sabato 6 aprile 2013

La democrazia diretta è un bene? Terza parte



Terza parte: Critica della “web democracy” referendaria



Secondo Sartori, come nel caso della parola democrazia anche in quello del concetto di autogoverno è facile arrivare ad una definizione astratta. Esso indica la capacità di “governare se stessi da sé” (G. Sartori, Democrazia cos’è, cit., p. 50). Tale forma di governo sarà quindi tanto più efficace ed intensa quanto meno esteso, in senso spaziale, è l’ambito del suo esercizio. L’intensità sarà massima, ad esempio, quando l’autogoverno si esercita su stessi come singoli individui; va degradando mano a mano che lo si esercita su più soggetti distribuiti in un ampio spazio; diventa minima quando l’estensione dei soggetti e dello spazio che essi occupano è massima. Anche l’estensione temporale non va sottovalutata: massime sono l’efficacia e l’intensità dell’autogoverno quando la sua durata è breve e carica dell’entusiasmo della novità o della drammaticità del momento (come nei momenti di tensione bellica o rivoluzionaria); minime mano a mano che ci si allontana dall’istante iniziale della costituzione dell’autogoverno, e questo comincia a diventare routine (ivi, pp. 50-52).

L’autogoverno non coincide necessariamente con la democrazia diretta. Quest’ultima, spiega Sartori, vuol dire “democrazia senza rappresentanti e senza rappresentanza”. Inoltre la democrazia diretta implica “anche immediatezza di interazioni, un rapporto diretto, faccia a faccia, o quasi, tra partecipanti (veri)” (ivi, p. 83). Ora, queste due caratteristiche danno luogo all’autogoverno quando le dimensioni dei gruppi che lo esercitano sono relativamente modeste: si può avere in un’assemblea, ad esempio, costituita da poche centinaia di persone; probabilmente nel demos delle città-stato greche, formato da “qualche migliaio di cittadini radunati in piazza” (ibidem). In questi esempi vi è “interazione” tra i componenti dei gruppi, poiché essi si vedono, gli uni osservano gli altri, ciascuno può parlare con gli altri. Si tratta di casi, insomma, nei quali è possibile, per quanto difficile, che i singoli discutano, affermino opinioni, o magari le cambino ascoltando gli argomenti degli altri. Ma se l’interazione non c’è, a causa dell’estensione del gruppo che tenta di autogovernarsi senza rappresentanti, allora viene meno “la democrazia illuminata dalla discussione che precede la decisione” e, con essa, cessa l’autogoverno. Rimane la democrazia diretta (ovvero democrazia senza rappresentanza, come si è detto), ma essendo esercitata da/su gruppi molto estesi (decine, centinaia di migliaia o milioni di individui) essa tende a diventare, come già spiegato nei due precedenti post, una tirannia. Democrazia senza discussione, senza mediazioni, senza possibilità di rappresentare differenze e minoranze, vale la pena ripeterlo, è uguale a dittatura.



Il rilievo più frequente a questo ragionamento, rilievo che in questi ultimi anni è stato utilizzato dai sostenitori della web democracy, è che le tecnologie odierne consentirebbero di superare la difficoltà costituita dal numero, garantendo due aspetti della democrazia diretta-autogovernante: l’interazione tra i singoli (quindi la discussione “illuminata” sarebbe salva); la partecipazione continua dei cittadini alle decisioni da prendere, attraverso il meccanismo del “referendum quotidiano”. Anche ammettendo che la discussione sia garantita e avvenga con trasparenza e correttezza (questione su cui tornerò poi), ciò che appare discutibile è proprio il meccanismo referendario. Seguiamo ancora il ragionamento di Sartori.

Indipendentemente dal sistema istituzionale adottato, quando si prende una decisione politica si possono avere “decisioni a somma positiva”, “a somma nulla” e “a somma negativa” (ivi, pp. 84-85). Si ha la prima quando tutti gli interessati dalla decisione ne sono avvantaggiati: tutti guadagnano qualcosa, o sono comunque soddisfatti per la decisione presa. Si ha la somma nulla quando chi vince, vince tutto, e chi perde, perde tutto. In questo caso “la vincita corrisponde esattamente alla perdita: io vinco quel che l’altro perde” (ivi, p. 85). Si ha decisione a somma negativa, infine, quando tutti ne vengono danneggiati o quando tutti perdono.


Il referendum è un meccanismo decisionale a somma nulla: “ogni volta si approva o respinge una proposta prefissata, e ogni volta ne esce un gruppo vincitore e un gruppo sconfitto. Divorzio sì o divorzio no; nucleare sì o nucleare no; e così via. […] se tutto (o il più) va in decisione referendaria, è il sistema nel suo complesso che diventa a somma nulla […]” (ibidem). Si potrebbe obiettare che anche nelle elezioni dei parlamenti avviene la stessa cosa: o il mio voto elegge un rappresentante, o va perduto. Sì, è vero, risponde Sartori, ma nella democrazia rappresentativa non si esaurisce ogni decisione nel momento del voto con cui si eleggono i rappresentanti, poiché questi, una volta eletti, “si parlano, discutono, negoziano, ‘scambiano’ concessioni reciproche, e sono pertanto in condizione di concordare soluzioni a somma positiva (per i loro rappresentati)” (ibidem). Nella democrazia referendaria, invece, ogni decisione è isolata, non c’è negoziato su di essa, non c’è modo di mediarla o di correggerla, o di integrarla con altre proposte. E, una volta presa, le altre proposte, sconfitte, escono dal novero delle decisioni possibili.



Veniamo ora al punto della trasparenza e della correttezza della discussione. Anche ammettendo che si riesca a far precedere ogni decisione da una discussione in chat, o attraverso i commenti di un blog, chi è che effettua la sintesi di essa, confezionando una proposta conclusiva? Chi gli ha affidato questo ruolo? Si tratta di un rappresentante eletto? Perché, allora, eleggerne uno solo? Che meriti ha rispetto ad altri per avere il potere di stabilire le agende dei quesiti da proporre? Poiché è chiaro che costui avrebbe un potere immenso: non solo di selezionare le proposte su un certo argomento, ma anche di dare priorità agli argomenti da sottoporre a referendum e, infine, di formulare le domande su di essi. Ed è noto che “una stessa domanda, a seconda di come viene formulata, facilmente oscilla nelle risposte di un 20 per cento: così un 60 per cento approva il diritto alla vita, ma poi uno stesso 60 per cento approva il suo contrario, e cioè il diritto all’aborto (il che significa che un 20 per cento si è impasticciato nel rispondere)” (ivi, p. 86). “Insomma, - conclude Sartori – la democrazia referendaria centuplica i rischi di manipolazione e di imbroglio del demos ben al di là di quanto già riesca al demagogo di cui abbiamo esperienza” (ibidem). Ancora più elevato è tale rischio se il moderatore-selezionatore del dibattito via web non è noto, non si sa come e perché operi, non agisce alla luce del sole, bensì nel chiuso di una stanza davanti ad un computer-server che può manovrare come meglio crede.



