5a parte: Dallo jihadismo a
Bin Laden. Le origini dello jihadismo.
Il termine jihad in arabo significa “sforzo”, “impegno”, “lotta”. Per i
musulmani la parola indica tutti quegli atteggiamenti e quei comportamenti che
servono per combattere il peccato e rafforzare la fede. In particolare il
fedele distingue tra “grande jihad” e “piccolo jihad”: il primo consiste
nell’impegno interiore, esclusivamente spirituale, per correggere le proprie
inclinazioni verso il male, per contrastare le tentazioni che provengono dalle
passioni e dagli impulsi; il seconda è invece esteriore e consiste nell’impegno
militare contro coloro che minacciano la fede e i fedeli. Gli islamisti
interpretano il jihad come guerra ideologica contro tutti gli infedeli,
percepiti come minaccia nei confronti della fede. Questa particolare lettura
del termine ha fatto nascere lo jihadismo:
un movimento politico-militare, diffuso in molte regioni popolate da musulmani,
che persegue deliberatamente l’obiettivo della lotta armata e cruenta contro
l’Occidente, considerato il principale nemico dell’Islam. I gruppi che seguono
lo jihadismo sono moltissimi, quasi tutti sorti negli ultimi 30 anni a causa soprattutto
di due eventi: l’inasprimento della questione medio orientale, scoppiata dopo
la costituzione dello Stato di Israele (1948) ma diventata particolarmente
violenta dagli anni Ottanta in poi; la rivoluzione iraniana del 1979. Una sia
pur sommaria ricostruzione della loro storia sarebbe davvero impresa ardua per
le mie forze, e comunque troppo lunga per essere ospitata nelle pagine di
questo blog. Sulla questione, del resto, esistono molti studi seri e documentati
pubblicati in occidente, non pochi di questi tradotti in lingua italiana. Si
veda ad esempio l’opera fondamentale di Gilles Kepel, Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico,
(2003), tr.it. Roma, Carocci, 2004; il saggio di Bernard Lewis, forse il più
importante studioso dell'Islam al mondo, intitolato Le origini della rabbia musulmana. Millecinquecento anni di confronto
tra Islam e Occidente, (2004), tr. it. Milano, Mondadori, 2009; oppure Luciano
Pellicani, Jihad: le radici, Roma,
Luiss University Press, 2007. Molto utile è anche l’articolo, rinvenibile online, di Leonardo Sacco intitolato Riflessioni
giuridiche e non solo giuridiche su fondamentalismo islamico e jihadismo,
in Iura Orientalia, VI, giugno 2010,
pp. 316-353: oltre ad essere riccamente corredato da note bibliografiche, è un’aggiornata
rassegna sullo stato attuale degli studi sul problema dello jihadismo.
Qui mi limiterò a
poche osservazioni sulle origini dello jihadismo, su due dei gruppi più noti e
infine su Al-Qaeda.
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Anwar al-Sadat, Presidente egiziano dal 1970 al 1981 |
È a partire dagli anni
Ottanta, come dicevo, che compaiono nella scena politica i primi gruppi
jihadisti. L'atto fondativo dello jihadismo fu l'attentato a Sadat del 1981
messo a segno dalla Jihad islamica egiziana (JIE, o “Gruppo al-Jihad),
organizzazione guidata da Salam al Faraj e di cui uno dei leader era il giovane
Ayman al Zawahiri (che incontreremo ancora). La JIE era sorta entro l’organizzazione
dei Fratelli musulmani; con l’attentato del 1981 essa volle punire il
Presidente egiziano Anwar Sadat per aver firmato nel 1979 la pace di Camp David
con Israele. Per questo gruppo, che accoglie in pieno l'insegnamento di Qutb,
la jihad è un obbligo di fede, addirittura uno dei pilastri dell'islam, la cui
importanza sarebbe stata nel tempo occultata in modo ipocrita e opportunista
dagli esperti di diritto musulmano che avrebbero insegnato la jihad come una
sorta di “obbligo assente”. Il gruppo segnalò così la propria opposizione
rispetto alle posizioni assunte dai Fratelli musulmani che negli anni Settanta avevano
preso le distanze dalle teorie di Qutb sull'avanguardia armata, pur non rinunciando
all'instaurazione di un potere islamico da realizzarsi attraverso la
predicazione e le conversioni di massa: una tattica attendista, secondo la
Jihad egiziana, che si contrapponeva alla scelta dello scontro aperto con l’infedele,
strada preferita da questo gruppo. Così la JIE portò ciclicamente il suo
attacco ai soggetti simbolo del potere corrotto degli infedeli: cristiani,
ebrei, turisti (noto l'attentato del 1997 contro i turisti a Luxor). Duramente
combattuta da Mubarak, la Jihad egiziana è stata spesso costretta a lunghe
pause per rinsaldare le fila dell'organizzazione. Ricercati dalle polizie del
mondo occidentale, gran parte dei suoi attivisti sono confluiti in al-Qaeda dopo
l’11 settembre 2001, tanto che il governo degli Stati Uniti ormai equipara la
Jihad egiziana all’organizzazione di bin Laden.
