Terre di
sangue. Gli stermini paralleli di Hitler e Stalin
In Europa occidentale di solito si associano l’uccisione di
massa e lo sterminio con l’Olocausto. Ma questa immagine, pur corrispondendo
con una parte della verità, non è tutta la verità. Ad esempio, tra il 1933 e il
1945, in una vasta regione dell’Europa orientale, compresa all’incirca tra il
fiume Oder e la linea che congiunge Leningrado (oggi San Pietroburgo) al Mar
d’Azov, passando per Smolensk e Kursk, in questa regione, dicevo, perirono 14
milioni di persone.
In queste terre vi sono la Polonia, l’Ucraina, la
Bielorussia, gli Stati baltici e parte della Russia occidentale. Sono le “terre
di sangue”, come le ha battezzate Timothy Snyder, lo storico di Yale che ha
dedicato alle vicende accadute in questi territori tra il 1933 e il 1945 un
ponderoso volume intitolato, appunto, Terre
di sangue. L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin, tr. it. Milano,
Rizzoli, 2011. Oltre 580 pagine di drammatica e densa narrazione restituiscono
al lettore di oggi una vicenda in parte dimenticata, in parte volutamente
ignorata: nelle terre di sangue si sommarono e si potenziarono a vicenda le
orribili politiche di sterminio di due dittature, quella di Hitler e quella di
Stalin, provocando la morte deliberata di 14 milioni di individui, tra civili e
prigionieri di guerra, oltre un terzo dei quali costituito da ebrei. Più della
metà degli sterminati morì per fame, al secondo posto come modalità di
sterminio ci furono le fucilazioni, al terzo l’uso del gas: sia il monossido di
carbonio sprigionato dai tubi di scarico di furgoni appositamente usati per
dare la morte, sia l’acido cianidrico (il tristemente famoso Zyklon B) impiegato in alcune delle
fabbriche della morte naziste (soprattutto Auschwitz e Majdanek).
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Tratteggiate: le "terre di sangue" |
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Da sinistra: Ribbentrop, Stalin, Molotov |
In quelle terre si sovrapposero tre occupazioni. La prima fu
quella congiunta tedesca e sovietica seguita al “patto di non aggressione”
Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939, patto che condusse alla spartizione
della Polonia tra Hitler e Stalin, all’occupazione russa dei paesi baltici e
della Finlandia e allo scoppio della seconda guerra mondiale. La seconda
occupazione fu quella tedesca iniziata nel giugno 1941, quando Hitler decise di
tradire l’alleato sovietico e, spingendosi oltre la linea Molotov-Ribbentrop,
cominciò l’invasione dell’Urss che interessò, oltre alla Polonia orientale, la
Bielorussia, l’Ucraina e la Russia fino alla linea Leningrado-Stalingrado. La
terza occupazione, infine, fu quella sovietica seguita al contrattacco
dell’Armata rossa dopo la battaglia di Stalingrado (agosto 1942-gennaio 1943),
invasione che portò i russi dentro la Germania, oltre Berlino, fino all’Elba.
Tre occupazioni con annesse politiche di sterminio. Ma non è tutto, perché alle
occupazioni manu militari occorre
sommare la precedente politica di collettivizzazione delle campagne e la carestia
(indotta e voluta) che colpì soprattutto l’Ucraina in due riprese, tra 1929 e 1933
e tra 1933 e 1936: da sola costò agli ucraini oltre 3 milioni di vittime (secondo
altre stime forse il doppio). In Ucraina è stato coniato il termine holodomor per riferirsi a questo crimine:
significa “infliggere la morte per mezzo della fame”. Alla carestia indotta seguì
poi il Grande Terrore staliniano che, cercando un capro espiatorio per la
carestia imposta dall’alto, condusse alla fucilazione di circa 700.000 persone,
anch’esse concentrate in massima parte nelle terre di sangue.
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L'holodomor in Ucraina: una giovane vittima della carestia indotta |
La sovrapposizione delle tre occupazione non fu solo una
giustapposizione cronologica, ma, come scrisse François Furet, fu una “complicità
fra belligeranti” (F. Furet, Il passato
di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo, tr. it. Milano, Mondadori,
1995, specie le pp. 357-406) che spinse tanto la Germania quanto l’Urss a
giovarsi delle politiche di sterminio dell’avversario. Alcuni tra gli
innumerevoli esempi ricostruiti da Snyder credo bastino a spiegare in che modo
le due dittature si aiutarono nel corso della guerra che, pure, li vide rivali.