Ma non sono finiti qui i problemi della democrazia diretta referendaria. È importante anche comprendere le possibili conseguenze e le implicazioni di un sistema decisionale a somma nulla. La prima, continua Sartori, è che “la somma nulla tende a aggravare i conflitti: se chi perde, perde tutto, allora la sconfitta è cocente; e se la cosa si ripete giorno per giorno può diventare intollerabile” (ibidem). La seconda, connessa alla prima (e già discussa nei miei post precedenti) è che “la democrazia referendaria instaura, di fatto, un principio maggioritario assoluto che viola il principio (fondamentalissimo) del rispetto della minoranza” (ibidem). Come ho già spiegato, il principio del rispetto delle minoranze è calpestato laddove le decisioni siano prese in base al diritto della maggioranza di prendersi tutto. Terza implicazione, “il problema della pubblica opinione è tutto da riproporre” (ibidem), poiché in una democrazia referendaria è di vitale importanza non solo che l’opinione del pubblico sia bene informata sulla questione su cui è chiamata a deliberare, ma soprattutto che sia un’opinione di qualità. Scrive a questo proposito Sartori: “chi decide da sé – non per sé, si badi, ma per tutti – deve sapere su cosa decide, e deve anche padroneggiare il problema sul quale decide. […] Al cospetto della democrazia referendaria non possiamo più fingere che l’informazione sia competenza” (ivi, p. 87). Mentre in una democrazia rappresentativa è sufficiente che vi sia “un’opinione” per esprimere il proprio voto (ricordiamo che in filosofia l’opinione – doxa – è l’opposto di scienza – epistéme), in una democrazia referendaria, dove ogni voto richiesto è relativo sempre a questioni complesse, non è più sufficiente avere “un’opinione”, ma occorre avere padronanza scientifica delle questioni per cui si decide, o per lo meno “cognizione di causa”. Anche se si avesse il modo e il tempo di leggere un’intera enciclopedia sul problema sul quale dobbiamo esprimerci, non è detto che questo basti: riusciremmo, poi, a mettere a frutto un simile “arsenale di nozioni”, come dice Sartori, per decidere come votare?


Qualcuno obietterà che l’epoca attuale ha strumenti potenti di comunicazione, tali da trasformare le nostre società in altrettante comunità della conoscenza. Gli apologeti di internet, com’è noto, sostengono proprio questo (ad esempio James Surowiecki, che ho citato nel post del 28 agosto 2012). Anche ammettendo che essi abbiano un po’ di ragione (e non ne hanno affatto), cosa significherebbe ai fini del nostro problema? Che ogni cittadino, grazie ad internet, saprà valutare quale politica estera convenga adottare nei confronti della Corea del Nord? Che ogni cittadino saprà comprendere un bilancio dello Stato? Che ogni cittadino saprà cosa devono contenere i programmi di insegnamento delle scuole medie? Quante competenze dovrebbe avere ogni cittadino? Dovrebbe essere fiscalista, pedagogista, economista, esperto di bioetica e di strategia militare, nonché sociologo, medico e ingegnere… Tutto ciò in un mondo sempre più interdipendente (proprio a causa di internet) nel quale le decisioni diventano sempre più complesse anche per gli “esperti”. È ovvio che il cittadino medio non potrebbe far fronte a questa richiesta di “cultura della complessità” che la democrazia referendaria pretenderebbe, perciò dovrebbe decidere su questioni complicate affidandosi a “quel che si dice” in rete, ed illudendosi che la propria inesperienza e/o ignoranza del problema sia una virtù, mentre, al contrario, la sua dipendenza da internet (o dalla televisione) lo esporrebbe ad ogni sorta di manipolazione. Per questo Sartori chiude il suo ragionamento così: “Dio ci salvi, allora, dagli inesperti che ci propongono il governo diretto dall’inesperto trionfante, dal cittadino premi-bottone” (ivi, p. 88). Queste parole sono state scritte all’inizio degli anni Novanta; oggi esse, alla luce di quanto sta accadendo in Italia, sembrano risuonare come una profezia.



Prevengo ancora un’obiezione: anche il politico eletto in Parlamento non ha competenze specifiche, anche lui non è un medico e contemporaneamente un sociologo. Vero, ma nel suo partito ha le risorse che gli servono per poter decidere: ha una o più persone che hanno studiato il problema, che ne hanno a lungo discusso con gli esperti, che hanno riferito le loro conclusioni e, quindi, possono consegnare al politico rappresentante una competenza sulla questione su cui sarà chiamato a decidere. Tutto ciò ha richiesto tempo, studio, confronto, risorse: come può un singolo cittadino diventare competente nello stesso modo, tenuto conto che le questioni sulle quali dovrebbe decidere possono essere decine e decine ogni mese? Dovrebbe smettere di lavorare e trasformarsi in un “politico di professione”, cioè proprio in quella figura che gli apologeti della democrazia diretta dipingono come esecrabile e, quindi, da eliminare dalla politica.



Autogoverno, democrazia diretta, web democracy. Dietro ciascuna di queste parole si intravedono zone d’ombra assai pericolose, rischi seri per la libertà di espressione, per l’indipendenza di giudizio e soprattutto per il pluralismo delle opinioni. Non credo che la tecnologia possa illuminare queste zone semioscure e risolvere i problemi che le producono. Anzi, per certi versi l’illusione che, affidandosi alla téchne, si possa attuare una democrazia più vera e compiuta, può aggravare quei problemi, nascondendone l’esistenza, fingendo di averli già superati. Probabilmente è mal posta la domanda di partenza che i sostenitori della democrazia diretta rivolgono oggi alla politica; la domanda giusta non dovrebbe essere: “come fare per consentire a tutti di decidere su ogni questione?”; bensì questa: “come possiamo organizzare le istituzioni politiche affinché i governanti cattivi e incompetenti non facciano troppi danni, e affinché possano essere sostituiti senza spargimento di sangue?”. La domanda giusta, insomma, è quella che nel 1945 si poneva Popper ne La società aperta e i suoi nemici (Armando Editore, Roma 1996, cfr. ad es. p. 174). Non è importante chi deve comandare, e tanto meno il numero di chi comanda; è importante, insegnava Popper, come controllare chi comanda. Più che la partecipazione conta il controllo, poiché, come per la scienza, anche per la politica non si hanno sistemi di governo infallibili, ma solo sistemi in cui è possibile opporsi a chi decide e sistemi in cui non è possibile farlo: nel primo caso avremo una “società aperta” (espressione, secondo Popper, meno ambigua di “democrazia”); nel secondo caso avremo una “società chiusa”, ovvero totalitaria.
 
