Seconda parte – Il
“popolo” contro l’inciucio
Una parte degli italiani
(quanti? Un quarto? Un decimo? Un centesimo?) sembra non amare le trattative.
Alcuni “megafoni”, che dicono di parlare a nome del “popolo”, affermano che gli
accordi sono “inciuci”. Dietro questo termine c’è il “sospetto universale”,
come ha scritto ieri Galli della Loggia, che ogni compromesso sia un complotto,
che esso nasconda una cospirazione tra poteri forti ai danni, ancora una volta,
del “popolo”: che insomma vi sia da un lato la malvagità diabolica degli
“inciucisti”, dall’altro la purezza etica del popolo che sa sempre in cosa
consiste il bene, il puro, il buono. “La categoria d’inciucio, nella sua
indeterminatezza e nella sua indimostrabilità – osserva Galli della Loggia –
costituisce una sorta di versione in tono minore di un’altra ben nota
categoria, da decenni ai vertici dei gusti del grande pubblico: la categoria di
‘misteri d’Italia’ con la connessa tematica del ‘grande complotto’. Ogni vero
inciucio, infatti, contiene inevitabilmente un elemento di ‘mistero’ e d’alta
parte ogni ‘mistero’ non implica forse chissà quanti inciuci?” (E. Galli della Loggia, Il sospetto universale, Corriere della sera, 24 aprile 2013).
Sono felice di apprendere
che un attento studioso della nostra società, come l’editorialista del Corriere, sia giunto più o meno alle
conclusioni cui ero pervenuto nel post del 18 marzo scorso: una parte del
pubblico italiano è attraversata da un’onda di “paranoia cospirazionista”,
figlia della sottocultura televisiva di massa, ma rafforzata e diffusa da internet
che ha esaltato e quasi, direi, legittimato a livello planetario l’uso della
retorica“complottista”, condizionando parte dell’opinione pubblica. Oggi questo
uso è diventato strumento politico nelle mani soprattutto (sebbene non
esclusivamente) del M5S: Grillo, Casaleggio e alcuni dei loro accoliti hanno
fatto e stanno facendo del tema del complotto ai danni del “popolo” il motivo
dominante del loro conflitto con le istituzioni della Repubblica.
Eppure, come abbiamo visto,
non c’è nessun volere unanime e certo dietro le manifestazioni di voto (nell’urna
o in rete) di queste ultime settimane; soprattutto in quelle svolte in rete non
c’è alcun “popolo”, poiché i numeri esibiti corrispondono, a mala pena, a
quelli dei tifosi della curva di uno stadio di calcio. E riguardo agli
“inciuci” occorre ricordare che è la nostra stessa Costituzione ad affidare ai
partiti, non al popolo, il compito di rappresentare la nazione: l’attribuzione
di forti responsabilità ai partiti e al Parlamento, e di deboli poteri
all’esecutivo, obbliga le parti politiche a cercare accordi e compromessi, al
fine di far funzionare l’attività legislativa. Si dirà: allora cambiamo la
Costituzione! Certo, è proprio quello che da oltre 20 anni molti in Italia (tra
questi Sartori, ad esempio) si affannano a chiedere, inascoltati e spesso
insultati, dai sostenitori della “voce del popolo”, come affossatori della
Costituzione nata dalla Resistenza: la nostra Costituzione è “la più bella del
mondo”, quindi “non si tocca!”. Quante volte l’abbiamo sentito dire da
sedicenti interpreti del “volere della nazione tutta”?
Naturalmente per cambiare la
Costituzione occorre seguire precise procedure, create apposta per evitare le
prevaricazioni di cui parla Panebianco nell’editoriale citato nello scorso post.
“Le buone Costituzioni sono sempre state stilate da giurisperiti, mentre le
Costituzioni che sono un parto assembleare (vedi America Latina) sono state
tutte pessime (come non potevano essere)”, ha scritto di recente Giovanni
Sartori (La libertà degli eletti, Corriere della sera, 17 aprile 2013).
Come potrebbero, in Italia, lavorare serenamente esperti di legge, nel chiuso
del proprio studio, se fuori la piazza viene sobillata da chi grida
all’inciucio nel nome del popolo italiano? Anche se poi, come accaduto nel
1946-’47, il compromesso tra varie parti politiche venisse raggiunto in
Parlamento alla luce del sole, siamo sicuri che il “megafono della Rete” non
urlerebbe al “tradimento del volere del popolo emerso dalle consultazioni
online”? Costoro non accetterebbero nemmeno un’Assemblea Costituente
liberamente eletta, come quella del 2 giugno 1946; né alcun “compromesso
costituzionale” (ripeto: come quello del ’46-’48) sarebbe raggiungibile in un
contesto di intimidazioni, sobillazioni, sospetti, dicerie di complotti.
