Speranza di novità
o rischio di autoritarismo?
Il Movimento 5 Stelle è la
punta dell’iceberg di un malcontento e di un’insofferenza nei confronti della
politica italiana che sta per esplodere. Ci troviamo su una polveriera che
potrebbe saltare in aria da un momento all’altro, trascinando con sé disonesti
e onesti, corrotti e vittime, riformatori e conservatori, buoni e cattivi.
Dopo Tangentopoli (1992)
molti italiani si erano illusi che la corruzione sarebbe terminata, o almeno
che sarebbe stata drasticamente ridotta. Nel crollo del sistema politico che ne
derivò, la speranza di cambiamento di almeno un terzo dell’elettorato si è
incanalato verso nuove forze politiche sorte dalla metà degli anni Ottanta in
poi: da Forza Italia alla Lega, dalla Rete ad Alleanza Democratica all’Italia
dei Valori. Dieci anni prima la speranza di uscire dagli inetti governi
democristiani si era incanalata verso il Psi di Craxi; dal 1992 si incanalò
verso forze politiche che sembravano essere “antisistema”, ovvero avverse alla
partitocrazia della Prima Repubblica. Purtroppo furono tutte speranze che
andarono deluse. Come Craxi fu travolto proprio da Tangentopoli, così
Berlusconi e la Lega, le più longeve tra quelle forze nuove, dopo aver
governato insieme per quasi 20 anni hanno lasciato un paese ancor più devastato
dalla corruzione e dall’immoralità. Le leggi che queste forze politiche hanno
nel frattempo emanato, talune con il consenso dell’opposizione di sinistra,
costituiscono una pesante eredità per l’Italia attuale e ne condizioneranno
ancora a lungo la vita politica, se non interverrà qualche radicale cambiamento:
penso soprattutto alle norme sul federalismo regionale, fortemente volute dalla
Lega e propagandate come la rivoluzione che avrebbe finalmente cancellato il
centralismo statale e dato voce ai cittadini, riportato il potere nelle loro
mani, ridato vigore alla volontà della società civile. Il risultato, dopo due
decenni di proclami illusori, è sotto gli occhi di tutti: il grosso della
corruzione si annida proprio al livello delle amministrazioni regionali, provinciali
e comunali. La totale assenza di controllo su esse da parte degli organi
politici centrali ha dato agli amministratori locali un potere immenso,
autoreferenziale, privo di limiti e di obblighi, situazione che, quando è
esplosa, ha finito per nauseare e allontanare ancora di più i cittadini dalla
politica.
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Forza Italia nel 1994 |
Capisco la sensazione di
frustrazione che molti italiani hanno provato nel corso dell’ultimo anno: dopo
avere vissuto il disastro di una crisi economica che ha distrutto il reddito di
milioni di famiglie, di fronte allo spettacolo indecoroso dei vari Fiorito e
Lusi, di fronte all’incapacità del Parlamento di varare anche solo una
modestissima riforma elettorale, molti hanno deciso di esprimere un voto di
protesta, di nuovo “antisistema”, una sorta di grido di dolore per un’Italia
che sta affondando. Tra costoro forse un 10% lo ha deciso all’ultimo istante,
provocando quel terremoto politico-parlamentare che oggi stiamo vivendo. Perciò
condivido quanto ha affermato lo storico Galli della Loggia nell’analisi del voto
del 24 febbraio pubblicata l’8 marzo dal Corriere
della sera (Il voto di quell’Italia insoddisfatta che da quarant’anni cerca di cambiare). Lo condivido solo in
parte, però. Cercherò di spiegare il perché.
“C’è una generazione di
Italiani, - ha scritto Galli della Loggia - c’è una parte del Paese, la quale
già a partire dalla fine degli anni Settanta si accorse di quattro fatti che
solo ora, dopo decenni, stanno entrando nella consapevolezza di tutti”. I
quattro fatti elencati dall’autore sono, in rapida sintesi: l’inadeguatezza
della seconda parte della Costituzione (quella che definisce le istituzioni di
governo del Paese); le distorsioni e il malcostume introdotti dalla
partitocrazia; l’esaurirsi della spinta propulsiva e della capacità della
Democrazia cristiana di tutelare la democrazia; la subalternità dell’intera
sinistra al Partito comunista italiano, cosa che ha decretato, per questa parte
politica, l’impossibilità per decenni di vincere le elezioni.
