Prima parte: La democrazia
può essere totalitaria
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Il Quarto Stato, dipinto di Giuseppe Pellizza da Vopedo (1868-1907) |
Anni fa, in un bel saggio
più volte ripubblicato (Democrazia cos’è,
Rizzoli, Milano 1994) Giovanni Sartori scrisse che “se definire la democrazia è
spiegare che cosa vuol dire il vocabolo, il problema è presto risolto […]. La
parola significa, alla lettera, potere (kratos)
del popolo (demos)”. Ma, proseguiva
il costituzionalista, “così abbiamo risolto un problema verbale: si è soltanto spiegato un nome. Il problema di
definire la democrazia è assai più complesso. Il termine democrazia sta per qualcosa. Che cosa? Che la
parola democrazia abbia un preciso significato letterale o etimologico non ci
aiuta affatto a capire quale realtà vi corrisponda e come sono costruite e
funzionano le democrazie possibili. Non ci aiuta perché tra la parola e il suo
referente, tra il nome e la cosa, il passo è lunghissimo” (op. cit., p. 11).
Non ci aiuta, ad esempio, a
capire cos’è il popolo. Si chiede Sartori: “il popolo è un singolare o un
plurale?” Nelle lingue francese, tedesca, italiana si dice “il popolo è”; nelle
lingue anglosassoni si usa il plurale: “people
are”. Detto al singolare, il concetto di popolo identifica una “totalità organica”,
un’unica volontà generale, un ente solido e indifferenziato, nel quale non si
ravvisano diversità. Detto al plurale, invece, denota un aggregato di individualità,
una molteplicità in cui le volontà non sono identiche ma differenziate ed anche
in conflitto. In un sistema che si dice democratico, se a decidere è una
totalità organica - ovvero un’istituzione o un uomo che la rappresenta, che ne
costituisce la voce (o il “megafono”, come oggi qualcuno ama dire) - allora è
inevitabile che eventuali dissensi non solo non verrebbero tutelati, ma molto
probabilmente sarebbero schiacciati. Le minoranze sarebbero prive di libertà,
perché considerate non solo “diverse” rispetto alla maggioranza, ma addirittura
non appartenenti al popolo, estranee alla comunità, quindi pericolose per l’integrità
di questa: insomma, minoranze criminali da punire. In questo tipo di
democrazia, persino chi è parte della comunità sarebbe libero solo se rimanesse
dentro essa, ovvero solo se continuasse ad essere nella maggioranza assoluta: se
dovesse cambiare parere, magari perché si è accorto che chi esegue il “volere
del popolo” è un despota, sarebbe anche lui privato della libertà di dissentire,
poiché diventerebbe parte della minoranza criminale e rischierebbe per questo
la censura e la punizione. Eppure c’è vera libertà solo se si ha la possibilità
di cambiare opinione. Negando questa possibilità, il governo di popolo, inteso
come potere basato su una comunità organica, degenera fatalmente verso il
totalitarismo.
Se il governo del popolo,
quindi, è majority rule, se segue cioè
il principio maggioritario assoluto (ovvero: la maggioranza decide e non lascia
spazio a pareri diversi, considerati come “criminali”), rischia di essere
totalitario e liberticida. Non a caso i regimi totalitari del XX secolo erano
antiliberali, non antidemocratici. Ma sopprimendo la possibilità del dissenso,
questa forma di democrazia assoluta mette in discussione anche il principio della
sovranità popolare, poiché, come dicevo, a nessun membro del popolo sarebbe
concesso di cambiare parere: in una democrazia totalitaria, al popolo è chiesto
di esprimersi solo nel momento della instaurazione del governo, una volta sola
per tutte, poiché ogni altro parere e ogni altra opinione verrebbero a
configurarsi come tradimento di quel mandato iniziale. Per questo nei governi
autoritari (e nei partiti monocratici) le consultazioni elettorali non ci sono
mai, o, se ci sono, hanno l’aspetto di un plebiscito che ratifica decisioni già
prese, senza rispetto per procedure e regole giuridiche. Allo stesso modo l’uso
del web senza vere regole di trasparenza, ovvero senza possibilità di controllo
sul numero dei partecipanti al voto e sulle procedure di scrutinio di questo, diventa
strumento liberticida: democratico sì, ma nel senso della democrazia
totalitaria.
Per salvarsi dal
totalitarismo, la democrazia, dice Sartori, dovrebbe seguire il principio maggioritario
temperato, ovvero: i più decidono nel rispetto delle minoranze, tutelandone il
diritto a dissentire, lasciando che esse possano spiegare al popolo le ragioni
del proprio dissenso. In questo modo si unirebbe la democrazia alla libertà,
affermando il diritto del popolo a governare “nei limiti” del rispetto delle
minoranze. Questi limiti sono ben indicati, ad esempio, nella nostra carta costituzionale
la quale, nell’articolo 1, afferma sì la sovranità popolare ma sancendo, subito
dopo, che il popolo “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Sartori ricorda a questo punto le parole di Lord Acton, contenute negli Essays on Freedom and Power: “La prova
più sicura per giudicare se un paese è veramente libero è il quantum di sicurezza
di cui godono le minoranze” (citato in G. Sartori, op. cit., p. 24).
