Delle idee che circolano sull’esame di Stato.
Prima idea: “il curriculum dello studente vale più delle
prove d’esame”
Innanzitutto
chiedo scusa ai miei “venticinque lettori” per non aver pubblicato nulla negli
ultimi giorni. Gli impegni dell’esame di Stato mi hanno completamente assorbito,
lasciandomi poco tempo e, confesso, pochissime energie per occuparmi del blog.
L’esame non è ancora terminato, ma oggi, recuperate un po’ di forze (poche: sono
un bradipo, non dimenticatelo), ho trovato il tempo per tornare a scrivere.
Avvio con questo post una riflessione sull’esame di Stato, come avevo promesso,
che durerà per qualche giorno (non di più) e si concluderà con un sondaggio
sull’utilità dello stesso.
Secondo
un’idea molto diffusa, l’esame di Stato non può giudicare in modo negativo un
candidato presentato dalla scuola con buoni voti. È un’idea che trova sostegno
in una larga parte dell’opinione pubblica, secondo la quale gli studenti che
hanno preso voti bassi all’esame pur avendo avuto voti alti durante il
curriculum avrebbero “subito un’ingiustizia”. Ho ormai abbastanza esperienza di
esami per poter affermare che questa idea è diffusa presso la totalità degli
studenti e gran parte dei loro genitori. Non solo: trova un certo credito tra gli stessi insegnanti esaminatori.
Il
ragionamento di tutti costoro è il seguente: se uno studente nell’anno
scolastico è stato valutato bene, che so, in italiano, non può essere valutato
in modo insufficiente nella prova scritta di italiano dell’esame, anche se l’ha
svolta in modo palesemente negativo. Gli esaminatori che condividono questo
ragionamento talvolta accettano anche il pensiero opposto, ovvero: “se l’insegnante
ha valutato il candidato Rossi con la sufficienza, chi sono io per dargli un
voto più alto?”.
Non
voglio dire che non esista anche il commissario giustiziere, cioè colui che,
altrettanto programmaticamente, affossa i candidati ribaltando le valutazioni
assegnategli durante l’anno scolastico. Un comportamento che, se perseguito in
modo sistematico e programmatico, si può forse spiegare con il narcisismo del
commissario stesso che, in tal modo, pretende di dimostrare la propria bravura e
di mettere in risalto l’ignoranza o l’incapacità dell’insegnante che ha
valutato lo studente. Non nego che nella scuola vi siano insegnanti narcisisti e
che l’esame di Stato sia un’occasione d’oro per costoro. Tuttavia questa
tipologia di commissari, sebbene sia diffusa, mi sembra meno dannosa rispetto all’altra
categoria.
Infatti,
il commissario che non valuta come dovrebbe la singola prova d’esame, perché si
lascia programmaticamente influenzare dal curriculum dello studente, rende del
tutto vano il proprio operato di esaminatore e assesta all’esame di Stato un
colpo mortale. Che senso ha esaminare migliaia di studenti se il giudizio che
conta davvero sulla loro preparazione è quello già espresso dai consigli di
classe al termine dell’anno scolastico? Assolutamente nessun senso. Non ha
senso mettere in moto una macchina burocratica del peso di una flotta di
jumbojet, per ribadire un giudizio già espresso.
Tanto
più che l’esame di Stato ha un costo, e in questo periodo, come sa ogni persona
di buon senso, sprecare denaro per un rito inutile non è un comportamento
saggio. Facciamo un po’ di contabilità. Secondo il Decreto interministeriale
del 24 maggio 2007, valido anche per gli esami del corrente anno scolastico, un
commissario esterno costa all’amministrazione 911 euro lordi; uno interno 399;
un presidente di commissione 1249. A tali compensi vanno poi aggiunte le somme
correlate alla distanza del luogo di residenza o di servizio dalla sede
d’esame, somme variabili, in ragione del tempo necessario per coprire tale distanza
con i mezzi pubblici, dai 171 ai 2270 euro (quest’ultima somma è, per la
verità, una chimera, poiché riguarda solo chi deve viaggiare per oltre 100
minuti: cosa che l’amministrazione cerca di evitare accuratamente nel momento
dell’assegnazione delle nomine).