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Un numero di Liberal del 1998 |
Questo è ciò che
condivido dell’analisi di Galli della Loggia. Ho la presunzione di far parte di quella
generazione di italiani ricordata dall’autore. Dalla fine degli anni Settanta,
appunto, anche per avere avuto la fortuna di incontrare intellettuali come
Galli della Loggia, ho cominciato a prendere consapevolezza di quei problemi e
in ogni occasione, privata o pubblica, in cui mi è stata data la possibilità di
farlo, non ho mai temuto di esprimermi criticamente sui limiti della nostra
Costituzione, contro la partitocrazia, contro l’inefficacia dei governi democristiani,
contro il ruolo egemone del Pci nella sinistra italiana. Per queste ragioni, appunto,
appartengo alla schiera di coloro che, come ricorda l’autore dell’articolo, nel
corso degli ultimi quattro decenni ha seguito con interesse la discussione
sollevata dalle proposte di “riforme istituzionali” avanzate da Bettino Craxi,
ha votato (sempre) per i radicali, ha sostenuto i referendum di Mario Segni, ha
sperato (pentendosene subito) nel liberalismo professato, a parole, da
Berlusconi. Mi sono sempre opposto alla Lega, tuttavia ne ho seguito con
curiosità gli inizi, quando il dibattito culturale sul federalismo era animato
da Gianfranco Miglio e ospitato da riviste anticonformiste e colte come Liberal. Mi sento parte, insomma, di
quella storia e di quella generazione. Ho condiviso la necessità di forti
cambiamenti istituzionali e politici, l’impellenza dell’uscita dalla Prima
Repubblica, quando molti altri (la maggioranza) si nascondevano ancora dietro l’antifascismo
degli anni Settanta e si ponevano a difesa intransigente di ogni virgola della
Costituzione, se non addirittura di ideologie rassicuranti che attribuivano
tutte le colpe al capitalismo e vaneggiavano di rivoluzioni armate condotte
dalle masse proletarie.
Ma questa volta le cose mi
sembrano diverse. Certo, è vero, come sostiene Galli della Loggia, che il
Movimento 5 Stelle rappresenterebbe una nuova speranza di cambiamento per gli
italiani che l’hanno votato. Ma, e qui arriva il mio dissenso con l’articolo in
questione, non credo che lo sia Grillo, anzi penso che il Movimento 5 Stelle dovrebbe
liberarsi dalle inquietanti ambiguità del suo leader. Se questo non accadrà, c’è
da essere realmente preoccupati per diversi motivi.
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Casaleggio e Grillo |
Innanzitutto perché il M5S non
è un partito (lo stesso Grillo lo ha detto più volte: “siamo un non-partito!”),
ma piuttosto qualcosa di simile ad un’affiliazione commerciale. Essa si basa su
un marchio depositato di cui sono proprietari esclusivi il signor Beppe Grillo
e la Casaleggio Associati. I meetup
che localmente hanno costituito gruppi aderenti all’affiliazione hanno potuto
usare il marchio, solo firmando un documento di rinuncia all’uso proprietario
dello stesso, di esclusivo diritto di Grillo e Casaleggio. Insomma, è come se
quei gruppi fossero un negozio in franchising: liberi di usare l’attrattiva offerta
dal marchio, ma alle condizioni fissate dalla proprietà. Sicché, chiunque osi
parlare a nome del marchio rischia di subire azioni legali avviate dalla
proprietà per impropria o illegittima utilizzazione. Si spiega così come mai il
M5S non abbia mai riunito un Congresso nazionale, nel quale, di solito, gli
aderenti di un movimento o di un partito si incontrano, discutono e stabiliscono
una linea da seguire; niente congresso, poiché la linea è stata decisa a priori
ed esclusivamente dalla proprietà. Ha un bel dire Grillo che nel decidere il comportamento
da tenere prossimamente in Parlamento verranno utilizzate la democrazia diretta
e la web democracy: in cosa consisteranno?
Nel selezionare dal suo blog (o da qualsivoglia piattaforma wiki allestisca
Casaleggio nelle prossime settimane) solo i pareri favorevoli alla sua linea di
intransigenza? Chi garantirà la trasparenza di un luogo virtuale in cui solo i
proprietari e gli amministratori potranno dire in quanti hanno espresso il loro
parere, su cosa, e con quali risultati? Del resto queste domande non sono più
il solo a formularle (vedi ad esempio l’articolo dell’Espresso che, un mese fa, presentava il libro di Federico Mello, Il lato oscuro delle stelle. La dittatura
digitale di Grillo e Casaleggio, Edizioni Imprimatur, 2013).
