Riforma elettorale: una nuova “legge truffa”?
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Alcide De Gasperi (1881-1954) |
21 gennaio 1953: la
Camera dei Deputati italiana approva la legge n. 148, contenente norme di
riforma della legge elettorale proporzionale in senso maggioritario.
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2 giugno 1946: referendum istituzionale ed elezione dell'Assemblea costituente |
La legge elettorale
della Repubblica italiana risaliva a pochi anni prima, poiché nel marzo 1946,
con il Decreto legislativo luogotenenziale n. 74, era entrata in vigore la
legge con cui si sarebbero tenute le elezioni del 2 giugno successivo, insieme
al referendum istituzionale nel quale gli italiani avrebbero scelto tra
repubblica e monarchia. Il sistema elettorale che quel decreto prevedeva era
largamente proporzionalista, mentre la legge del 1953 introduceva il criterio
maggioritario: il partito (o la coalizione) che avesse ottenuto almeno il 50%
più 1 dei voti validi avrebbe avuto il 64,5% dei seggi, ovvero un premio di
circa il 14,5%.
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Piero Calamandrei (1889-1956) |
Come molti
ricorderanno, la sinistra si oppose con forza alla legge del 1953, contestando
al governo De Gasperi, che l’aveva proposta e sostenuta, non solo il contenuto
della norma, ma anche il modo con cui essa era stata deliberata. Alla legge si
oppose anche l’estrema destra (il Partito Nazionale Monarchico e il Movimento
Sociale Italiano) e furono in forte imbarazzo con i propri partiti anche alcuni
esponenti di formazioni moderate che sostenevano la normativa: Piero
Calamandrei e Tristano Codignola, ad esempio, si opposero alla legge ed entrarono
in conflitto con il Partito Socialista Democratico al quale appartenevano; per
la stessa ragione Ferruccio Parri uscì dal Partito Repubblicano e insieme a Calamandrei
fondò Unità Popolare, formazione politica che aveva lo scopo di avversare il
nuovo sistema maggioritario.
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Il simbolo di Unità popolare |
In effetti le
modalità di approvazione della legge n. 148 furono al limite della correttezza
istituzionale, se non proprio della legalità. Infatti, poiché alla Camera si
discusse a lungo e si mostrarono in tutta la loro estensione i pareri contrari
e i dubbi, al Senato il governo e l’Ufficio di Presidenza fecero in modo di
accorciare il dibattito; poi, approfittando della festività della domenica
delle Palme, in cui tradizionalmente i lavori venivano sospesi, si passò al
voto con l’assenza di molti deputati e senatori, ottenendo così il varo della
legge. La DC aveva bisogna che la norma venisse approvata in tempo per le
elezioni del giugno seguente e, temendo una perdita di consensi dopo il periodo
di governo centrista che durava dal 1948, intendeva presentarsi alle elezioni
senza correre il rischio di perdere la guida assoluta dell’esecutivo. Fu
Calamandrei, a quanto pare, ad usare per primo l’espressione “legge truffa” per
riferirsi alla legge maggioritaria, alludendo con tale espressione al modo con
cui era stata approvata, ma soprattutto al contenuto di essa: il principio
maggioritario era considerato dall’illustre costituzionalista come un vulnus per la democrazia, un attacco al
principio di rappresentanza, una minaccia per la libertà.
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Un manifesto del Pci contro la "legge truffa" |
Il PCI e il PSI si
gettarono a corpo morto nella mobilitazione contro la legge, accusarono De
Gasperi di aver attuato un colpo di Stato e di voler instaurare una dittatura
ottenendo, attraverso il premio maggioritario, il controllo assoluto del
Parlamento. Il rischio di tornare al ventennio fascista, secondo l’opposizione,
era reale e imminente, perciò occorreva una fortissima mobilitazione contro il
governo e contro la DC. La sinistra evocò lo spettro della legge Acerbo, quella
che nelle elezioni del 1924 aveva consentito al Partito Fascista di vincere le
elezioni, utilizzando anche la violenza e le intimidazioni in aggiunta al rilevante
premio di maggioranza che quella norma consentiva (2/3 dei seggi al partito che
raggiungeva il 25% dei suffragi). Così, la campagna elettorale del 1953 fu assai
dura e i toni che vi si impiegarono furono da guerra civile: il PCI paventò il
rischio della dittatura, la DC quello dell’anarchia. Ma le cose andarono diversamente:
alle elezioni del 7-8 giugno la DC, alleata con il PSDI, il PRI, il PLI, il
Partito sardo d’Azione e la Sudtiroler Volkspartei ottenne il 49,8% dei voti;
la sola DC perse quasi il 9% dei suffragi rispetto al 1948; il PCI e il PSI
aumentarono i loro voti portando in Parlamento 35 deputati in più rispetto al
1948; ma aumentarono anche i suffragi delle forze di estrema destra, i
monarchici e il MSI. Nel complesso furono le forze moderate di centro e
centro-sinistra ad uscire sconfitte; vinsero invece le forze estreme, sia di
destra sia di sinistra.