Karl R. Popper (1902-1994)
Ma anche alla base della società aperta dovranno esserci il sapere, l’equilibrio, la competenza. “La democrazia – afferma Sartori al termine del saggio che ho utilizzato in questo post – è un’apertura di credito all’homo sapiens, a un animale abbastanza intelligente da saper creare e gestire da sé una città buona. Ma se l’homo sapiens è in pericolo, la democrazia è in pericolo” (G. Sartori, op. cit., p. 327). Questo autore, com’è noto, ha indicato spesso nella televisione il principale nemico dell’homo sapiens: la comparsa dell’homo videns, scriveva Sartori, mette a repentaglio l’esistenza dell’animale sapiente, poiché la tv sostituisce al sapere le emozioni del vedere: “la televisione traduce i problemi in immagini; ma se poi le immagini non sono ritradotte in problemi, l’occhio mangia la mente: ché il puro e semplice vedere non ci illumina per nulla su come i problemi siano da inquadrare, proporzionare, affrontare e risolvere. Semmai è vero il contrario: tutto va fuori proporzione, e nemmeno si capisce più quali problemi siano fasulli e quali veri” (ivi, p. 326).





Oggi la comunicazione è ancora dominata dalla tv ma, come sappiamo, è internet che le sta rosicchiando sempre più spazio e appeal: l’homo navigans è migliore dell’homo videns? O sostituirà alla democrazia dell’incompetenza e dell’irrilevanza, creata dalla televisione, una democrazia totalitaria, convinta di essere nel giusto perché sostenuta da miliardi di clic su I like? Inutile fare profezie: meglio impegnarsi fin da ora ad inquinare internet con la cultura, nella speranza che qualcosa di questa rimanga domani a disposizione dell’homo sapiens. Domani, quando l’homo navigans, cliccando su un sì o su un no, deciderà il destino di un continente. (3 - fine)

martedì 2 aprile 2013

La democrazia diretta è un bene? Seconda parte.



Seconda parte: Estinzione dell’esecutivo e tirannia. Opposizione-collaborazione tra democrazia e liberalismo

Il filosofo Roberto Esposito

Scrive Roberto Esposito (tra i più importanti filosofi italiani della politica) che “l’Uno – il Bene, la Giustizia – non è traducibile in politica” (R. Esposito, Dieci pensieri sulla politica, (n.e.) Il Mulino, Bologna 2011, pp. 31-32). E ciò perché la politica è conflitto, molteplicità, divenire: impossibile ridurre ad uno ciò che per definizione è doppio e triplo, ciò che è fluido e inafferrabile. La possibilità di neutralizzare il conflitto, annullando le differenze, è atteggiamento “impolitico”; la politica, invece, è “irriducibilmente discorde” (p. 39).


Questa discordia “irrappresentabile”, afferma Esposito, è tanto più evidente nella democrazia. In Rousseau il valore della democrazia è la comunità, intesa come corpo organico e unitario, privo di differenziazioni. Il sistema democratico così inteso è talmente tanto difficile da rinvenire nella storia, che lo stesso Rousseau lo definisce al tempo stesso necessario e impossibile. Scrive infatti nel Contratto sociale: “a prendere la parola a rigore, una vera democrazia non è mai esistita né esisterà mai” (J. J. Rousseau, Il contratto sociale, in Id. Opere, a cura di P. Rossi, Sansoni, Firenze 1972, p. 309, citato da Esposito, op. cit., p. 59). Perché la democrazia immaginata dal filosofo ginevrino sarebbe così difficile da realizzare? Perché, spiega Esposito, essa consiste in “quel regime in cui tutti i cittadini, o almeno la maggior parte di essi, sono magistrati e cioè in cui la sovranità coincide tanto capillarmente con la volontà generale da bruciare tutte le scissioni da cui si presenta solcato il corpo politico: tra legislativo ed esecutivo, pubblico e privato, potere e sapere” (p. 60). Per Rousseau c’è vera democrazia solo se ciascuno è “incorporato” nell’Uno della comunità e del potere “in modo che ogni particolare – scriveva Rousseau nell’Emilio – non si creda più uno, ma parte dell’unità e non sia più sensibile che nel tutto” (J. J. Rousseau, Emilio, in Opere cit., p. 351, citato da Esposito, op. cit., p. 60).
 
Jean-Jacques Rousseau (1712-1778)
Qui è il punto dolente della democrazia diretta. “Sembrerebbe dunque – afferma Rousseau – che non si potesse avere una migliore costituzione che quella in cui il potere esecutivo fosse congiunto al legislativo: ma questo proprio rende tale governo insufficiente sotto certi rispetti, perché le cose che devono essere distinte non lo sono, e il principe e il sovrano, essendo la stessa persona, non formano, per così dire, che un governo senza governo” (J. J. Rousseau, Il contratto sociale cit., p. 308, citato da Esposito, op. cit., p. 61). In realtà, commenta Esposito, esiste una forma di governo in cui le duplicità e le molteplicità vengono unificate in Uno, in cui governanti e governati, esecutivo e legislativo, maggioranza e minoranza, palazzo del potere e strada del cittadino, alto e basso sono inscindibili: questo governo è la “tirannide”. “Tirannide – scrive Esposito – è l’unificazione coatta di ciò che deve essere distinto: legislativo ed esecutivo, diritto e giustizia, potere e sapere” (p. 61). Ma questa forma estrema di democrazia compie il rovesciamento della stessa nel suo contrario, producendo, insieme all’estinzione dell’esecutivo e dello Stato, quella della democrazia. “La soppressione dello Stato – scriveva Lenin in Stato e rivoluzione – è anche la soppressione della democrazia, e […] l’estinzione dello Stato è l’estinzione della democrazia” (V. I. Lenin, Stato e rivoluzione (1917), Editori Riuniti, Roma 1970, p. 155, citato da Esposito, op. cit., p. 63).
Lenin (Vladinir Ilic Ulianov, 1870-1924)

Esposito ricorda poi le critiche di Nietzsche, di Weber, di Kelsen e di Schumpeter al mito comunitario della democrazia diretta, basata sulla totale identificazione del corpo sociale con le istituzioni che governano. Per questi autori è anzi da mettere in discussione il concetto stesso di “bene comune” su cui si fondano i miti della comunità e della volontà generale. Se la democrazia ha una possibilità di sopravvivere senza diventare il suo contrario (tirannia) ciò può avvenire solo se accetta che il “corpo sociale” sia attraversato da diversità e fratture non armonizzabili, non riducibili, non neutralizzabili. Solo sottraendo alla democrazia il mito della comunità come corpo unico, essa può rimanere una proposta percorribile sul terreno politico. La democrazia deve restare “vuota di comunità” – per usare l’espressione di Esposito – se vuole tentare di governare il corpo sociale senza schiacciare il volere degli individui che lo costituiscono.



Ma se questo è vero, allora devono permanere le scissioni “classiche” della democrazia liberale: i cittadini non sono il governo e il governo non coincide con i cittadini; l’esecutivo non può coincidere con il legislativo e questo non può pretendere di diventare esecutivo; la giustizia assoluta non è la legge, e la legge non può diventare l’incarnazione della giustizia assoluta; il sapere non può coincidere con il potere e questo non può togliere al primo la sua autonomia sostituendosi alla libera ricerca; singolo e comunità, infine, devono rimanere ben distinti. Corollario di queste affermazioni è che la democrazia deve essere mediata da procedure, voti, controlli, confronti, istituzioni separate: se pretende di essere diretta, elimina gli spazi del dissenso e della diversità, elimina il controllo della minoranza sulla maggioranza. In una parola, si trasforma in dittatura.