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Herbert Backe, l'architetto dello Hungerplan nazista |
Primo esempio: l’Hungerplan
(letteralmente “piano o programma fame”), previsto dalla Germania per le
regioni sovietiche occupate dopo il 1941. Tra il 1941 e il 1942, infatti, Hitler
diede ad Herbert Backe, suo Ministro dell’Alimentazione, il compito di avviare questo
piano usando le fattorie collettive sovietiche: la loro organizzazione
totalitaria consentiva al nazismo di obbligare i contadini ucraini e bielorussi
a produrre cibo per i tedeschi. Il piano prevedeva la morte di 30 milioni di
individui, ritenuta necessaria dal nazismo per sfamare la Germania. Dopo la
battaglia di Stalingrado, però, Hitler dovette rivedere l’applicazione dell’Hungerplan, poiché cominciò la ritirata
della Wehrmacht: così le morti furono “solo” un decimo di quelle programmate,
ma le fattorie collettive, che già Stalin aveva utilizzato anni prima per
affamare milioni di contadini, si rivelarono efficienti strumenti di morte
anche in mano al nazismo.
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Il monumento di Varsavia che ricorda l'eroica ribellione polacca del 1944 |
Secondo esempio: la guerriglia partigiana antinazista in
Polonia e in Bielorussia. Stalin, attraverso i suoi emissari, dal 1942 incoraggiò
in queste regioni l’attività partigiana contro i tedeschi, pur sapendo che non
avrebbe potuto né sostenerla materialmente, né difenderla dalle rappresaglie
naziste. Perché, allora, la incoraggiò? Secondo Snyder la risposta più evidente è
fornita dalla vicenda di Varsavia: qui, tra il gennaio e l’aprile del 1943,
ebrei dell’Armia Krajowa (AK:
Esercito Nazionale) e soprattutto della Zydowska
Organizacja Bojowa (ZOB: Organizzazione ebraica di combattimento) guidarono
la rivolta del ghetto dove i tedeschi avevano concentrato la popolazione ebrea
per facilitarne l’eliminazione. I russi, giunti vicino al confine polacco, non
si opposero e incoraggiarono la rivolta, ben sapendo che la repressione tedesca
sarebbe stata micidiale. Così fu. Sebbene siano stati tenuti in scacco da una
tenace resistenza da parte degli ebrei, i tedeschi, comandati da Jürgen Stroop,
alla fine riuscirono ad entrare nel ghetto e a raderlo al suolo utilizzando
artiglieria, lanciafiamme e gas asfissianti. Tutto venne bruciato, dalle case
alle persone; la sinagoga venne fatta saltare in aria. Nell’operazione di
repressione morirono oltre 50.000 ebrei, altri 30.000 furono deportati.
L’anno seguente, ad agosto, l’AK organizzò la rivolta
dell’intera città contro i tedeschi: se avesse vinto, la Polonia sarebbe stata
liberata dai suoi abitanti, anziché dai sovietici. L’Armata rossa era ormai alle
porte della città e questa volta sarebbe potuta intervenire per aiutare i
partigiani polacchi, o perlomeno far arrivare loro aiuti militari, ma non lo
fece: lasciò che i tedeschi trucidassero i ribelli, decapitando l’AK e quanto
rimaneva della classe dirigente polacca. Così, nel luglio 1944, Stalin non ebbe
rivali quando presentò agli Alleati occidentali il suo governo provvisorio da
istallare a Varsavia. Ormai in Polonia l’alternativa al regime sovietico non
esisteva più e il governo non comunista, in esilio a Londra, era privo di forza
contrattuale: Churchill e Roosevelt dovettero accettare l’imposizione di
Stalin. La Polonia sarebbe diventata, dopo la guerra, un eclatante esempio della
rigida tutela staliniana sull’Europa dell’est: com’è noto, fino al 1956 nel
governo comunista polacco vi sarà addirittura un generale russo come Ministro
della difesa, Konstantin Rokossovskij.