Un momento della campagna elettorale del 1953 immortalato da una copertina della Domenica del Corriere |
Ovviamente il premio
di maggioranza non scattò, seppure solo per pochissimi voti (poco più di 50
mila). La DC, da partito di maggioranza assoluta qual era stato nel 1948, divenne
partito di maggioranza relativa: perciò continuò a governare, ma da quel
momento non poté più farlo da sola, bensì in coalizioni sempre più vaste e
sempre più instabili. La volontà di De Gasperi di evitare, grazie alla legge
maggioritaria, l’instabilità degli esecutivi naufragò completamente, obbligando
la DC ad aprirsi ad alleanze con la destra monarchica e missina. La legge n.
148 venne poi abrogata nel 1954.
Certo, oggi sappiamo
che il fallimento della legge maggioritaria portò, dopo i conflitti generati
dall’ingresso nella maggioranza del Msi e dei monarchici (dal 1957 al 1960),
verso il centro-sinistra del 1962, quando il PSI entrò nell’esecutivo insieme
alla DC. Ma la precarietà dei governi e la difficoltà a trovare compromessi tra
i partiti da quel momento divennero la regola della politica nella prima
Repubblica.
La vicenda della
legge truffa mi è venuta in mente ascoltando il dibattito, tuttora in corso,
sulla riforma elettorale. Oggi è il PD di Bersani, erede di quel PCI che nel 1953
si oppose alla legge maggioritaria, a chiedere a gran voce un sistema
proporzionale con un forte correttivo in senso maggioritario. Cosa c’entra con
la legge del 1953? Bé, valutate voi: allora il premio maggioritario che la
legge 148 proponeva era del 14,5% a favore del partito che otteneva il 50% più
uno dei voti validi; oggi il PD propone di attribuire la maggioranza assoluta a
quel partito (o coalizione) che ottenga circa il 40% dei voti. Non solo: al
partito che non dovesse raggiungere quella soglia, il PD propone di assegnare un
“premietto” del 10%, sicché, se venisse accettata questa idea, con un terzo dei
voti si potrebbe ottenere quasi la metà dei seggi! E pensare che la legge
truffa è ancora oggi presentata, nelle opere degli storici di sinistra, come parte
di una più vasta strategia della DC di “restringere le libertà civili […],
rafforzare la legge e l’ordine, […] limitare i diritti degli estremisti”,
strategia di cui “la legge elettorale fu l’elemento più importante”: così scrive
Paul Ginsborg, storico di sinistra molto amato dagli intellettuali progressisti
che frequentano gli Istituti di storia della Resistenza, nella sua Storia d’Italia 1943-1996. Famiglia,
società, Stato (Torino, Einaudi, 1998, p. 168).
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Lo storico Paul Ginsborg |
Sia ben inteso: non
vi è nulla di male nel cambiare opinione, né nell’affermare oggi quel che ieri
veniva imputato ad altri come attacco alla democrazia. I tempi cambiano, le
necessità della politica mutano con essi. Ma mi piacerebbe sentire qualche
intellettuale di sinistra riconoscere che la proposta di De Gasperi non era un
colpo di Stato, ma il tentativo, per usare le parole oggi utilizzate da
Bersani, di garantire stabilità e “governabilità” ad un paese in preda a conati
insurrezionali sia di estrema destra sia di estrema sinistra. Se questo riconoscimento
vi fosse, allora potremmo dire che la nostra memoria storica sta cominciando ad
essere condivisa e pacificata.
Infine, trovato l’accordo
sul nostro passato, occorrerebbe ricordare a quanti stanno discutendo la riforma
elettorale che un eventuale premio di maggioranza si può dare solo al partito (o
coalizione) che ha ottenuto un vasto consenso, almeno del 45-50%: altrimenti
sì, che si potrebbe evocare lo spettro della legge Acerbo! Chi ha un quarto o
un terzo dei voti validi non può attribuirsi la maggioranza assoluta dei seggi.
Se così dovesse accadere, ricorderemmo la nuova legge elettorale come una
rediviva “legge truffa”. Ma lo riconoscerebbero anche gli intellettuali di
sinistra? Ne dubito.