I cittadini
italiani sono migliori dei politici corrotti?
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Francesco Belsito |
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Franco Fiorito ("Er Batman") |
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Vincenzo Maruccio |
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Luigi Lusi |
Francesco Belsito,
Luigi Lusi, Franco Fiorito: il primo tesoriere della Lega nord, il secondo
della Margherita, il terzo del Pdl. Dovremmo aggiungere a questa lista anche i
nomi di Filippo Penati, ex Presidente di centro-sinistra della Provincia di
Milano, e, da qualche giorno, quello di Vincenzo Maruccio, ex capogruppo dell’Idv
alla regione Lazio, nonché anche lui tesoriere del suo partito. Molti altri,
purtroppo, dovremmo aggiungerne, ma restiamo su questi esempi. Se si escludono
Lusi e Penati, un po’ più anziani degli altri che ho nominato, si tratta di
politici giovani, appartenenti a partiti sorti dopo gli anni ’90, provenienti
da brevi esperienze politiche e in qualche caso da attività professionali.
Hanno inoltre un’altra caratteristica in comune: sono stati democraticamente
eletti dal popolo. Fiorito, nelle elezioni amministrative del 2010, è risultato
addirittura il consigliere regionale più votato nel Lazio. Tutti, com’è noto,
sono indagati per appropriazione indebita di denaro pubblico che avrebbero
utilizzato per scopi personali: automobili, ville, feste, viaggi costosi, abiti
firmati, pranzi e cene in ristoranti rinomati, oggetti di lusso e persino gioco
d’azzardo e donnine allegre.
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Filippo Penati |
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Il pool di Mani pulite |
La vecchia classe
dirigente italiana, quella della Prima Repubblica, è stata spazzata via quasi
per intero dal ciclone di Tangentopoli del 1992. Quella tempesta ha decretato
la fine della Dc, del Psi, del Psdi, del Pri; mentre il Pci, per altre ragioni,
era già stato sepolto dalle macerie del Muro di Berlino. I vecchi nomi della
politica italiana, presenti sulla scena pubblica da oltre 30 anni, alcuni anche
di più, scomparvero, inghiottiti dai processi di “Mani pulite”, dalla
corruzione, dagli scandali. Da quel terremoto è emerso il nuovo sistema
politico italiano, ovvero una nuova classe politica, nuovi partiti, nuovi volti
spesso più giovani. Certo, qualche “dinosauro” della vecchia stagione è
sopravvissuto al ciclone, ma per lo più il panorama si è modificato profondamente,
tanto da indurre stampa e televisione a parlare di Seconda Repubblica. L’espressione
non è mai stata del tutto appropriata poiché, come si sa, la nostra Carta
costituzionale è rimasta pressoché la stessa, salvo alcune parziali modificazioni.
Ma quel che è accaduto dopo il 1992 è stato ugualmente sufficiente per
giustificare la definizione: i vecchi politici non c’erano più, i meccanismi di
selezione del personale politico erano cambiati, le norme elettorali modificate
dalla legge Mattarella del 1993 (il cosiddetto “Mattarellum”, come lo chiamò
Giovanni Sartori).
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Berlusconi nel 1994, anno della "discesa in campo" con la fondazione di Forza Italia |
Ma soprattutto era
cambiata una cosa. I nuovi partiti e i nuovi leader si presentarono come
rappresentanti della società civile, non della casta dei politici. Dicevano di
essere i testimonial di coloro che lavorano e producono, dell’Italia sana,
quella che si arrabatta ogni giorno con il lavoro, con l’esiguità del denaro,
con le tasse. La politica della Seconda Repubblica si mostrava insomma come più
vicina alla gente comune, ai cittadini medi, al popolo. Simboli di questa
novità furono soprattutto Forza Italia e la Lega nord, ma anche i movimenti e
le formazioni politiche sorte in seguito, dall’Idv al Movimento 5 stelle.
Berlusconi, soprattutto, si presentò come “uno di noi”, un uomo della società
civile, non del Palazzo, uno che si era costruito da solo, che aveva lavorato
faticosamente per accumulare la propria fortuna e per arrivare al successo: un “presidente
operaio”, come diceva uno degli slogan della Casa delle libertà nelle elezioni
del 2001.
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Manifesto elettorale del 2001 |
Così, dalla metà
degli anni Novanta in poi la politica italiana è stata caratterizzata da un
nuovo spirito pubblico che ne ha legittimato i leader: improvvisamente non è più
contato, per ottenere consenso, aver frequentato le scuole di partito o le
associazioni ecclesiastiche; non ha avuto più importanza l’esibizione di un pedigree
antifascista; non è servito aver seguito il cursus honorum attraverso i vari
livelli della politica, dall’amministrazione comunale a quella regionale. Da quel
momento in poi ha avuto importanza poter vantare successi di altro tipo, poter
esibire altri generi di patenti: provenire dalle libere professioni e dal “popolo
delle partite Iva”, avere svolto lavori comuni, sia pure ben remunerati (il
medico, il notaio, il dentista, l’ingegnere, l’avvocato, il magistrato, il giornalista,
il dirigente d’azienda), oppure avere esperienza di comunicazione e magari
avere avuto successo attraverso la televisione. Non a caso sono entrati
massicciamente in politica addetti alle pubbliche relazioni e pubblicitari, ma
anche attori, cantanti, comici, disc jockey e animatori di villaggi turistici.