In secondo luogo lo stesso
programma elettorale del M5S, tanto propagandato per i suoi presunti contenuti
innovatori, sbandierato per le sue proposte concrete e vicine ai “bisogni della
gente” ora, improvvisamente, sembra non essere più importante per lo stesso leader
del movimento. Che non conti più lo ha spiegato a chiare lettere lo stesso
Grillo nella sua recente intervista a Time
(Italy’s Beppe Grillo: meet the rogue comedian
turned in kingmaker, by Stephan Faris, Time,
7 marzo 2013 vol. 181, n. 10: vedi qui). Ad una precisa domanda dell’intervistatore
che chiedeva come mai Grillo insista su proposte (come il referendum sull’euro,
la nazionalizzazione delle banche, la dichiarazione di insolvenza del debito
pubblico) che non sono contenute nell’attuale programma del Movimento, il
comico ha così risposto: “Lo stiamo ancora discutendo. E allora lo scriveremo
nel programma. Dateci tempo. Io propongo un’idea di base. Non è un piano
politico. È una visione del mondo. Non stiamo sostituendo una classe politica
con un’altra. Noi vogliamo il 100% del Parlamento, non il 20%, o il 25% o il
30%”. Quindi, traducendo dalle sfere metafisiche in cui si muove Grillo nel
linguaggio di noi comuni mortali, il programma presentato dal M5S alle elezioni
politiche non è stato un programma, ma una “visione del mondo”; il programma
vero e proprio deve ancora arrivare e non si sa chi e come lo elaborerà. Se i
meccanismi di discussione interni al movimento sono quelli che ho prima
indicato (cioè quelli tipici di un’affiliazione commerciale) si può
legittimamente ipotizzare che la prossima “visione del mondo” sarà ancora
inventata da Grillo e dalla Casaleggio Associati, i quali ascolteranno la voce
di quegli attivisti che ne condivideranno le idee salvifiche: le voci
dissenzienti non verranno neppure prese in considerazione.
Tutto ciò non può non
destare qualche preoccupazione. Il fascismo non c’entra nulla, non lo evoco
neppure come paragone, non ho bisogno di utilizzare lo schermo protettivo dell’antifascismo
per temere che all’interno del Movimento 5 Stelle non vi sia democrazia; timore
che diviene viva preoccupazione se si considera che, come egli ha affermato
apertamente, Grillo mira al 100% del Parlamento. Questa unanimità, che il
comico definisce come autogoverno dei cittadini che “divengono stato”, in
realtà dovrebbe essere ottenuta non da cittadini liberi e privi di appartenenza,
ma da un partito ben preciso, il M5S, quindi è legittimo chiedersi: quel 100%
potrà discutere liberamente o sarà censurata ogni deviazione come tradimento e
slealtà? E come potrà farlo se il movimento continuerà ad assomigliare ad un’affiliazione
commerciale? Ma, soprattutto, come potrà in Parlamento esserci una libera
dialettica di idee e di confronti se non ci sarà un’opposizione? Chi porrà dei
limiti a quel 100%? Non vorrei scomodare John Stuart Mill e Alexis de
Tocqueville per ricordare che una maggioranza, senza il contraltare di una minoranza,
si può fatalmente trasformare in dispotismo.
Non commenterò più di tanto,
poi, il resto dell’intervista di Grillo, perché credo che si commenti da sola.
Ricorderò solo un passaggio. Alla domanda “Non hai paura che, se fallirai, la
stessa energia che ti ha spinto verso l’alto possa sollevare forze oscure?”,
Grillo risponde così: “Se noi falliamo, in Italia ci sarà la violenza nelle
strade”. Come interpretare queste parole? Come un’intimidazione? Come dire: “o
fate come dico io, o si scatenerà la violenza”? Grillo, in effetti, dice che
dovremmo tutti ringraziarlo se finora non c’è stata violenza, perché il suo
movimento la sta canalizzando; ma, aggiunge, se il suo movimento crollerà,
allora essa esploderà. Come dire: “dopo di me il diluvio: o me, o non rispondo
di quel che potrebbero fare i cittadini arrabbiati e da me mobilitati”. Qui, chiedo scusa, ma il
ricordo del discorso del 16 novembre 1922 (noto come “discorso del bivacco”: vedilo qui), pronunciato davanti al Parlamento da Mussolini, non può non venirmi in
mente: “Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti […] Mi sono rifiutato
di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti […] io potevo
castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo.
Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo
sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo:
ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. Non voglio fare altri
paragoni con il fascismo, ma vorrei ricordare che è Grillo stesso a proporre una
sorta di continuità ideale con la novità costituita da quel movimento. Sempre nell’intervista
suddetta, infatti, ha proseguito dicendo che “tutto è iniziato in Italia. Il
Fascismo è nato qui. Le banche sono nate qui. Noi abbiamo inventato il debito
pubblico. Anche la mafia. Ogni cosa è partita da qui. Se la violenza non partirà
da qui, sarà per il movimento”.
Le ragioni dei miei timori
non si fermano a queste considerazioni. Potrei dilungarmi a discutere punto per punto il programma
di Grillo (quello già pubblicato e quello annunciato dai suoi proclami) ma scoprirei
solo che le proposte che condivido di esso non solo sono pochissime (l’abolizione
del finanziamento pubblico ai partiti, leggi più severe sulla corruzione, la
drastica riduzione dei costi della politica), ma negli ultimi anni le ho
sentite avanzare da molti altri, senza per questo sentire affermare la
necessità della conquista del 100% del Parlamento. Riguardo alle proposte insostenibili
(l’uscita dall’euro, la giornata lavorativa di 20 ore, la non restituzione del
debito pubblico ai legittimi creditori, il reddito di cittadinanza, il rifiuto
della Tav) rinvio alle analisi economiche effettuate dalla voce.info: chiare ed efficaci confutazioni della fattibilità o dell’opportunità
di queste idee (ad esempio, vedere qui sul reddito di cittadinanza). Ci sono infine le proposte pericolose, pronunciate ad alta voce
durante lo tsunami tour o pubblicate sul blog di Grillo negli ultimi anni, come
lo ius sanguinis per stabilire chi è
cittadino italiano, l’abolizione dei sindacati, il licenziamento degli statali ritenuti
superflui, la nazionalizzazione delle banche, l’apertura di credito a nazioni
come l’Iran, la malcelata volontà di educare gli italiani secondo una “pedagogia
nazionale”… Idee imbarazzanti e preoccupanti, da dispotismo antimoderno. Sono
convinto che se si facesse davvero un referendum tra gli eletti del M5S esse
sarebbero del tutto bocciate.
Ci sono anche altre ragioni
per cui per ora non riesco a vedere nel M5S quell’annuncio di cambiamento che
vi vede Galli della Loggia. Ragioni, per così dire, psicologiche e sociologiche
sulle quali tornerò in un prossimo post. Per ora giungo a questa prima
conclusione: il problema principale del M5S è proprio il suo leader, Beppe
Grillo. La sua intransigenza, la sua rigida chiusura al dialogo e al confronto
(snobbando fra l’altro i media italiani), la sua abitudine ad utilizzare un
linguaggio offensivo e ad insultare chiunque proponga idee diverse dalle sue,
screditano il suo movimento, presentandolo come antidemocratico e dispotico. Se
davvero il M5S costituisce una speranza di cambiamento, la prima cosa che i
neoeletti dovrebbero fare è smarcarsi da Grillo e da Casaleggio, rivendicare la
propria autonomia, proprio come stabilito da quell’articolo 67 della
Costituzione che, non a caso, Grillo vorrebbe abolire.
Rivolgo un invito temerario
agli attivisti cinque stelle neodeputati: liberatevi di Grillo e del suo blog
che rappresenta solo una finta democrazia, allontanatevi da Casaleggio, denunciate
i vincoli commerciali che vi obbligano ad un'illiberale sudditanza e cominciate
a ragionare seriamente, con chi ci vuole stare, su cosa fare per salvare l’Italia
dal baratro e rilanciarne lo sviluppo. Se sarete capaci di fare questo, persino
io, che non ho lesinato critiche al vostro Movimento, vi sosterrò. Grillo e Casaleggio
non sono stati eletti, non hanno ricevuto voti, non hanno alcuna legittimazione
politica da parte degli italiani; voi sì: fatela valere.