Un ragionamento analogo
elabora Gustavo Zagrebelsky, noto giurista italiano, giudice della Corte Costituzionale
dal 1995 al 2004, in un libriccino intitolato Imparare democrazia (Einaudi scuola-Mondadori education, Milano
2011). Egli indica in dieci punti quei “contenuti minimi necessari” che ogni
educazione alla cittadinanza dovrebbe perseguire se vuole costruire un ethos democratico.
Tra essi vi è la fede nella democrazia, consistente nel “rispetto
dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani e dei diritti che ne conseguono”,
e nel rispetto “dell’uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure
relative” (p. 19). Vi è poi “la cura
delle personalità individuali”, poiché “la democrazia è fondata sugli
individui, non sulla massa”, perciò “una democrazia senza qualità individuali
apre la strada ai demagoghi; i regimi totalitari, a loro volta, hanno bisogno,
per così dire, di uomini-massa, non di uomini-individui” (pp. 22-23). È poi
necessario sviluppare lo “spirito del
dialogo”, poiché “democrazia è discussione, ragionare insieme”. Serve
quindi lo “spirito di uguaglianza” o,
meglio, l’isonomia, ovvero l’uguaglianza del cittadino di fronte alla legge (p.
26). Poi vi è “l’apertura verso chi porta
identità diverse” (p. 28), poiché la democrazia, osserva Zagrebelsky, “è
relativistica, non assolutistica” (p. 19). Occorre quindi “la diffidenza verso le decisioni irrimediabili”, poiché “la
democrazia implica la reversibilità di ogni decisione” (p. 30), eccezion fatta
per la democrazia medesima. Ne consegue, come settimo contenuto, “l’atteggiamento sperimentale”, poiché
la democrazia è sì “orientata da principi, ma deve imparare quotidianamente
anche dalle conseguenze delle proprie azioni” (p. 31). Non è così per i regimi
dispotici, per i quali verità e menzogna, bene e male sono realtà assolute date
una volta per tutte: “la verità assoluta, infatti, non teme le conseguenze. Fiat veritas, fiat iustitia, pereat mundus”,
recita la frase latina cui si ispira il fideismo delle tirannie (p. 31).
Saltiamo per un attimo l’ottavo
contenuto. Il nono afferma la necessità di avere un “atteggiamento altruistico”, poiché “la democrazia è la forma di
vita comune di esseri umani solidali tra loro” (p. 34). Il decimo, infine, stabilisce
l’importanza della “cura delle parole”:
“essendo la democrazia una convivenza basata sul dialogo, il mezzo che permette
il dialogo, cioè le parole, deve essere oggetto di una cura particolare, come
non si riscontra in nessuna altra forma di governo. Cura duplice: in quanto
numero e in quanto qualità” (p. 35).
Torniamo ora al contenuto
ottavo che avevo saltato. Zagrebelsky lo definisce così: “coscienza di maggioranza e coscienza di minoranza” (p. 32). In
democrazia “non esiste nessuna ragione per sostenere, in generale, che i più
vedano meglio, siano più vicini alla verità dei meno”. Nulla prova che “nel
molto ci sia il tutto” (ibidem). Perciò
la massima vox populi, vox dei “è
soltanto la legittimazione della violenza che i più esercitano sui meno
numerosi”. Essa è solo apparentemente una massima democratica, poiché in realtà
“nega la libertà di chi è minoranza, la cui opinione, per opposizione, potrebbe
dirsi vox diaboli e dunque meritevole
di essere schiacciata per non risollevarsi più” (p. 33).
Evidenti qui le analogie con
il pensiero di Sartori. In “ogni deliberazione in cui una maggioranza
sopravanza numericamente una minoranza” – continua Zagrebelsky - non vi è mai “una
vittoria della prima e una sconfitta della seconda”. Vi è invece “una
provvisoria prevalenza che assegna un duplice onere: alla maggioranza di
dimostrare poi, nel tempo a venire, la validità
della sua decisione; alla minoranza, di insistere per far valere ragioni
migliori. Ond’è che nessuna votazione, in democrazia (salvo quelle riguardanti le
regole costitutive o costituzionali della democrazia stessa), chiude
definitivamente una partita. Entrambe attendono e, al tempo stesso, precostituiscono
il terreno per la sfida di ritorno tra le buone ragioni che possono essere
accampate” (pp. 33-34).
Pagmatismo, reversibilità e
provvisorietà delle decisioni, rispetto delle opinioni altrui, cura delle
parole che si usano, rifiuto di ogni fideismo totalitario. Come si concilia
tutto ciò con la convinzione, da molti sostenuta in questi ultimi tempi, che l’intera
comunità dei cittadini dovrebbe coincidere con il governo, senza mediazioni e
senza eccezioni? Come può un “tutto” (la comunità intera) preservare la libertà
delle minoranze se crede di essere solo essa la depositaria del “vero”, se
crede di non avere bisogno dei “molti” e dei “diversi” in opposizione al tutto?
(1 – continua)