USCIRE DALL'EURO E FARLA FINITA
CON L’EUROPA?
Uno scenario fantapolitico.
Ma davvero vogliamo farla finita con l’Europa? Davvero vogliamo
uscire dall’euro e far sì che ognuno, ogni stato nazionale voglio dire, segua la
propria politica, interna ed estera, come vuole? E proprio questo che vogliamo?
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25 marzo 1957: la firma dei Trattati di Roma con cui nasceva la CEE |
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Il cancelliere tedesco Konrad Adenauer (1876-1967), |
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Robert Schuman (1886-1963) Presidente del primo Parlamento europeo |
Intendiamoci: non sono mai stato entusiasta dell’Europa unita
fin qui realizzata. Nata nel 1957 con i Trattati di Roma, per impedire (non
dimentichiamolo) la ricaduta in guerre e totalitarismi, per generare un
contesto di prosperità e libertà in un continente devastato da più di 30 anni
di dittature e guerre, l’Europa federale sognata da Jean Monnet e Robert Schuman,
da Konrad Adenauer e Paul-Henri Spaak, da Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli
è diventata nel tempo una sovrastruttura burocratica, interessata a creare un
mercato di merci e capitali protetto rispetto all’esterno, libero al suo
interno ma sostanzialmente privo di reale potere politico.
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Jean Monnet (1888-1979), Primo presidente della CECA |
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Altiero Spinelli (1907-1986), Commissario europeo dal 1973 al 1976 |
Così, il direttorio
di Bruxelles che ha governato la UE è divenuto sempre più lontano dai
sentimenti della gente comune, sempre più in conflitto con i loro interessi
reali, sempre più sottratto alle forme del controllo democratico. A parte la
libera circolazione di merci, capitali e persone, l’altra realizzazione di
questo caravanserraglio della burocrazia europea è stata la moneta unica,
salutata dai tecnocrati alla vigilia del XXI secolo come la soluzione a tutti i
nostri mali.
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La sede del Parlamento europeo a Bruxelles |
Chi scrive non era entusiasta allora di questa costruzione
puramente economico-finanziaria, né lo è ora: la moneta unica non ci ha reso
più europei, né hanno saputo farlo il mercato e la libertà di muoversi senza
passaporto in lungo e in largo per il continente. Probabilmente ci sono
profonde ragioni storico-culturali per cui non siamo diventati europei, ragioni
ricordate in modo acuto da Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale del Corriere della sera del 25 luglio scorso
(Un’antica diversità. Europa tedesca e
mediterranea, vedilo qui: http://archiviostorico.corriere.it/2012/luglio/25/ANTICA_DIVERSITA_Europa_Tedesca_Mediterranea_co_9_120725096.shtml). Italiani, spagnoli, portoghesi,
greci da un lato sono profondamente diversi tra loro e ancora di più lo sono
rispetto a francesi, tedeschi, inglesi, scandinavi e olandesi dall’altro. Siamo
profondamente diversi nella cultura, nei valori, negli interessi economici e
nell’organizzazione sociale. Forse è anche un bene che queste differenze
rimangano e forse è persino poco auspicabile un potere che controlli un intero
continente, poiché non potrebbe che essere lontano, burocratico, tecnocratico. Più
è esteso il territorio su cui un potere ha giurisdizione, più è difficile, per
chi vive in esso, tenere quel potere sotto il controllo di procedure
democratiche. Per tutte queste ragioni ho sempre rivolto molte critiche alla
costruzione europea fin qui realizzata, e ho sempre accolto con scetticismo la
promessa della cittadinanza europea e l’insopportabile retorica politically correct che l’ha
accompagnata negli ultimi 30 anni.
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La sede del Parlamento europeo a Strasburgo |
Eppure, oggi dovremmo riconoscere che i rischi connessi con
la fine dell’Unione europea, o anche soltanto con l’avvio di una sua parziale
disgregazione, potrebbero essere molto gravi. Proviamo ad utilizzare un po’ di
immaginazione e vediamo quel che potrebbe accadere se un simile scenario si
avverasse. Costruiamo uno scenario fantapolitico sulla base delle conoscenze
delle passate e delle recenti crisi economiche e politiche. Vediamo.