La società civile, appunto, sembrava volersi prendere la sua rivincita nei
confronti di quella politica paludata, di quei professionisti del maneggio
elettorale che occupavano la scena pubblica almeno dagli anni Sessanta e
Settanta. Una nuova retorica e una nuova mitologia si impose nel discorso
politico: “essere un uomo di successo”, saper comunicare, avere un’ attività, contare
qualcosa nel mondo della produzione, o della finanza, o del giornalismo, o della
pubblicità, o delle professioni. Queste le nuove credenziali che venivano richieste
ai nuovi politici.
Ebbene, a distanza
di venti anni possiamo cominciare a tirare le somme di questa trasformazione. Cosa
ha prodotto? Ha migliorato la politica italiana o no? L’ingresso della società
civile negli austeri palazzi della politica ha saputo innovare e rendere più
libera, più democratica la politica? E soprattutto: l’ha resa più pulita? Gli
eventi accaduti di recente devono farci rispondere “no” a tutte queste domande.
La politica è più inaccessibile di ieri, la casta dei politici ancor più
privilegiata di ieri, la corruzione ancor più diffusa e radicata di ieri. Ma c’è
un’aggravante rispetto a ieri: nella Seconda Repubblica i politici assomigliano
di più agli italiani che li hanno eletti, sono parte di quella società civile
che li ha delegati a governare, provengono da ambienti molto vicini a quelli frequentati
dagli elettori. Dall’azienda di famiglia alla libera professione, dallo stadio
alla discoteca, dai concorsi di bellezza alle tv locali, dal quartiere di
periferia a quello dello shopping di lusso: questi gli ambienti da cui proviene
la nuova classe politica della Seconda Repubblica; provenienza che ne fa un
distillato, un campione rappresentativo delle trasformazioni avvenute nella
società italiana dagli anni Novanta in poi.
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Joseph De Maistre (1753-1821) |
“Ogni nazione ha il
governo che si merita”, scrisse con saggia amarezza il filosofo conservatore Joseph
De Maistre all’inizio del XIX secolo. Questa affermazione è tanto più vera in
un sistema democratico, dove il cittadino può scegliere i partiti e gli uomini
che lo governeranno. Si dirà che in Italia il voto di preferenza è stato
sottratto agli italiani dalla legge Calderoli del 2005 (il noto “Porcellum” che
sostituì il “Mattarellum”): forse questo è vero per Lusi e, in parte, per Belsito;
ma che dire di Fiorito che nel 2001 è stato eletto direttamente dalla
popolazione come sindaco di Anagni? Che dire del fatto che, malgrado la
condanna del 2005 da parte della Corte dei Conti, per avere usato soldi
pubblici in attività auto promozionale, sia stato eletto consigliere regionale
del Lazio nel 2005 e poi rieletto nel 2010, quest’ultima volta addirittura con grande
successo di voti, come dicevo all’inizio? E infine: che dire di quei consigli
regionali, come quello del Lazio disciolto di recente, in cui i rimborsi spese
elargiti ai partiti di ogni colore superano di gran lunga le spese del
Parlamento e del Quirinale? I consiglieri regionali non sono imposti dalle
liste bloccate dei partiti, ma vengono eletti dai cittadini con voto di
preferenza.
La casta è corrotta,
almeno in buona parte. Non fornisce buoni esempi, è vero. Ma dalla società
civile italiana arrivano forse lezioni di etica pubblica? Sarebbe da illusi
sostenerlo: la società civile italiana è troppo di frequente al di sotto della
sufficienza in fatto di moralità civile. Come si spiegherebbe, diversamente, la
fabbrica dei falsi invalidi che pesa sui conti pubblici, secondo l’Inps, per
circa 1,5 miliardi di euro l’anno (si veda ad esempio Repubblica, 1 febbraio 2012)? E come potremmo spiegare altrimenti la
diffusione capillare dell’evasione fiscale che rappresenta ormai il 18% del Pil
(si veda ad esempio Il Sole24ore, 15 giugno 2012)? Come spiegare l’illegalità diffusa che, come ho scritto nel post del 29 giugno scorso, si apprende già sui banchi di scuola, laddove vi sia indulgenza
nei confronti dello studente che copia? Come spiegare, insomma, l’irritazione
che spesso gli italiani mostrano nei confronti di tutto ciò che è regola,
controllo e sanzione?
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Evasione fiscale e sommerso in Italia (dal Corriere della sera) |
Le recenti vicende
di corruzione dicono molto della realtà politica nostrana. Ma purtroppo dicono
molto anche dello stato in cui versa la moralità pubblica degli italiani. Forse
ha ragione chi dice che occorre ricostruire tutto in Italia. Solo che la
ricostruzione dovrebbe partire dal basso, dai cittadini che la popolano. Una
valutazione, questa, che non troverà facilmente accoglienza presso i politici e
il pubblico italiani, perché poco indulgente e priva di intenti populisti; in
breve è una valutazione troppo realista. E il realismo politico, in Italia, non
ha mai avuto grande fortuna.