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Manifestazione interventista a Milano (maggio 1915) |
Nel maggio 1915 qualche
migliaio di scalmanati nazionalisti italiani (per lo più giovanissimi)
inscenarono manifestazioni violente e clamorose per spingere il Parlamento
italiano ad interrompere la condizione di neutralità e a decidere l’entrata in
guerra dell’Italia. I giornali vicini al “movimento” (che rappresentavano
allora quel che oggi è la “Rete”: il più forte mezzo di comunicazione di massa)
scrivevano parole di fuoco per sostenere l’interventismo. Il Parlamento era in
buona parte neutralista, sebbene fosse disorientato da quanto stava accadendo.
Per convincere l’Italia ad entrare in guerra, l’Inghilterra aveva avanzato
generose promesse nel Patto di Londra, firmato ad aprile dal governo Salandra e
reso pubblico all’inizio di maggio, promesse che costituivano una tentazione, ma,
ciò nonostante, nell’incertezza sul da farsi, il 16 maggio il Parlamento tolse
la fiducia a Salandra, e mise ogni decisione nelle mani del Re, il quale respinse
le dimissioni del governo e ribadì in questo modo la scelta interventista.
Ebbene, mentre in Parlamento
accadeva questo, un gruppo di giovani nazionalisti, sganciatosi da una delle
rumorose manifestazioni romane pro-guerra, fece irruzione nell’androne di
Montecitorio, ruppe qualche vetro, spaventò parlamentari e commessi, cantò
qualche canzonaccia e poi se ne andò. A commento di questo episodio, il giorno
dopo Mussolini, già interventista, scriveva sul Popolo d’Italia: “La terribile settimana di passione dell’Italia,
si è chiusa con la vittoria del Popolo. […] le nuvole basse della mefitica
palude parlamentare sono dileguate davanti al ciclone che prorompeva dalle
piazze. […] L’irruzione dei cittadini romani nei sacri recinti della Camera è
un segno dei tempi. Si deve a puro caso se oggi Montecitorio non è un mucchio
di macerie nere. Ma si deve al popolo italiano se oggi l’Italia non è al livello
della Grecia e della Turchia. […] Ora si respira. L’orizzonte è sgombro e sulla
cima estrema vi fiammeggia la volontà d’Italia. Volontà di guerra. L’ha
dichiarata il Popolo al disopra della mandria parlamentare. Il Re l’ha inteso.
La guerra c’è” (in Stefano Farina, Il
Ventesimo secolo. Storia e documenti, vol. I: 1898-1922, Roma, Spazio Tre, 2005, p. 415). Qualche giorno prima, sempre
Mussolini aveva definito i deputati “pusillanimi, mercatori, ciarlatani, proni
al volere del Kaiser”; e il Parlamento “bubbone pestifero che avvelena il
sangue della Nazione. Occorre estirparlo” (Popolo
d’Italia, 11 maggio 1915, in op. cit.,
p. 411). Gli fece eco D’Annunzio, con un violento discorso pronunciato a Roma
il 13 maggio 1915: “Non è più tempo di parlare ma di fare; non è più tempo di
concioni ma di azioni, e di azioni romane. Se considerato è come crimine
l’incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo
prenderò sopra me solo” (op. cit., p.
413).
Così, una sparuta minoranza,
violenta e antiparlamentare, spacciandosi per interprete del “volere della
Nazione” e del “popolo”, portò il Paese in guerra. Parole di fuoco suscitarono
azioni dirette e violente. L’azione violenta, volontaristica e diretta,
sostituita al grigiore del dibattito parlamentare, venne gabellata per “volontà
degli italiani”. Le parole sono pietre, scriveva Carlo Levi. Le parole sono azioni,
scriveva Ludwig Wittgenstein. E possono diventare pallottole.
Oggi siamo di nuovo di
fronte alla stessa situazione del 1915? In effetti, poche migliaia di persone sono
riuscite a tenere in scacco il Parlamento, hanno impedito per settimane la
formazione di un governo con ostinazione, hanno ricattato le istituzioni
autoproclamandosi voce della Rete, hanno intimidito gli eletti. Il tutto
spacciando le proprie azioni per “volontà popolare”. Non ci si può giustificare
affermando che anche i partiti (sottinteso: “vecchi”) non rappresenterebbero
il popolo, oppure affermando che la democrazia ormai è morta e quindi tanto
vale fare un massacro. Finché si sta nell’alveo delle leggi e della
Costituzione (come ha affermato lo stesso Rodotà commentando la “marcia su Roma”
dei grillini della scorsa settimana) la democrazia non è morta. Che i suoi
meccanismi siano da rivedere, che la stessa Costituzione sia da riformare e che
debba nascere una vera Seconda Repubblica è sacrosanto; che il ritardo nell’attuare
queste riforme abbia portato l’Italia all'impasse di oggi è altrettanto vero. Ma
che si voglia fare strame di quel che resta, calpestando diritto, procedure,
regole in nome di un’inconsistente “volere della gente” è molto pericoloso: non
è il “nuovo”, è solo un conato autoritario che aspira ad eliminare ogni potenziale
avversario. Il nuovo consiste nell’attuare le riforme di cui abbiamo bisogno, non
nell’infuocare le piazze con la rabbia e il risentimento. Per fare le riforme servono trattative, accordi, compromessi. Riflettiamoci, prima
di vedere ancora il sangue scorrere. (2-fine)