1a parte: LA “PRIMAVERA ARABA”,
L’ATTENTATO DI BENGASI E LE ILLUSIONI DELL’OCCIDENTE
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L'ambasciatore statunitense Chris Stevens, ucciso nell'attentato di Bengasi il 12 settembre |
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Stevens morente mentre alcuni funzionari cercano di salvarlo |
L’attentato
terroristico di Bengasi del 12 settembre, in cui hanno perso la vita l’ambasciatore
statunitense Chris Stevens e altri tre funzionari dell’ambasciata, è stato un
brusco risveglio per l’Occidente. In Europa e a Washington ci si era illusi che
le elezioni libiche di luglio, in cui hanno vinto i moderati mentre gli
islamisti radicali sono stati sconfitti, avrebbero portato pace e democrazia in
un paese sconvolto da mesi di guerra civile. Ma oggi, dopo l’attentato, appare più
chiaro quanto molti osservatori andavano ripetendo da tempo: il governo di
coalizione libico, guidato dal filoccidentale Mahmud Jibril, controlla a mala
pena Tripoli, mentre il resto del territorio è nelle mani di bande più o meno
politicizzate, più o meno legate alle fazioni estremiste dell’islamismo
fondamentalista. Quanto accaduto in Libia, unito alle conseguenti manifestazioni
de Il Cairo, sembra dirci che la “primavera araba”, espressione inventata dai
mass media occidentali, è un mito che ha poco a che vedere con la realtà che si
sta profilando nei paesi musulmani attraversati dalle proteste del 2010-2011.
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Muhammar Gheddafi, il leader libico catturato e ucciso dai ribelli nell'ottobre del 2011 |
Tali
proteste erano iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia e si erano poi diffuse,
nel corso del 2011, in Egitto, Libia, Yemen (paesi nei quali i ribelli sono
riusciti a deporre i capi di governo: rispettivamente Ben Alì, Mubarak,
Gheddafi e Abdullah Saleh). Poi l’onda della protesta ha lambito la Giordania
(dove la monarchia si è salvata, ma è stata costretta a promettere un piano di
riforme) e l’Arabia Saudita (dove il re Abd Allah, per rimanere al suo posto,
ha represso le manifestazioni e ha promesso qualche riforma); è giunta con forza
in Bahrain e Gibuti, dove vi sono stati durissimi scontri tra forze dell’ordine
e manifestanti; si è abbattuta con violenza in Algeria, dove i conflitti sono
stati anche più sanguinosi; infine, più di recente, ha colpito la Siria, dove
lo scontro tra ribelli e governo ha mietuto già migliaia di vittime e ogni
giorno si fa più cruento. Nel frattempo anche Iraq, Kuwait, Libano, Marocco,
Mauritania, Oman e Sudan sono stati scossi dalla rivolta. Sono ancora vive
nella nostra memoria le scioccanti immagini della cattura e dell’uccisione del
leader libico Gheddafi da parte dei ribelli; tuttora sono in corso scontri in
molti dei paesi che ho nominato e in altri si stanno aprendo fronti di
conflitto armato; dalla Siria, infine, giungono tutti i giorni terrificanti
bollettini di guerra.
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Sirte, 20 ottobre 2011: il corpo straziato di Gheddafi |
Se
questa è la situazione, perché l’espressione “primavera araba” sarebbe un mito,
come prima l’ho definita? Perché questa espressione riflette più le speranze e
le aspettative di noi occidentali che le reali richieste dei ribelli, e tanto
meno riflette la direzione che gli eventi stanno prendendo nei maggiori paesi
attraversati dalla protesta. In occidente, specie in Europa, si è voluto vedere in
questa ribellione il segno dei tempi: i popoli arabi – questa è la lettura che
hanno dato i mass media occidentali (soprattutto siti e blog di Internet) –
vogliono la libertà, vogliono il diritto di voto, vogliono il diritto al
lavoro, odiano le dittature dei leader al governo, corrotti e incapaci, vogliono,
in una parola, la modernità. Prova principale dell’esistenza di queste
aspettative, prova esibita spesso dai giornali e dalle televisioni, sarebbe il
fatto che i ribelli hanno usato i social network per mobilitarsi, per
organizzarsi, per tenere desta la fiamma della rivolta. Attraverso la Rete essi
avrebbero appreso la modernità e ora, con coraggio, chiederebbero alle loro istituzioni cambiamenti radicali, e sarebbero pronti a voltare
pagina se le riforme non arrivassero. Insomma, i popoli arabi sarebbero più
coraggiosi dei popoli europei che continuano a sopportare governi corrotti e
liberticidi che impongono loro tasse, tasse e ancora tasse…
È
vero che tra le cause delle rivolte ci sono state la corruzione e il dispotismo
dei governi contestati o rovesciati; è vero che i social network hanno giocato
un ruolo importante nel comunicare e diffondere le parole d’ordine della
ribellione; è vero infine che anche la disperazione deve essere annoverata tra
le cause, soprattutto l’incremento del costo del grano che ha letteralmente
affamato buona parte delle popolazioni magrebine e mediorientali. Ma riguardo
agli esiti della “primavera araba” le conclusioni dei mass media occidentali
sono state eccessivamente ottimiste.
