 fece drizzare le orecchie anche a
me, non solo non si è mai verificata, ma, possiamo dire oggi, non era neppure
nelle intenzioni del suo promotore. Al contrario, aver impiegato un personale
politico privo di qualità, privo di idee salvo la devozione per il capo, privo
di consapevolezza della ragion di Stato e delle necessità della società, attento
solo agli interessi di una parte di questa, ha prodotto faciloneria,
spregiudicatezza, assenza di scrupoli, corruzione. Gli scandali del 2011 (Ruby,
le “olgettine”, il bunga-bunga) sono stati solo la punta dell’iceberg: dietro
essi appare evidente che il ceto politico nato con Berlusconi è formato in buona
parte da individui emersi dalla più oscura provincia italiana, incolta, maneggiona,
eticamente discutibile.
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Copertina Time del novembre 2011, quando Berlusconi venne travolto dagli scandali del bunga-bunga... |
Il
terzo grave fattore che ha generato l’attuale impasse politica è stato il
grillismo. Il M5S ha usato alcuni degli stili organizzativi e comunicativi di
Berlusconi (e della Lega): la forte identificazione con il capo-padrone; la
personalizzazione dell’agire politico; l’antipoliticità; la denigrazione delle
istituzioni e del mondo della politica. Tutto ciò, però, l’ha sostenuto con un’ideologia
molto definita che si può sintetizzare in due parole: moralismo fanatico.
Grillo e il suo movimento, infatti, hanno cavalcato l’indignazione dei cittadini,
hanno escluso ogni collaborazione con le altre forze, si sono chiusi in uno
sdegnoso isolamento, hanno trasformato i concetti morali in obiettivi politici
(pulizia, onestà, sottomissione al volere dell’io collettivo).
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Twitter, recente hastag di tendenza avviato da Beppe Grillo |
Così
facendo, hanno collocato al centro dell’agire politico non l’osservazione della
realtà e lo studio delle soluzioni possibili ai suoi problemi, ma, appunto, i
valori morali, ostentati come patrimonio esclusivo del movimento. Perciò tutti
coloro che non appartengono al M5S sono considerati il male, quindi nemici da
annientare. Da questa ideologia discendono i metodi giacobini utilizzati dal leader
e dai suoi fedelissimi: la minaccia e l’intimidazione ottenute attraverso la
violenza verbale, l’insulto, il turpiloquio, la sobillazione della rabbia
popolare. L’impiego della Rete e il vessillo della democrazia diretta, da edificare
attraverso internet, hanno enfatizzato questi aspetti, e messo ancor più in
crisi le istituzioni, poiché da quell’impiego e da quel tema deriverebbero la
negazione del sistema rappresentativo, l’eliminazione della distinzione tra
governo e governati, la cancellazione della divisione dei poteri, l’affermazione
di un modello di governo impulsivo-populista-plebiscitario. Tutto ciò, com’è
evidente ormai, implicherebbe l’annientamento delle attuali istituzioni: per
questo il grillismo è stato l’attacco più pesante subito dalla Repubblica italiana
negli ultimi vent’anni.
Perché,
quindi, l’impasse di oggi? Perché tutte le attuali forze politiche italiane non
hanno idee per governare le sfide della globalizzazione; alcune non si
riconoscono nelle istituzioni che dovrebbero guidare, altre, infine, le denigrano
e usano l’intimidazione come strumento “antipolitico” di affermazione. Lo sbloccarsi
della vicenda del Cavaliere e la fine del “fattore B” non credo che porranno
davvero termine a questa impasse. Porterà, forse, un po’ di serenità,
sentimento che ci serve, in questo momento, per ragionare sine ira ac studio su ciò che serve all’Italia per uscire dal
pantano. Ma il fango che ci avvolge viene da lontano, sia dal punto di vista
temporale (la nostra storia) che da quello spaziale (le nuove potenze
economiche). In un simile contesto i sacrifici che dovremmo ancora fare per la ripresa,
la stabilità, il lavoro potrebbero essere ancora troppo onerosi e impopolari
per qualsiasi forza politica: e la pancia degli elettori, in una democrazia, si
sa che conta più della verità e dei fatti. Quale leader, quale partito o
movimento saprà affrontare la realtà senza farsene condizionare troppo?