Apparentemente, liberalismo e democrazia sembrano essere antitetici: il primo afferma la tutela dell’individuo e delle sue libertà inviolabili; la seconda tutela la comunità riducendo le differenze ad unum. Eppure, a ben vedere, è solo dalla collaborazione tra le due forme di governo che si può realizzare un sistema meno ingiusto dei due singolarmente presi. La democrazia dovrebbe garantire l’uguaglianza davanti alla legge, la solidarietà tra gli individui, la riduzione delle povertà più gravi e più diffuse. Tutto ciò, però, dovrebbe avvenire nel rispetto delle libertà del singolo: la democrazia non deve violare la sfera intima di queste libertà, sia di quelle che riguardano l’agire l’esteriore, sia di quelle che riguardano la coscienza dell’individuo. Allo stesso tempo, l’esercizio di queste libertà da parte del singolo non deve né violare le leggi comuni né mettere in discussione il vincolo di solidarietà che lo lega ai molti.

Perché il collegamento difficile tra liberalismo e democrazia si realizzi e partorisca almeno – mi si conceda la metafora – una “unione di fatto”, se non proprio un “sacro matrimonio”, occorre che si rispettino le forme e le divisioni classiche tra i poteri. La democrazia liberale deve essere “formale”, “procedurale” e basata sulla distinzione tra istituzioni e cittadini, oltreché tra esecutivo, legislativo, giudiziario. Se questo non avvenisse, la democrazia si caricherebbe di valori mitici, come spiega Esposito, proponendosi di realizzare la Giustizia, il Bene, il Volere del Popolo, l’Assoluto. In tal modo, come ho già detto, scivolerebbe nella dittatura, distaccandosi dal liberalismo.

Secondo alcuni (in decisa crescita numerica negli ultimi tempi) queste argomentazioni sarebbero state superate dagli sviluppi della tecnologia: questa, si dice, consentirebbe di realizzare la democrazia diretta e l’autogoverno. Il web, in particolare, permetterebbe di effettuare “referendum quotidiani” (per utilizzare, fuori contesto, la famosa espressione di Ernest Renan: “l'existence d'une nation est […] un plébiscite de tous les jours”: Qu’est-ce qu’une nation?, cap. III, 1882) su ogni questione, facendo coincidere, appunto, il governo con i governati. La democrazia rappresentativa, in tal modo, verrebbe superata da una nuova, più avanzata e più diretta democrazia popolare. Nel prossimo post vedremo se le cose stanno davvero così. (2 – continua)

venerdì 29 marzo 2013

La democrazia diretta è un bene?


Prima parte: La democrazia può essere totalitaria

Il Quarto Stato, dipinto
di Giuseppe Pellizza da Vopedo (1868-1907)

Anni fa, in un bel saggio più volte ripubblicato (Democrazia cos’è, Rizzoli, Milano 1994) Giovanni Sartori scrisse che “se definire la democrazia è spiegare che cosa vuol dire il vocabolo, il problema è presto risolto […]. La parola significa, alla lettera, potere (kratos) del popolo (demos)”. Ma, proseguiva il costituzionalista, “così abbiamo risolto un problema verbale: si è soltanto spiegato un nome. Il problema di definire la democrazia è assai più complesso. Il termine democrazia sta per qualcosa. Che cosa? Che la parola democrazia abbia un preciso significato letterale o etimologico non ci aiuta affatto a capire quale realtà vi corrisponda e come sono costruite e funzionano le democrazie possibili. Non ci aiuta perché tra la parola e il suo referente, tra il nome e la cosa, il passo è lunghissimo” (op. cit., p. 11).
 
Giovanni Sartori
Non ci aiuta, ad esempio, a capire cos’è il popolo. Si chiede Sartori: “il popolo è un singolare o un plurale?” Nelle lingue francese, tedesca, italiana si dice “il popolo è”; nelle lingue anglosassoni si usa il plurale: “people are”. Detto al singolare, il concetto di popolo identifica una “totalità organica”, un’unica volontà generale, un ente solido e indifferenziato, nel quale non si ravvisano diversità. Detto al plurale, invece, denota un aggregato di individualità, una molteplicità in cui le volontà non sono identiche ma differenziate ed anche in conflitto. In un sistema che si dice democratico, se a decidere è una totalità organica - ovvero un’istituzione o un uomo che la rappresenta, che ne costituisce la voce (o il “megafono”, come oggi qualcuno ama dire) - allora è inevitabile che eventuali dissensi non solo non verrebbero tutelati, ma molto probabilmente sarebbero schiacciati. Le minoranze sarebbero prive di libertà, perché considerate non solo “diverse” rispetto alla maggioranza, ma addirittura non appartenenti al popolo, estranee alla comunità, quindi pericolose per l’integrità di questa: insomma, minoranze criminali da punire. In questo tipo di democrazia, persino chi è parte della comunità sarebbe libero solo se rimanesse dentro essa, ovvero solo se continuasse ad essere nella maggioranza assoluta: se dovesse cambiare parere, magari perché si è accorto che chi esegue il “volere del popolo” è un despota, sarebbe anche lui privato della libertà di dissentire, poiché diventerebbe parte della minoranza criminale e rischierebbe per questo la censura e la punizione. Eppure c’è vera libertà solo se si ha la possibilità di cambiare opinione. Negando questa possibilità, il governo di popolo, inteso come potere basato su una comunità organica, degenera fatalmente verso il totalitarismo.



Se il governo del popolo, quindi, è majority rule, se segue cioè il principio maggioritario assoluto (ovvero: la maggioranza decide e non lascia spazio a pareri diversi, considerati come “criminali”), rischia di essere totalitario e liberticida. Non a caso i regimi totalitari del XX secolo erano antiliberali, non antidemocratici. Ma sopprimendo la possibilità del dissenso, questa forma di democrazia assoluta mette in discussione anche il principio della sovranità popolare, poiché, come dicevo, a nessun membro del popolo sarebbe concesso di cambiare parere: in una democrazia totalitaria, al popolo è chiesto di esprimersi solo nel momento della instaurazione del governo, una volta sola per tutte, poiché ogni altro parere e ogni altra opinione verrebbero a configurarsi come tradimento di quel mandato iniziale. Per questo nei governi autoritari (e nei partiti monocratici) le consultazioni elettorali non ci sono mai, o, se ci sono, hanno l’aspetto di un plebiscito che ratifica decisioni già prese, senza rispetto per procedure e regole giuridiche. Allo stesso modo l’uso del web senza vere regole di trasparenza, ovvero senza possibilità di controllo sul numero dei partecipanti al voto e sulle procedure di scrutinio di questo, diventa strumento liberticida: democratico sì, ma nel senso della democrazia totalitaria.