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Il neoeletto Presidente egiziano Mohamed Morsi |
Le
cose, infatti, sono assai diverse dalle previsioni delle opinioni pubbliche europea
e nordamericana. In nessuno dei governi nuovi che i ribelli hanno portato al
potere vi è tuttora traccia di una svolta “moderna” in senso occidentale (ad
esempio democrazia liberale, libero mercato, welfare, libertà d’opinione e di
culto, pari diritti tra uomo e donna, libertà d’insegnamento); in alcuni, anzi,
si sono manifestati segnali opposti, o perlomeno contrastanti con la modernità,
poiché le forze che li sostengono sono pericolosamente vicine al
fondamentalismo islamico. Nel più popoloso e influente paese attraversato dalle
rivolte, l’Egitto, si sono tenute elezioni politiche (in un clima tutt’altro
che liberale) che nel giugno di quest’anno hanno portato al potere Mohamed
Morsi, leader dell’ala politica del più importante movimento islamista
egiziano, i Fratelli musulmani. Ebbene a tutt’oggi, malgrado alcuni segnali di
conciliazione, non si sa se Morsi abbia reali poteri o se sia nelle mani delle
fazioni più estremiste del movimento, o di quelle dei generali della precedente
giunta militare che governò provvisoriamente l’Egitto dopo la deposizione di
Mubarak. Ma soprattutto non si sa quale politica questo governo voglia avviare,
se di modernizzazione o di ritorno ad un intransigente tradizionalismo:
paradossalmente, l’esercito e le tendenze dittatoriali dei suoi generali
sembrano costituire un argine contro l’islamismo fondamentalista; i Fratelli musulmani,
invece, contrari alla dittatura militare, sono più vicini al fondamentalismo (cfr. Alessandro
Accorsi, I Fratelli musulmani alla prova del governo, in Limes online, 6/7/2012).
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L'ayatollah Ruhollah Khomeyni (1902-1989), guida della rivoluzione iraniana del 1979 |
Non è la prima volta che nel mondo islamico si presentano simili paradossi:
quando nel 1979 in Iran venne deposto il governo, laico ma dispotico e corrotto,
dello Scià Reza Pahlavi, e andò al potere la rivoluzione islamica guidata
dall’ayatollah Khomeyni, nel mondo occidentale si salutò l’evento come l’inizio
di un’era democratica e di rinnovamento. Come è andata a finire lo sappiamo
tutti: applicazione della legge coranica, dominio degli imam sulle istituzioni,
trionfo del fondamentalismo. Le riforme dello Scià, laiche e moderne, vennero
tutte abolite. La rivoluzione islamica iraniana per l’Occidente fu uno shock
che, unito all’incremento del prezzo del petrolio, suonò come una tromba di
guerra contro le libertà moderne. Altro abbaglio venne dalla politica estera di
Saddam Hussein, presidente dell’Iraq a partire sempre dal 1979: questi, laico e
di religione islamica sunnita, pronunciò parole di fuoco contro i musulmani
sciiti da poco al potere nel vicino Iran, sicché parve un baluardo contro il
rischio del dilagare del fondamentalismo. Per questo, fidandosi di lui, Saddam
Hussein venne sostenuto e armato dagli Stati Uniti, perché aiutasse l’Occidente
ad arginare con le armi la diffusione del fanatismo khomeinista nel Medio
Oriente. Come è andata a finire l’abbiamo visto tutti: Saddam si è rivoltato
contro quell’Occidente che l’aveva armato durante la lunga guerra contro l’Iran
(1979-1988) ed è diventato, lui che era laico, più pericoloso dei fanatici
islamisti iraniani.