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A Kaunas, in Lituania, nel giugno 1941 la popolazione civile aiuta l'Einsatzgruppen "A" a massacrare gli ebrei |
Terzo esempio: il sostegno antisemita ricevuto dagli Einsatzgruppen nelle terre sovietiche
occupate. Gli Einsatzgruppen, com’è
noto, erano le “unità operative”, formate da SS e da Battaglioni di polizia,
impiegate dai tedeschi per l’eliminazione fisica degli ebrei nei territori sovietici
occupati dal giugno 1941. Ebbene, nei primi territori in cui entrarono (Bielorussia,
Ucraina, regioni baltiche), i tedeschi adoperarono il ricordo che la
popolazione aveva degli omicidi commessi prima della guerra dalla NKVD (il
Commissariato del popolo per gli affari interni, da cui dipendeva la polizia
segreta sovietica), durante le grandi purghe staliniane. Orchestrando una
capillare propaganda, i nazisti diffusero la menzogna secondo la quale il
bolscevismo era parte di un più generale “complotto ebraico”, suscitando il
furore delle popolazioni locali che, tormentate dalle dure condizioni che
stavano vivendo, aiutarono i nazisti a stanare, fucilare o deportare gli ebrei.
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La spartizione tra Germania e Urss decisa dal Patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939 |
L’Europa che precipitò nelle seconda guerra mondiale,
“l’Europa Molotov-Ribbentrop - conclude Snyder – fu una creazione congiunta di
sovietici e nazisti” (T. Snyder, op. cit.,
p. 443). “Dal punto di vista marxista, – egli aggiunge – nel mondo moderno le
società contadine non avevano alcun diritto di esistere. Nella prospettiva
nazista, i contadini slavi (ma non quelli tedeschi) erano superflui” (ibidem). Le conseguenze pratiche di
queste due utopie furono deliberati stermini, programmati eccidi di massa che
colpirono le terre di sangue. La guerra mondiale in queste regioni fu
particolarmente barbarica non solo a causa del comportamento della Wehrmacht ,
come scrisse qualche anno fa in un bel libro Omer Bartov (cfr. O. Bartov, Fronte orientale. Le truppe tedesche e
l’imbarbarimento della guerra (1941-1945), tr. it. Bologna, Il Mulino,
2003), non solo per la tenacia delle forze militari coinvolte, ma per la
sovrapposizione di due ideologie totalitarie che, per realizzare le proprie
supposte verità assolute, progettarono deliberatamente la morte di milioni di
individui, teorizzarono la loro liquidazione in nome di un’idea.
Lo storico Timothy Snyder |
La giustificazione dello sterminio in nome della
realizzazione del socialismo non rende le uccisioni meno orribili di quelle
attuate in nome della purezza razziale, o della conquista del Lebensraum. La spietatezza di Stalin non
è stata inferiore a quella di Hitler e la vittoria conseguita sulla Wehrmacht
non solleva l’Urss dalle sue responsabilità morali nei confronti delle terre di
sangue. Hitler e Stalin, di fronte a quei 14 milioni di morti, stanno sulla
stesso piano. Timothy Snyder, al termine della sua densa narrazione, ci propone
queste domande: “Non si può negare che la morte di massa per fame conduca a un
certo tipo di stabilità politica. La domanda deve essere: è questo il genere di
pace desiderato e desiderabile? Un eccidio lega gli esecutori a quanti hanno
emesso gli ordini. È questo il giusto tipo di fedeltà politica? Il terrore
consolida un certo tipo di regime. È questo il tipo di regime auspicabile?
L’uccisione di civili rispecchia l’interesse di alcuni leader. L’interrogativo
non è se tutto ciò sia storicamente vero, ma se sia desiderabile. Sono questi
buoni leader e buoni regimi? Se non è così, la questione diventa come impedire
tali politiche” (T. Snyder, op. cit.,
p. 452).
È tuttora importante accorgersi per tempo quando una politica
che disprezza la vita degli esseri umani comincia ad affermarsi. Spesso essa
non si presenta dichiarando subito i suoi intenti, proprio come accadde con
Hitler e Stalin che non parlarono mai, negli anni della loro ascesa, dei loro
intenti criminali. Solo in seguito sarebbe diventato evidente dove conducevano
le loro politiche.
Non esiste un particolare test per comprendere in tempo se
dietro le utopie vi siano progetti di morte. Ma sappiamo che i fanatici
adoratori di utopie politiche per realizzare queste ultime devono spesso
ricorrere alla forza. Sappiamo inoltre che il disprezzo per la tolleranza, per
il dialogo e per il pluralismo delle idee sfocia sistematicamente nella
violenza. Tenere sempre la rotta ferma verso la difesa della libertà è il modo
migliore per non trovarsi, a distanza di qualche decennio, a fare di nuovo la conta
dei morti.