L'attentato a Sadat, il 6 ottobre 1981 |
Dall'Egitto lo
jihadismo emigrò in Algeria all'inizio degli anni Novanta. Qui, nel 1991 il FIS
(Fronte islamico di salvezza, raggruppamento tradizionalista islamico che ha al
suo interno ali jihadiste) trionfò nelle elezioni politiche. Ma le elezioni
vennero annullate dai militari che assunsero il potere: il colpo di stato
militare del ’92 provocò la dura risposta islamista che organizzò l'AIS (Armata
islamica di salvezza) la quale si oppose con le armi alla dittatura militare.
Nacque anche il GIA (Gruppo islamico armato) che concepiva l'uso della violenza
non come forma di resistenza ma come un fine in sé: un fine da perseguire per
spazzare via il potere empio ovunque si annidasse. IL GIA estese il ricorso
alla violenza anche contro donne e bambini, andando oltre la proibizione
teologica: colpire donne e bambini parenti di uomini che avevano scelto il
campo avverso era il modo per portare a fondo il programma di punizione dei nemici
della vera fede. Per il GIA l'uso della violenza assunse perciò valenze sacre e
simboliche: nel corso della cruenta guerra civile algerina degli anni Novanta
(1992-’97), i miliziani del GIA uccidevano gli avversari caduti nelle loro mani
seguendo un rituale sacro, cioè lo sgozzamento halal (ovvero uccisione “lecita”). La vittima era infatti considerata
un animale impuro che andava purificato attraverso il taglio della gola e il
conseguente dissanguamento; poi i corpi venivano decapitati per impedire la
ricomposizione del cadavere; infine i resti venivano cremati per anticipare
alla vittima il tormento del fuoco promesso da Dio a chi rifiuta l'autentica
fede. La guerra civile algerina assunse così il carattere di un autentico mattatoio
dove perirono centinaia di migliaia di vittime e dove si misero in luce gli
“afghani”, cioè i combattenti volontari che negli anni precedenti erano andati
a combattere contro l'Urss in Afghanistan (di loro parlerò nel prossimo post).
La vicenda algerina
ebbe grande influenza su due dei più noti gruppi jihadisti che operavano già da
qualche anno nell’area palestinese e libanese, gruppi che hanno tuttora grande
influenza in quelle regioni: gli Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina.
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L'emblema di Hezbollah |
La prima organizzazione
è nata nel 1982 dopo la rivoluzione iraniana di Khomeini, sicché è di orientamento
sciita (ricordo che le principali correnti religiose musulmane sono quella
sunnita, maggioritaria, e quella sciita, minoritaria ma molto forte in Iran e
Iraq). Nel 1982 Israele occupò il Libano meridionale per difendersi dagli
attacchi terroristici che provenivano da quella regione; la conseguenza di tale
occupazione fu il precipitare del Libano nel caos della guerra civile, durante
la quale si formarono molte organizzazioni ispirate ai vari orientamenti
religiosi presenti in quello Stato: cristiani, drusi, sunniti, sciiti. L’organizzazione
degli Hezbollah fu appunto una di queste. Il loro emblema è una bandiera gialla
al cui centro campeggia un versetto del Corano
che dice: “Colui che sceglie per alleati Allah, il Suo Messaggero e i credenti,
in verità è il partito di Dio, che avrà la vittoria”. Hezbollah, infatti, vuol
dire Partito di Dio. Nell’emblema la lettera alif, prima lettera del nome di Allah, è resa con una mano che
stringe un mitra ed è affiancata dal globo terrestre. Hezbollah è accusata
dagli Stati Uniti, ma anche da alcuni paesi arabi (Egitto, Arabia Saudita,
Giordania) di aver svolto attività terroristica contro Israele; dal 2005 anche
il Parlamento europeo ha riconosciuto che l’organizzazione è stata responsabile
di atti terroristici. Tuttavia Hezbollah ha molto seguito tra gli sciiti
libanesi, perché svolge anche attività di sostegno e assistenza nei servizi
sociali, gestendo una rete di ospedali e di scuole. Tra i suoi obiettivi più
volte proclamati vi è la distruzione di Israele come “entità sionista”.
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Hassan Nasrallah |
Oggi
Hezbollah è guidato da un leader, Hassan Nasrallah, che è riuscito ad ottenere
non solo il ritiro dell’esercito israeliano dal Libano meridionale, ma anche un
accordo con Israele in base al quale entrambe le parti rinunciano a colpire la
popolazione civile (2005). Ciò ha migliorato la fama del movimento in
Occidente, tuttavia nel 2010 i servizi segreti israeliani hanno scoperto piani
segreti messi a punto da Hezbollah in accordo con Iran e Siria per colpire l’“entità
sionista”: da allora su Nasrallah è calata di nuovo l’ombra del sospetto che vi
siano lui e la sua organizzazione dietro molti recenti attentati subiti da
Israele.