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Saddam Hussein (1937-2006) presidente dell'Iraq dal 1979 al 2003, quando venne deposto dall'invasione anglo-americana (Seconda guerra del Golfo) |
Allo
stesso modo oggi, dopo aver creduto che tra le folle islamiche si sarebbe
diffusa la democrazia occidentale per effetto delle loro rivolte, ci
risvegliamo dal sonno e ci troviamo davanti alle immagini di piazze libiche ed
egiziane (ma anche di altri luoghi, ad esempio nello Yemen, in Afganistan) dove ancora si
bruciano le bandiere degli Stati Uniti, dove si urla fanaticamente che occorre
punire i blasfemi che hanno osato nominare Maometto, dove si chiede a gran voce
la guerra santa contro l’Occidente. Odio, violenza, fanatismo e intolleranza,
altro che democrazia dei social network!
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Manifestanti antiamericani a Il Cairo mentre bruciano la bandiera degli Stati Uniti |
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Il pastore protestante Terry Jones, tra i promotori del film L'innocenza dei musulmani |
Che l’attentato di Bengasi sia stato
provocato da una reazione contro il reverendo Terry Jones e contro il film L’innocenza dei musulmani (sul quale si
veda Corriere della sera online: “L’innocenza dei musulmani”. Il film che infiamma Egitto e Libia, 12/9/2012), o che esso sia stato già da tempo
preparato da Al Qaeda, poco importa: il comportamento delle piazze islamiche,
la facilità con cui transitano in esse i messaggi dei fondamentalisti, la capacità
di questi messaggi di mobilitarle dimostrano che non bastano le connessioni ad
Internet per portare la democrazia dove non c’è mai stata la libertà. Le
notizie peggiori, come ricorda Massimo Gaggi sul Corriere della sera di oggi, vengono proprio dall’Egitto, più
ancora che da Bengasi: è in Egitto che l’Occidente, soprattutto gli Stati
Uniti, ha assunto dei rischi enormi abbandonando Mubarak e appoggiando i
Fratelli musulmani e Morsi nella speranza che si arrivasse ad un’apertura
democratica e moderna. Cosa è accaduto invece? Che Morsi non solo ha chiesto
agli Usa di punire gli autori del film accusato di blasfemia, non solo non ha
speso grandi parole per condannare l’attentato di Bengasi, ma tutt’oggi
continua a parlare dell’11 settembre come di “un’oscura macchinazione” (cfr. Massimo
Gaggi, “Li abbiamo liberati, ci hanno traditi”. L’America riflette sui nuovi alleati, in Corriere della sera, 13/9/2012).
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Manifestanti antiamericani |
Siamo
stati vittime di un altro abbaglio? La “primavera araba” veicolata da Internet
ha portato democrazia nei paesi arabi o ha semplicemente rafforzato l’islamismo
radicale e violento (come ipotizza Angelo Panebianco: Lo sguardo miope dell’Occidente: il giorno dopo l’11 settembre, in Corriere
della sera, 13/9/2012)? E anche se le rivolte avessero prodotto
democratizzazione nei paesi arabi, è auspicabile per l’Occidente che in questi
paesi vi sia democrazia senza libertà? Non ci accorgiamo che una democratizzazione
illiberale può essere peggiore di una dittatura militare (cfr. ibidem)? Diciamolo: noi occidentali
capiamo poco del mondo mediorientale, della religione islamica e soprattutto
della traduzione politica del messaggio religioso, il cosiddetto “islamismo”.
Per evitare di essere preda di miti e di prendere ancora abbagli
dovremmo capire bene cosa significano certe parole per gli islamisti radicali:
cosa vuol dire per loro “religione”? Cosa vuol dire “politica”? E “Stato”?
Esiste qualcosa di simile alla nostra parola “libertà” nelle loro lingue? Dedicherò
i prossimi post a questi argomenti, cominciando proprio dai Fratelli musulmani
e dalla loro ideologia. (1 – continua)
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Il simbolo dei Fratelli musulmani |