Seconda parte. L’eredità dell’8
settembre: la divisione permanente
Dopo l’8 settembre, l’Italia si trovò così ad essere governata da due
Stati: uno al Nord, guidato ancora da Mussolini ma sotto la protezione dei
nazisti; uno al Sud guidato ancora da Badoglio ma sotto la protezione degli Alleati.
L’Italia aveva perso l’unità e l’indipendenza in un sol colpo; per quanto possa
apparire indigesta e antiquata, la parola patria
va usata in questo contesto: ebbene, la patria
era perduta o, come ha messo in luce Galli della Loggia nel suo saggio, era morta, defunta.
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L'Italia divisa tra 1943 e 1945 |
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Mussolini passa in rassegna reparti della RSI |
Non soltanto era andata perduta l’unità politico-territoriale, ma le
antitesi nella società italiana divennero allora radicali, permeate di odio,
affidate alla violenza e all’uso delle armi. Furono soprattutto i giovani a
trovarsi di fronte a scelte tragiche.
I giovani neofascisti si sentirono traditi dal re, da
Badoglio, dai vecchi gerarchi fascisti che accusarono di debolezza. Condivisero
perciò l’ansia di riscossa del fascismo, ora repubblicano e rimasto fedele
all’alleato nazista. Oggi appare ovvia la contraddizione di questo
comportamento: i giovani “repubblichini” volevano la rinascita la nazione, ma perseguivano
questo scopo usando un mezzo, il protettorato germanico, che negava all’Italia
la possibilità di esistere come nazione. Ma allora, nella cornice di odio e di vendetta
che caratterizzò quella svolta storica, era forse meno ovvio comprendere il
significato di quelle scelte.
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Una formazione partigiana |
I giovani che si diedero alla Resistenza furono animati dalla stessa
sindrome del tradimento. Si sentivano traditi da coloro che aveva condotto il
paese alla rovina: il re, le gerarchie militari, la borghesia e, naturalmente,
il fascismo che aveva svenduto il paese ai tedeschi. Questo spiega come mai
nella Resistenza furono decisamente maggioritarie le correnti antimonarchiche,
anticonservatrici e antiborghesi, minoritarie quelle monarchico-militari e
moderate, a differenza di altre resistenze europee, ad esempio quella francese.
Questo spiega la forza dei nuclei comunisti e azionisti che sul tema della
rinascita dell’Italia sulla base di una rivoluzione antiborghese e
anticonservatrice trovarono una decisa convergenza (Resistenza come
rivoluzione).
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Palmiro Togliatti all'epoca del suo rientro in Italia (1944) |
Ma all’interno del fronte della Resistenza le fratture
c’erano, nonostante la convergenza di cui si è appena detto. I comunisti, che
si avvertivano come un’articolazione del fronte internazionale guidato da
Stalin, concepivano la Resistenza come una rivoluzione collettivistico-statalistica,
secondo l’esempio sovietico. Perciò per loro la vicenda nazionale non era altro
che un capitolo interno agli interessi prioritari dell’Urss e doveva adattarsi
anche alle scelte tattiche di quest’ultima. Come fu, ad esempio, l’arrivo di
Togliatti a Salerno e la svolta da lui compiuta (marzo 1944) entro il Pci e il
CLN: l’accantonamento della pregiudiziale istituzionale e la costituzione di un
nuovo governo Badoglio con la partecipazione dei partiti antifascisti (aprile
1944: primo governo di unità nazionale).
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Tessera del Partito d'Azione (1946) |
Il Partito d’Azione, sorto nel 1942 dalle Brigate
partigiane di Giustizia e Libertà, aveva perseguito lo scopo di abbattere il
fascismo e di restituire la libertà all’Italia, costruendo quella repubblica
che non era mai sorta (donde il nome del Partito che si richiamava a quello di
Mazzini). La sua parola d’ordine era “rivoluzione democratica”, tuttavia in
esso convivevano almeno due anime: una radicale di orientamento socialista,
l’altra moderata di orientamento liberale. Sicché al crollo elettorale del 1946
seguì la diaspora: una parte degli “azionisti” confluì negli schieramenti socialisti
e comunisti, un’altra finì in quelli del riformismo laico.
Oltre alle correnti comunista e azionista, sicuramente
maggioritarie tra gli antifascisti, nella Resistenza vi erano altre due anime:
una moderata (cattolica) e una conservatrice (liberale e militar-monarchica),
entrambe minoritarie.
Sotto la proclamata unità delle forze antifasciste, si
agitava perciò una pluralità di organizzazioni dai contenuti ideologici e
politici assai diversi, sebbene la direzione unitaria fosse assicurata dai
Comitati di liberazione nazionali, espressioni locali dei partiti, e dal
Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia, organo superiore collegato al
governo del Sud.
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La bandiera del CLN |
Significativa è poi un’altra frammentazione, anch’essa
destinata a durare dopo la Liberazione: quella dei riferimenti internazionali
delle forze operanti nella Resistenza. Tutte parlavano di Stato nazionale e
della necessità di ripristinarne la sovranità e l’unità, ma ognuno intendeva queste
cose come lo sbocco di un diverso percorso. I comunisti ritenevano
fondamentale, per la libertà e la sovranità nazionale, la vittoria dell’Urss; i
monarchici guardavano alla Gran Bretagna come baluardo per la nostra
indipendenza; i cattolici alla Chiesa, sebbene i repubblicani cattolici
puntassero di più sull’aiuto degli Usa per contenere le sinistre
filosovietiche. Senza riferimenti espliciti il P.d’A., che anche perciò fu più
debole rispetto agli altri partiti, vaso di coccio tra vasi di ferro. Sicché
l’unità della lotta al nazifascismo era solo apparente, poiché si stava già
preparando il terreno per la prossima dissoluzione della coesione: dopo un
biennio di residuale permanenza dell’unità, essa cedette nel biennio 1947-’48
ad una nuova contrapposizione frontale.