Supponiamo che l’Italia (o la Grecia, o la Spagna, o il
Portogallo: insomma uno dei paesi più deboli dell’Europa occidentale) esca dall’eurozona;
dopo l’uscita si tornerebbe alla moneta nazionale precedente, la lira nel caso
dell’Italia.
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In azzurro la zona euro |
La moneta sarebbe debolissima, ovviamente, perché l’uscita
dall’euro è avvenuta appunto per l’incapacità di sostenere i parametri relativi
ai rapporti deficit-pil e debito pubblico-pil. La debolezza della moneta
renderebbe poco redditizi gli investimenti dall’estero, sicché gli investitori
stranieri scapperebbero a gambe levate, lasciando centinaia di aziende sul lastrico.
Rimarrebbero gli investitori nostrani: poiché la competitività delle aziende
italiane sul piano internazionale è bassissima, a questi non rimarrebbe che
chiedere alla Banca d’Italia di svalutare ulteriormente la lira, producendo
un’inflazione a due cifre, simile o peggiore di quella degli anni Settanta, per
recuperare un po’ di capacità competitiva. Risultato di questa operazione:
abbattimento drastico del potere d’acquisto degli stipendi, assenza totale di
investimenti in innovazione e ricerca (poiché – come accaduto già 40 anni fa – si
preferirebbe contare sul basso costo dei nostri prodotti causato dalla
svalutazione, piuttosto che sulla loro qualità), aumento del ritardo
competitivo dell’Italia rispetto alle nazioni più sviluppate. Naturalmente il
mercato a disposizione dei nostri prodotti sarebbe ristrettissimo: pochissimo
export e molte importazioni, dato che la mancanza di fonti energetiche ci
condannerebbe a continuare ad importare petrolio e carbone a costi altissimi a
causa della debolezza della lira. Praticamente la nostra industria venderebbe
prodotti di scarsissima qualità quasi esclusivamente a squattrinati clienti
italiani. Bassa produzione e bassissima produttività genererebbero un gettito
fiscale miserrimo: servizi pubblici, sistemi del welfare, stipendi dei
dipendenti pubblici si ridurrebbero fino quasi a scomparire. Per sostenersi, la
spesa pubblica dovrebbe aumentare la tassazione in modo spietato e soprattutto
ricorrere all’aumento del debito pubblico, promettendo tassi di interesse su BOT
e BTP superiori a quelli degli anni Settanta. Sarebbe così distrutta la possibilità
di investire in Borsa e verrebbe eliminata di fatto ogni forma di mercato
finanziario. Le nostre aziende dovrebbero ridursi a piccole manifatture
artigianali a gestione familiare, poiché non potrebbero reggere i costi degli
investimenti senza un sistema finanziario capace di anticipare i capitali.
Queste trasformazioni economiche, in un contesto in cui la globalizzazione
continuerebbe a richiedere grandi capacità concorrenziali, avrebbe presto
conseguenze politiche di rilievo. Anche senza ipotizzare un effetto domino
(l’uscita dell’Italia potrebbe causare quella della Spagna, del Portogallo e
della Grecia; a queste seguirebbero Francia, Olanda, Belgio e Germania…),
potrebbe accadere quanto segue: o alcune regioni italiane si staccherebbero dal
resto della nazione, sperando di poter contare su minori costi e maggiore
efficienza; o si cercherebbe di fronteggiare le difficoltà economiche nazionali
introducendo elevatissimi dazi doganali per colpire tutte le merci importate.
Nel primo caso le regioni secessioniste sarebbero inevitabilmente attratte da
organismi statali più vasti e contigui dal punto di vista geografico:
Lombardia, Veneto, Friuli e Trentino si unirebbero con Francia, Austria,
Germania o Slovenia; il centro-sud farebbe coalizione con qualche compagine
statale mediterranea (Spagna, Grecia; oppure Egitto, Libia, Tunisia, Marocco,
Algeria…). L’Italia, insomma, scomparirebbe, con giubilo dei leghisti e di
quanti negli ultimi 40-50 anni hanno inveito contro il sentimento di
appartenenza alla nazione. Nel secondo caso, quello dei dazi doganali, la
nostra nazione salverebbe per un po’ l’unità, ma l’economia diventerebbe simile
a quella del Giappone prima della rivoluzione industriale: isolata dal resto
del mondo, povera, tradizionalista, depressa; capace di produrre merci a
bassissimo contenuto tecnologico e poco remunerative. Potrebbe anche capitare
che, sollecitate dal comportamento duramente isolazionista dell’Italia, le
altre nazione rispondano con un analogo isolazionismo, elevando anch’esse forti
dazi sulle importazioni: l’economia globalizzata cesserebbe di esistere e al
suo posto avremmo un sistema di mercati segmentati, come negli anni Trenta del
Novecento, gli uni contro gli altri, pronti a scannarsi pur di salvare uno 0,1
% di pil.