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Miliziani libanesi hezbollah durante una manifestazione |
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Emblema di Hamas |
Riguardo ad Hamas
(sigla che significa “Movimento per la resistenza islamica”; ma la parola
significa anche “entusiasmo”, “fervore”), essa è nata nel 1987 come derivazione
dei Fratelli musulmani e per volontà dello sceicco Ahmad Yassin. L’anno in cui
nacque è anche quello dello scoppio della prima “intifada”, ovvero della
ribellione esplosa nei territori palestinesi contro l’occupazione israeliana.
Ma è durante la seconda intifada, dal 2000 al 2006, che Hamas si mise in luce,
portando a compimento molti attentati suicidi non solo contro l’esercito di
Israele ma soprattutto contro la popolazione civile israeliana. L'importanza di
Hamas ha oscurato un altro gruppo palestinese meno noto, ma di vedute simili:
la Jihad islamica palestinese di Fati Shqaqi. Entrambi hanno praticato la jihad
nella forma del martirio: essi hanno portato il “combattimento per Dio” nelle
città israeliane facendosi saltare in aria insieme alle loro vittime. Secondo
loro il martirio indicherebbe ai veri musulmani, e al popolo palestinese in
particolare, qual è il compito degli autentici credenti quando l'Islam è in
pericolo. Infatti il Corano proibisce
il suicidio, ma lo jihadismo interpreta il sacrificio di sé come atto in difesa
della fede, e ciò è ammesso dal libro sacro.
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La bandiera di Hamas |
La difesa della fede ha come
obiettivo primario, per Hamas, la cancellazione di Israele e la creazione di
uno stato islamico “dal fiume al mare”, cioè dal Giordano al litorale
mediterraneo. Nel 2005 Hamas, grazie alla mediazione del Presidente palestinese
Abu Mazen, ha firmato una tregua con Israele e da allora gli esponenti
dell’organizzazione sottolineano che la loro opposizione ad Israele è solo di natura
politica, non religiosa. Tuttavia lo Statuto di Hamas non è stato modificato,
ed esso prevede ancora la distruzione dello Stato di Israele; non solo: molte
dichiarazioni dei leader di Hamas trasudano un lessico decisamente antisemita
che riceve spesso l’approvazione di governi antioccidentali e antisemiti, come
quello iraniano.
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Miliziani di Hamas in parata |
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Hamas propaganda l'uso di bambini negli attentati suicidi |
Il seguito popolare
di Hamas nei territori oggi amministrati dall’Autorità nazionale palestinese è
immenso, anche perché l’organizzazione, come Hezbollah, gestisce una rete di assistenza
sociale (ospedali, scuole, biblioteche) molto ramificata tra i palestinesi.
Questo spiega come mai Hamas abbia vinto numerose elezioni amministrative nei
territori palestinesi, ma soprattutto le elezioni politiche del gennaio 2006,
quando l’organizzazione batté a sorpresa al-Fatha, il partito nato dall’OLP di
Yasser Arafat, eleggendo ben 74 dei 132 deputati del Parlamento palestinese e
suscitando apprensione e allarme presso i governi occidentali. Infatti, la
presenza di Hamas nelle maggioranze che hanno sostenuto i governi palestinesi
dal 2006 in poi ha reso più difficili le trattative per la pace in medio
oriente, e ha portato nel 2007 ad una vera e propria contrapposizione da guerra
civile tra Hamas e al-Fatah, interrotta solo dalla mediazione del re Saudita e
dall’intervento del presidente Abu Mazen che nel 2009 è riuscito a creare un
governo di unità nazionale presieduto da Salam Fayyad. Sono molti i paesi che
considerano Hamas un pericolo per la pace in medio oriente, tra questi gli
Stati Uniti, il Canada, l’Unione europea.
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I bambini armati di Hamas |
La crescita del
terrorismo islamista che si è avuta a cominciare dalla fine degli anni Ottanta
ha avuto una notevole influenza su Hamas che, sia dopo l’87 sia dopo il 2000,
ha adottato una politica del massacro molto coerente, come ha scritto Paul Berman.
Hamas ha messo a punto una tecnica poi impiegata da altre organizzazioni,
Hezbollah compresi: colpire a caso luoghi affollati, colpire soprattutto
bambini, possibilmente utilizzando bambini come kamikaze. Negli anni Novanta
sulle pareti degli asili di Gaza e Cisgiordania gestiti da Hamas si trovavano
spesso manifesti con scritto “i bambini sono i santi martiri di domani”. I
genitori devoti si rivolgevano spesso alla stampa affermando di desiderare il
suicidio dei propri figli. (5 – continua)
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Bambino kamikaze di Hamas |