Intendiamoci,
non sono cifre enormi, tutt’altro: il lavoro dell’esaminatore è faticoso e interminabile;
le giornate di correzione degli elaborati possono durare anche 10-12 ore,
trascorse mangiando un tramezzino in locali dove spesso la temperatura raggiunge
i 35 gradi; il compenso medio percepito da un commissario esterno, al netto
delle imposte e comprensivo del viaggio, è di circa 700 euro, per circa 100-120
ore di lavoro, insomma la sua tariffa oraria oscilla tra i 6 e i 7 euro.
Tuttavia, se si moltiplicano questi importi per il numero delle commissioni
d’esame costituite dal Miur sul territorio nazionale (circa 10 mila) si ottiene
una cifra di diverse decine di milioni di euro: denaro che in passato è stato
spesso anticipato dalle scuole e che il Ministero in gran parte non ha più restituito
ad esse. Nella spesa per l’esame vanno poi considerate le fotocopie, la
cancelleria, l’elettricità e quant’altro serva per farlo funzionare. In
conclusione, si tratta di una spesa non trascurabile che, in clima di spending review, potrebbe essere
inserita tra le voci da tagliare, data l’inutilità della prova che essa
finanzia.
Ripeto:
se l’esame deve essere una semplice ratifica del risultato scolastico, tanto
vale non farlo. Del resto i numeri parlano da soli: lo scorso anno all’esame di
Stato sono stati promossi quasi tutti i candidati (solo l’1% è stato respinto).
È vero che la selezione, come disse allora il Ministro Gelmini, era già stata
fatta dai consigli di classe che avevano deciso la non ammissione del 5,3 %
degli studenti, ma la questione non cambia, anzi alla luce di questo dato
diviene ancora più evidente: se il grosso degli studenti da bocciare viene
fermato dagli scrutini ordinari, mentre una piccolissima parte è fermata dalle
commissioni d’esame, questa è una ragione in più per dire che l’esame di Stato
non fa che ribadire risultati già decisi. In nessun esame che si rispetti viene
promossa la totalità dei candidati; se questo accade vuol dire che quell’esame
non serve per l’assegnazione del titolo che esso dovrebbe attribuire, poiché
quel titolo è già posseduto dalla totalità degli esaminati ancora prima di
venire sottoposti alle prove.
![]() |
L'ex Ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini |
Sono pienamente d'accordo sul fatto che il commissario esterno dovrebbe valutare nel modo più oggettivo possibile, senza farsi condizionare troppo dal curricolo scolastico. Soprattutto nelle prove scritte, nel caso di risultati inferiori o superiori rispetto a quelli dell'anno scolastico, dovrebbe solo prendere atto della realtà dei fatti, senza tuttavia cercare di penalizzare eccessivamente il candidato. Anche alcuni presidenti però agiscono secondo tutt'altra dinamica e quasi già calcolano il voto finale in base al credito. Un altro problema, secondo me, è la poca valorizzazione dei risultati eccellenti, nel senso che ritengo che uno studente che ha ottenuto il massimo debba accedere di diritto, senza test, anche alle facoltà a numero chiuso, invece che essere sottoposto a un fantomatico quizzone, che non attesta solo le conoscenze disciplinari, ma una casuale e imprevedibile cultura generale. Quanto al voto finale, abolirei il voto numerico finale e e rilascerei una certificazione delle competenze, non necessariamente sufficienti in tutti gli ambiti, come di fatto già avviene, in quanto non ci dobbiamo nascondere che in sede d'ammissione alcuni 5 o peggio ancora 4 vengono portati a 6..
RispondiEliminaLa discussione è molto interessante, anche per la riflessione legata al risparmio economico.
Buon lavoro!!
Andrea Pergolini
Ciao Andrea! Le tue sono proposte molto interessanti, bisognerebbe inviarle al Ministro. Sono d'accordo con te sui presidenti che calcolano il voto in base al credito e/o ai voti della pagella. Una prova in più che l'esame in sé ha perso la sua autonomia, se mai l'ha avuta. Buon lavoro anche a te,e grazie per il tuo intervento!
RispondiEliminami sono sempre fatto una domanda a riguardo che, a questo punto, mi piacerebbe rigirarle: secondo lei Prof., a che cavolo serve l'esame di stato?!
RispondiEliminaDomanda importante che non si può eludere. Cercherò di dare una risposta. Siccome sarà un po' articolata, mi servirà un po' di tempo per scriverla. A presto. Ciao Lucas!
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