Lo sbocco molto probabile di uno scenario come questo
(apocalittico, lo ammetto, ma non del tutto irrealistico) sarebbe la guerra: il
ricorso alle armi e alla vecchia “politica di potenza” sarebbe infatti l’ultima
risorsa per nazioni ormai svincolate da qualsiasi obbligo di solidarietà e
bisognose comunque di cercare le risorse per mantenersi. La guerra tornerebbe
in Europa e si allargherebbe al resto del mondo ancora una volta come 70 anni
fa.
È uno scenario pessimistico quello che ho dipinto. Ma, come
dicevo, non così irrealistico. Nella storia situazioni di crisi, arresto e
arretramento della civiltà, anche più tragiche di quella da me descritta, si
sono verificate spesso, e sempre in modo imprevisto. Davvero crediamo di essere
pronti ad affrontare un simile rischio?
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I simboli di Alba dorata, il movimento nazionalista e nazista diffusosi in Grecia di recente |
Credo che ci sia solo un modo per evitare un esito così
drammatico alla crisi che stiamo vivendo: rafforzare le strutture federali
dell’Europa, non indebolirle o, peggio, dissolverle nei rinascenti nazionalismi
aggressivi.
Ciò che da sempre trasforma un anonimo ammasso di uomini in
cittadini, che in modo solidale condividono e rispettano norme comuni, è la
presenza di istituzioni politiche, ovvero di uno Stato. L’assenza di vere
istituzioni politiche federali sovrane ha reso inevitabilmente l’Unione Europea
sottomessa ai veti delle potenze via via egemoni nel continente: la Francia, la
Gran Bretagna e, soprattutto, la Germania. Perché esista uno Stato sovrano,
dotato della capacità coercitiva di far rispettare le proprie decisioni, deve
esistere il monopolio della forza legittima. Quest’ultimo, a sua volta, è il
prodotto di una comune organizzazione difensiva: progetto, quello di costruire
una Comunità Europea di Difesa, che, com’è noto, naufragò negli anni Cinquanta
e mai più venne ripreso e discusso. Finché è durata la guerra fredda forse esso
era superfluo, visto il ruolo svolto in quel contesto dalla Nato. Ma oggi, a
distanza di oltre 20 anni dalla fine della guerra fredda, l’Europa deve dotarsi
di una propria forza militare comune, se vuole avere il potere reale di uno
Stato federale sovrano: infatti, la delicatezza politica che tale iniziativa
avrebbe, obbligherebbe i cittadini europei ad accettare l’esistenza di
strutture politiche sovranazionali alle quali gli Stati nazionali dovrebbero
cedere gran parte della propria sovranità. Con l’acquisto della piena
sovranità, la UE otterrebbe due risultati: innanzitutto sottrarrebbe al governo
tedesco e alla Bundesbank il potere di veto che di fatto oggi hanno in ogni
decisione finanziaria (ad esempio lo scudo anti-spread, l’acquisto dei titoli
di Stato delle singole nazioni da parte della Bce, l’emissione di Eurobond e
così via); in secondo luogo avrebbe reali poteri di programmazione economico-finanziaria
a beneficio di tutti i membri della Comunità.
Qualsiasi decisione si debba prendere in questo momento per
risolvere la crisi dei debiti sovrani di Grecia, Spagna, Portogallo e Italia,
quella decisione deve essere presa da istituzioni federali forti: per uscire
dalla crisi, che ci piaccia o no, dobbiamo avere più Europa, non meno Europa.