Chi scende in piazza per i Siriani?
Assad come “Che” Guevara?
Qualche anno fa, leggendo il
volumetto di Alvaro Vargas Llosa, Il mito
Che Guevara e il futuro della libertà (tr. it. Torino, Lindau, 2007) mi
sono chiesto perché in Europa la cultura di sinistra rimanga sempre
profondamente affascinata dalle personalità dei tiranni sanguinari, come furono
appunto Ernesto “Che” Guevara, oppure, molto prima, Lenin o Stalin, o ancora, più
o meno contemporaneamente all’eroe sudamericano, Mao Tse-tung o Pol Pot. L’autore
del libretto (figlio del noto scrittore peruviano Mario Vargas Llosa) afferma
che la tirannia ha numerosi volti, alcuni di destra, alcuni di sinistra; che
talvolta le innumerevoli forme assunte dall’oppressione si rivestono di
richiami alla giustizia sociale, mentre talaltra di richiami alla sicurezza;
che sempre tali richiami servono per abbellire l’ideologia o il regime e
ingannare così gli individui, convincendoli a sostenerli. Ma in ogni caso, secondo
Alvaro Vargas Llosa, chi sostiene queste tirannie si sottomette ad una “servitù
volontaria”, conseguenza di una debolezza della mente tipica di quegli uomini
che tendono a seguire il messaggio più accattivante e che più li lusinga: ogni
tiranno, conclude l’autore citando il Discorso
sulla servitù volontaria di Etienne de la Boetie (1530-1563), è tale perché
il potere gli viene concesso da moltitudini che credono in lui e che lo
venerano come una semi-divinità. “Riconoscere e denunciare il subdolo
meccanismo psicologico per mezzo del quale i nemici della libertà cercano di
indurci ad accettare una servitù volontaria è uno dei compiti più urgenti del
nostro tempo. Saper distinguere la verità dalle più o meno raffinate imposture
che proclamano la liberazione dell’umanità dal dispotismo, dall’ingiustizia o
dalla fame è il primo passo verso una società libera. La liberazione
dell’individuo è in primo luogo una liberazione della mente” (A. Vargas Llosa, op. cit., pp. 7-8).
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Alvaro Vargas Llosa |
Il caso di “Che” Guevara è
emblematico. Era un sanguinario, violento e tirannico, un uomo che provava
piacere a distruggere le vite di coloro che giudicava di intralcio per il
raggiungimento dei suoi scopi, incapace di usare il potere per costruire
sviluppo, pace e libertà. Un uomo che, come tanti “caudillos” latino-americani, ha lasciato dietro di sé corpi
trucidati, lunghe scie di sangue, dozzine di cadaveri: un colpo di pistola alla
tempia era per lui il modo più giusto per dirimere le questioni politiche e
convincere gli esitanti. “Che” Guevara assassinò personalmente o supervisionò
l’esecuzione, dopo un processo sommario, di decine e decine di persone, alcuni erano
nemici della rivoluzione cubana, altri semplici sospetti, altri ancora
sventurati che si erano trovati nel luogo sbagliato al momento sbagliato (cfr.
ivi, p. 19). Quando fu posto da Castro alla direzione della prigione di La
Cabaña, nella prima metà del 1959, ebbe modo di manifestare appieno quanto
fosse spietato, diventando una vera e propria “macchina assassina a sangue
freddo”: in quella prigione in sei mesi vennero giustiziati dai 200 ai 700
oppositori; la condanna era in genere eseguita di notte, da lunedì a venerdì,
subito dopo un veloce processo la cui sentenza veniva immediatamente confermata
dalla corte d’appello. Alcune fonti affermano che i trucidati siano stati molti
di più, forse addirittura duemila. Nello stesso anno il “Che” prese parte alla
costituzione del G-2, una polizia politica modellata sulla Čeka sovietica, di
cui divenne capo Ramiro Valdes, fedelissimo di Guevara; poi assunse la
direzione del G-6, l’organo incaricato dell’indottrinamento ideologico delle
forze armate. I due organismi, praticamente entrambi controllati dal “Che”,
furono i pilastri dello Stato di polizia eretto dal comunismo cubano.
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La fortezza di La Cabana: divenne una orrenda prigione cubana diretta nel 1959 dal "Che" |
La fallita
invasione della Baia dei Porci, realizzata con il sostegno degli Stati Uniti
nell’aprile del 1961, fu l’occasione per verificare l’efficienza del sistema di
repressione creato da Guevara e da Castro: decine di migliaia di cubani furono
rastrellati e fu ordinata una nuova serie di esecuzioni capitali (cfr. ivi, pp.