Per salvarsi dal totalitarismo, la democrazia, dice Sartori, dovrebbe seguire il principio maggioritario temperato, ovvero: i più decidono nel rispetto delle minoranze, tutelandone il diritto a dissentire, lasciando che esse possano spiegare al popolo le ragioni del proprio dissenso. In questo modo si unirebbe la democrazia alla libertà, affermando il diritto del popolo a governare “nei limiti” del rispetto delle minoranze. Questi limiti sono ben indicati, ad esempio, nella nostra carta costituzionale la quale, nell’articolo 1, afferma sì la sovranità popolare ma sancendo, subito dopo, che il popolo “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Sartori ricorda a questo punto le parole di Lord Acton, contenute negli Essays on Freedom and Power: “La prova più sicura per giudicare se un paese è veramente libero è il quantum di sicurezza di cui godono le minoranze” (citato in G. Sartori, op. cit., p. 24).
 
Lord Acton (1834-1902)
Un ragionamento analogo elabora Gustavo Zagrebelsky, noto giurista italiano, giudice della Corte Costituzionale dal 1995 al 2004, in un libriccino intitolato Imparare democrazia (Einaudi scuola-Mondadori education, Milano 2011). Egli indica in dieci punti quei “contenuti minimi necessari” che ogni educazione alla cittadinanza dovrebbe perseguire se vuole costruire un ethos democratico.
 
Gustavo Zagrebelsky
Tra essi vi è la fede nella democrazia, consistente nel “rispetto dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani e dei diritti che ne conseguono”, e nel rispetto “dell’uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure relative” (p. 19). Vi è poi “la cura delle personalità individuali”, poiché “la democrazia è fondata sugli individui, non sulla massa”, perciò “una democrazia senza qualità individuali apre la strada ai demagoghi; i regimi totalitari, a loro volta, hanno bisogno, per così dire, di uomini-massa, non di uomini-individui” (pp. 22-23). È poi necessario sviluppare lo “spirito del dialogo”, poiché “democrazia è discussione, ragionare insieme”. Serve quindi lo “spirito di uguaglianza” o, meglio, l’isonomia, ovvero l’uguaglianza del cittadino di fronte alla legge (p. 26). Poi vi è “l’apertura verso chi porta identità diverse” (p. 28), poiché la democrazia, osserva Zagrebelsky, “è relativistica, non assolutistica” (p. 19). Occorre quindi “la diffidenza verso le decisioni irrimediabili”, poiché “la democrazia implica la reversibilità di ogni decisione” (p. 30), eccezion fatta per la democrazia medesima. Ne consegue, come settimo contenuto, “l’atteggiamento sperimentale”, poiché la democrazia è sì “orientata da principi, ma deve imparare quotidianamente anche dalle conseguenze delle proprie azioni” (p. 31). Non è così per i regimi dispotici, per i quali verità e menzogna, bene e male sono realtà assolute date una volta per tutte: “la verità assoluta, infatti, non teme le conseguenze. Fiat veritas, fiat iustitia, pereat mundus”, recita la frase latina cui si ispira il fideismo delle tirannie (p. 31).

Saltiamo per un attimo l’ottavo contenuto. Il nono afferma la necessità di avere un “atteggiamento altruistico”, poiché “la democrazia è la forma di vita comune di esseri umani solidali tra loro” (p. 34). Il decimo, infine, stabilisce l’importanza della “cura delle parole”: “essendo la democrazia una convivenza basata sul dialogo, il mezzo che permette il dialogo, cioè le parole, deve essere oggetto di una cura particolare, come non si riscontra in nessuna altra forma di governo. Cura duplice: in quanto numero e in quanto qualità” (p. 35).
 
Da: aldoricci.wordpress.com
Torniamo ora al contenuto ottavo che avevo saltato. Zagrebelsky lo definisce così: “coscienza di maggioranza e coscienza di minoranza” (p. 32). In democrazia “non esiste nessuna ragione per sostenere, in generale, che i più vedano meglio, siano più vicini alla verità dei meno”. Nulla prova che “nel molto ci sia il tutto” (ibidem). Perciò la massima vox populi, vox dei “è soltanto la legittimazione della violenza che i più esercitano sui meno numerosi”. Essa è solo apparentemente una massima democratica, poiché in realtà “nega la libertà di chi è minoranza, la cui opinione, per opposizione, potrebbe dirsi vox diaboli e dunque meritevole di essere schiacciata per non risollevarsi più” (p. 33).

Evidenti qui le analogie con il pensiero di Sartori. In “ogni deliberazione in cui una maggioranza sopravanza numericamente una minoranza” – continua Zagrebelsky - non vi è mai “una vittoria della prima e una sconfitta della seconda”. Vi è invece “una provvisoria prevalenza che assegna un duplice onere: alla maggioranza di dimostrare poi, nel tempo a venire, la validità  della sua decisione; alla minoranza, di insistere per far valere ragioni migliori. Ond’è che nessuna votazione, in democrazia (salvo quelle riguardanti le regole costitutive o costituzionali della democrazia stessa), chiude definitivamente una partita. Entrambe attendono e, al tempo stesso, precostituiscono il terreno per la sfida di ritorno tra le buone ragioni che possono essere accampate” (pp. 33-34).
 
Web democracy?
Pagmatismo, reversibilità e provvisorietà delle decisioni, rispetto delle opinioni altrui, cura delle parole che si usano, rifiuto di ogni fideismo totalitario. Come si concilia tutto ciò con la convinzione, da molti sostenuta in questi ultimi tempi, che l’intera comunità dei cittadini dovrebbe coincidere con il governo, senza mediazioni e senza eccezioni? Come può un “tutto” (la comunità intera) preservare la libertà delle minoranze se crede di essere solo essa la depositaria del “vero”, se crede di non avere bisogno dei “molti” e dei “diversi” in opposizione al tutto? (1 – continua)

lunedì 18 marzo 2013

Miti e cultura del grillismo: tra paranoie e tecnologia




Tra paranoie e tecnologia: analisi del grillino-tipo



La crisi politica sembra avvitarsi sempre più su se stessa e sembra non avere, almeno per ora, vie d’uscita. Lo stallo ci invita a meditare su quel che è accaduto e che sta avvenendo. Perché, allora, non tornare a riflettere ancora sul movimento di Grillo? Del resto è il M5S la vera novità del momento; inoltre, come proverò a dimostrare, esso è una vera miniera di curiosità sociologiche.

All’interno di una formazione politica trasversale com’è il movimento dei grillini, vi è ovviamente di tutto, e ciò credo sia vero anche per i suoi elettori, che, non dimentichiamolo, non sono costituiti solo da diciottenni, ma soprattutto da chi nelle elezioni del 2008 aveva espresso la sua preferenza per altre formazioni politiche.