La Resistenza appare perciò segnata da due caratteri strettamente
legati che condizioneranno la storia della nascente repubblica: da un lato la
partitizzazione e dall’altro la doppia lealtà, quella dichiarata e ufficiale
(allo Stato nazionale); quella reale (ad un potere sovrannazionale o straniero).
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28 aprile 1945: sfilata di partigiani (al centro, in borghese, si riconosce Pietro Secchia) |
Ma la più significativa divisione ereditata dalla
crisi della nazione avvenuta l’8 settembre è la nascita e la diffusione
dell’ideologia dell’antifascismo. Proprio le diverse appartenenze
internazionali nel dopoguerra produssero, sul tema dell’antifascismo, una
spaccatura insanabile all’interno del fronte che aveva combattuto nella
Resistenza.
Tra
i liberaldemocratici, ed anche in parte tra i socialdemocratici, il fascismo venne
letto come fenomeno storico circoscritto ad una determinata epoca, cosicché
anche l’antifascismo venne interpretato come esperienza circoscritta e
delimitata: sconfitto il fascismo, l’opposizione ad esso divenne per i
liberaldemocratici parte di un più generale antitotalitarismo che ora aveva
come nemico il comunismo. In ambito comunista, invece, l’antifascismo assunse
un significato metastorico: un’ideologia che da un lato sosteneva essere il
fascismo non ancora sconfitto, bensì sempre in agguato e risorgente, dal
momento che esso era ritenuto tutt’uno con il capitalismo (che non era affatto
venuto meno); dall’altro lato questa ideologia divenne per la cultura comunista
sinonimo di democrazia: se si è antifascisti si è anche democratici; perciò chi
si professa comunista, in quanto antifascista è anche ascritto di diritto
all’ambito della democrazia; chi si professa anticomunista è antidemocratico e
oggettivamente fa il gioco del fascismo.
La
logica conseguenza di questa equazione fu la condanna, da parte della cultura
comunista, di ogni posizione politica e intellettuale che non fosse orientata
verso l’ideologia antifascista intesa nel senso sopra detto. In tal modo
l’antifascismo costituì nel dopoguerra italiano l’elemento politico-ideologico
che produsse più divisione e più discordia. Esso si sostituì al concetto di
nazione e diventò il valore dominante della politica italiana per decenni. Le
parole “patria” e “nazione”, bandite dal linguaggio pubblico e sostituite
dall’anodino termine “paese”, furono considerate sintomi del permanere di
sentimenti fascisti.
La
disgregazione dell’Italia avvenuta l’8 settembre aveva così sepolto i pochi
valori di coesione nazionale costruiti dal Risorgimento, mentre le nuove forze
politiche uscite dalla Resistenza, Pci e Dc, insensibili o poco interessate a
quei valori (non dimentichiamo che cattolicesimo e marxismo sono culture con
vocazione ecumenica, sovrannazionale), cercarono di sostituire ad essi, quali
elementi di coesione nazionale, l’appartenenza al partito e la fedeltà alla sua
ideologia: anziché l’adesione alla nazione, all’italiano del dopoguerra venne
proposta l’iscrizione al partito.
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Campagna elettorale della DC per le elezioni del 18 aprile 1948 |
L’identità
partitica di per sé è “divisiva”, conflittuale, non inclusiva. Perciò la
politica italiana, avendo smarrito il riferimento comune ai valori e agli
interessi nazionali, divenne litigiosa, faziosa, ideologica. Se l’Italia in un
simile contesto di alta conflittualità politico-partitica riuscì a
sopravvivere, ciò fu dovuto a due fattori concomitanti: il sostegno
nordamericano (con la conseguente “sovranità limitata”); la minaccia del
comunismo (che donò alla Dc quasi 50 anni di egemonia). Venuti meno questi
fattori e dissoltasi la classe politica repubblicana che aveva governato grazie
ad essi, dagli anni Novanta in poi sono riemerse le vecchie insufficienze e le divisioni
tipiche di una fragile identità nazionale. Le nuove classi dirigenti (quelle
della cosiddetta Seconda repubblica) incapaci di ricostruire l’appartenenza
alla nazione, si sono dedicate con rapacità al perseguimento del lucro: hanno
così esaltato quel carattere “divisivo” che la catastrofe dell’8 settembre 1943
ha lasciato in eredità ai nostri tempi.
Il
superamento di questo carattere dovrebbe passare attraverso una rivalutazione
del legame nazionale tra i cittadini della Repubblica. Ma ogni tentativo
rischia di apparire demodé: l’epoca
attuale indica come orizzonte della futura cittadinanza la dimensione del continente,
o quella del globo. Così, proiettati in una prospettiva mondiale senza essere mai
stati parte di un contesto condiviso di valori nazionali, gli italiani (se ha ancora
un senso usare questo termine) si apprestano a recitare il ruolo degli
individui eterodiretti per eccellenza: senza valori laici nei quali credere, deraciné privi di anima, sorretti solo
dal proprio amaro cinismo. (2-fine)
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Alberto Sordi, nei panni di Nando Mericoni, nella celebre scena degli spaghetti in Un americano a Roma (regia di Steno, 1954) |