24-25). Il “Che”, infine, fu il più solerte organizzatore-edificatore dei campi
di concentramento cubani, come quello di Guanahacabibes, attivo già alla fine
del 1960. Dal 1965 in poi, tutta la provincia di Camaguey è diventata meta di
confino e lavori forzati per dissidenti, omosessuali, vittime dell’AIDS,
cattolici, testimoni di Geova, sacerdoti afro-cubani e altri indesiderabili.
Così Vargas Llosa descrive la terribile odissea dei confinati: “Stipati su
autobus e autocarri, questi ‘rifiuti’ venivano trasportati sotto la minaccia
delle armi in campi di concentramento sul modello di Guanahacabibes. Alcuni non
avrebbero mai più fatto ritorno, altri sarebbero stati seviziati, picchiati o
mutilati. Quasi tutti sarebbero rimasti traumatizzati per il resto della loro
vita, come nel 1984 ha mostrato a tutto il mondo lo straziante documentario Cattiva condotta” (ivi, pp. 26-27).
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Ernesto "Che" Guevara (1928-1967) in una delle sue sprezzanti "pose" |
Potrei continuare ancora a citare
l’interessante volume di Vargas Llosa, ad esempio ricordando quanto il “Che”
fosse attratto dalle proprietà altrui e fino a che punto si spinse per
giustificare la sua visione di rivoluzione come furto puro e semplice, ruberia,
ladrocinio. Il “Che” fu un uomo la cui attività politica è stata ispirata al
puro esercizio del potere e mossa da un brutale istinto predatorio (ivi, pp.
24-25). Eppure non c’è figura di rivoluzionario che in Occidente goda di più
fortuna di quella del “Che”. La sua immagine è diventata addirittura un’icona
del consumismo di massa: stampata su magliette, felpe, bandane, tazze da tè
essa è per moltissimi giovani occidentali (europei in primo luogo, soprattutto
italiani) il simbolo della lotta contro la sopraffazione, il simbolo della
ribellione contro l’autoritarismo in nome della libertà dei popoli oppressi della
Terra. E, naturalmente, personaggi e divi dello star system non mancano di farsi fotografare con indosso la sua
immagine, sapendo quanta popolarità conquisteranno tra i giovanissimi: dal musicista
Carlos Santana agli attori Robert Redford, Antonio Banderas, Benicio del Toro; dai
calciatori Diego Armando Maradona e Thierry Henry a giornalisti come Gianni Minà. Sono moltissimi i volti noti della musica, del cinema e della tv
che, citando il “Che”, interpretandone la vita o indossandone la maglietta, hanno
contribuito a trasformare un terrificante tiranno in un eroe romantico, un
despota sanguinario in un mito “buonista”.
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Maradona esibisce il tatuaggio che ritrae il "Che" |
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Carlos Santana esibisce la T-shirt con il "Che" |
Si è mai visto qualcuno, in
Occidente, scendere in piazza per denunciare i crimini di “Che” Guevara negli
anni Sessanta e Settanta? Analogamente, si è mai visto qualcuno in quegli anni scendere
in piazza per denunciare i crimini della rivoluzione cinese e di quella
“culturale” in particolare? E, ancora, si è mai visto qualcuno, negli anni
Ottanta, scendere in piazza per denunciare l’occupazione dell’Afghanistan da
parte delle truppe sovietiche (occupazione che durò dal 1979 al 1988: il tempo
per manifestare ci sarebbe stato…)? No, non si è mai visto nessuno. Eppure
manifestazioni contro il militarismo statunitense all’epoca della guerra in
Vietnam ve ne furono. E ugualmente vi sono state manifestazioni contro la Nato e
contro i suoi interventi degli ultimi vent’anni, in Bosnia (1994-’95), in Afghanistan
(2003), in Iraq (2004), in Libia (2011). La Nato è stata forse l’obiettivo più
contestato nelle manifestazioni del Vecchio continente dell’ultimo ventennio.
In genere si è trattato di manifestazioni organizzate da partiti o movimenti di
sinistra, guidate da leader di sinistra più o meno radicali ma sempre
accomunati dagli stessi messaggi: “pace senza se e senza ma”, libertà dai dispotismi,
lotta contro l’imperialismo nordamericano.
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Il dittatore siriano Bashar al-Assad |
Bene. Allora come mai oggi
nessuno di questi partiti, nessuno di questi leader organizza una
manifestazione, uno sciopero, o semplicemente pronuncia ferme parole di
condanna contro il sanguinario dittatore siriano Bashar al-Assad? Come ha
illustrato il Rapporto di Amnesty International, da due anni, da quando è
iniziata la cosiddetta “primavera araba”, il regime di Damasco ha usato, per reprimere le sollevazioni, carri armati e aviazione in zone abitate dai civili, ha
arrestato e torturato migliaia di manifestanti, ha compiuto esecuzioni capitali
senza neppure passare attraverso un processo e, di recente, si sospetta che
abbia utilizzato armi chimiche contro i manifestanti. In due anni gli ordini di
Assad hanno sterminato oltre 45.000 civili, compresi vecchi, donne e bambini.