Secondo l’Istituto Cattaneo (si veda il volume curato da Elisabetta Gualmini e Piergiorgio Corbetta, Il Partito di Grillo, Il Mulino, Bologna 2013), l’elettore del M5S dopo le elezioni amministrative del 2012 si auto collocava per il 30% nell’area del centro-sinistra, per il 18% in quella del centro-destra. Ma la ricerca calcola che dopo le elezioni del 2012 il voto al M5S provenga, rispetto al 2008, per il 41,2% dall’area PD-IdV, per il 36,1 dall’area PdL-Lega: la provenienza da quest’ultima area è cresciuta nel 2012 di quasi 10 punti percentuali, mentre è rimasta quasi stabile la provenienza dal centro-sinistra (vedere qui le tabelle pubblicate dall’Huffington Post e prelevate dal libro citato).

Riguardo all’estrazione sociale, invece, dopo le elezioni del 2012 si è proclamato elettore del M5S il 29,5% degli operai, il 28,5 dei dipendenti privati, il 24,3 dei dipendenti pubblici, il 27,4 degli autonomi. Molto rappresentata anche la categoria dei disoccupati: il 26,8% di essi si è dichiarato grillino. Se si considera che la ricerca ha individuato che sono presenti tra gli elettori del M5S anche pensionati, casalinghe e studenti, nonché, per quanto riguarda le scelte di coscienza, credenti e non credenti, praticanti saltuari e assidui, concluderemo che la rabbia e il malcontento sono stati drenati dal movimento in ogni ambiente sociale e culturale. Il profilo medio è comunque, a quanto sembra, quello di un tecnico diplomato, con un’età compresa tra 25 e 54 anni, attivo soprattutto nelle associazioni sportive e ricreative, utilizzatore di internet ma dipendente soprattutto dalla tv per l’informazione politica, possessore di un profilo facebook (più o meno quanto gli elettori del PD e del PdL), non molto attivo nel mondo dei blogger (mentre lo sono molto di più gli elettori degli altri due schieramenti).

C’è un aspetto, però, sul quale occorrerebbe effettuare una ricerca sociologica come quella della Gualmini, un aspetto che potrebbe essere rivelatore delle idee dell’elettore e del candidato 5 Stelle assai più della sua appartenenza politica antecedente alle elezioni del 2012: mi riferisco all’insieme dei miti condivisi dal “grillino-tipo”. Poiché, come vedremo, credo che tali miti provengano soprattutto da internet, essi sono anche rivelatori dell’approccio del grillino con la rete. Non ho dati certi su questo aspetto, ma solo indizi frammentari e impressioni: interviste concesse da alcuni dei neoeletti, dichiarazioni effettuate dallo stesso leader Grillo negli ultimi anni, testi scritti da attivisti e reperibili on line, osservazioni personali compiute da quando è nato il fenomeno del grillismo. Perciò le considerazioni che seguono non pretendono di essere complete né, tanto meno, scientifiche. Le offro al lettore paziente come spunto di riflessione, non solo per cominciare a interpretare la mentalità del grillino medio (ammesso che questo soggetto sociale sia già in mezzo a noi), ma anche per provare a decifrare alcuni fatti e alcune affermazioni che abbiamo visto e udito nelle ultime settimane.

Il filologo Karoly Kerény 
Prima di esporre questi spunti, occorre una precisazione sul termine “mito”. Non lo uso con accezione negativa (cioè falsa conoscenza, convinzione fasulla), anche se non condivido i miti amati dai grillini. Qui il termine mito indica l’insieme delle convinzioni, come spiegarono Karoly Kerény (1897-1973) e la scuola fenomenologica, che danno senso al mondo e che consentono all’uomo di trovare una collocazione in esso. Tali convincimenti non hanno origine scientifica, ma non sono neppure alternativi alla sfera conoscitiva razionale: fanno tutt’uno con essa, costituiscono, come scrisse appunto Kerény, un “ampliamento della coscienza”, producendo quei significati che ispirano la condotta umana in ogni campo, compresa la ricerca scientifica (cfr. K. Kerény- C. G. Jung, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, 1941, tr.it. Bollati e Boringhieri, Torino 2012).


Ho trovato la vignetta nel blog
 http://italospagnola.iobloggo.com/ che ringrazio
Chiarito questo, il primo spunto di riflessione che offro è il seguente: l’attivista del M5S è dipendente da internet per quanto riguarda la formazione dei suoi valori mitici di fondo. Sebbene non rinunci a guardare la tv, come spiegato dalla ricerca dell’Istituto Cattaneo, il grillino non crede molto a questo mezzo di comunicazione, crede invece al web. Inoltre non legge giornali, anzi si vanta di non farlo, perché li ritiene prezzolati dal potere finanziario. Giudica libera, invece, l’informazione che circola in rete: essa è considerata indipendente quindi, in virtù di questo carattere, veritiera. Stampa e televisione “sono vendute”; internet è puro. In questo modo, il web diventa per il grillino-tipo sorgente mitopoietica, cioè origine di quelle immagini e di quei valori mitici che danno senso al mondo.




Secondo spunto di riflessione: il grillino d.o.c. crede nei complotti. Su questo aspetto c’è ormai un’ampia letteratura relativa soprattutto al leader, Beppe Grillo. Chi volesse informarsi sulla questione può cominciare con l’articolo di Mattia Feltri, Vegani, complottisti, webbisti. Il Partito Arlecchino di Grillo, pubblicato da La Stampa, il 10 marzo 2013. Oppure con il blog Perle complottiste, che di recente ha eletto Grillo il più credulone degli italiani in circolazione (perciò lo ha insignito del ”Premio Perlone 2012”), battendo rivali del calibro di Giulietto Chiesa e di Roberto Giacobbo. Oppure, ancora, gli articoli di Beatrice Mautino su Wired.it che ho citato nel post del 5 settembre 2012.

Il Premio "Perlone 2012" dal sito Perle complottiste

Grillo negli ultimi anni ha dato spazio sul suo blog ad informazioni su presunti complotti relativi a vari ambiti: le scie chimiche (quelle che vediamo talvolta in cielo: non sarebbero gli aeroplani a rilasciarle ma potenti multinazionali che ci stanno avvelenando); il terremoto in Emilia Romagna (che sarebbe stato provocato da una cricca tecnico-militare-finanziaria per sperimentare un fantomatico macchinario sotterraneo: sulla vicenda è incappata in alcuni episodi comici il consigliere regionale del M5S Federica Salsi, quando era ancora grillina; vedi qui); l’Aids (che secondo Grillo non esisterebbe, perché sarebbe un’invenzione delle case farmaceutiche); il signoraggio (ovvero l’insieme del reddito che in ogni paese, da quando esiste lo Stato moderno, deriva dall’emissione di moneta; secondo il complottista, come Grillo, questo reddito sarebbe confiscato dalla banca centrale per favorire banchieri e poteri forti a danno dei cittadini; è noto, invece, che è il governo ad appropriarsene attraverso il prelievo fiscale per finanziare la spesa pubblica, cioè proprio quell’esborso di denaro che è rivolto ai cittadini); le “nanoparticelle” (piccolissime particelle di sostanze tossiche ed inquinanti che sarebbero introdotte dalle industrie, più o meno involontariamente, negli alimenti: il complotto consiste nel fatto che questa “verità” sarebbe tenuta deliberatamente nascosta dalle fonti ufficiali d’informazione); la morte di don Verzè (che non sarebbe avvenuta per cause naturali, perché l’anziano fondatore del San Raffaele sarebbe stato avvelenato).

Delle “bufale scientifiche” diffuse da Grillo con il suo blog, e tutte conducenti alla teoria del complotto, la rivista Wired si è divertita a raccogliere un campionario (vedi qui): nel corso degli ultimi anni Grillo ha sostenuto che i vaccini sono inutili; che gli esami clinici precoci e gli screening sono pericolosi e inventati solo per ingrassare le industrie farmaceutiche; che un pomodoro geneticamente modificato sarebbe stato messo in circolazione dalle industrie chimiche per testarlo sugli esseri umani e avrebbe già ucciso decine di persone; che la cura Di Bella sul cancro funziona e che sarebbe boicottata sempre dalle suddette industrie; che Rita Levi Montalcini (definita senza mezzi termini da Grillo “una puttana”) ha rubato il Premio Nobel grazie all’intervento di una ditta farmaceutica che avrebbe corrotto la giuria per farglielo ottenere. Naturalmente, Grillo ha sostenuto anche quelle teorie cospirazioniste nate prima del suo blog e già diffuse a livello planetario, a cominciare da quella sull’11 settembre: “la Cia è coinvolta negli attentati? Non è da escludere”, scriveva Grillo il 22 maggio 2006, in un post significativamente intitolato 9/11 senza verità (nel quale viene riportata una lettera di Giulietto Chiesa, altro noto cospirazionista riguardo all’attentato delle Torri gemelle). Come spiega Beatrice Mautino, su Wired.it, che la schiacciante maggioranza degli esperti e degli scienziati abbia confutato tutte le tesi dei complottisti-cospirazionisti-negazionisti non preoccupa chi, come Grillo, ritiene di avere scoperto una “verità alternativa”; anzi il fatto che gli scienziati sostengano la “verità ufficiale” è la prova che dietro di loro vi sono le lobby e i poteri forti che li tengono in pugno. “Le prove di questo complotto mondiale non ci sono - conclude la Mautino – ma questa è una prova a favore della teoria del complotto: se non ci sono prove di un accordo universale tra gli scienziati, dicono i negazionisti, è proprio perché sono compatti nel farne parte e tenere la bocca chiusa”.

Della questione mi sono già occupato mesi fa (vedere sempre il post del 5 settembre scorso). Ora aggiungo solo due osservazioni: innanzitutto è evidente la radice paranoica del complottismo di Grillo e di coloro che gli credono; in secondo luogo internet potenzia la penetrazione e la diffusione della paranoia complottista. Lo psicanalista Claudio Risé, nell’intervista rilasciata a Nicola Mirenzi per la rivista Gli altri online (3 giugno 2011) ha affermato: “il complottista è anche una persona elitaria, altezzosa, che nel profondo rifugge il confronto. E che assume un atteggiamento di superiorità perché in realtà non regge il contraddittorio. […] Il legame tra politica, complotto e paranoia è in realtà molto antico. L’elemento veramente nuovo è il web. Che si presta molto alla diffusione delle tesi complottiste. Essendo capace di stabilire un contatto immediato tra persone che la pensano allo stesso modo. In passato l’affermazione di una teoria del genere aveva bisogno di molto tempo per consolidarsi. Oggi è di gran lunga più facile. E come per la maggior parte dei disturbi, il web funziona come moltiplicatore: aumenta la potenza di fuoco, l’infiammazione cerebrale”. Rispetto a tutti gli altri qui analizzati, quello cospirazionista è forse il mito grillino più patologico.
Lo psicanalista Claudio Risé


Terzo spunto di riflessione: il grillino tipo è assemblearista-unanimista. Non ama la democrazia rappresentativa liberale e repubblicana, preferisce la cosiddetta “democrazia diretta” che, a differenza del voto, sarebbe in grado di esprimere la volontà generale, ovvero i desideri del “popolo”. Tale espressione per il grillino dovrebbe essere manifestata attraverso il web, nuova piazza mediatica sostitutiva dell’assemblea di sessantottina memoria, ma come quella ugualmente basata sull’unanimità. Il web, infatti, non esprime pareri difformi ma assolutamente “uguali”, poiché esso costituirebbe una voce sola, un desiderio unico, un’unica volontà. Non vi è spazio per le minoranze in questa concezione politica neo-giacobina, chiunque dissenta è ritenuto colpevole di tradimento e nei suoi confronti vanno presi “provvedimenti”, come in queste ore Grillo ha scritto sul suo blog a proposito di quei senatori 5 Stelle che hanno votato Piero Grasso come Presidente a Palazzo Madama. Secondo Grillo e secondo i suoi più accesi sostenitori, la democrazia o è diretta o non è altro che un “inciucio”, sicché, una volta che la maggioranza avesse in mano il potere, se ne deduce che dovrebbe disporre di ogni mezzo per costringere le minoranze ad ubbidire e a chinare il capo.


Luigi Einaudi (1874-1961) economista, Presidente della
Repubblica italiana dal 1948 al 1955
“Ove non esistono freni al prepotere dei ceti politici – ricordava Luigi Einaudi – è probabile che il suffragio della maggioranza sia guadagnato dai demagoghi intesi a procacciare potenza, onori e ricchezza a sé, con danno nel tempo stesso della maggioranza e della minoranza. I freni hanno per iscopo di limitare la libertà di legiferare e di operare dei ceti politici governanti scelti dalla maggioranza degli elettori. In apparenza è violato il principio democratico il quale dà il potere alla maggioranza; in realtà, limitandone i poteri, i freni tutelano la maggioranza contro la tirannia di chi altrimenti agirebbe in suo nome e, così facendo, implicitamente tutelano la minoranza” (L. Einaudi, Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Roma-Bari 2004, pp. 87-88, cit. in Maurizio Viroli, La libertà dei servi, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 58). Lo stesso Viroli, a commento di queste parole del grande liberale italiano, aggiunge: “Dove il popolo è sovrano incombe il demagogo, e dunque s’impongono freni che difendano il popolo contro la propria debolezza” (M. Viroli, op. cit., p. 58). Il mito assemblearista-unanimista non manifesta una patologia, come nel caso del cospirazionismo, ma potrebbe rappresentare una minaccia per le libertà individuali.