Certo, come ha spiegato alcune settimane fa Franco Venturini (cfr. il suo
articolo, Massacri in Siria e (colpevole) indifferenza, Corriere della sera, 12.10.2012), la guerra civile siriana
non è amata da nessuno e nelle segrete stanze della diplomazia tutti ne temono
l’esito: la Russia, che per lungo tempo ha sostenuto Assad, teme che la
vittoria dei ribelli possa significare un’espansione dello jihadismo nel Caucaso; gli Stati Uniti, che sono contro il regime
siriano, temono anch’essi la vittoria dei qaedisti
e temono che un intervento militare di Washington possa destabilizzare il Medio
Oriente, come è già accaduto in passato (ad esempio in Libano); la Cina, che ha
tutto l’interesse a far logorare i suoi avversari occidentali, sta alla
finestra a guardare come evolvono gli eventi; la Turchia, che teme l’insurrezione
del Kurdistan, non desidera di sicuro un’escalation
della guerra civile né interventi esterni; l’Europa, infine, che si
sforza di unificare le varie anime dei ribelli, non ha identità di vedute sulle
questioni di politica estera, perciò non è in grado di programmare alcun
intervento. Questi veti e timori sovrapposti sembrano essere una condanna a
morte per altre migliaia di civili siriani, perché finché nessuno si deciderà
ad intervenire altre persone moriranno, sterminate dall’esercito di Assad o
seviziate dalla sua polizia.
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Le date (fino a metà 2012) degli episodi più noti della mattanza in corso in Siria |
Ma il punto del mio intervento di
oggi non è la denuncia dell’impotenza o della complicità della politica degli
Stati; non è svelare quali interessi vi siano dietro le scelte compiute da
ciascuno di essi, ma denunciare lo strabismo, anch’esso complice, di quelle
forze politiche che sarebbero in grado di spingere e di condizionare le scelte
dei propri governi ma che, pur vedendo quello che sta succedendo in Siria, non
solo non si muovono, ma non si pronunciano neppure. Non si possono invocare,
come scuse della loro inazione, l’ignoranza o la carenza di informazione:
queste potevano forse valere per i crimini di Stalin, per quelli di Mao e per
quelli del “Che” Guevara, delitti in parte ignoti, in parte ignorati nel momento
in cui si stavano verificando. Oggi queste scuse, già pietose allora, non
valgono più: sappiamo tutto quel che c’è da sapere a proposito degli eventi siriani,
e sappiamo quali rischi sta correndo chi è sopravvissuto ai trascorsi massacri.
Ripeto la domanda: allora perché in Occidente, in Europa, in Italia nessun
partito o movimento di sinistra propone una serie di iniziative e di
manifestazioni per fare pressioni sui propri governi, per rendere l’opinione
pubblica consapevole di quanto sta accadendo?
Una risposta possibile ce la
fornisce proprio “Che” Guevara. Vargas Llosa, nel volumetto che ho citato,
ricorda che quando il “Che” venne acciuffato dalla CIA in Bolivia, uno degli
agenti che lo interrogò dopo la cattura gli chiese cosa avesse da dire delle
centinaia di esecuzioni di La Cabaña; ebbene, il “Che” rispose: “erano tutti
agenti della CIA” (A. Vargas Llosa, op.
cit., p. 22). Mutatis mutandis le
parole del “Che” corrispondono alla giustificazione esibita, dal 1917 in poi,
da tutti i dittatori sanguinari che si ispirano ad un ideale rivoluzionario “di
sinistra”: essere in guerra contro i capitalisti nordamericani, presentarsi
come i vendicatori dei popoli affamati dall’imperialismo statunitense. Questa
etichetta, secondo quei dittatori, basta per ottenere il sostegno dalle
moltitudini degli altri paesi e per far dimenticare del tutto i propri errori e
i propri crimini. E Assad, com’è noto, è a capo di un governo che da decenni è
in guerra con Israele e avverso agli Stati Uniti, un governo che per anni ha
sostenuto politicamente e alimentato finanziariamente reti di terroristi, dagli
hezbollah ai salafiti, dai talebani ai qaedisti. Come “Che” Guevara sapeva bene
nel 1967, oggi anche Bashar al-Assad sa bene che per essere sostenuto da alcune
forze politiche operanti in Europa è sufficiente essere antiamericani, anche se
si massacrano civili inermi, anche se la propria ideologia, come ho spiegato
nel post del 2 ottobre scorso, è più vicina al nazismo che al socialismo. Assad
sa bene che in Europa essere antiamericani è più popolare che essere liberali; sa
bene che per non pochi politici europei, e italiani soprattutto, è molto meglio
essere contro la Casa Bianca che salvare migliaia di civili innocenti.