Quarto spunto di riflessione: il grillino modello non ama il confronto sine ira ac studio, non ama ascoltare il punto di vista contrario e non crede che nelle opinioni diverse dalle sue vi possa essere anche solo un  pizzico di verità. La verità è solo dalla sua parte, così chi si oppone al suo verbo viene delegittimato sul piano personale con insulti e pesanti offese, ovviamente via web: una sorta di gogna che serve ad intimidire l’avversario per zittirlo. Ho fatto diretta esperienza di questa tecnica: ho preso parte ad alcune discussioni in rete su Grillo e sul M5S e, sebbene il mio punto di vista fosse sempre firmato e basato su argomenti, sono stato insultato dal sacerdote di turno del “grillismo” che, in veste di comune cittadino, ha preso parte al confronto senza firmarsi. In un caso (la discussione sull’intervista a Grillo pubblicata da Time: vedi qui) l’attivista intervenuto (a quanto pare una donna) ha letteralmente fatto piazza pulita dei pareri contrari al suo, aggredendoli tutti con termini offensivi: è ovvio che le persone di buon senso, dopo poche battute, abbandonano la discussione per evitare di essere trascinati in un litigio triviale sotto gli occhi del mondo intero, e finiscono per lasciare campo aperto all’intimidatore/intimidatrice. Non vorrei apparire io come un complottista, ma è noto a tutti che in rete circolano i troll, utenti reclutati appositamente per provocare gli interlocutori e avvelenare il dibattito; nelle mani di un capo politico il troll potrebbe avere il preciso compito di intimidire gli avversari.

Quinto spunto di riflessione: il grillino ideale è salutista-igienista-ecologista. Niente di male in ciò: ognuno è libero di orientare i propri comportamenti alimentari e il proprio rapporto con il corpo e con la natura come meglio crede. Ma il grillino non si accontenta di godere di questa libertà: la vuole imporre agli altri. Quindi (e qui faccio ancora ricorso alle personali osservazioni ed esperienze condotte su conoscenti, amici e parenti che si riconoscono come grillini a tutto tondo) vorrebbero obbligare gli italiani ad istallare pannelli fotovoltaici in casa; vorrebbero imporre a tutti diete esclusivamente vegetariane (in qualche caso “vegane”); vorrebbero indurre nella popolazione una conversione di massa verso il salutismo estremo: no allo zucchero, no alle carne, no al pane, no alla pasta, no a cibi arrostiti o fritti, no a bibite e alcolici; sì alla bottiglietta d’acqua da tirar fuori in ogni occasione, sì alla ginnastica pilates tre volte al giorno, sì a diete ipocaloriche imposte e costituite esclusivamente da cibi a km-zero, possibilmente coltivati nell’orto di casa, al fine di danneggiare le multinazionali che speculano sulla nostra fame. Il vero grillino sa sempre quale oscura minaccia è contenuta negli alimenti venduti nella grande distribuzione, perciò desidera che tutti tornino a prepararsi il cibo in casa senza acquistare nulla: sono dei Latouche in pectore, inconsapevoli sostenitori della “decrescita felice”. 
Serge Latouche (1940) filosofo
ed economista, teorico
della "decrescita felice"

Oddio, quanto inconsapevoli non saprei: Pizzarotti, il sindaco 5 Stelle di Parma, prima di entrare in politica è stato socio fondatore del “Circolo della decrescita felice” di Parma, aderente allo MdF italiano (Movimento per la decrescita felice: vedi qui). Infine, per il grillino salutista l’unico modo corretto di recarsi al lavoro è a piedi o in bicicletta: chi usa il mezzo pubblico (purché a metano) è tollerato; chi usa l’auto è complice delle multinazionali del petrolio (come Grillo ha più volte affermato durante i suoi spettacoli-comizi, negli scorsi anni). Il mito salutista-igienista-ecologista, che non è di esclusiva proprietà del grillismo, è forse il più innocuo, sebbene non lo sia la volontà illiberale di imporlo a tutti.

Ultimo spunto: il grillino ideale è manicheo. Non può che essere questo l’alfa e l’omega dei miti del grillismo, perché consegue da tutto ciò che ho detto sopra. Il ragionamento che conduce al manicheismo è il seguente: se io solo ho la verità, se io solo comprendo quali intrighi vi sono dietro le verità ufficiali, se io solo uso l’unico strumento di comunicazione pulito, cioè internet, se io solo porto nella politica pulizia e moralità, se io solo mangio correttamente, consumo correttamente, bevo correttamente, mi muovo correttamente, vuol dire che io solo penso correttamente. Tutti gli altri sono nemici dell’umanità, e come tali dovrebbero essere trattati. Niente iustus hostis per il grillino: chi non è con lui è  un nemico, e con il nemico non si tratta, lo si elimina: “Vogliamo vederli tutti nella tomba!” grida un lettore del blog di Grillo, commentando il post del 2 marzo scorso in cui il comico si scagliava contro Vendola (vedi qui). Mito lugubre e pericoloso.
C.S.I. uno dei serial criminologici più seguiti

Conclusione, per ora. I miti del grillino d.o.c. sono probabilmente il prodotto di una massificazione della cultura basata su un certo tipo di intrattenimento televisivo e su un certo uso di internet. Riguardo al primo mi riferisco alla fiction di tipo poliziesco-criminologico e a quella fantascientifica seriale. Entrambe da un quindicennio costituiscono l’intrattenimento più amato da chi oggi ha un’età compresa tra i 30 e i 45 anni (lo “zoccolo duro” dell’elettorato grillino); esse hanno istillato nell’inconscio di questo pubblico il convincimento che il mondo sia una trama di misteri e di inganni che possono essere svelati e puniti solo da leader carismatici armati di strumenti tecnologici e di capacità spettacolari. Insomma, un mondo di fumetti popolati solo da cattivi e da supereroi. 
X-Files, simbolo della produzione televisiva di
fantascienza seriale degli ultimi 10-15 anni

Riguardo al secondo (l’uso di internet), il grillino tipo ha nei confronti della rete un atteggiamento di credulità tecnologica prossima al feticismo. Tutto quel che egli scova on line è vero "a prescindere", non ha bisogno di essere sottoposto a verifica, specie se viene diffuso da un supereroe carismatico come Grillo: il fatto di essere in rete è una prova sufficiente dell’affidabilità dell’informazione. Il deputato 5 Stelle Paolo Bernini (la cui intervista abbiamo visto su Ballarò del 5 marzo scorso: vedi qui) è un esempio di quel che sto dicendo, oltreché esemplare perfetto del cospirazionista di cui parlavo sopra. La fascinazione che costoro subiscono dalla rete non ha nulla a che vedere con i pregi e i difetti della tecnologia telematica, ha piuttosto a che vedere con il loro modo di utilizzarla, con il loro modo di fidarsi di essa, con il loro bisogno di certezze rassicuranti. Su questo plafond culturale, si è abbattuta la crisi (questa sì reale) della politica in Occidente, una crisi che, generata dalla globalizzazione, ha demolito le tradizionali fonti generatrici di valori e di miti politici: le ideologie, i partiti, lo Stato. La crisi di queste strutture mitopoietiche ha convinto i grillini che la politica in sé fosse vecchia e defunta, e che al suo posto si potesse collocare la tecnologia con le sue risposte chiare e semplici, con le sue certezze confortanti.

I Supereroi dei fumetti Marvel

Il grillino-tipo insegue miti prodotti dalla degenerazione di quelli che hanno animato la politica del Novecento. Sono miti molto discutibili, tra i quali è difficile rinvenire risorse per affrontare i problemi che ci angosciano. Eppure, credo che con essi dovremo fare i conti nel prossimo futuro: del resto sono stati generati dalla società che tutti abbiamo contribuito a costruire.